“Prima che un testo diventi libro”

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Il quotidiano il manifesto ha avviata ieri 19 agosto la pubblicazione di una serie di pagine dedicate all’editoria, a cura di Francesca Borrelli. L’avvio è piuttosto interessante.

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9 Risposte to ““Prima che un testo diventi libro””

  1. veronica tomassini Says:

    grazie Giulio. Sono storie (d’amore) bellissime, le storie che non si vedono e che fanno i libri.

  2. demetrio Says:

    a me, come ti dicevo, mi ha molto colpito la testimonianza dell’art director. proprio perché in questo periodo sono interessato all’oggetto libro, al lato materiale.

    un abbraccio

    d.

  3. InfoSharm Redazione Says:

    Interessante prospettiva del libro, sia per gli autori che per i lettori che con queste testimonianze hanno un piccolo strumento in più per discernere le opere di qualità dalle altre

  4. mauro mirci Says:

    Viktoria von Schirach: “I tedeschi … ultimamente si meravigliano un po’ del ritorno diffuso a una dimensione rurale, all’epopea dei paesini, al recupero delle radici. Un momento difficile per la traduzione. Passerà.”
    Speriamo di no.

  5. Carlo Capone Says:

    Che bravo, Franchini. Può anche scrivere di carta igienica, per dire, ed è sempre godibile. Mai che mi abbia deluso.
    Come editor posso dire a distanza di anni che il suo approccio all’autore è da vero samurai, pur soggetto alle inevitabili varianti umorali che cita nell’articolo. Un limite che nelle sue mani sa mutare in pregio. Una volta restò così impressionato dal romanzo di uno sconosciuto che gli propose di riscriverlo a quattro mani, lo portò in scuola di scrittura come testimonianza.
    Il giovane si chiamava Antonio Scurati, le cui tematiche non amo. Questione di gusti, nient’altro.

    La mia storia con Franchini fu curiosa. Una sera prese a leggere un mio racconto su invito dell’insegnante. Dopo poche righe le disse: “ma che mi hai dato, io a questo non lo capisco”, o cose così. Lei insistette “no no, vai avanti, anch’io al principio….”. A quel punto lo levai di imbarazzo, chiesi: “Antò, posso leggere io?”, fece cenno di sì e mi invitò a sedere di fianco a lui. Attaccai spedito, arrivando alla fine nel silenzio generale. Franchini esordì: “devo chiedere scusa a Carlo, mi ero sbagliato, perché ha introdotto ben tre personaggi all’inizio, e non si fa. Poi però ho iniziato a intuire, e insomma avete capito che ha fatto questo qui? è entrato nel famoso posto tal dei tali e ha immaginato cosa potrebbe esservi accaduto. Questo è uno dei compiti della letteratura, chapeau, ma attenzione: troppi personaggi all’inizio confondono il lettore, lasciamolo fare a Carlo, voi no”.

    Il mese successivo gli spedii mia roba in lettura, risposta zero. Ci incontrammo l’anno dopo e gli domandai perché, eccetera ecc. “Non mi è arrivato niente”, rispose. “Ma come, io qua e io là, scusa eh”. Sguardo un po’ storto, “l’hai mandato alla mia attenzione?” “eccerto, un romanzo e due raccolte, pure la cartolina di ritorno ci ho messo!”. “Tre manoscritti mi hai mandato! vabbè, consulterò in archivio”

    Venne fuori che il paccone era sepolto chi sa dove. Alla quarta telefonata rispose: “Allora, Carlo, ho sulla scrivania questo, quest’aaaltro (leggeva i titoli) ah sì, ecco il terzo. Ma ti avverto, io ne leggo solo uno, scelgo ….il romanzo intitolato tal dei tali. Chiamami tra venti giorni”
    Come no. Telefonavo centesimando le settimane e lui : “sentiamoci tra un mese ”. Durò per un certo periodo. L’ultima volta era a mensa. Lasciai detto alla segretaria, richiamò. Mentre parlavamo il cellulare mi cadde di mano e si interruppe la comunicazione. Appiccicai il chip e digitai pensando, chi sa perché, mi manda affanciullo. Invece era solo incazzato, ma appena un po’. Allora mi diedi coraggio – ma chi era, Belfagor?- e dissi: “ Antò, io non me la sento di continuare a importunare, l’ho capito che per te è un fastidio”, “Ma noooh, tu devi telefonare, così si fa, tu devi costringermi a leggere il tuo manoscritto”. “Ellosò, ma c’è un problema. Vedi, il romanzo che vuoi leggere, ecco… insomma, Antò, quella roba è una schifezza”, “e tu mi mandi una cosa che non ti piace? Ma pensaci, guarda che lo leggo”. “E qua sta il punto, se lo leggi si guasta il concetto che ti sei fatto di me. Anzi, a dirtela tutta, io speravo che avresti scelto la raccolta dei racconti, la seconda, ricordi? “.
    Promise di farlo. Io non telefonai più. Ci vedemmo di lì a sei mesi, condusse una lezione magistrale sull’importanza della precisione in narrativa. Al termine mi avvicinai per congratularmi, ma lui andò al sodo: “Carlo, io poi ho letto il primo di quei racconti ma a un certo punto mi sono perso, che ti devo dire”. E c’hai il vizio, c’hai. “Guarda che quel racconto è stato ben visto da tizio e caio ”, risposi piccato, ma era vero, sapevo quel che dicevo. “Ah, sì?” fece. Poche parole e arrivederci. Di lì a un mese restituì il paccone con una letterina. “Caro Carlo, mi dispiace ma non ci siamo, nei tuoi libri non vedo granché”.
    E aveva ragione, glielo avevo detto già io che quella roba faceva schifo, ma avevo avvertito che ai racconti ci credevo, e anche parecchio. Dal primo, quello in cui s’era perso, ricavai un romanzo del genere bizzarro story, da cui ho tratto un sacco di soddisfazioni e ben 350 euro di diritti (malgrado l’assenza di bollino siae, cacchiaròla) . Ma onestamente le cose che feci leggere a Franchini riflettevano un approccio rozzo, magari di un talentuccio bravo sulla corta distanza ma ignaro delle insidie di una maratona.
    Ciao Maestro Franchini, e non uccidetevi mai.

    PS A tanti anni di distanza dai fatti apprendo che in America il genere bizzarro story sta andando a ruba. Mannaggia la morte.

  6. Filippo Albertin Says:

    @Carlo Capone — Caro Carlo. Non so se hai mai pubblicato qualcosa. E non so nemmeno se ‘sta “bizzarro story” sia il genere di appartenenza del commento che hai scritto, che non è un commento, ma ovviamente un racconto, superbamente scritto (parlo da squallido lettore). Una cosa è certa. Io un libro tuo lo compro ad occhi chiusi. Sono ancora qui che mi asciugo le lacrime da quanto mi hai fatto sbellicare.

    Non vorrei che fosse come per Monica Vitti, che voleva fare l’attrice drammatica, ma quando recitava faceva crepare tutti dal ridere. In ogni caso, sul serio, hai la stoffa. Mi piace perché, all’improvviso, nel bel mezzo di una notazione che sembra perfettamente intellettualistica, dirotti su accentature degne, come dire, del più mitico compagno di banco delle scuole medie.

    “Ciao Maestro Franchini.” Grande!

  7. Carlo Capone Says:

    Caro Filippo, ti ringrazio delle pubbliche lodi. Sì, ho pubblicato credo sei o sette libri, e credimi, davvero non ricordo se sono sei o sette. Tanto, per quel che conta. Il primo di quei libri è un romanzo, Il naso di pinocchio,una bizzarro story, appunto.
    Se vuoi saperne di più entra qui:
    carlocapone.altervista.org

    Il libro è ormai fuori stampa, ha ricevuto recensioni e commenti che da riemopirmi di gioia ( e forse di rimpianti). Dovrei tenerne ancora qualche copia, se vuoi cerco in soffitta e te lo spedisco. E’ pulito eh, niente ragnatele.

    E’ corretto aggiungere che per vivere faccio l’ingegnere, con grande passione. In effetti lo stesso Franchini, in un’intervista a cura di Laura Lepri su un Panta del 98, parlava del danno e dell’inutilità della letteratura.
    Non scrivo più e son felice così.

    Ciao e ancora grazie.

  8. Carlo Capone Says:

    gulp, avevo omesso l’accatitipì. Chiedo scusa

    http://carlocapone.altervista.org

  9. Filippo Albertin Says:

    Sarai certamente un ottimo ingegnere. Però secondo me avresti avuto un futuro pure a Zelig, nella duplice veste di cabarettista-scrittore.

    (Le ragnatele. Ahahahahahaha.)

    Vado a vedermi il tuo sito, ma prima commenta ancora un po’ qualcosa ti prego :))

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