Letteratura come arte applicata (tag: qualità) (appunto confuso)

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di giuliomozzi

Negli ultimi tempi torna spesso una discussione attorno all’espressione «letteratura di qualità». Da una parte che chi si propone di lavorare per una «letteratura di qualità», ed eventualmente tenta di stilarne le classifiche (vedi Tq, le classifiche di Dedalus/Pordenonelegge). Dall’altra parte c’è chi domanda a chi spetti, e perché certuni sembra si arroghino, di stabilire che cosa è e che cosa non è «letteratura di qualità» (domanda, tra parentesi, che a mio avviso è per alcuni aspetti fallimentare: mi pare perfettamente lecito che diversi gruppi, riuniti attorno a idee diverse del mondo e quindi della letteratura, propugnino diversi tipi di «letteratura di qualità»: e vinca il migliore, e tutti abbiano diritto di cittadinanza; mentre è perfettamente sensato, sempre a mio avviso, chiamare in causa chi propugna la «letteratura di qualità» per domandargli che cosa diavolo intende propugnare di preciso), e c’è chi fa notare quanto suonino liberistiche, o addirittura “gelminiane”, espessioni come «letteratura di qualità» – anche quando compaiano in manifesti esplicitamente antiliberistici e, ça va sans dire, antigelminiani (vedi gli interventi recenti di Valeria Pinto sui manifesti Tq).
Ora: poiché mi pare che queste discussioni sulla «letteratura di qualità» non riescano a ingranare, e cioè a portare a una risistemazione di concetti (e conseguentemente del lessico: e sia chiaro che a me interessano i concetti, e il lessico segue), con questo appunto propongo una risistemazione dei concetti; nella speranza di sfrondare un po’ la viziosità delle discussioni stesse (e, ovvio, nella speranza di non avviare alte discussioni nominalistiche ecc.).
Invito a tener presente che in questo appunto, come in genere nei miei interventi, l’uso della parola «letteratura» non implica giudizi di valore.

Per lo più metto in bella copia alcuni appunti presi il 3 agosto, sera piuttosto tardi, al tavolo «2 sala» della trattoria-pizzeria «La Palma», Padova. Arrivo al punto mettendoci un po’, ma portate pazienza. Vi darò soddisfazione.

A cosa “serve” la letteratura

La letteratura, per consenso credo pressoché universale, “serve” (e credo che anche sull’opportunità delle virgolette vi sia un consenso pressoché universale) a una quantità di cose:
– a passare il tempo, ovvero a distrarre, a divertire (letteratura umoristica), a commuovere (letteratura rosa e affini), stimolare l’attenzione (letteratura gialla), a spaventare (dai «Piccoli brividi» in qua), eccetera;
– a informaree ad acculturare, ovvero a far apprendere cose su periodi storici (romanzo storico), su luoghi della terra (letteratura di viaggio: senza contare che molta letteratura tradotta può essere letta, e viene in effetti letta, anche per apprendere qualcosa su popoli e terre lontani e misteriosi), su determinati strati della popolazione (anche come reportage letterario), su realtà misteriose della nostra terra e del nostro tempo (idem); su miti fondamentali e/o identitari (letteratura religiosa, nazionalistica ecc.); ma anche a far apprendere comportamenti di base, dalla pulizia personale al come cavarsela con il sesso (aspetti particolarmente visibili nella letteratura per bambini e in quella meraviglia dei nostri tempi che è la narrativa «young adult»);
– a formare, ovvero a indurre l’adesione di chi legge a determinati modelli psicologici, nazionalistici, ideologici, comportamentali e così via: dall’elenco sommario della voce precedente si sarà già notato come il confine tra l’informare e il formare siano piuttosto porosi, e tra l’altro molto legati al momento storico: Il piccolo Alpino di Salvator Gotta, sul quale piansero caldamente, credo, un paio di generazioni, fu a suo tempo un romanzo che formava dal punto di vista umano (è la storia di un ragazzo i cui genitori muoiono in montagna, e viene in sostanza adottato da un reparto di Alpini) e informava sulla vita e le consuetudini di un determinato gruppo sociale (il reparto di Alpini); d’altra parte formava, e piuttosto pesantemente, a una certa idea di nazione e di italianità (non per nulla ebbe, qualche anno dopo, un séguito: «Il piccolo Alpino in camicia nera»): e oggi è perfettamente leggibile come documento di un certo stato della cultura piccoloborghese italiana, della quale Salvator Gotta – autore anche di numerosissime novelle da rivista – fu un facondo educatore (e quindi ha riacquistato un valore informativo): eccetera;
– a elevare spiritualmente, ovvero ad avvicinare a ciò che forse si potrebbe chiamare, tanto per capirsi, «spirito»: che si tratti di accedere a una intuizione dell’universale attraverso la frequentazione di un oggetto determinato (e: sia questo universale trascendente o immanente – ossia storico); che si tratti di vedere la mano invisibile della Provvidenza che regge e governa la vita delle creature; che si tratti di veder consapevolmente rispecchiate nell’opera (in ciò che l’opera racconta, o più finemente nelle stesse strutture dell’opera) la struttura sociale del tempo nel quale fu composta; che si tratti di scorgere nelle azioni rappresentate di certi personaggi un «fondamentale dell’umano»; che si tratti di produrre nel lettore uno «sfondamento metafisico»; che si identifichino o non si identifichino, nei vari modi in cui ciò è possibile, bellezza e verità; eccetera.

Un paio di luoghi comuni sui quali si potrebbe essere tutti d’accordo

Credo di poter raccogliere un certo consenso dicendo che la elevazione spirituale, comunque la si descriva, è una faccenda di tutt’altra specie rispetto al passare il tempo, all’informare e al formare: è una faccenda di tutt’altra specie perché l’opera che chiamiamo «bella» è appunto quella che ci eleva spiritualmente. Secondo alcuni la capacità di elevare spiritualmente è ciò che separa la «letteratura» dalla «non letteratura» (o, per chi usa il lessico dei generi, dalla «paraletteratura»): ma suggerirei di lasciar perdere, per evitare equivoci, almeno in questo ambito, questi usi valutativi della parola «letteratura».
Credo di poter raccogliere un certo consenso anche dicendo che la differenza tra la letteratura che eleva spiritualmente e quella che non eleva spiritualmente sta, in buona parte, nella autonomizzazione del mezzo. Cioè: se leggiamo un’opera che ci eleva spiritualmente, ci accorgiamo che in essa tutto ciò che è passatempo, informazione, acculturazione, formazione, eccetera, ci appare come messo al servizio di qualcos’altro: e questo qualcos’altro è l’elevazione spirituale (cioè la bellezza). Siamo perfino in grado di notare che mentre vi sono autori che perseguono palesemente e consapevolmente e costantemente l’elevazione spirituale (cioè la bellezza: vedi Thomas Mann o Hermann Hesse), ve ne sono altri per i quali l’elevazione spirituale e la bellezza sono, in realtà, dei sottoprodotti non indispensabili o delle trouvailles occasionali; ci saranno delle ragioni se di Alexandre Dumas sopravvivono agevolmente Il conte di Montecristo e I tre moschettieri, un po’ meno agevolmente Vent’anni dopo, e tutto il resto quasi non sopravvive – tranne Robin Hood, che però qui non conta perché fu l’opera pubblicata postuma da un ghost writer (ma già per Il conte di Montecristo, suo capolavoro, Dumas si avvalse anche del contributo di Auguste Maquet (per la definizione del piano dell’opera e le ricerche storiche) e della penna di Pier Angelo Fiorentino); ci saranno delle ragioni se di Émile Zola hanno circolazione internazionale L’assommoir o Nanà o Il Paradiso delle Signore, e altri capitoli della saga dei Rougon-Macquart invece no; ci saranno delle ragioni, se Emilio Salgari scrisse così tanti romanzi, ma solo quelli del ciclo malese (e neanche tutti: Le tigri di Mompracem e I misteri della jungla nera) ancora nutrono l’immaginario. E la differenza tra un’opera letteraria che eleva spiritualmente e una che, pur godibilissima, non eleva spiritualmente, sta appunto nella autonomizzazione del mezzo, ovvero nella elevazione a scopo del lavoro di ciò che, nell’opera che eleva spiritualmente, ci appare evidentemente come elemento che viene messo al servizio di qualcos’altro (della bellezza).
Se, come penso, su questi luoghi comuni ci può essere tutti d’accordo, allora posso introdurre l’intuizione

Arti applicate

Mi pare che in tutti i campi artistici esista una comoda distinzione non solo pratica tra «belle arti» e «arti applicate». Mi pare che questa distinzione non venga applicata nel campo della letteratura.
Certo: si distingue correntemente tra la «vera letteratura» e la «letteratura di consumo», ad esempio; ma trovo che questa distinzione sia assai poco efficiente. Perché? Perché implica quasi sempre, nell’uso che generalmente se ne fa, un giudizio di valore. La «vera letteratura» va bene, la «letteratura di consumo» non va bene. Oppure il contrario: la cosiddetta «vera letteratura» è fatta da gente che non ha relazioni col mondo, che odia i lettori, che vive nella torre d’avorio, eccetera (dimenticavo: che si guarda l’ombelico), mentre la cosiddetta «letteratura di consumo» è fatta da onesti artigiani che amano i loro lettori, eccetera (sto macinando altri luoghi comuni). Si distingue correntemente tra “letteratura di genere” e “letteratura tout-court” (anche: “mainstream“), e tuttavia anche in questa distinzione è implicato, positivo o negativo che sia (o concessivo: la letteratura di genere è paraletteratura, però si concede che Simenon nobilita il genere, che vi sono certi bravi artigiani che fanno delle buone cose eccetera). E c’è sempre il problema di capire come mai vi siano così tante opere di «letteratura di consumo» che risultano essere «vera letteratura» (Dickens!) e tante opere di «vera letteratura» che sono universalmente considerate interessanti solo per farci su qualche lavoro specialistico a scopo concorsuale; così come c’è il problema di capire che diavolo sia la “letteratura di genere” nella postmodernità, visto che l’unica regola è che non ci sono regole e che il meticciato vige. Né si può sostenere che esistano «scrittori di vera letteratura» e «scrittori di letteratura di consumo o di genere». Dostoevskij scrisse Umiliati e offesi, che è «letteratura di consumo», nonché «di genere» della più bell’acqua, e I fratelli Karamazov che sembra essere tutt’altro (benché possa essere classificato agevolmente come un “thriller”, forse un po’ troppo lungo).

Ho il sospetto che parlare di «letteratura come arte applicata» potrebbe invece essere piuttosto utile. «Arti applicate» è un’espressione d’origine anglosassone (contrapposta a «fine arts», le nostre «arti belle»); perciò prendo la definizione dalla Wikipedia in inglese:

Applied art is the application of design and aesthetics to objects of function and everyday use. Whereas fine arts serve as intellectual stimulation to the viewer or academic sensibilities, the applied arts incorporate design and creative ideals to objects of utility, such as a cup, magazine or decorative park bench. There is considerable overlap between the field and that of the decorative arts; to some extent they are alternative terms.
«The fields of industrial design, graphic design, fashion design, interior design, decorative art and functional art are considered applied arts. In a creative and/or abstract context, the fields of architecture and photography are considered applied arts. Many applied art objects are collected, for instance ceramics, textiles, jewelry, glass, furniture, children’s toys, cars, electric guitars, as well as various forms of images produced in commercial contexts, such as film posters or old advertisements.

Una definizione

Ora propongo una definizione di «arte applicata» che spero possa andar bene per la letteratura:
– se lo scopo specifico della «vera letteratura» è l’elevazione spirituale (nei sensi che sopra accennavo), allora possiamo considerare «letteratura applicata» tutta quella letteratura che non raggiunga quello scopo, pur servendo più o meno bene a far passare il tempo, a istruire, a formare eticamente, e così via.

Nota: l’intenzione dell’autore c’entra poco. C’entra che cosa l’opera letteraria in effetti è, ciò che fa. La verità sull’effettivo o non effettivo raggiungimento dello scopo dell’elevazione spirituale non viene stabilita da commissioni o giudici, ma è una verità che si fa strada attraverso il consenso dei molti: una verità intersoggettiva. Il luogo comune che dice: il miglior giudice è il tempo, mi pare opportunamente richiamabile.

Altra nota: l’intenzione dell’autore c’entra parecchio. Ci sono scrittori che scrivono con la precisa intenzione di fare della «letteratura applicata», e altri che scrivono con la precisa intenzione di fare della «bella letteratura». Può capitare che i primi, preterintenzionalmente, facciano anche della «bella letteratura»; può capitare che i secondi, facciano anche della «letteratura applicata». Ci sono anche scrittori che si mettono a scrivere con la precisa intenzione di fare della «bella letteratura» che sia anche della «letteratura applicata». Eccetera. Ciascuno di questi può fallire nei propri scopi.

Ulteriore nota: c’è una circolazione continua tra letteratura applicata e non applicata. Il conte Alessandro Manzoni non avrebbe mai deciso di piantarla con inni e tragedie, e di mettersi a scrivere un romanzo, se nel frattempo il romanzo non fosse diventato quel genere popolare, letto fin dai borghesi e – orrore! – dalle loro mogli e figlie, che era effettivamente diventato. La letteratura italiana tra le due guerre non sarebbe stata tutta così intensamente dannunziana (nel bene e nel male: dannunzieggiavano Arnaldo Fraccaroli, Guido Da Verona o Emilio Radius, ma antidannunzieggiavano tanti altri; Gli indifferenti è una sorta di Piacere andato a male, dove al posto dei soldi ci sono i debiti, al posto del buon gusto c’è il kitsch, anziché andare in estasi si scopa) se il grande successo di D’Annunzio non avesse “autorizzato” l’uso e l’abuso di tanta letterarietà, eccetera (questi esempi sono ipotetici, come noto).

Qualità

Allora, l’idea è che il concetto di “qualità” si applica alla letteratura applicata. Si potrà dire di un romanzo che è ben fatto, che emoziona, che si legge piacevolmente, che avvince, che lascia un segno su chi lo legge, che a leggerlo ci si imparan tante cose, eccetera eccetera, senza peraltro elevare spiritualmente: e lo si collocherà tra l’arte applicata – per la quale la buona fattura è importante, che dia emozioni è importante, che procuri piacere è importante, che avvinca è importante, che si faccia ricordare è importante, che sia istruttiva e formativa è importante, eccetera eccetera.

La qualità sarà così riconosciuta nella sua dimensione performativa, nella sua – se vogliamo – misurabilità rispetto a certi parametri. Avranno senso allora anche gli eventuali successi e insuccessi di vendite, per esempio; e non ci si costringerà né al semplicismo di dire: “se ha venduto tanto, è bello, se ha venduto poco, è brutto”, né alla perversione di dire: “se ha venduto tanto, è brutto, se ha venduto poco, è bello”.

Ora, la maggior parte dei prodotti artistici dai quali siamo circondati sono arte applicata (o hanno interventi di arte applicata). E’ arte applicata il pc sul quale sto scrivendo, con la sua bella cofanatura rossa, è arte applicata la copertina d’un libro, è arte applicata la musica dei film, eccetera eccetera. Sarà arte applicata anche il romanzo che leggiamo durante un lungo viaggio in treno, e che non leggeremmo in altre occasioni; sarà arte applicata anche il romanzo che leggiamo perché racconta la saga di una famiglia armena, e lo troviamo interessantissimo benché non ci sembri bello (cioè non ci eleva spiritualmente). Eccetera. (Sovrabbondo in eccetera, oggi: ma è perché sto buttando là un’idea, sto cercando di circoscrivere sommariamente un campo).

La maggior parte della letteratura che gli editori pubblicano è letteratura applicata. Non c’è niente di male, secondo me. Nella letteratura applicata la “qualità” è importante. Un romanzo d’azione, che si proponga di far passare piacevolmente il tempo e di dar soddisfazione con emozioni memorabili, non può avere tempi morti o prolissità. Un romanzo d’amore, destinato a un pubblico fortemente legato a un ridotto numero di schemi, non può violare tali schemi impunemente. Un pamphlet non può essere analitico. Un romanzo storico non può non avere abbondanti descrizioni. Un giallo veloce non può perdersi in descrizioni. Eccetera.

Nella “vera letteratura”, o nella “letteratura come fine art“, tutto questo è secondario. Tant’è che il Settecento e il Novecento hanno prodotto notevolissima letteratura fine art proprio contravvenendo ai criteri di qualità della letteratura applicata (o prendendoli bellamente in giro).

Non qualità

Ho il sospetto, insomma, che il discorso sulla “qualità” sia applicabile alle opere di letteratura applicata, e/o a ciò che vi è di “applicato” nelle opere di letteratura fine art. Un amico, ieri sera, mi faceva notare che questa mia distinzione tra letteratura applicata e letteratura fine art (o tra “letteratura pratica” e “belle lettere”, come suggeriva lui) gli ricordava tanto, se messa in atto all’interno di singole opere, la distinzione crociata tra poesia e non poesia. Può darsi, gli ho risposto: ma c’è una certa differenza tra il considerare la non-poesia come un qualcosa di spurio, di estraneo, di difettoso rispetto alla poesia; e il considerare la letteratura come qualcosa che un’applicazione, bene o male, essenziale o marginale, ce l’ha sempre. I Promessi sposi servirono, e assai efficacemente, a un progetto politico e culturale. L’opera di Tolstoj servì anche a costruire il tolstoismo. E’ possibile che, volendo sottrarre da un’opera tutto ciò che non è applicabile, non ne resti quasi nulla (di Guerra e pace resterebbero il ballo di Nataša, le nuvole in corsa del principe Andrej, e cos’altro?). E tuttavia, di quasi ogni opera si può – senza volerla smembrare – vedere il coté applicabile.

Ho il sospetto parallelo, però, che se si parla di qualità e basta, ossia se si rimuove la parola bellezza, si rischi di trattare tutta la letteratura come se fosse letteratura applicata.

So benissimo che è l’applicazione a far vivere un’opera letteraria: nell’immediato di sicuro, e forse anche a medio-lungo termine. Quando parlo di un romanzo a un editor o a un giornalista, posso anche mettermi a fare i salti mortali per testimoniare – a rischio del mio collo – quanto io ritenga bello quel tal romanzo; ma chi deve decidere se pubblicarlo o se recensirlo (e come pubblicarlo, e come recensirlo) è interessato in primo luogo all’applicabilità. Esattamente come, va detto, secondo la mia esperienza, la stragrande maggioranza dei lettori.

L’applicabilità è sempre eteronoma. Il resto, ciò che fa di un’opera letteraria un’opera d’arte, cioè un’opera che eleva spiritualmente, è autonomo. Autonomo nel senso che sta difronte alle stelle, difronte al mistero del tutto o del nulla, difronte a dio, quel che volete: autonomo nel senso che è soggetto solo a un’istanza cosmologica. Non prende legge dagli umani.

Se ho detto sciocchezze, grazie a chi me ne avvisa e mi spiega perché sono tali.

L’artista

Che cosa può fare l’artista?
L’artista può essere un genio della letteratura applicata, e divertirsi moltissimo a farla. Allora noi lo chiameremmo artigiano piuttosto che artista.
Ma all’artigiano potrebbe scappar di fare, preterintenzionalmente (o intenzionalmente: ma lui è più furbo di noi, e non lo dà a vedere), un’opera letteraria che oltre che piacevole, interessante, ben scritta, avvincente, nuova, eccetera, sia anche bella. E allora lo chiameremo di nuovo artista.
L’artista può opporsi all’applicabilità della letteratura; e può farlo in due modi. Primo: scrivendo letteratura inapplicabile (e allora, auguri). Secondo, pretendendo che la propria opera sia messa in commercio con strategie di diffusione e promozione che non ne valorizzino mai l’applicabilità (e allora, auguri).
L’artista può valorizzare l’applicabilità della letteratura: come si è fatto per tutto il Novecento, disfando e ricomponendo giocosamente e gioiosamente tutto ciò che riguarda l’oggetto massimamente applicabile, ossia la narrazione; e per questo oggi viviamo in un tempo di grande narratività.
L’artista può fregarsene dell’applicabilità: se viene, viene; è un problema dell’editore, semmai.
Eccetera.

Fine

Questo appunto è venuto più lungo e confuso di quel che sperassi. Ho l’impressione che la cosa importante (: che a me pare tale) sia venuta detta un po’ di sfroso. Allora provo a ridirla:

L’opera letteraria applicata è sempre eteronoma: prende legge dalle esigenze degli umani. L’opera letteraria non applicata, ossia artistica, ossia che ci eleva spiritualmente, è autonoma. Autonoma nel senso che esiste difronte alle stelle fisse, allo spirito, al tutto o al nulla, a colui che regge il mondo, eccetera: non prende legge dalle esistenze degli umani. Il suo posto è nel cosmo, non tra noi.

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56 Risposte to “Letteratura come arte applicata (tag: qualità) (appunto confuso)”

  1. paperinoramone Says:

    A me piace la scelta che tu fai di chiamare belle alcune opere per la loro capacità di elevare spiritualmente. Tu però sei credente e io no ( forse ho un atteggiamento simile al tuo ma non saprei dire ). Ma che succede se un’opera per te è bella e per me no?

    Tutte le distinzioni da te poste per me presentano un problema di partenza, che è la possibilità di distinguere. All’inizio citi le classifiche di qualità: ora, sebbene siano iniziative lodevoli in partenza, sono assurde. Cioè, tra la classifica basata sulle vendite e una basata su punteggi assegnati c’è solo una differenza di informazione, ma il principio è lo stesso, con l’aggravante che la prima svolge esattamente il suo compito, mentre la seconda no. Che senso ha usare un metodo che permette di misurare una cosa non misurabile?

    Mi pare quindi che sia utile discutere e applicare il concetto di bello fintanto che rimane un concetto e non una qualità intrinseca.

    Per esempio tu metti la musica dei film tra le arti applicate. Moltissime persone parlano di musica assoluta ma per me non ha senso, molta musica scritta per i film mi colpisce come tanta altra.

    Vabbè, quando parli di Gotta scrivi “facondo educatore”, forse è un refuso.

  2. Giulio Mozzi Says:

    Paperino: su Salvator Gotta mi sono permesso un po’ d’ironia. Devo spiegarla letteralmente, o basta questa indicazione di lettura?

    Per il resto: ho l’impressione che tu abbia letto l’articolo molto di corsa. L’essere credenti o no è ininfluente: il concetto di opera d’arte come ciò che consente di “accedere a una intuizione dell’universale attraverso la frequentazione di un oggetto determinato” è romantico-hegeliana. Se un’opera per me è bella e per te no, o viceversa, non c’è problema, perché il giudizio di bellezza è, come ho scritto, “una verità che si fa strada attraverso il consenso dei molti: una verità intersoggettiva”. Non ha nessun senso usare un metodo che permette di misurare una cosa non misurabile, e infatti non lo propongo. La musica per film è sicuramente “arte applicata”: cosa che non le impedisce, se càpita, di essere bella ed elevare spiritualmente (tant’è che la musica “pura” può essere usata nei film, e in quel momento e in quell’occasione diventa “musica applicata” – senza perdere la propria bellezza, ovviamente). In questo capoverso ho ripetuto cose che nell’articolo sono già scritte.

  3. paperinoramone Says:

    Giulio, scusa. Di corsa no, ho qua e là riletto. L’ironia non l’ho potuta cogliere per ignoranza ma non spiegarmela. Hegel e i romantici non li conosco. Rileggerò più volte comunque, non è che volessi contraddire qualcosa ( in effetti sembra così, peccato ), ho messi giù dei dubbi.
    La faccenda del metodo per misurare non volevo imputartela.
    Per quanto riguarda se un’opera è bella o meno devo probabilmente digerire il concetto di verità intersoggettiva.

    Il dubbio principale ( e spero di esprimerlo bene e che non sia già dissipabile con una miglior lettura e comprensione ) è: si considera letteratura applicata tutta quella che non raggiunge lo scopo che sappiamo. Ma un’opera potenzialmente non può ogni volta raggiungerlo? Si mette come giudice supremo il tempo però mi pare una forzatura.

  4. Giulio Mozzi Says:

    Certo che “un’opera potenzialmente può ogni volta raggiungere” quello scopo. Sta di fatto che ci sono opere che lo raggiungono, opere che non lo raggiungono, opere che non se lo pongono nemmeno come scopo, opere che lo raggiungono pur non ponendoselo come scopo.

  5. paperinoramone Says:

    ma se tale scopo viene raggiunto di volta in volta e magari la capacità può anche andare perduta, non è scomodo usare tale potenzialità come discrimine?

    Cioè: funziona benissimo mentre se ne sta parlando ma io non metterei mai per iscritto che tale opera appartiene alle belle arti. Più che altro non direi che x non appartiene.

    Spero davvero che non stai forzandoti per rispondere, parlarsi così è scomodo e poi uno si prende delle libertà.

  6. Giulio Mozzi Says:

    Vedi, Paperino, a me pare che non sia chiaro di che cosa tu parli. Ad esempio, in una frase come: si considera letteratura applicata tutta quella che non raggiunge lo scopo che sappiamo. Ma un’opera potenzialmente non può ogni volta raggiungerlo?, a me pare che tu stia parlando di una “potenzialità” delle opere. Mentre quando scrivi: ma se tale scopo viene raggiunto di volta in volta e magari la capacità può anche andare perduta, ho l’impressione che tu stia parlando di una “potenzialità” dell’autore.
    Peraltro, a me pare del tutto inutile ragionare sulle “potenzialità”. Abbiamo delle opere: scritte, fatte, finite. Ragioniamo su quel che sono, non sulle “potenzialità”.
    L’editore che deve decidere se pubblicare un’opera può fare dei ragionamenti sulle “potenzialità commerciali” (ciò che fa vendere l’opera: e ciò che fa vendere un’opera, almeno inizialmente, è sempre la sua applicazione); ma non può fare ragionamenti sulla “potenziale bellezza” di quell’opera. La bellezza (che, ripeto: non è argomentabile ma è testimoniabile) c’è o non c’è. E c’è, si vede che c’è, se c’è, anche in un’opera non finita, anche in un’opera claudicante dal punto di vista tecnico, anche in un’opera di scarsa applicabilità. Allora magari l’editore può lavorare con l’autore per portare quell’opera a maggiore finitura tecnica; può lavorare con la grafica e la promozione per metterne in evidenza l’applicabilità; ma il nucleo di bellezza che in quell’opera c’è, preesiste a tutto questo lavoro e non ne è toccato.

  7. demetrio Says:

    il discorso di giulio mi pare molto interessante. per due cose.

    1)C’è una cosa che vado pensando negli ultimi tempi è che più o meno questa: fino a un anno o due fa, quando scrivevo volevo scrivere delle “cose” belle. Negli ultimi tempi invece non mi interessa più che le cose che scrivo siano “belle” o “brutte” (e non mi interessano perché con il tempo non avevo ‘parametri’ di giudizio per stabiliere cosa per me è bello o brutto) ma che funzionino. “funzionare” per me significa: che la cosa scritta sia il più aderente possibile all’immaginazione che mi spinge a scrivere.

    questa aderenza all’immaginazione è qualcosa, almeno per come l’ho letto io, di molto vicino al discorso di elevazione spirituale di cui tu parli nel corso degli appunti.

    2) è certo che un discorso sulla qualità del libro secondo me deve toccare due aspetti: la prima è legata al lavoro che sta dietro a un libro (e credo che questo sia in parte definito nelle pratiche descritte nel manifesto tq) e in secondo luogo abbia a che fare con quelle regole che tu tratteggi come “letteratura applicata”.

    d

  8. SimoneGhelli Says:

    Anch’io le trovo delle considerazioni molto importanti, che perimetrano un territorio altrimenti troppo vasto e per certi versi sconosciuto: sono osservazioni che dovrebbero riportare il critico ad attenersi innanzitutto al testo e al suo funzionamento, perché di tutto il resto l’opera dirà da sola, col tempo…

  9. Giulio Mozzi Says:

    E quindi, Demetrio, stando al tuo punto 2, nel manifesto per l’editoria di Tq, nel quale si parla principalmente di qualità, si parla principalmente di letteratura applicata (o degli aspetti applicativi della letteratura). O no?

  10. Marco Says:

    Sono d’accordo su tutto quello che scrive Giulio. Se un’opera letteraria autonoma non prende le sue leggi dagli umani, quando gli umani la riconoscono come opera letteraria “di qualità”, quest’opera letteraria autonoma non diventa forse un’opera letteraria eteronoma ossia comincia a prendere legge dalle esigenze degli umani? (L’esigenza innanzitutto di riconoscere qualcosa di bello che è stato fatto). In poche parole, non appena dico: “E’ bello”, la assoggetto alle mie esigenze umane (l’esigenza innanzitutto di riconoscere che qualcosa di bello è stato fatto), e così facendo la faccio diventare letteratura applicata, che dunque non è più autonoma, e se non è autonoma, si sposta dal cosmo, viene tra noi, non è più “bello”.

    Mi viene da pensare, ora mentre scrivo, che la bellezza di un’opera d’arte si dia solo per riverberi. C’è qualcosa là fuori che riverbera una luce nuova, particolare, più luminosa, bella, e io non so nemmeno bene da dove questa luce provenga, la vedo solo nei riverberi, tra le fronde degli alberi o riflessi nell’acqua di uno stagno, e quando guardo sù, le chiome degli alberi o le nuvole, c’è sempre qualcosa d’altro che me la copre…

  11. Federico Platania Says:

    Leggendo l’articolo mi ero posto la stessa domanda contenuta nell’ultimo commento di Giulio.

    Se per la letteratura applicata ha senso parlare di classifiche o di misurazione “oggettiva” (le virgolette sono d’obbligo) della qualità dell’opera, per le fine arts è impossibile.

    Avrebbe però senso costituire dei gruppi che anziché misurare le opere le promuovano senza l’onere della prova. Insomma: propaganda (prendendo il termine nell’accezione più neutra possibile).

  12. demetrio Says:

    secondo me sì, perché si parla soprattutto di pratiche e di azioni più che di opere.

  13. la mucca Says:

    mi piacerebbe approfondire il discorso sul tempo come giudice e più in generale introdurre le variabili ‘tempo’ e ‘giudizio’.
    tempo inteso anche come tempo attuale e le inevitabili tecnologie che lo condizionano.

    esempio: pastorale americana l’ho trovato alfin noioso. indignazione l’ho trovato un capolavoro. pastorale americana è in tutte la classifiche dei libri da leggere assolutamente prima di morire.
    chi è il giudice? perché sul web parecchi sono già contenti di avere anche solo comperato pastorale americana? ne vanno fieri, pubblicano fotografie dell’acquisto, non vedono l’ora di incominciare a leggerlo: come acquistare lacoste e sentirsi belli solo per il coccodrillo in vista.
    è un libro che gode di ottima fama. è letteratura “”di qualità e di genere””, un succeso “”di critica e di pubblico””.
    domanda: qual è il meccanismo per cui certi libri (e certi film) godono di un pregiudizio positivo? la domanda è retorica, direi che dobbiamo prendere atto che succede e basta. tuttavia a mio avviso questa è una variabile importante.

    altro esempio: quante opere non conosciamo, perché non sono mai state prodotte? la storia la fanno i vincitori e chi vince prende tutto. tizio scrive un romanzo che è arte, nel senso che non ha i crismi della pubblicabilità, è “autonomo”. caio scrive una cosa analoga. tizio riesce, con anche fortuna, a uscire sul mercato. caio no. tizio è “”riconosciuto”, e questo riconoscimento gli consente di continuare a produrre la sua “arte”. caio non è certificato, e non lo sarà mai. volendo dare parametri, ipotizziamo che l’opera di tizio valga – “tecnicamente” – 8/10 e quella di caio 7,75/10. è stato scelto tizio, e tizio ha preso tutto, caio niente. il riconoscimento di tizio – e conseguente diffusione dell’opera, di parole su quell’opera – fa sì che tizio abbia qualcosa da dire nel panorama letterario attuale. diventa “famoso”, e anche se non viene letto dalla massa, sulla sua opera si dibatte, si discute. caio avrebbe avuto una poetica diversa, ma….non esiste. il tutto per quello 0,25 o per sua sfortuna.
    succede, è normale, si prenda atto. tuttavia anche questo è un aspetto da non sottovalutare.

  14. Filippo Albertin Says:

    Lungo intervento, analitico e appassionato (ovviamente). Non potrebbe essere diversamente. Ci sono idee molto precise, molto condivisibili, molto attinenti alla ragionevolezza. Mi permetto un rapidissimo appunto (questo sì, esattamente un appunto scribacchiato, per quanto a inchiostro digitale su schermo):

    Domanda #1

    Posto che una “letteratura di qualità” è una letteratura che “funziona”, cioè che mediamente “si lascia leggere” — vuoi perché è scorrevole, vuoi perché è scritta in modo da suscitare curiosità e suspence, vuoi perché, pur essendo complicata in lettura, genera morboso attaccamento e voglia di sviscerare il contenuto, vuoi perché tratta temi che avvincono e che in qualche misura oltrepassano certe asperità della forma, vuoi per questo, vuoi per quello — esistono letterature che vengono vendute e stravendute in TOTALE assenza queste caratteristiche?

    Domanda #2

    Quanto della qualità della letteratura è derivante dall’atteggiamento e dall’educazione (e del gusto) del lettore?

    Mi esprimo in tal modo, cioè con due domande in contemporanea, valutando quelle macchine apparentemente perfette che sono i telefilm americani che invadono le nostre televisioni (penso che in ambito letterario cartaceo si possano fare le medesime considerazioni). Si tratta di prodotti perfettamente oliati, che vengono additati come standard dai quali attingere e ai quali attenersi, che costituiscono il paradigma di qualità, che catturano l’attenzione e inducono il telespettatore medio (che non sono io) a fermarsi e guardare. Eppure io non vedo in questi prodotti la qualità, ma la monopolizzazione del codice linguistico da parte del Sistema.

    Per intenderci, io sono più affascinato dalla narratività di un Alfred Hitchcock, di un Sergio Leone, di un Pupi Avati (salto di palo in frasca tanto per farmi capire). Non solo: a tante “perfezioni odierne” preferisco addirittura (e molto) un classico di Bud Spencer e Terence Hill, piuttosto che un Vieni Avanti Cretino con la vecchia versione di Lino Banfi (la scena del primo giorno di lavoro col dr. Thomas è magistrale), che a mio avviso esprimono un modello di base molto più riflessivo, fatto di pieni e vuoti, e privo delle pre-concettualità che oggi sono invece l’elemento costituente di ogni narrazione.

    Riassumendo: per me qualità significa dire bene ed efficacemente qualcosa di stimolante, coerentemente con il messaggio di tale stimolo.

    Tante cose possono essere stimolanti, dalle più alte alle più terra terra. Una cosa è certa: una parte (anche cospicua) la può fare solo la forma, ma tutto il resto è appannaggio del lettore. Della sua mente, del suo vissuto, e di ciò che lo circonda nell’oggi.

  15. Giulio Mozzi Says:

    Marco (Candida): ma riconoscere che una cosa “è di qualità” non è la stessa cosa che dire che una cosa “è bella”. Sono due affermazioni che riguardano diversi e distinti aspetti di un’opera.

    Demetrio: e se è così, forse c’è un ripensamento da fare.

    Marco (Giacosa) detto “la mucca”: da un lato (dal lato della conoscenza) a me importa moltissimo conoscere i meccanismi e le procedure per mezzo dei quali certe opere emergono a scapito di altre. Dall’altro lato, tendo ad avere una certa fiducia nella capacità della società letteraria di comunque e nonostante tutto far emergere le opere belle. Magari ci vuole un po’ di tempo.

    Filippo: 1. No. 2. La qualità è storica, tant’è che opere considerate per secoli di eccelsa qualità oggi sono considerate illeggibili o almeno noiosissime (mai provato a leggere Tibullo?). La bellezza invece, essendo una “porta” verso l’assoluto, lo spirito, dio, la forma del mondo, o comunque tu voglia chiamarlo, non è storica.

  16. Marco Says:

    Sì, io ho scritto “di qualità” ma avrei dovuto scrivere “bella”. Se nel mio intervento sostituisci “di qualità” con “bella”, a quel punto si rimane nello stesso ambito, senza confondere, giustamnente come rilevi, i piani della “qualità” con quelli della “bellezza”.

    Volevo solo notare che se qualcosa di bello non sottosta alle leggi degli umani, nel momento in cui gli umani sono in grado di riconoscerla come bella, la assoggettano alle loro leggi.

    Come un sole che non puoi guardare sennò ti acceca, quando lo guardi senza accecarti significa un sole spento.

  17. Giulio Mozzi Says:

    Sì, Marco. E l’immagine del “riverbero” mi piace molto.

  18. Filippo Albertin Says:

    La bellezza — tu dici — è una porta verso una serie di cose; una serie di cose, mi permetto di dire, molto diverse tra loro; una serie di cose che sono state peraltro abbastanza definite, per quanto io possa chiamarle e additarle secondo schemi personali.

    Ma di che bellezza parli? Cioè, di cosa stai parlando quando parli di bellezza? La bellezza, che so, di Brooke Shields a diciotto anni — che è bellezza tanto per me, pianista e compositore classico, quanto per un qualsiasi ventenne che ascolta lo Zoo di 105 e ha come massimo ideale estetico il suo skateboard — non credo sia la stessa bellezza che accomuna un sacco di Burri, la suite sinfonica La Mer di Claude Debussy, un pezzo per prepared piano di John Cage, un’architettura del Palladio, arie mozartiane, un film di Roger Corman con protagonista Vincent Price, fumetti di Crepax, il romanzo Moby Dick e i racconti di Buzzati.

    Per me la bellezza è un mix di interesse e funzionamento nel contattare la sua fonte. Ha una componente fisiologica e formativa. Si dice “non è bello ciò che bello, è bello ciò che piace”. Ma “piace” ciò che come minimo arriva, ciò che attraversa la coltre di rumore di fondo (sempre più assordante).

    Nota: Al mio quesito n. 1 hai risposto perentoriamente no, e non dubito che tu abbia ottimi motivi per giustificare tale risposta. Ma cosa ne pensano altri commentatori?

  19. Simone Ghelli Says:

    Per come è stato qui definito, mi pare che il “bello” si apparenti al “sublime” (e difatti son stati chiamati in causa i romantici), mentre il bello in senso classico (in quanto armonia delle parti, ad esempio) si avvicinerebbe piuttosto alla “qualità” nell’arte applicata…

  20. Stefano Says:

    L’aspetto che mi affascina di più in queste considerazioni è la possibilità di una bellezza ‘preterintenzionale’ da parte di scrittori anche orgogliosamente ‘applicati’. L’esempio di Dumas è perfetto: com’è che due suoi romanzi sono diventati degli archetipi ancor oggi validi ed il resto della sua produzione anche di enorme successo è sprofondato nel buio? Cos’è successo nel Conte di Montecristo che non è successo ne I Mohicani di Parigi?
    Identificare la bellezza con l’elevazione spirituale e poi, privilegiando il risultato dell’opera sull’intenzione, ammettere che questa bellezza possa essere ottenuta ‘per sbaglio’ apre prospettive curiose, specie in considerazione di un altro aspetto.
    Oggi qualsiasi tentativo, come il suo, di stabilire delle gerarchie (perchè avanzare il valore dell’elevazione spirituale non può non formare una gerarchia di valore, di alto e meno alto e basso) va contro all’ethos della Rete e della società tutta in genere che accetta solo il gusto soggettivo come criterio e diffida di quanti vogliono imporre canoni e gerarchie di valore. Personalmente la penso come Girard, il gusto soggettivo come unico valore si presta al desiderio mimetico, al ‘mi piace perchè piace agli altri’. Ritenere che il bello possa avvenire ‘per caso’ permetterebbe di guardare con maggior equanimità ad un mercato che, oggi, pare privilegiare assolutamente la letteratura applicata e non fa nemmeno finta di cercare qualcosa d’altro che non sia quell’unica applicazione…

  21. Dinamo Seligneri Says:

    Credo che questa catalogazione abbia intascato più utili argomentativi che verità, cioè che si creino troppi tronconi che restano scissi e cementificate gli uni dagli altri(quindi non comunicabili, anche se servibili per discutere) mentre la realtà letteraria è più simile ad una pappetta omogeneizzata, un grosso cocktail con troppa frutta e poco liquore.
    Secondo me, è più valido un discorso che non perda mai di vista il concetto di Allargamento dei domini estetici e di canone. La dignità d’un’opera d’arte non è data da direttrici critiche neutre, lo sappiamo, ma da una certa critica che acquista in sé una poetica e con esso costruisce un pattuglia di libri “buoni et igienici” con tanto di plotone d’esecuzione per fucilare i libri puzzoni. Le opere che nascono nella periferia di questo centro autosufficiente, di questa caserma, devono combattere per assurgere all’importanza d’opera d’arte. I modi di Allargare il dominio estetico sono tanti, ma tutti hanno una matrice politica (ovviamente non partitica, ma di lotta). Chi avrebbe letto Manganelli come un classico, se non fosse passato il Gruppo ’63 a rimisurare il concetto di Letteratura? Di apripista solitari ce ne sono stati altri in tutti i tempi, che hanno sgomitato come pazzi dentro la camicia di forza dei generi e della Letteratura “data”, la Letteratura “alta”.
    Oggi un’opera come l’Ulisse di Joyce che non scodella messaggi, non dà punti d’appoggio sui TEMI UNIVERSALI, è di suo un’opera UNIVERSALE (cosa impensabile fino a qualche “giorno” fa). C’è stato un allargamento, una lacerazione dentro cui s’è tolto dalle catene un mondo che n’è uscito a cascata, con tutto il buono e il cattivo del caso.
    Le maglie della letteratura si allargano e si restringono secondo i candeggi, secondo il verso che piglia il mondo e secondo quello che gli autori producono, anche e soprattutto sotto la spinta del mercato editoriale di massa e le minacce dell’informazione su internet.
    Io dico che è inutile lambiccarsi la testa attorno a ciò che è qualità, ciò che è applicato ciò che eleva lo spirito e quello che lo soffoca. La letteratura ha i precedenti (cioè i Classici che si sono incasellati nella storia delle fatiche umane occupando spazi di proprietà privata praticamente intoccabile o quasi, secondo lotte alla norma e adesioni alla norma) e opere più recenti che provano come minuscoli spermatozoi a impregnare la Grande Madre, allargandone ed appesantendole il carico.

  22. enrico Says:

    cerco giulio di recuperare quello che ho capito, mi scuserai: l’arte applicata ha come limite definitorio l’arte bella, cioè l’arte applicata è in quanto non è arte bella (anche se può esserlo) ma l’arte bella non è definibile. L’arte bella è cosmologica, ed eleva spiritualmente. In questo lavorìo di concetti e articolazioni di concetti, l’arte bella è il mistero perché raggiunge non si sa come l’ineffabile. Non si sa come. Non è tecnica, o artigianato. Non è “industria”. Se piango (rido) leggendo una poesia perché mi tocca profondamente – è arte applicata (?) – è fatta per commuovermi, non è necessariamente bella… eppure quel toccare la mia umana sensibilità, quello snudare un sentimento vivo, quella è una faccia della sua bellezza, una luminosità della sua bellezza, che – penso – sia complessa. Come ha fatto? Come ha fatto quell’impasto di visione e di linguaggio a toccare la “carne” del mio essere umano? Forse posso dirlo. Suggerire che ho pianto (ho riso) perché l’opera ha squarciato un velo, ha detto qualcosa di terribilmente… sensibile. Io direi: qualcosa di vero, di non alienato (in subordine: di non mercificato/abile). Un’esperienza di tale sconvolgente bellezza l’ho provata con “Mister Butterfly” di Buten o con la poesia di Ghiannis Ritsos.

  23. mauro mirci Says:

    Mi piace, ma ho il dubbio che, alla fine, non esista arte che non sia applicata, e il dubbio me lo induce proprio ciò scrivi a proposito dell’autonomia dell’opera d’arte. Come può l’essere umano concepire ciò che sta di fronte alle stelle e Dio? Può aspirarvi, magari intravederlo e ragionare su ciò che intravede. Ma idearlo e produrlo addirittura? Solo ammettendo la creazione di un uomo fatto a immagine e somiglianza della divinità si può, in certa misura, ammetterlo. E forse per te, credente, è più facile che per me, scettico.
    Che scrivevo? Ah, ecco. Se non esiste arte (e letteratura) che non sia (in qualche modo) applicata, diventa veramente difficile distinguere tra questa e le “belle arti”. E allora come “applicare” un criterio tassonomico quando due oggetti possono essere lo stesso? Oddio, provo a spiegarmi meglio sperando di non incartarmi. Tutta la letteratura è arte applicata (lo azzardo io), ma una parte di essa, a giudizio di molti e qualificati (la verità intersoggettiva), è “arte bella”. Cioè (se ricordo qualcosa della teoria degli insiemi), l'”arte bella sta dentro l’insieme delle arti applicate. Per esempio La divina Commedia (opera unanimemente riconosciuta di grande valore artistico) sta nell’insieme dei poemi didattico-allegorici (sotto-insieme delle arti applicate). Allora La Divina Commedia (e gli altri poemi didattico-allegorici che sono anche opere d’arte) costituisce un sotto-sotto-insieme delle arti applicate (ammettiamo, per una attimo, l’esistenza di questo sotto-sotto-insieme che contenga solo l’opera di Dante e poche altre).
    Una parte del tuo ragionamento (quello che fa riferimento alla preterintenzionalità o meno nella produzione di un’opera di “arte bella”) mi pare parli questo. Solo che un insieme (le arti applicate) non può essere diverso dal complesso degli oggetti in esso contenuti (e quindi anche l””arte bella”), e quindi La Divina Commedia è un esempio di letteratura applicata, con in più la caratteristica di essere “bella”.
    Conseguenza del mio ragionamento è che la tua affermazione: “Ho il sospetto, insomma, che il discorso sulla qualità sia applicabile alle opere di letteratura applicata” prenderebbe il significato che la qualità sia applicabile a tutta la letteratura (in quanto, essa, tutta appartenente all’insieme delle arti applicate).
    Diverso sarebbe dire che il discorso sulla qualità è inapplicabile per tutte quelle opere definibili belle e sublimi.
    Ma per definire un’opera letteraria bella e sublime, essa deve pervenire a qualcuno che possa leggerla e giudicarla. Le opere pubblicate anno già avuto un’applicazione (qualcuno ha pensato che altri le avrebbero comprate, lette, criticate), quelle non pubblicate sono in cerca di chi le pubblichi per rivelarle al mondo (si propongono come applicabili). Ho serie difficoltà a immaginare un’opera letteraria il cui autore non nutra nemmeno una piccola aspirazione di pubblicazione e, quindi, di applicabilità.

  24. Sebastiano Bisson Says:

    Interessante analisi Giulio, la sottoscrivo senz’altro, soprattutto per l’assenza di giudizio nella categorizzazione, caratteristica che quasi sempre manca, come tu stesso segnali, in altri tipi di definizione. Mi chiedo, ma quasi per gioco, si può allargare il campo e pensare addirittura ad un parallelo fra scienze pure e scienze applicate?

  25. enrico Says:

    Ecco che emerge un addentellato del discorso più generale, nel discorso di Mauro: se cioè arte applicata = arte inserita in un genere, e poi che cos’è un genere letterario (poema didattico-allegorico, romanzo ecc.)…

  26. enrico Says:

    “Un libro non ha bisogno di essere facile per essere letto, o di essere difficile per essere un buon libro. Non deve essere altro che se stesso. Un buon libro è un compagno , un conforto e una fonte di ispirazione per quelle buone azioni senza le quali la vita è qualcosa di spregevole. Un buon libro è qualcosa per cui morire. Sia i lettori che gli scrittori possono legittimamente avere il privilegio di vivere e di morire per un libro” (W.T. Vollmann da “Pulp”, luglio agosto 2011)

  27. Filippo Albertin Says:

    Una volta ho sentito dire (da un’insegnante di educazione artistica del liceo classico [Tito Livio, Padova]) che l’Arte (figurativa e plastica, nel suo caso) nasceva nella notte dei tempi come espressione PRIVA DI FUNZIONI. Ora, è chiaro che una “definizione” del genere, almeno presa nella sua perentorietà, non è accettabile. Ma un fondo di attendibilità c’è ugualmente.

    L’Arte, pur avendo ovviamente una qualche funzione, cioè uno scopo, che può essere tanto univoco quanto multiplo e multilivello, dovrebbe avere funzioni e scopi “di un certo tipo”, che non siano cioè scopi riguardanti la sola abilità tecnica nell’implementarli. Un oggetto di design (come la Vespa) è un oggetto che attinge “anche” dal mondo dell’arte, ma non è Arte, non è e non sarà mai un quadro di Monet. Il design è frutto di una creatività applicata alla funzionalità (spicciola), ed ecco che torna il termine “funzione” (una scarpa da ginnastica, un’auto, un articolo di giornale, etc…).

    Parlando di “qualità” siamo un po’ nel mezzo, tra la routine di un mestiere (Arti e Mestieri, no?) e l’illuminante esistenza di pezzi unici che sono, per quanto riprodotti in serie (es. libri) l’Arte. Mi rendo conto di quanto questo specifico territorio concettuale e mercantilistico, specie oggi, dove tutto è industria e freddezza, sdoganamento e ferocia, sia impervio e di difficile definizione e mappatura.

    Però diciamocelo; non c’è nulla di cui vergognarsi: tutta questa discussione sulla qualità nasce da un manipolo — mi si perdoni la generalizzazione — di gente molto brava, talentuosa e ispirata (i trenta-quarantenni del manifesto) che a un certo punto si è vista passare avanti la “bassa qualità”. Questa bassa qualità, però, altro non è che il compagno di banco mediocre e maleducato che poi abbiamo visto ricoprire un incarico fisso in qualche ufficio comunale, piuttosto che esercitare in uno studio associato con tanto di targa di ottone in bella mostra nel centrocittà. La bassa qualità, di cui invisibilmente si parla quando si cerca di definire il suo contrario, è ciò che contemporaneamente infastidisce gli esclusi e funziona sul mercato. La bassa qualità è il tipo “senza qualità” che ci ha soffiato la ragazza. E a mio avviso questa disquisizione, così aulica, seria, documentata, ragionevole e “alta”, dovrebbe giungere a uno snodo cruciale: Chi vuole l’alta qualità nell’editoria? E cosa intende fare per ottenerla?

    Vedremo anche nei libri la stampigliatura che troviamo nel latte fresco 100% italiano?

  28. mauro mirci Says:

    Ma Enrico, io non ho detto che la l’arte applicata coincide con l’arte inserita in un genere. Casomai, da quello che dico, viene fuori che l’arte inserita in un genere appartiene al grande insieme dell’arte applicata. E, seguendo il filo logico tracciato da Giulio, che un’opera d’arte può nascere anche come opera di genere.

    @ Filippo Albertin – Ribaltando il tuo punto di vista, il presunto mediocre potrebbe pure sostenere (e magari con ragione) di aver lavorato tanto per quella targa d’ottone, di aver buttato il sangue proprio per superare quel giudizio di mediocrità attribuitogli da chi si percepisce come “migliore” (e magari lo era, ma nella vita si cambia). Mica è detto che i mediocri e i maleducati abbiano per forza una vita facile.

  29. lucia Says:

    Da Wikipedia (Van Gogh) si potrebbe sostenere che Van Gogh,[51]
    « ha capito che l’arte non deve essere uno strumento, ma un agente della trasformazione della società e, più a monte, dell’esperienza che l’uomo fa del mondo. Nel generale attivismo, l’arte deve inserirsi come una forza attiva, ma di segno contrario: lampante scoperta della verità contro la crescente tendenza all’alienazione e alla mistificazione. Anche la tecnica della pittura deve mutare, opporsi alla tecnica meccanica dell’industria come un fare suscitato dalle forze profonde dell’essere: il fare etico dell’uomo contro il fare razionale della macchina. Non si tratta più di rappresentare il mondo in modo superficiale o profondo: ogni segno di Van Gogh è un gesto con cui affronta la realtà per cogliere e far proprio il suo contenuto essenziale, la vita »
    Credo che questo valga anche per la letteratura e per l’arte in generale.
    Ciao Lucia

  30. paperinoramone Says:

    Provo a chiarirmi meglio ( ammesso che una volta riuscitoci acquisti maggior senso ): io intendevo attenermi alle opere fatte e finite. Accettando l’idea che la bellezza c’è o non c’è, laddove non ci sia non potremmo averne la certezza perché ogni possibile lettore potrebbe far accadere “l’evento”, testimoniarne la bellezza ( sempre che la testimoniabilità la intendi in questo senso ). Questo mio modo di vederla potrebbe essere inesatto tanto quanto inappropriato, non so. Anche a me capita di pensare che certe opere hanno qualcosa di speciale, in musica poi ( che comprendo meglio ) succede spesso che la voglia di tecnica rovini la bellezza, però poi questo “qualcosa di speciale” mi pare solo un effetto che colpisce me come non colpisce un altro, e viceversa. Per questo la bellezza mi pare potenzialmente ovunque, perché la considero alla nostra portata. Ciò che mi mette in crisi è che sulla bellezza possiamo non metterci d’accordo, se la bellezza c’è o non c’è dovrebbe essere stabilito in maniera inequivocabile.

    Ecco, più o meno. Grazie comunque per la dispnibilità, l’attenzione e lo spazio concesso.

  31. Giulio Mozzi Says:

    Filippo Albertin, qui: “Ma di che bellezza parli?”. Non di quella di Brooke Shields a diciotto anni. Parlo della bellezza delle opere d’arte, che è tutt’altra cosa dal “bello naturale”.

    Simone Ghelli, qui: “Per come è stato qui definito, mi pare che il “bello” si apparenti al “sublime” (e difatti son stati chiamati in causa i romantici), mentre il bello in senso classico (in quanto armonia delle parti, ad esempio) si avvicinerebbe piuttosto alla “qualità” nell’arte applicata”. Sì. E indubbiamente i “classici” pensavano all’arte quasi solo in termini di arte applicata.

    Stefano, qui: “Oggi qualsiasi tentativo … di stabilire delle gerarchie (perchè avanzare il valore dell’elevazione spirituale non può non formare una gerarchia di valore, di alto e meno alto e basso) va contro all’ethos della Rete e della società tutta in genere che accetta solo il gusto soggettivo come criterio e diffida di quanti vogliono imporre canoni e gerarchie di valore”. Capisco l’equivoco, ma non è mia intenzione usare la distinzione arte bella / arte applicata in senso gerarchico. Anche perché, se così si facesse, si spiegherebbe poco il fatto che – appunto – la bellezza può prodursi anche preterintenzionalmente (e ci sono anche scrittori che vogliono forsennatamente fare arte bella; e fanno opere che, a loro giudizio, sono belle per certe ragioni; mentre a noi sembrano, quelle opere, effettivamente belle: ma la bellezza non sta là dove l’autore riteneva di averla messa…).
    Direi che piuttosto di una gerachia ho provato a stabilire una alterità. La bellezza è qualcosa che irrompe nell’opera, qualunque posizione l’opera stessa occupi nel sistema delle arti. (“La colomba discende e rompe l’aria / con fiamme di terrore incandescente”). (E rimando all’immagine del “riverbero” proposta da Marco Candida, qui).

    Dinamo Seligneri, qui: “Io dico che è inutile lambiccarsi la testa attorno a ciò che è qualità, ciò che è applicato ciò che eleva lo spirito e quello che lo soffoca”. Sarei d’accordo con te, se non fossi altro che un lettore. Disgraziatamente, lavoro nell’editoria e devo (a) fare delle scelte, ovvero decidere quali opere proporre e quali non proporre per la pubblicazione, (b) giustificarle.

    Enrico, qui: “In questo lavorìo di concetti e articolazioni di concetti, l’arte bella è il mistero perché raggiunge non si sa come l’ineffabile. Non si sa come. Non è tecnica, o artigianato. Non è “industria”. Se piango (rido) leggendo una poesia perché mi tocca profondamente – è arte applicata (?) – è fatta per commuovermi, non è necessariamente bella… eppure quel toccare la mia umana sensibilità, quello snudare un sentimento vivo, quella è una faccia della sua bellezza, una luminosità della sua bellezza, che – penso – sia complessa. Come ha fatto? Come ha fatto quell’impasto di visione e di linguaggio a toccare la “carne” del mio essere umano? Forse posso dirlo. Suggerire che ho pianto (ho riso) perché l’opera ha squarciato un velo, ha detto qualcosa di terribilmente… sensibile”. E qui siamo, come notava Simone Ghelli (vedi sopra), dalle parti del bello inteso (e fisicamente vissuto) come “sublime”.

    Mauro Mirci, qui: “Mi piace, ma ho il dubbio che, alla fine, non esista arte che non sia applicata, e il dubbio me lo induce proprio ciò scrivi a proposito dell’autonomia dell’opera d’arte. Come può l’essere umano concepire ciò che sta di fronte alle stelle e Dio? Può aspirarvi, magari intravederlo e ragionare su ciò che intravede. Ma idearlo e produrlo addirittura? Solo ammettendo la creazione di un uomo fatto a immagine e somiglianza della divinità si può, in certa misura, ammetterlo. E forse per te, credente, è più facile che per me, scettico”. Be’, Mauro, basta che un genitore guardi la propria creatura per sapere come si può concepire qualcosa “che sta di fronte alle stelle e Dio”… Detto questo: probabilmente hai ragione, ma non è necessario essere cristiani cattolici. Basta averci una qualche metafisica di riferimento.

    Scrivi ancora, Mauro: “Se non esiste arte (e letteratura) che non sia (in qualche modo) applicata, diventa veramente difficile distinguere tra questa e le ‘belle arti’. E allora come ‘applicare’ un criterio tassonomico quando due oggetti possono essere lo stesso?”. E aggiungi più avanti che quando io dico: “Ho il sospetto, insomma, che il discorso sulla qualità sia applicabile alle opere di letteratura applicata”, ciò “prenderebbe il significato che la qualità sia applicabile a tutta la letteratura (in quanto, essa, tutta appartenente all’insieme delle arti applicate). Diverso sarebbe dire che il discorso sulla qualità è inapplicabile per tutte quelle opere definibili belle e sublimi”. D’accordo. Ma se io mi tolgo il pensiero (vedi ciò che scrivo qui sopra rivolto a Stefano) di fare gerarchie e/o tassonomie, e mi limito a considerare che “tutta l’arte è applicata e può essere bella”, allora vedo che, data un’opera, si può fare un discorso di qualità in riferimento a ciò che in essa è applicabilità. Quanto all’alterità della bellezza, o c’è dal principio o non c’è niente da fare.

    Sul discorso di Mauro annota Enrico, quiEcco che emerge un addentellato del discorso più generale, nel discorso di Mauro: se cioè arte applicata = arte inserita in un genere, e poi che cos’è un genere letterario (poema didattico-allegorico, romanzo ecc.)…”. L’arte di genere spesso ha l’aria di essere stata prodotta specificamente per l’applicazione. Ma – non mi stancherò di ripeterlo – ci andrei piano con gerarchie e tassonomie.

    Sebastiano Bisson, qui: “Mi chiedo, ma quasi per gioco, si può allargare il campo e pensare addirittura ad un parallelo fra scienze pure e scienze applicate?”. A che pro?

    Lucia, citando Wikipedia su Van Gogh, qui: “Nel generale attivismo, l’arte deve inserirsi come una forza attiva, ma di segno contrario: lampante scoperta della verità contro la crescente tendenza all’alienazione e alla mistificazione”. Diciamo che la confusione tra qualità e bellezza è un effetto della tendenza all’alienazione e alla mistificazione.

    Paperino, qui: “Accettando l’idea che la bellezza c’è o non c’è, laddove non ci sia non potremmo averne la certezza perché ogni possibile lettore potrebbe far accadere ‘l’evento’, testimoniarne la bellezza (sempre che la testimoniabilità la intendi in questo senso)”. Grazie, ho finalmente capito. Ma il ragionamento mi pare sbagliato, e per di più inutile. E’ vero che ogni possibile lettore potrebbe sentire la bellezza di/in una certa opera. Io ho scritto nell’articolo: “La verità sull’effettivo o non effettivo raggiungimento dello scopo dell’elevazione spirituale […] è una verità che si fa strada attraverso il consenso dei molti: una verità intersoggettiva. Il luogo comune che dice: il miglior giudice è il tempo, mi pare opportunamente richiamabile”. Tra ciò che potrebbe sentire un possibile lettore e l’effettivo consenso dei molti, mi pare corra una bella differenza. Il fatto che a qualcuno piaccia mangiare la merda non comporta che, guardando una merda, noi siamo tenuti a considerarla una potenziale leccornia. Mentre il fatto che a tantissimi piaccia mangiare il cioccolato rende irrilevante il fatto che a me il cioccolato non piaccia e impone di considerare il cioccolato in genere come una leccornia, e ciascun singolo pezzo di cioccolato che ci capiti davanti come possibile vettore di un’esperienza di leccornicità. (L’esempio, autobiografico per quanto concerne il cioccolato, è deliberatamente estremo).

    Grazie.

  32. Filippo Albertin Says:

    Sulla merda e sul cioccolato, una piccola provocazione. Posto che a me non piace la prima (anche se a ben vedere non l’ho mai assaggiata), e dato che il secondo piace alla maggioranza della popolazione, non pensi che dietro “il bello” POSSA nascondersi una manovra mercantilistica del Sistema imperniata su basi fisiologiche? (Io credo infatti che “il bello” abbia delle basi fisiologiche. Che possa anche essere inteso in termini sensoriali, così come il cioccolato in termini organolettici.)

    Esempio 1 — Molti scienziati sostengono che la dieta vegana (io non sono vegano) sia quella fisiologicamente migliore per l’uomo, che si è adattato a nutrirsi di carne solo per ragioni di scarsità, siccità e rivolgimenti ambientali. Sembra infatti che l’intestino umano sia troppo lungo rispetto a quello dei carnivori, che devono digerire molto rapidamente per non innescare processi putrefativi che producano tossine. In questo caso ci troveremmo davanti a una deviazione imposta dall’ambiente.

    Siccome il nostro ambiente non è fatto solo di Natura, ma anche di Sistema, mi viene in mente che anche la bellezza POSSA essersi evoluta in questo modo, cioè dirottata dal Sistema (anche solo parzialmente, anche solo per determinanti sfumature).

    Esempio 2 — Molti (numericamente, gli stessi molti che considerano la nutella un godimento sessuale) pensano che l’assenzio sia una sorta di LSD del diciannovesimo secolo. Niente di più assurdo: l’assenzio è un distillato che nell’Ottocento si diluiva con dell’acqua gelida zuccherata per ricavarne, semplicemente, una bevanda piuttosto alcolica (circa 12 gradi). Non esiste alcun documento che attesti la consumazione dell’assenzio con il laudano, e neppure che l’assenzio venisse fatto bruciare insieme alla zolletta di zucchero, per farla caramellare (altra leggenda per sovrapporre l’immagine al comportamento del cocainomane). Verlaine diceva che al terzo boccale d’assenzio la realtà “appariva quale era veramente”, e gli uomini di marketing hanno semplicemente e opportunamente raccolto questa dichiarazione per vendere i loro liquoracci verdi fluorescenti come droga retrò. Ma faccio notare che Verlaine parlava del terzo boccale di un intruglio che superava i dieci gradi! Cioè: al terzo sei ubriaco fradicio! Una sbronza alla Bukowski e nulla più. Riassumendo, l’assenzio è stato oggetto di una campagna di boicottaggio prima, e di un ripescaggio poi per altre ragioni. Il boicottaggio — che evidentemente l’ha escluso dal campo del bello e del buono — aveva ragioni economiche (il Sistema): i produttori di cognac si resero conto che tale bevanda iniziava ad essere prodotta a costi molto bassi, tanto da renderla disponibile per i ceti meno abbienti (vedi iconografia pittorica dell’epoca), e hanno iniziato a dire che rendeva pazzi, assassini, sanguinari. Oggi quindi noi non beviamo solitamente assenzio, ma birre doppio malto piuttosto alcoliche.

    Idem dicasi per il cioccolato, per la Cocacola, per le fibre sintetiche e per tutte le cose che noi oggi consumiamo come standard.

    Se la leccornicità esiste, la sua esplorazione, a mio avviso, dovrebbe muoversi lungo i binari di una controllata messa in discussione — non esclusione, ma solo “messa in discussione” — anche del cioccolato.

    Per farlo ci serve una base. La base che utilizzava Pierre Boulez era il serialismo integrale (dico “era” perché lui stesso si è evoluto in una ripresa di certe cose del passato, tipo il tematismo). Noi che base potremmo utilizzare?

  33. Giulio Mozzi Says:

    Filippo, mi pare che con un’idea così ingenua di “natura” (se un biologo ti sentisse parlare di “deviazioni imposte dall’ambiente”, potrebbe arrabbiarsi moltissimo – e io sono stato generato e cresciuto da due biologi) non si faccia molta strada. E che con la vaghissima parola “sistema” se ne faccia ancora meno.

  34. simone ghelli Says:

    Provo a rilanciare, perché mi pare che, visti gli sviluppi della discussione, la distinzione tra “bello” e “sublime” sia dirimente.
    Se il “bello” è un concetto che possiamo riferire alle “arti applicate” (e dunque a qualcosa di storicamente e culturalmente determinato, che è quanto mi pare intenda @Filippo Albertin; ovvero a qualcosa che si riferisce in primo luogo al modo di rappresentare – dice Kant che il bello “riguarda la forma dell’oggetto, la quale consiste nella limitazione”), il “sublime” trascende questa dimensione, poiché “si può trovare anche in un oggetto privo di forma, in quanto implichi o provochi la rappresentazione dell’illimitatezza” (ancora Kant): e difatti è da qui che il romanticismo (e poi la modernità) si pone in antitesi col classico. Forse, si potrebbe avanzare l’ipotesi che il “bello” sia concetto applicabile all’opera d’arte nella sua interezza, mentre il “sublime” possa riguardare anche un solo frammento di essa: qualcosa che ci dà da pensare, che travalica il pensiero razionale e ci pone dinanzi a un limite.

  35. Giulio Mozzi Says:

    Simone (al volo), ho sudato quattro camicie per definire e separare la bellezza rispetto la buona e onesta fattura (cioè dall’essere “di qualità”). Ora ho l’impressione che questa distinzione non sia passata.

    Tutto quanto esiste è “storicamente e culturalmente determinato”.

    Il “sublime” è certamente il principale modo d’essere del “bello” nel nostro tempo. Mentre in altri tempi, per quello che ne sappiamo, prevaleva la contemplazione formale. Ma noi siamo nel nostro tempo (e siamo “storicamente culturalmente determinati”).

    Mi pare inopportuno appoggiarsi a Kant. Per la seguente ragione: Kant ragionava molto sul “bello naturale” (il paesaggio, l’albero contorto, la superficie di una pietra ecc.). Mentre tutto questo nostro discorso non ha niente che fare con il “bello naturale”.

  36. simone ghelli Says:

    Sì, Kant ragionava del “bello naturale”, ma è opportuno richiamarlo, a parer mio, poiché è in linea con una tradizione (di Burke e Schiller) che ha modificato le coordinate in merito al bello.
    Che tutto sia “storicamente e culturalmente determinato” era un modo per dire che certi elementi sono immediatamente analizzabili in quanto “storicamente e culturalmente determinati”, altri un po’ meno, e forse sono proprio quelli che ci “elevano” e ci fanno perdere (almeno per un attimo) certe coordinate.
    Comunque, non era mia intenzione distogliere l’attenzione dallìoggetto del discorso, anzi. Per chi fosse interessato ad approfondire questo aspetto, consiglio la lettura de “Il sublime è ora” di Massimo Carboni, dove si parla di “sublime tecnologico”, ad esempio, o i saggi di Pietro Montani raccolti le libro “Bioestetica”.

  37. Giulio Mozzi Says:

    D’accordo.

  38. Filippo Albertin Says:

    Ho sintetizzato. Per Natura (ente che non ho definito, né ingenuamente, né scientificamente) intendo (e neppure qui definisco, ma identifico sul piano funzionale antropologico) quella “cosa onnipresente” che, per concederti la sopravvivenza, ti obbliga alla fatica. Per Sistema intendo quella cosa che, più avanti nella Storia, oltre il post-industriale, sovrapposta alla Natura (inquinata e violentata), per concederti la sopravvivenza ti obbliga a lavorare “in esso, per esso e con le sue logiche”.

    Il termine “sistema” è matematico: denota minimo due funzioni che devono essere rispettate contemporaneamente, e si denota con una grande parentesi graffa che ingloba le equazioni in oggetto. Non sono stato né generato né cresciuto da matematici, ma penso di potermi permettere la metafora, che in ogni caso spiego ancora più nel dettaglio. Nel mio discorso il Sistema è l’oggettività risultante che sta là fuori, ciò che di fatto funziona, oltre ogni legge scritta e buon intendimento; quella, per intenderci, che decreta il successo del tipo mediocre con la targa di ottone, e l’esclusione dell’incazzato di TQ (sto sintetizzando, ancora una volta).

    A latere, e @mauro mirci — Hai perfettamente ragione quando dici che nella vita si cambia, e che uno può sgobbare fino a raggiungere qualcosa che nessuno avrebbe immaginato. E ci mancherebbe! Nel mio esempio, però, il tipo con la targa d’ottone ha la targa d’ottone non perché ha sgobbato, ma perché è figlio di un avvocato di grido. In questa fenomenologia è intervenuto più il Sistema (che premia sostanzialmente le accumulazioni di capitale, e scusate la notazione da sporco comunista, quale peraltro non sono) che la Natura (che premia gli sgobboni, pur essendo un ente biologicamente molto più complesso).

    Ma torniamo a noi.

    Io credo (e logicamente posso sbagliarmi) che esista un pulsante archetipico che, dentro di noi, se pigiato, determina la sensazione della bellezza. Il punto è: quale misterioso dito può pigiarlo?

    Parallelamente: esiste la “leccornità”, e questa è eccitabile con il cioccolato, che “molti” ritengono perfettamente sovrapponibile alla prima. Ma il cioccolato è semplicemente UN dito che solletica in (molti di) noi la leccornità; e non, almeno secondo me (e logicamente posso sbagliarmi), IL dito per antonomasia.

    Io credo in definitiva che il cioccolato sia uno dei mille mondi possibili per esplorare la leccornità. Lasciando perdere Nature e Sistemi, penso che la cosa valga anche per la bellezza, e ne faccio una questione non tanto di stimoli, quanto di criteri e metodiche che nella vita abbiamo avuto modo di testare in termini di esplorazione di tali stimoli.

    Ora, se questa posizione è ritenuta ingenua, sterile, fuori tema, fatemelo sapere e toglierò il disturbo.

  39. Stefano Says:

    Mi viene in mente un esempio molto terra terra di ‘arte applicata’. Uno sceneggiatore hollywoodiane dei vecchi tempi che deve tirare giù una storia in tempi brevi per un film di serie B: a un certo punto decide che i gangster rapiscono il figlio del dinamico procuratore distrettuale per costringerlo a ritirare le accuse contro di loro. E’ un espediente puramente meccanico ma si richiama a un sentimento autentico e universale (l’amore per i figli) in un contesto di suspense collaudato. Il pubblico lo accetta come tale e si sente giustamente intrattenuto (la produzione è giustamente competente, benchè a basso costo) e il sentimento universale non manca di fare il suo effetto ma si sa benissimo che si tratta anche di un meccanismo di sceneggiatura già visto più volte e il film verrà dimenticato in fretta.
    Ecco, l’arte non applicata è quell’altra, quella che non si accontenta di usare un meccanismo per riempire del tempo.

  40. Giulio Mozzi Says:

    Filippo: la “natura” dunque – stando alla tua definizione – è il peccato originale, e il “sistema” è il diavolo.

    Stefano: mi colpisce che tu parli di “film di serie B”. Come se – di nuovo – l’arte applicata fosse arte di serie B, arte minore per definizione, eccetera. A me pare che sarebbe più interessante, anziché cercare una distinzione tra le opere, col risultato quasi inevitabile di fare classifiche, cercare una distinzione dentro le opere. Magari evitando l’errore di Croce.

  41. Stefano Says:

    Avevo in mente una cosa diversa. Film di serie B, nella Golden Age di Hollywood, era un film a basso costo, spesso breve, senza attori famosi e con storie molto stereotipate, che serviva da riempitivo nei pomeriggi nei cinema e a tenere occupate le maestranze (oltre a permettere a giovani registi, attori e tecnici di farsi le ossa). Le storie non erano molto diverse da quelli dei film di ‘prestigio’ e costosi solo a un livello più basso. Gli sceneggiatori erano quelli di seconda fila e usavano i clichè ed i trucchi narrativi più scontati, mezzi che comunque si richiamavano, sia pure in maniera del tutto meccanica, a sentimenti e principi universali e pur nobili. Anche i meccanismi narrativi, spesso e volentieri, venivano dall’arte ‘seria’, nati e usati per esempio nella grande narrativa dell’Ottocento. Pensavo quindi al film di serie B come esempio di arte ‘solo’ applicata. Poi non mi sfugge che certi prodotti di Hollywood, spesso senza volerlo finivano per creare dell’altro e riverberare miticamente per i decenni (finora, almeno) pur mantenendo e sfruttando al meglio le tecniche narravite e cinematografiche del cinema di allora.
    Insomma, c’è un mucchio di vecchio cinema che guardiamo perchè ci piace il bianco e nero (a me, per esempio) ma che è povera cosa, anche se non possiamo non notare una somiglianza di famiglia col grande cinema del tempo.

  42. Stefano Says:

    Sto cercando di venire a capo dei suoi scritti ‘teorici’ – ‘Parole private dette in pubblico’ e ‘(Non) un corso di scrittura e narrazione’ – e vedere cosa posso assimilarne, cominciando dalla scrittura del romanzo ‘realistico’ che ho in corso. Per quell’altro, amen, è tardi.

  43. Stefano Says:

    La cosa più utile che vi ho trovato finora non è tanto nella categoria del ‘si fa così’ quanto in quella dell”Ah! Ecco!’.
    A pagina 37 di PPDP:
    ‘credo che l’atto stesso di scrivere nasca dall’esistenza di un’altra persona alla quale ci si rivolge; senza l’altra persona, niente scrittura’,
    dove per altra persona si intende proprio qualcuno di conosciuto, in carne e ossa.
    E’ quello che mi sta succedendo con questa storia su cui sto lavorando adesso e la persona sta leggendo man mano che scrivo. Situazione curiosa che non so esattamente come possa andare ma mi ha colpito che lei delinei una situazione simile quasi come un prerequisito alla scrittura (nell’altro romanzo avevo dei lettori ma non stavo scrivendo ‘per loro’).
    Bah, vedremo.

  44. Giulio Mozzi Says:

    Stefano, quando tu scrivi: “Pensavo quindi al film di serie B come esempio di arte ‘solo’ applicata. Poi non mi sfugge che certi prodotti di Hollywood, spesso senza volerlo finivano per creare dell’altro e riverberare miticamente per i decenni”, eccetera, a me viene da pensare – di nuovo – non sia pratico usare il concetto di “letteratura applicata” per distinguere certe opere da altre; ma sia più pratico ragionare in termini di “applicazione” e di “bellezza” difronte a ogni opera letteraria.

  45. Andrea Cortellessa Says:

    Mi pare che l’equivoco, Giulio (anzi, non l’equivoco – l’aporia), stia nel fatto che per definire il «qualitativo», secondo i crismi dell’«arte applicata» nelle varie epoche, si possa convenire – avendo una certa competenza di storia del gusto – mentre oggi sia molto, molto difficile convenire su una univoca e condivisa definizione del «bello». È utile la tua distinzione fra le due scale di valori, ma a uno come me (so che per te è diverso) interessa quasi esclusivamente la seconda scala di valori, quella relativa al «bello». Verrebbe da pensare, a una persona della mia formazione, che esso non possa che consistere – se «qualitativo» è in qualche modo ciò che ottempera a un orizzonte d’attesa del proprio tempo – in ciò che quell’orizzonte ecceda; ma appunto questo è in sostanza il criterio romatico e modernista evocato da Simone Ghelli, che negli ultimi decenni come sappiamo è stato sottoposto a profonde revisioni, non tutte pusillanimi e/o ciniche (come la maggior parte di esse). In realtà, e con molta cautela, penso che una qualche forma di disattesa vi sia comunque collegata – ma che non sempre e non necessariamente essa si configuri o si possa definire come «eccesso».

  46. Giulio Mozzi Says:

    Non solo storia del gusto, Andrea, ma anche storia e sociologia della produzione artistica.
    Per la qualità – cioè la comprensione delle opere letterarie in quanto (o: nel loro versante di) opere di letteratura applicata – ho un interesse professionale. Per la bellezza ho un interesse umano.

    Scrivi: “Mi pare che […] oggi sia molto, molto difficile convenire su una univoca e condivisa definizione del «bello»”. Sono d’accordo. Peraltro io non sento l’esigenza di una univoca e condivisa definizione del «bello». Tu la senti? Sapresti dire perché la senti? Sapresti dire a cosa serve una univoca e condivisa definizione del «bello»?

    Scrivi ancora: “Verrebbe da pensare, a una persona della mia formazione, che esso [il “bello”] non possa che consistere – se «qualitativo» è in qualche modo ciò che ottempera a un orizzonte d’attesa del proprio tempo – in ciò che quell’orizzonte ecceda”. Ottima definizione, ma ho un sospetto: che ci indichi dove cercare, e non cosa.

    Io ormai mi sto riducendo a una non-definizione sempre più misera del “bello”. Il “bello” è qualcosa che il mio corpo sente. Mi rendo conto che questa non-definizione serve solo a me.

  47. Filippo Albertin Says:

    La Natura è ciò che “tu” chiami peccato, e che io chiamo Natura e basta, anche se, a livello operativo, hai inteso alla perfezione (anche se la Natura è anche bella: nutre, dona piacere dei sensi, etc…). Quanto al Sistema, direi che una sua essenza malefica — posto che il tuo simbolo sia malefico in tutti i casi, cosa per esempio non contemplata nei Tarocchi — si avvicina a quello che MOLTI dissidenti affermano: quante volte ho sentito frasi del tipo “abbattere il Sistema”. Io però non ritengo che il Sistema sia un’entità da abbattere: primo, perché è invincibile; secondo, perché noi ci siamo dentro, e abbatterlo significherebbe abbattere noi stessi. Il Sistema può essere solo creativamente aggirato. Ma qui mi fermo, perché il discorso si farebbe troppo sociologico e porterebbe fuori tema.

  48. Andrea Cortellessa Says:

    Molto probabile, Giulio, che in ogni epoca sia stato impossibile dare una definizione «univoca e condivisa», davvero rigorosa, del «bello». Dici bene: ogni (tentativo di) definizione dice solo dove cercare (il che, fra l’altro, è in intima contraddizione con l’abbozzo di definizione di «bello» come ciò che ecceda, disattenda, sorprenda): e questa è appena una delimitazione di campo, non certo una definizione «univoca e condivisa».
    Eppure resto dell’idea che modernismo e postmodernismo lo abbiano talmente allargato, questo campo, che oggi non sia più possibile neppure dire il «dove». O almeno un «dove», appunto, che sia almeno tendenzialmente «condiviso». Di qui il cinismo industriale, che decreta – può decretare – «bello» ciò che ha interesse a produrre (ultimo, e ineffabile, Franchini prefatore di Mazzantini letto sul «Sole 24 ore»). È questo un cinismo inevitabile e persino, in qualche misura, incontrovertibile: appunto perché, di contro, ogni delimitazione non-cinica del campo del «bello», oggi, finisce per equivalere all’altra.
    A questo punto vedo una linea collegare i tentativi, fallibili e forse fallimentari, di giudizio collettivo nei quali negli ultimi anni ho perso e sto perdendo tante delle mie residue energie individuali (da Parola plurale alle Classifiche dedalus-Pordenonelegge, e ora in prospettiva la sfida del «giudizio di qualità» cui sarà in qualche modo chiamata TQ), non so e sinceramente non credo se semplicemente improntata a una mia personale deresponsabilizzazione individuale. Non è un caso che un’impresa come Parola plurale sia riuscito a farla andare in porto mentre un lavoro analogo, ma molto più ridotto nelle ambizioni e nella portata, che mi era stato commissionato individualmente, non me la sia sentito di licenziarlo. In questo, che è probabilmente un tempo di passaggio (non so se definibile, come secondo molti, «fine del postmoderno»), forse non c’è altra strada che mettere a punto dei protocolli minimi, dei «limiti» che consentano valutazioni concertate, stipulative, collettive. Appunto, indirizzi di «dove». Per il «cosa» – il quale non può che spettare all’individuo e alla sua sensibilità, certo in primo luogo corporea – ora è presto, temo.

  49. Giulio Mozzi Says:

    Filippo. Scrivi rivolto a me: “La Natura è ciò che ‘tu’ chiami peccato, e che io chiamo Natura e basta”. Oh, no. Mi limitavo a notare, un po’ per scherzo, che la tua definizione di “Natura” mi ricordava il peccato originale: “quella ‘cosa onnipresente’ che, per concederti la sopravvivenza, ti obbliga alla fatica”.
    Non mi sognerei mai di “chiamare peccato” la “Natura”, se non altro perché non parlo mai di “Natura” (così come non parlo mai di “Sistema”, se non quando gioco la Sisal).

    Andrea. Ma la domanda era: “A cosa serve una univoca e condivisa definizione del «bello»?” Se serve a qualcosa, la cercheremo; se non serve a niente, ce ne infischieremo.

    Richiamando l’esperienza di “Parola plurale”, e usando le parole “giudizio collettivo”, sospetto che tu ti avvicini un poco a quel che dicevo nel mio articoletto: “La verità sull’effettivo o non effettivo raggiungimento dello scopo dell’elevazione spirituale [ossia la bellezza] non viene stabilita da commissioni o giudici, ma è una verità che si fa strada attraverso il consenso dei molti: una verità intersoggettiva. Il luogo comune che dice: il miglior giudice è il tempo, mi pare opportunamente richiamabile”.

    Poi dici: “Forse non c’è altra strada che mettere a punto dei protocolli minimi, dei «limiti» che consentano valutazioni concertate, stipulative, collettive. Appunto, indirizzi di «dove». Per il «cosa» – il quale non può che spettare all’individuo e alla sua sensibilità, certo in primo luogo corporea – ora è presto, temo”. Trovo sempre un po’ burocratico tutto questo concertare e stipulare, e peraltro indispensabile per fare alcune cose fondamentali: stilare canoni, fare scelte per antologie scolastiche e per opere storiografiche, mettere insieme collane (magari economiche, ossia di “potenziali classici”), decidere che cosa leggeranno i nostri figli (i cui corpi, poi, reagiranno come vorranno).

    (Non ti viene mai il dubbio che Antonio Franchini dichiari di trovare belli i libi di Margaret Mazzantini semplicemente perché davvero gli sembrano belli? Io ho letto Il catino di zinco e Non ti muovere, e il mio corpo ha reagito piuttosto bene).

  50. Filippo Albertin Says:

    Ma la tua associazione mentale è giustissima. La parte più interessante è però secondo me quella della parte diabolica, quella del Sistema (come l’ho chiamato io, per usare un termine che fosse il meno peggio, e accordasse tanto i cospirazionisti quanto la gente comune).

    Visto però che qui si stanno dicendo già tante cose, tutte molto stimolanti e ben dette (anche sullo Sporco Sistema che tanto a cuore mi sta), mi godo la conversazione a braccia incrociate.

  51. Ma.Ma. Says:

    A karate esistono due discipline agonistiche distinte: la bella arte, che sono i kata, cioè forme di tecniche in sequenza prestabilite che vengono eseguite in modo individuale e devono sfiorare la perfezione al millimetro con la massima concentrazione e un ottimo kimè (energia interna del karateka); e dall’altra parte, c’è l’arte applicata, il kumitè, che si divide a sua volta tra un approccio tradizionale o più sportivo, e si tratta della messa in opera delle tecniche in un combattimento reale, in questo caso le tecniche vengono portate per forza sporche, qui c’entra la velocità, la distanza, il momento giusto. In occidente chi fa gare di kata, non fa gare di kumitè e viceversa. Io ho iniziato con le gare di kata, ma poi mi sono messa a fare kumitè. E mi sembrava giusto così. Poi un giorno mi sono ritrovata a fare una gara a Phoenix per la vecchia guardia della Jappan Karate Association e quando cercai di spiegare al maestro che io facevo solo kumitè mi sono sentita decisamente atterrare dal suo sguardo: “Ma che cosa sei? Una mezza karateka? O tutto o niente!” E credo avesse ragione: la prima arte non ha senso se non si è in grado di applicarla, e la seconda sarebbe vuota o comunque sempre più sporca se non si avvalesse della perfezione o della ricerca della perfezione della prima.

  52. Gianluca Di Dio Says:

    Bel pezzo, grazie al quale si potrebbe parlare di letteratura come di filosofia applicata. Un corollario del discorso potrebbe essere che pure per la critica letteraria si potrebbe parlare di letteratura applicata e, in questo caso, varrebbe anche per essa la categoria valutativa della qualità, dell’artigianalità, cosa che avvalorerebbe tutta l’istanza introdotta da Gilda Policastro. Ma da questo pezzo nascono pure infinite e poliedriche domande che si addentrano nel vorace pantano delle ibridazioni. Una tra queste, la prima che mi viene è: dunque si potrebbe accrescere l’applicabilità di una letteratura bella trasformandone la narrazione, ovvero il modo attraverso cui vengono raccontate storie che già possono vantare il carattere di bellezza? Anche per questo sono importanti le scuole di scrittura? Cioè anche questo riescono a insegnare? E quindi potrebbero/dovrebbero essere frequentate, queste scuole, anche da artisti che non riescano a valorizzare l’applicabilità della propria bella letteratura?

  53. Mimma R Says:

    Non so se questa discussione sia ancora attiva. Trovo molto interessanti questi spunti, soprattutto per quanto riguarda l’opera letteraria che Giulio Mozzi definisce “artistica”, e come tale autonoma. È curioso; io pensavo invece che l’opera letteraria, qualsiasi forma letteraria, fosse necessariamente eteronoma, non essendo un prodotto che agisce direttamente sui nostri cinque sensi. La musica è percepita senza mediatori dalle nostre orecchie, e produce dei sentimenti (che possono anche costituire una forma di “elevazione spirituale”) automatici, fatti di frequenze e ritmi che hanno un certo impatto sul nostro sistema uditivo, senza che noi facciamo alcuno sforzo. La musica può essere pure eteronoma, perché possiamo educare il nostro orecchio ad apprezzare, contestualizzandoli, un certo tipo di suoni che non sono automaticamente piacevoli all’orecchio (ma in realtà, sarà il contesto che produrrà piacere, non la musica in sé, e quindi questa sarà “musica applicata”, vado a naso); ci sono dei suoni, sequenze di suoni, accordi, frequenze, che godono di bellezza universale, che si sposano con il nostro sistema uditivo, hanno bellezza “propria”, “autonoma” nel senso che intende lei (bellezza che è comunque dipendente dall’architettura del nostro sistema percettivo; ma forse non ho inteso a fondo il senso che intende lei). L’opera letteraria mi pare che piuttosto passi dei concetti al nostro cervello e al nostro vissuto attraverso la mediazione della parola: la parola, come simbolo, non agisce sui nostri cinque sensi, per suscitare emozione richiede un atto interpretativo, e questo atto interpretativo preclude la sua autonomia. È vero che le frasi possono avere un ritmo, una musicalità, ma questa musicalità è intrinseca alla lingua in cui le parole sono scritte, e quindi eteronoma, non è universale, per esempio è difficile da tradurre in altre lingue e quindi non è godibile universalmente, come le stelle e la notte; se oltre a questa musicalità il testo non offre niente, direi che comunque appartiene alla musica, fatta con lo strumento della bocca, e non alla letteratura: le lettere produrranno suoni, non concetti. [continua]

  54. Mimma R Says:

    [continuazione] Un’opera letteraria non è autonoma nemmeno all’interno del piccolo universo del soggetto: muta con noi, la nostra interpretazione del testo si nutre del nostro vissuto, è il nostro vissuto che la plasma, che crea le percezioni che proviamo, attivando i nostri cinque sensi indirettamente, per il solo mezzo della nostra mente; queste percezioni sono corroborate dagli input (anche subliminali) del mondo circostante mentre leggiamo, il tagliaerba del vicino, l’umidità del letto, la consistenza delle pagine, il contrasto dei caratteri sulla pagina bianca: tutto è percezione che altera il testo, e quindi gli impedisce ancora di più di essere autonomo, universale, assoluto (questi microcontesti influenzano pure le altre forme di arte, ma con minore intensità). L’opera letteraria non è in grado di vivere di vita propria: un geroglifico sarà pittura, ma per renderlo bello nella dimensione letteraria, ci vuole un essere umano e la sua interpretazione, prende quindi forma d’arte dall’attività di quell’essere umano. Facendo un esempio estremo, la letteratura, a differenza della musica, o della pittura, non ha un impatto trasformativo su un neonato (se escludiamo la musicalità della voce di chi legge il testo di letteratura, ma allora è musica, non letteratura): il godimento dell’opera letteraria per quel che è il fine dell’opera letteraria (narrare, suggestionare, elevare spiritualmente, ecc..) necessita di un fruitore cosciente, di un interprete attivo. Mi pareva che questa necessità la rendesse eteronoma, e le desse anche delle potenzialità che altre arti non hanno: sarà in grado di evocare immagini e sensazioni di bellezza assoluta, ma solo attraverso un processo cosciente, e quindi molto privato, di interpretazione di parole che non sono esse stesse l’opera letteraria (cfr. “Ceci n’est pas une pipe”), e non verranno colte uniformemente dal loro pubblico per il tramite di un meccanismo intrinseco alla biologia umana. Se ne desumerebbe quindi che non esiste un’opera letteraria di bellezza assoluta: quella bellezza assoluta che ci vediamo dentro non è in realtà immanente all’opera, è un ingrediente che ci abbiamo aggiunto interpretandola, e che gli dà il gusto che ci ispira godimento e ce la fa apprezzare secondo ciò che riesce a evocare e il ruolo che questo materiale evocato ha nella nostra esistenza soggettiva.
    Mi sono spesso chiesta se veramente esistesse una bellezza assoluta nell’opera d’arte, ma ero giunta alla conclusione che non potesse esistere. Questo articolo mi risolleva la questione.
    Dov’è il mio errore?

  55. Giulio Mozzi Says:

    Mimma: che la musica sia percepita “senza mediatori” dalle nostre orecchie, e che ci siano “dei suoni, sequenze di suoni, accordi, frequenze, che godono di bellezza universale”, mi paiono affermazioni un po’ pesanti.

    La musica è un fatto culturale. Noi siamo addestrati ad apprezzare certi suoni, certe combinazioni, certi accordi, certi timbri, eccetera. Tant’è che esistono delle “comunità”, che apprezzano certi tipi di musica ovvero di suoni, combinazioni, accordi, timbri eccetera; mentre altre “comunità” li schifano.

    Per la letteratura forse la cosa vale ancora di più. A me non pare sensato andare in cerca di cose assolute e universali. All’interno di ogni cultura le cose vanno diversamente.

  56. Mimma R Says:

    Grazie Giulio Mozzi per aver espresso il suo parere. Ci penserò.

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