Suvvia, ecco un altro decalogo sullo scrivere

by

di giuliomozzi

[Non ricordavo di avere scritto, nel 1999, per un “corso di scrittura condensato” che fu pubblicato – come inserto – da Donna moderna, addirittura un decalogo. Me lo son trovato sotto il naso perché qualcuno ha deciso di riprendere quel vecchio testo. Devo dire: sono passati dodici anni, e sono d’accordo con me stesso. Quasi come Pietro Citati. Sia chiaro che questo decalogo vale per quel che è: uno strumento per fissare alcuni punti per i principianti. Non è certo una dichiarazione di poetica. gm].

1. È importante rileggere. Curiosamente, è un comportamento diffuso: molte persone evitano accuratamente di rileggere quello che hanno scritto. Questo non va bene. Bisogna diventare buoni lettori di sé stessi. La prima regola è: leggere qualche frase, o un capoverso, poi fermarsi e farsi un po’ di domande: fin qui va bene? ho detto tutto o ho dimenticato qualcosa? è tutto chiaro? ci sono particolari mancanti?

2. È importante essere avvincenti. Il primo desiderio di chi scrive è di essere letto: di essere letto tutto, fino in fondo, appassionatamente. Quindi un racconto o un romanzo deve essere innanzitutto avvincente. Come facciamo a capire se quello che abbiamo scritto è avvincente? Prendiamo dalla nostra libreria i dieci libri che consideriamo più avvincenti. Rileggiamoli, o almeno sfogliamoli, rileggiamo le pagine più emozionanti. Domandiamoci: che cos’è che rende così avvincenti questi libri (o queste pagine)? Poi leggiamo i nostri scritti, e facciamoci la stessa domanda. [Aggiunta 2011: è chiaro che, in questo modo, ciascuno si farà un’idea di avvincimento adeguata al lettore che egli stesso è].

3. La narrazione è soprattutto cose e fatti. Spesso ciò che ci spinge a scrivere è un sentimento (o un’emozione). Noi vorremmo che chi legge rivivesse quel sentimento. Questo è giusto. È ingenuo, però, credere che basti parlare di quel sentimento perché il lettore ne diventi partecipe. Sentimenti ed emozioni nascono da situazioni, avvenimenti, fatti, cose, ambienti, paesaggi, viaggi, oggetti, parole dette o sentite, sogni, visioni. Se vogliamo che lo stesso sentimento si produca in chi legge, dobbiamo raccontare situazioni, avvenimenti, fatti, cose, ambienti eccetera. Se ogni volta che mangio una granita al caffè mi commuovo, non devo parlare della mia commozione, ma descrivere la granita al caffè.

4. Raccontare è far vedere. Succede a tutti, nel leggere un libro appassionante, di vedere con gli occhi della mente ciò che viene raccontato: come se un film venisse proiettato davanti ai nostri occhi. Mentre scriviamo dobbiamo domandarci continuamente: che cosa sto facendo vedere al lettore, in questo momento? Se in un certo momento non stiamo facendo vedere niente al lettore, ecco: è come se gli presentassimo uno schermo tutto nero.

5. La narrazione è fatta di “scene” e “inquadrature”. Esattamente come i film, una narrazione consiste di un certo numero di “scene” e di “inquadrature”. Mentre raccontiamo dobbiamo avere bene presente quando finisce una scena o un’inquadratura e ne comincia un’altra. Un trucco utile è questo: suddividiamo il nostro testo in tanti capitoletti, non più lunghi di mezza pagina ciascuno, e diamo un titolo a ogni capitoletto. Quasi automaticamente divideremo il testo in “scene”, e mettere il titolo ad ogni scena ci aiuterà a capire che cosa effettivamente è “al centro della scena” in quelle righe.

6. Chi racconta la storia? Non sempre siamo noi a raccontare la storia. Possiamo inventarci un personaggio che la racconti al nostro posto. Possiamo farla raccontare al protagonista o a un personaggio secondario, che partecipa marginalmente all’azione (come il dottor Watson che racconta le avventure di Sherlock Holmes). Ma possiamo farla raccontare anche a un oggetto, a un animale, a una parte del corpo: immaginiamo la storia di Pinocchio raccontata dal suo naso o la storia del Gatto con gli stivali raccontata dagli stivali…

7. Attenti alle anticipazioni. “Giorgio non sapeva ancora che, accettando l’invito di quella donna, si sarebbe messo nei guai…”. È facile incontrare frasi così. Spesso si crede che con frasi così si aumenti la tensione e l’aspettativa. Non è vero: si ottiene l’effetto contrario. Ora io so che Giorgio, avendo accettato l’invito di quella donna, si metterà nei guai. Se non l’avessi saputo, se non avessi avuta questa “anticipazione” sulla storia, tutto per me – lettore – sarebbe stato più misterioso e avvincente.

8. Attenti al punto di vista. Se Giorgio mi racconta com’è andata tra lui e Giorgia, è evidente che conoscerò solo una metà della storia. Se invece a raccontare sarà Giorgia, conoscerò l’altra metà: e non è detto che i due pezzi coincidano, perché ognuno deforma la realtà secondo la sua percezione e il suo comodo. Così, quando facciamo raccontare la storia a un personaggio, o comunque la raccontiamo dal suo punto di vista, dobbiamo evitare di assumere, anche per un solo istante, il punto di vista d’un altro personaggio. Similmente, la storia raccontata da un personaggio può contenere solo quelle informazioni di cui quel personaggio può ragionevolmente essere in possesso. Infine: ricordiamoci che un personaggio, mentre ci racconta la sua storia, può anche mentire.

9. I dialoghi, che difficili! È proprio difficile far parlare i personaggi. Una conversazione scritta che appaia “naturale” è in realtà molto diversa da una conversazione reale. Si possono seguire alcune piccole regole: a) scrivere solo quelle battute di dialogo che contengono informazioni nuove per il lettore, b) scrivere solo le battute che non possono essere previste dal lettore, c) sostituire, quando si può, una battuta con un gesto espressivo, d) usare nel dialogo, quando si può, frasi “nominali”, cioè senza il verbo.

10. Entrare subito in argomento. Per ultimo mettiamo un consiglio sull’iniziare. Evitate di prendere le cose alla larga (Manzoni nei Promessi sposi l’ha fatto: ma noi non siamo Manzoni), entrate subito in argomento, e chiamando le cose col loro nome. “Era una bella giornata d’aprile. Un uomo aprì la finestra e si affacciò”. Meglio: “Giorgio aprì la finestra e si affacciò. Era una bella giornata d’aprile”. Sembra che non cambi quasi niente, invece cambia tutto: anziché cominciare con la meteorologia, cominciamo con un personaggio (reso evidente dal nome) e con un gesto: aprire la finestra e affacciarsi.

17 Risposte to “Suvvia, ecco un altro decalogo sullo scrivere”

  1. Larry Massino Says:

    Mozzi il pezzo regge ancora. Sono d’accordo con lei e con Pietro Citati che se le capitasse di ripubblicarlo potrebbe farselo ripagare senza danneggiare l’etica complessiva del paese.

  2. eletta senso Says:

    http://tranellidiseta.blogspot.com/2011/08/scrivere-avendo-dimora-stabile-nel.html

  3. InfoSharm Redazione Says:

    “Spesso ciò che ci spinge a scrivere è un sentimento o un’emozione” E’ una frase che chi ha deciso di scrivere dovrebbe leggere ogni mattina.
    Cos’altro è la scrittura (che non sia quella a carattere scientifico che ha ben altri obiettivi) se non un mezzo per trasmettere emozioni?

  4. davide musso Says:

    giulio, posso ripubblicarlo su “le parole necessarie”?

  5. minimetal Says:

    Utilissimo, grazie 🙂

  6. Feliciana Says:

    Avevo già il corso di scrittura condensato, stampato e riposto nella sua cartella. Ma questo chiaro e sintetico riassunto dei punti cruciali mi torna molto utile, grazie

  7. paperinoramone Says:

    davvero è incredibile che ci sia chi neanche rilegge quello che scrive.

    Ma: quando scrivo musica riascolto fino allo sfinimento in modo da poter correggere o migliorare, ma questo mi è possibile perché sono abbastanza bravo per capirlo, per capire almeno se un passaggio è proprio sbagliato, se non funziona. Poi magari il pezzo non sarà un granché ma tutto sommato è presentabile. Invece con la mia scrittura non lo so. Mi sa che mi sono dimenticato di chiedertelo al corso. Se uno non ha talento o non scrive cose di valore riesce a rendersene conto? Alcune cose che scrivo mi piacciono ma non so confrontarle con altre opere esistenti.

  8. Filippo Albertin Says:

    Ho letto quel testo. Mi è piaciuto. Rileggendo questo decalogo, mi sembra però a tratti — in qualche punto, non di più — un po’ ovvi e generico. A parte l’ottimo incipit (rileggere), primo secondo me anche per importanza, e purtroppo poco applicato (vedi alla voce adolescenti allo scrittoio), passiamo in rassegna gli altri.

    Due. Essere avvincenti. Ok, ma non è come dire che la pasta, per essere buona, deve essere cotta al punto giusto? Essere avvincenti significa qualcosa di più operativo: evocare domande alle quali dare risposte senza che il lettore si accorga che non è lui a darle ma l’autore.

    Tre. Cose e fatti. Giustissimo. Uno yeti è molto più terrificante se esce da una vasca da bagno, no?

    Quattro. Raccontare è far vedere. Mmh. Sono d’accordo sul fatto che raccontare è “mostrare e non spiegare”, ma siamo certi che tutto sia visibile? Non si può (anche) raccontare sottraendo alla vista e alludendo? Io penso che alcune immagini letterarie siano efficaci esattamente perché non le vediamo fotograficamente, ma idealmente, come nugolo di sensazioni separate che si uniscono nella lettura.

    Cinque. Scene e inquadrature. Sì, certo, verissimo. Anche per le cose meno cinematografiche.

    Sei. Sì, ma la tecnica non può essere lasciata alla libera interpretazione, né a un solo punto di decalogo. Ho visto scrittori leggere nella mente di due personaggi contemporaneamente: un caos. L’uso del punto di vista è una sorta di scienza delle percezioni in lettura. Mi permetto di consigliare (oltre ai corsi e agli incontri del Mozzi e con il Mozzi) la stupenda trattazione di Orson Scott Card in “I Personaggi e il Punto di Vista” (Editrice Nord, super-fuori-catalogo).

    Sette. No alle anticipazioni. Semplice, chiaro e giusto.

    Otto. Ne ho già parlato al punto sei. In ogni caso sì, questo punto di vista è cruciale, lo abbiamo capito.

    Nove. I dialoghi. Quasi tutti i dialoghi che leggo in quasi tutti i libri sono infantili e inutili. Potrebbero essere spesso condensati in molte meno parole, piuttosto che tradotti in passaggi più rapidi e non dialogici. Tutti quegli “oh”, “ah”, “accidenti a me mi sono strappato un’unghia uh uh che male”. Secondo voi uno che si strappa un’unghia pronuncia questa sequenza di parole? Stephen King dice che molta letteratura diventa brutta perché gli scrittori se la fanno addosso, e aggiungono parole per farsi capire meglio. Invece meno parli e più vieni capito. Insomma, concordo in pieno con i consigli del punto.

    Dieci. In medias res, vecchio consiglio sempre valido, no? Anche perché è un procedimento che aggiunge mistero per definizione, suscita domande, implementa quel meccanismo per rendere avvincente il tutto, in modo naturale.

  9. Giulio Mozzi Says:

    Davide: sì, ovviamente.

    InfoSharm: la scrittura è un mezzo per condividere informazioni.

    Filippo, ho premesso: “questo decalogo vale per quel che è: uno strumento per fissare alcuni punti per i principianti”. Quindi è ovvio che risulti “un po’ ovvio e generico”.
    Raccontare “cose e fatti” non comporta il raccontare “cose e fatti” strani. Lasciamo gli yeti a casa loro, se possibile.
    A me il libretto di Orson Scott Card è sembrato un tantino semplicistico. Peraltro la pratica del “punto di vista ristretto” è quasi tutta novecentesca.Victor Hugo non aveva nessuna difficoltà a guardare nella mente di tutti i personaggi. E poi c’è sempre la signora Dalloway…

  10. Filippo Albertin Says:

    Posto che non criticavo, bensì ammonivo (ogni decalogo nasconde dei rischi), l’esempio dello yeti era una caricatura per dire: anche la cosa più fantastica e indescrivibile è fatta di “atomi” noti.

    Quanto al libro di Orson Scott Card, non sono d’accordo con te sul suo essere, come dici, semplicistico, anche se concordo ovviamente in pieno sulla narrativa di altre epoche, e sulla sua efficacia anche attuale (anche se in molti casi non è così: penso a tanta letteratura settecentesca). Facendo l’ipotesi operativa che esistano delle “regole del narrare”, penso che in generale la trasgressione delle stesse sia una loro conferma, e che l’efficacia risultante di azioni trasgressive risieda nella genialità puntuale dell’autore, nella sua sensibilità, nel suo trovare evidentemente altrove le ragioni dell’importanza e della resa della sua opera. Per Hugo questa cosa vale certamente: il suo, potremmo dire, è un “caos organizzato e sensato”, come nelle Variazioni di Brian Eno sul Canone in Re Maggiore di Pachelbel [in Discreet Music].

    In armonia, per esempio, una regola antica dice di “non fare le quinte parallele” (una specie di movimento contrappuntistico che vede lo scivolare, appunto, parallelo, di un intervallo di quinta). Ora: la musica indiana, cinese e giapponese è piena di quinte parallele, che evidentemente sono un tabù occidentale. Philip Glass, per canzonare la sua insegnante di composizione, scrisse un pezzo interamente basato su quinte parallele. Un pezzo molto bello. Secondo me molto più bello di tante cose che scrive dagli anni ottanta ad oggi Philip Glass. Tanto per dirne una.

    Riassumendo, io ritengo che una “regola cornice” sia molto importante, e che una qualsiasi trasgressione debba essere voluta e consapevole, e non casuale.

  11. arvicola Says:

    “Raccontare “cose e fatti” non comporta il raccontare “cose e fatti” strani.”
    Indubbiamente.
    “Lasciamo gli yeti a casa loro, se possibile.”
    Perchè?

  12. Chiara Says:

    Posso ripubblicarlo sul mio blog, citando ovviamente la fonte?

  13. Giulio Mozzi Says:

    Chiara: ovviamente sì.

  14. Chiara Says:

    Grazie mille! I consigli che dai sono sempre ottimi (e i video con il corso di scrittura sono anche divertenti).

  15. Anna Maria Ercilli Says:

    bene Giulio, un ripasso in sintesi, dopo aver letto e dimenticato testi sulla narrazione (Calvino, Cerami, Carver…caspita tutti iniziano con C). copio con tuo permesso.

  16. Anna Maria Ercilli Says:

    trovato il filo della tela nera e il corso di scrittura. Stampato. grazie

  17. Carlo Capone Says:

    L’aspirante scrittore può anche trarre profitto da queste preziose indicazioni, ma se non fa un percorso crudele, spietato, penoso sulle proprie resistenze non raggiungerà mai risultati soddisfacenti. E purtroppo non servirà a niente ascoltare pur buoni e valenti consigli.

    Diceva un’ottima signora ( madrina di battesimo del figlio di una mia carissima amica, ma lei non lo sapeva) che per strutturare un personaggio detestabile occorre non indulgere, MAI, con l’umanissima propensione a tratteggiarne anche un solo aspetto in positivo. Dunque, se ad esempio vuoi rappresentare quanto accade tra un uomo e un bambino che fanno l’amore, o sei capace di bere fino in fondo ( dicendo anche “uh, come è buona”) la cicuta del tuo inferno personale o è meglio che vai a vendere i panzarotti.

    Cioè, i panzarotti li ho aggiunti io. Ma questo attiene a tutt’altro discorso.

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