Autoeditoria 1991

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10 Risposte to “Autoeditoria 1991”

  1. Filippo Albertin Says:

    Il racconto (racconto? — sì, racconto, in effetti) lo conoscevo. Ne conoscevo anche vari campionamenti dispersi in altri testi, come una sorta di marchio poetico esistenziale. A distanza di anni, suona ancora evocativo, capace di trasmettere un senso di raccoglimento e rarefazione mirabile.

    Mi è sempre rimasta la morbosa curiosità di capire il ruolo della Pugno in tutta questa architettura. Logicamente questa non è una richiesta di delucidazioni.

    (Chissà. La stessa modalità osservativa che penso possa aver dato luogo a questo racconto la potrei applicare alle mie morbosità. Cosa ne uscirebbe?)

    Venendo al titolo: A parte che l’autoproduzione mi sembra un “fake”, quel cameo rosseggiante ha un senso specifico?

  2. Giulio Mozzi Says:

    Filippo, il racconto è quello che apre la mia prima raccolta, “Questo è il giardino”. Riproduco qui di séguito un mio articolo apparso qualche mese fa nel supplemento domenicale del “Sole 24 ore”:

    30 aprile 1988. Il ventottenne padovano Giulio Mozzi, impiegato nell’ufficio stampa della Confartigianato del Veneto, è a Roma per un convegno sulle tasse. Avendo un paio d’ore libere, si ficca in una libreria dalle parti della Stazione Termini. Lì trova, e sfoglia, e compera, un libretto intitolato: “Trasfigurazioni”. È un libretto di poesie, pubblicato da una delle più tremende case editrici a pagamento. Tuttavia a Mozzi le poesie paiono belle, e la sua meraviglia cresce quando si accorge: che il libretto è pubblicato nel 1987; che l’autrice – tale Laura Pugno – è nata nel 1970. «Santiddio», pensa Mozzi, «questa qui ha scritto queste cose a sedici, diciassette anni?». Va alla Sip, recupera i telefoni di tutti i Pugno di Roma (solo otto, per fortuna), telefona finché gli risponde la mamma di Laura Pugno. Un’ora dopo il Mozzi e la Pugno, nel salotto di casa Pugno, fanno conoscenza. Quel giorno Laura Pugno compie 18 anni e decide di fidarsi, con un minimo di cautela iniziale, di questo sconosciuto che le è piombato in casa. Nel corso degli anni Mozzi e Pugno si scambieranno alcune centinaia di lettere.

    14 febbraio 1991. Pugno è a Londra (Erasmus). Mozzi fa un salto a trovarla. San Valentino, sia chiaro, non c’entra niente: il viaggio è pagato dalla Cisl. Pugno racconta a Mozzi di aver subìto un furto. Tornato a Padova, nelle sere del 16 e del 17 febbraio, Mozzi scrive il suo primo racconto, “Lettera accompagnatoria” (nel quale finge di essere l’autore del furto).

    3 novembre 1991. A Roma, durante una conversazione su e giù per viale Val Padana, Pugno convince Mozzi a fondare una rivista.
    16 dicembre 1991. La rivista è pronta; si chiama “L’aimée”: è in 40 copie; provvede a spedirla Mozzi da Padova; contiene il racconto di cui sopra e alcune poesie, in italiano e in inglese, di Pugno; 2 copie restano a Pugno e Mozzi; 32 vengono spedite a riviste letterarie in Gran Bretagna, Francia, Germania, Spagna e Stati Uniti d’America; 4 vengono spedite in Italia. Una di queste a Pier Vittorio Tondelli. Pugno e Mozzi non lo sanno – lo scoprono il giorno dopo –, ma quello stesso giorno Tondelli muore.
    15 gennaio 1992. Marco Lodoli, destinatario di una delle quattro copie italiane di “L’aimée”, telefona a Mozzi.

    30 aprile 1993. Nel quinto anniversario dell’incontro tra Pugno e Mozzi esce per le edizioni Theoria, dirette da Paolo Repetti, “Questo è il giardino”, libro d’esordio del Mozzi.

    30 aprile 2002. Nel quattordicesimo anniversario dell’incontro tra Pugno e Mozzi iniziano le pubblicazioni della collana Indicativo presente dell’editore Sironi, curata dal Mozzi fino al 2008.

    Maggio 2007. Ai primi del mese, mancando per pochi giorni il diciannovesimo anniversario dell’incontro tra Pugno e Mozzi, esce presso Einaudi il romanzo di Pugno “Sirene”.

    30 aprile 2008. Nel ventesimo anniversario dell’incontro tra Pugno e Mozzi, si apre a Reggio Emilia la mostra fotografica di Elio Mazzacane “Sirene”, ispirata al romanzo di Pugno. L’anniversario viene celebrato con una cena in trattoria tipica. Il cibo (me lo ricordo bene) era tremendo.
    Ma: tutto ciò è stato “decisivo per la civiltà letteraria italiana”? Senz’altro sì. L’agire di Mozzi ha dimostrato il valore decisivo della curiosità. L’agire di Pugno ha dimostrato il valore decisivo della consapevolezza del proprio valore. L’agire di Lodoli ha dimostrato il valore decisivo della generosità. L’agire di Repetti ha dimostrato il valore decisivo del coraggio. Eccetera.
    Peraltro: pulvis es, et in pulverem reverteris. Nulla è decisivo, se non il disinteresse (solo la polvere è disinteressata).
    (E non abbiamo parlato, in questo articolo, del disinteresse di Stefano Dal Bianco, che non si limitò certo a fornire a Mozzi l’indirizzo di Lodoli).

  3. Filippo Albertin Says:

    Non conoscevo questo articolo, che seda la morbosità di cui sopra, ma me ne crea molte altre. Appurato (forse) che la pubblicazione dal cameo rosseggiante non è un “fake”, ho come l’impressione (ovviamente assurda) che sia un “fake” questo stesso articolo; che non è un articolo, ma un racconto in forma di articolo. Insomma: ovunque tu metta le mani, racconti.

    Il racconto-articolo semina in me un concetto che mi turba profondamente: Esiste un filo invisibile che lega, al di fuori di qualsiasi scorza materiale, corporale e anagrafica, le persone l’una con l’altra. Questo filo funziona anche al contrario, cinge come un laccio e allontana sistematicamente coloro che, a detta del cosmo, non devono mai entrare in contatto. “Nulla è decisivo, se non il disinteresse.” Una frase che è un macigno.

  4. andrea barbieri Says:

    Anche, in generale, il valore decisivo di mettersi concretamente in connessione con gli altri.
    “Umuntu ngumuntu ngabantu”: “io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti”, che è un vecchio detto zulu (mentre in italiano abbiamo il detto “sei uno zulù, per dire un selvaggio idiota…).

  5. Giulio Mozzi Says:

    “Ciò che ho non è molto mio.
    La mia vita è fatta con le vostre mani.”

    (Il male naturale, nuova ed., p. 178)

  6. Filippo Albertin Says:

    Verissimo. Magari inizia plasmato da mani tue e altrui, ma poche, poche e buone mani discrete. Però poi le mani altrui si affollano; afferrano la creta ancora molle che sei tu e la rimodellano, ci scherzano sopra spaccando e rifacendo, sbattendo e levigando fino a coagulare ciò che esprimi in questo distico. Solo allora entri nel forno. E le prossime trasformazioni cosa saranno? Saranno quelle di una materia secca e rigida. Mi viene l’immagine di un vaso rotto e riassemblato. I cocci possono essere uniti com’erano, con una colla opportuna; ma anche usati come foglie di un albero di filo di ferro, appeso a un soffitto.

    A proposito de “Il Male Naturale”. Ricordo la prima edizione. E il racconto “Amore” (vado a memoria, si intitolava Amore, vero?), un racconto stupendamente scritto, un racconto che mi ha fatto respirare l’atmosfera della vecchia Padova (non il ristorante), la Padova dell’infanzia (pensa su che cose mi soffermo). A parte questo, un racconto che in fondo parla sul serio dell’amore — magari non dell’Amore maiuscolo, ma di certo dell’amore. Vomitevoli le polemiche che hanno accompagnato l’uscita della raccolta. (Scusate lo sfogo, ma l’ho presa come una cosa personale. Bellezza e mani altrui possono non andare di pari passo.)

    Se divago, la colpa è del Mozzi. Mi perdonerete.

  7. Giulio Mozzi Says:

    Filippo, se divaghi è perché vuoi farlo, e ciascuno è responsabile delle proprie azioni. Sospetto che il tuo ricordo de “Il male naturale” sia sbagliato. Puoi controllare leggendo il racconto “Amore” qui. Non mi pare che vi sia “atmosfera della vecchia Padova” (un’atmosfera che io troverei odiosa, peraltro), e mi auguro che non ti ricordi nulla della tua infanzia.

  8. Filippo Albertin Says:

    Ho riletto il racconto. Sì, è quello, titolo e contenuto. Mi sembra però più breve di quello della prima edizione, ma vado a memoria. Una memoria che forse mi tradisce, ma non capisco perché. Nel racconto nessun riferimento a Padova, tranne una generica Upim che non credo sia solo a Padova. Questa cosa mi sconcerta. Sono più che sicuro di aver ambientato mentalmente l’intero racconto in Padova, e mi sembrava (sto impazzendo?) che ci fosse una sorta di prologo più lungo e articolato, oltre che più descrittivo.

    A parte questo mio delirio, il racconto resta estremamente bello e toccante. Era quello che ricordavo.

    Ho detto che mi ricorda l’infanzia, ma per una ragione atmosferica, piuttosto che per un’atmosfera involontariamente immessa dall’autore, se non perché forse in quell’istante la sola parola Upim mi ha fatto balenare Padova in testa. Che devo dire? Non so.

    Una cosa è certa: mi ricorda l’infanzia, ma non per ragioni di abusi sessuali. Su questo vi tranquillizzo.

    Sul divagare, anzi sul “buon” divagare, non penso ci siano problemi di responsabilità, che in ogni caso mi prendo. Ho conosciuto il metodo della divagazione costruttiva leggendo “Parole Private Dette in Pubblico”, quindi l’attribuzione era autentica, anche se la richiesta di perdono superflua.

    Mi auguri di non ricordare nulla dell’infanzia. Spero che sia per quel dettaglio che ho smentito di sopra. Anche perché io ricordo, a ben vedere, solo l’infanzia.

  9. Giulio Mozzi Says:

    Filippo, il racconto è tal quale nella prima e nella seconda edizione.

    Scrivi: “Mi auguri di non ricordare nulla dell’infanzia”.

    Ovviamente, non ho scritto questo.

  10. Alessandra Says:

    Questo è un pezzo di storia della letteratura italiana.

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