Tq: la congiura dei professionali

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di giuliomozzi

La cosa che più mi colpisce e mi interessa, di ciò che si chiama Generazione Tq e che sento chiamare volta a volta “movimento” o “associazione” (con prevalenza del primo), è che coloro che hanno dato vita alla cosa lo hanno fatto presentandosi non come “intellettuali” bensì come “lavoratori professionali”. E in effetti, se guardo la lista di chi sta in Tq, vedo che (c’è qualcuno che non conosco, ma sono proprio pochi) si tratta in buona maggioranza di lavoratori dell’editoria. Spesso (per quel che so delle loro vite) piuttosto precari; talvolta (id.) consolidati; altre volte (id.) situati in quella zona intermedia nella quale non sai se sei un precario o un libero professionista (e magari sei semplicemente un libero professionista in un mercato fermo, ecc.).

Ora: nei “manifesti” di Tq queste persone esprimono dei desideri che a leggerli sembrano elementari, quasi infantili nella loro elementarità, addirittura ovvii: facciamo un po’ meno di libri, per piacere, e magari diminuiamo la produzione di quelli orridi piuttosto che di quelli belli; facciamo un po’ meno di corruzione tra “mediatori culturali”, per piacere; facciamo un po’ meno di lavoro sottopagato, per piacere; facciamo un po’ meno di lavoro fatto alla cazzo, per piacere; eccetera: vedi il manifesto per l’editoria. Il fatto è che le persone che esprimono questi desideri – che condivido – sono talmente implicate, talmente prese dentro il lavoro editoriale, talmente incastrate nei meccanismi aziendali, che…

…che potrebbero, ciascuno in una diversa misura, ciascuno in un diverso momento, ciascuno con diverso potere contrattuale o potere decisionale o autorevolezza, nella quotidianità del loro lavoro professionale, addirittura agire per la realizzazione di quei desideri. Che è tutt’altra cosa dallo scendere in piazza, per dire, o dal redigere appelli. Questi “manifesti”, infatti, o almeno quello per l’editoria – limito il mio discorso a un ambito che conosco – non mi sembrano essere degli appelli rivolti ad altri, quanto degli impegni presi da chi li sottoscrive. Il manifesto per l’editoria non chiede a me di fare certe cose: impegna chi l’ha scritto a fare certe cose e, soprattutto, a comportarsi in un certo modo. Ad adottare determinare pratiche. A fare ciò che può per far adottare certe pratiche ai colleghi, all’azienda (o alle aziende) nella o per la/le quale/i lavora, eccetera.

Peraltro – si potrebbe dire – chi sottoscrive questi manifesti, o queste dichiarazioni di desideri e d’intenti, entra esplicitamente nel regno dell’ambiguità. Tizio prenderà un lavoro da un certo editore, ad esempio, e l’editore gli chiederà di impegnarsi a svolgerlo in un certo modo, con certi tempi, eccetera; e nel contempo non potrà negare di essersi pubblicamente impegnato a lavorare in un altro modo, con altri tempi, eccetera. Come agirà Tizio? Agirà come potrà, nell’ambito del suo possibile, eventualmente con l’appoggio o l’aiuto (materiale) di altri che si sono impegnati con lui e allo stesso modo. Ed è possibile che l’editore si ritrovi, quasi senza accorgersene, con un lavoro ben fatto, o fatto meglio del previsto; e che il lettore si ritrovi tra le mani, alla fin fine, magari senza sapere bene perché, un libro particolarmente ben fatto, o almeno fatto meglio della media.

In realtà, questo già succede. Già ci sono persone che, senza dare tanto nell’occhio, agiscono in questo modo. Tuttavia è evidente che dietro questo agire, magari moralmente gratificante per il singolo, magari fonte di fierezza (ho lottato contro il moloch del complesso editoriale-industriale: ho lavorato un sacco di ore non pagate, ma alla fin fine ho consegnato un lavoro fatto come si deve, che il lettore apprezzerà, ecc.) si nasconde – anzi no, non si nasconde proprio, ma appare in piena vista quella cosa che si chiama autosfruttamento. Gli editori lo sanno, e si può dire che confidino sulla capacità di autosfruttamento dei lavoratori dell’editoria: considerano la passione per il lavoro ben fatto, che conduce all’autosfruttamento, una risorsa legittimamente a loro disposizione.

Rendere manifesto, scrivere manifesti, serve appunto (tra le altre cose) a snidare e svelare queste situazioni; a mostrare l’esistenza di una (questa è una; e ce n’è altre; prendo questa come esempio) questione comune tra i lavoratori dell’editoria (e, presumo, tra i lavoratori delle produzioni culturali in generale). Serve spiegare che se lavori un sacco di ore non pagate per consegnare un lavoro fatto come si deve, che il lettore apprezzerà, non avrai per nulla combattuto il complesso editoriale-industriale: lo avrai sostenuto. Rendere manifesto, scrivere manifesti, serve dunque a uscire dal regno dell’ambiguità (poiché è ambiguo chi non si manifesta pienamente) per entrare nel molto più interessante – secondo me – regno della doppiezza. Rendere manifesto, scrivere manifesti, serve a notificare che c’è un legame tra tutte le cose: la bellezza dei libri, la qualità della loro fattura, la remunerazione dei traduttori e dei correttori di bozze, le concentrazioni editoriali e distributive e del dettaglio (o di tutto insieme), l’escalation dei servizi di autopubblicazione, eccetera.

La doppiezza è la virtù di chi dichiara esplicitamente l’adesione a una pratica che confligge con le pratiche esistenti, senza però ritirarsi né nel deserto né sull’Aventino: ma restando qui, nel campo dove tutto si gioca. E le associazioni di persone che abbracciano la doppiezza si chiamano, per antica tradizione: congiure. I congiurati sono legati tra loro da un giuramento, da una dichiarazione condivisa, mettiamo un manifesto, che essi considerano prevalente sugli impegni che il mondo può chiedere loro. I congiurati hanno generalmente uno scopo, che è ovviamente quello di produrre un mondo migliore; e tuttavia, avendo scelto di congiurare e di restare nel mondo (anziché, ad esempio, di confessare la propria purezza e uscire dal mondo), sono disponibili ad agire tortuosamente alla luce del sole. Sono interessati al compromesso, perché è un passo avanti. Evitano lo scontro frontale, perché sanno che sarebbero sterminati. Combattono una guerriglia, stando bene attenti a restare al di qua delle scelte che potrebbero convincere il moloch dell’opportunità di ridurli all’impotenza. Coltivano la loro rilevanza economica, professionale, intellettuale, artistica: perché sono convinti – e hanno ragione, secondo me – che il moloch abbia bisogno di loro più di quanto loro abbiano bisogno del moloch, e non vogliono che questo squilibrio si alteri.

Una congiura dei professionali è, secondo me, proprio quello che ci voleva. L’anagrafe (ho cinquantun anni) mi vieta di far parte del cerchio magico dei congiurati. Ma su questo – che mi pare giusto – scriverò un altro giorno.

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47 Risposte to “Tq: la congiura dei professionali”

  1. andrea inglese Says:

    Caro Giulio,
    posto che concordo con la tua lettura di TQ, due osservazioni a margine.
    “Rendere manifesto, scrivere manifesti, serve dunque a uscire dal regno dell’ambiguità (poiché è ambiguo chi non si manifesta pienamente) per entrare nel molto più interessante – secondo me – regno della doppiezza.”
    Forse è solo una questione lessicale, o di vocabolari etico-politici a cui facciamo riferimento, ma io quella che tu chiami doppiezza la chiamerei semplicemente “contraddizione”. Chiunque lavori, nel mondo che è il nostro, al servizio della cultura, si trova di fronte a questi dilemmi: ad esempio, se persegui il lavoro ben fatto, agisci contro te stesso (autosfruttamento); se ti adegui alle richieste dell’ambiente agisce contro la tua opera, contro il prodotto del tuo lavoro, e dunque ancora contro te stesso.
    Esprimere pubblicamente la realtà di questa contraddizione, che ci toglie dal cerchio angusto dell’individualità per immetterci nel cerchio ampio del gruppo (di lavoro, generazionale, ecc.), vuol dire congiurare o semplicemente elaborare campagne con obiettivi determinati, per uscire dalla contraddizione, o per articolarla diversamente, più a favore delle esigenze d’integrità e meno a favore delle esigenze di profitto.

  2. christian raimo Says:

    Io sono commosso da questa lettura di Giulio. Quasi da affiancarla ai manifesti. E aderirvi. È quello che da giorni provo a restituire a chiunque – compreso me stesso – mi chieda conto di questa iniziativa TQ. Ancora più commosso sono della sua adesione da fratello maggiore a questo punto.

  3. Fed Says:

    Concordo con questo intervento e ringrazio Giulio Mozzi per il contributo.
    Personalmente, le premesse generali del manifesto Tq mi sembrano deboli, certe cose molto vane (la “bibliodiversità”, per es.) ma in qualche modo raddrizzabili con riflessioni e proposte più realistiche e pragmatiche. Non si tratterebbe, a mio avviso, di stilare un canone “libri belli / libri brutti”, o di ragionare secondo categorie troppo larghe come “quantità / qualità”, ma di andare più a fondo, di precisare.
    Allora mi domando: non si potrebbe fare un sindacato autonomo invece che un Tq? Mi sembrerebbe meno “doppio”. Dialogando con la FLC-CGIL, magari, o con il movimento dei precari che ha organizzato lo sciopero precario per settembre. Di fatti il Tq non è un movimento letterario, ma di lavoratori (della conoscenza e professionali). Cosa non così nuova in Italia: qui le acque si stanno movendo (forse non proprio agitando) già da qualche anno, penso almeno da due anni (proteste contro la riforma Gelmini). Allora bisognerebbe partecipare, condividere con questi movimenti una nuova esperienza. Comprendere anche la settorialità di Tq (come a me sembra). Non partire come se si trattasse di una cosa nuova. Non dobbiamo dimenticarci le proteste dei lavoratori della cultura, insieme agli studenti e ai lavoratori della scuola.
    Ci vorrebbe, in sostanza, più chiarezza, più precisione, meno premesse generali, meno pseudo-teorie. Farsi una specie di sindacato autonomo (collettivo organizzato che faccia attività culturali e difenda i lavoratori della conoscenza dal basso).
    PS: vi è una contraddizione, teorica, che è abbastanza grave: si dice che la cultura deve essere gratuita e per tutti, ma si vuole stare dentro il mondo dell’editoria. Come si fa a fare cultura per tutti se si lavora nell’editoria? Che almeno i firmatari del manifesto si battano perché un loro libro non venga distribuito a prezzi alti – 16 euri – ma più contenuti – 8, 9 euri – magari già in edizione tascabile. Non sarebbe possibile battersi per questo? Un collettivo ben organizzato, una specie di sindacato, non potrebbe fare anche di queste battaglie?

  4. Giulio Mozzi Says:

    Preferisco la parola “doppiezza”, Andrea, perché se dico “sto nella contraddizione” tratto la cosa come una cosa che è fuori di me, che è uno stato di fatto; se dico “entro nella doppiezza”, faccio vedere che c’è una scelta, deliberata e responsabile, da parte mia; che potrei ignorare la contraddizione, e vivere purissimamente. (Anche per questo parlo, giocando un po’ di retorica, della “doppiezza” come di una “virtù”).

    Vedi anche qui. E anche qui.

  5. vbinaghi Says:

    Io invece sono abbastanza stupito da come la lettura di Giulio sottolinei unicamente l’aspetto professionale (e generazionale) della “congiura” glissando su quello che nè è manifestamente il perimetro ideologico, che invece secondo me è l’aspetto fondamentale (non a caso mi pare abbia provocato la defezione di alcuni aderenti della prima ora tra cui Antonelli). Ribadisco che parlare di qualità professionale quando contemporaneamente si ha in mente un “politicamente corretto” è fortemente ambiguo, ma di un’ambiguità diversa e molto meno inevitabile di quella segnalata da Giulio. Aggiungo che il suddetto perimetro ideologico individua voci, siti web ed editori che già in questo momento ricevono un’attenzione privilegiata dalla critica letteraria e anzi ne rappresentano essi stessi una parte. Si tratta di operazione “egemonica” nel senso gramsciano, molto più che di un contributo all’estetica e all’etica della trasparenza, su cui sono sicuro che il “reclutamento” manifesterebbe criteri di selezione anche ben diversi da quello generazionale (basta leggere l’intervista di Antonelli ad Affaritaliani per intuirlo quando dice che il TQ a proposito dell’attività culturale e pubblicistica “individua una non meglio definita ma tuttavia unica morale e soprattutto – cosa più grave per la mia sensibilità – autoelegge un gruppo di persone a garante e vigilante di quest’etica”).
    Mi spiegate cosa c’è di diverso da quello che io vedo quotidianamente da trent’anni a questa parte, da Alfabeta a Nazione Indiana?

  6. demetrio Says:

    il discorso di giulio mi pare evidenzi una una cosa interessante, ma che nel dibattio spiazza e non poco.

    Cioé il fatto che la maggior parte del manifesto fa una serie di riflessioni su delle pratiche e degli atteggiamenti.

    ad esempio il concetto di qualità non è legato al discrimine estetico, ma etico. Non siamo parlando soltanto di libri belli o brutti, ma del modo in cui si fanno i libri, del modo cui in cui si producono, si pubblicizzano.

    Di fronte a questo un primo atteggiamento è quello di dire: “siccome questo mondo culturale fa schifo ci ritiriamo nella nostra collina incantata, nella nostra arcadia e ce ne stiamo lì a suonare il flauto di pan”. E mi pare che questo fosse l’atteggiamento che stava alla baste del discorso sulla “restaurazione”, ma anche di altre iniziative simili….

    l’altra era entrare nel merito di queste pratiche. e questo mi pare il nostro ti atteggiamento.

  7. vincenzo ostuni Says:

    Mi pare che la lettera di Giulio evidenzi un aspetto importante del documento, ma che appunto riguarda soprattutto il manifesto dell’editoria, e in particolare la sua prima parte. Anche se la gran parte delle questioni sollevate dal manifesto “generale” sono, appunto, molto generali, si tratta di questioni politiche. Si tratta di un radicalismo, però, interamente postmarxiano, capace di dialogare con quella tradizione non escludendola anzi, riassorbendola per alcuni (ancora confusi) versi, ma aprendola francamente a rilievi, commenti, principi di cittadinanza etica – mentre è ben noto lo scintillare dei due poli nella nostra storia Novecentesca – e, anche, alla necessità di ripensare e interiorizzare l’engagement anche liberale novecentesco. Come ci siamo detti fin dall’inizio, le pratiche senza principi non valgono un tubo. Per questo, a mio parere, l’intervento di Giulio – che ringrazio – qui è tanto prezioso quanto parziale.

  8. vbinaghi Says:

    Il flauto di Pan non so come sia, io scrivo, m’incazzo, pubblico, critico, recensisco e cerco disperatamente l’etica del bene comune.
    Che m’impone di riconoscere la qualità anche dove non arrivano le mie simpatie ideologiche e i miei sodalizi.
    Se vi vedrò fare questo applaudirò a scena aperta.
    Altrimenti mi toccherà pensare che forse io ho la sindrome del complotto ma qualcun altro ha quella di Biancaneve.

  9. Andrea L. Carbone Says:

    Caro Giulio, questa doppiezza come virtù, quale la descrivi, mi sembra un’idea molto stimolante. Per me è un tentativo di sottrarsi a un regime della doppia morale, che consisterebbe per un verso nel continuare ad agire in modo funzionale al “complesso editorial-industriale”, rivendicando nel contempo un’idea del modo in cui l’editoria e in generale la cultura dovrebbero invece funzionare e limitandosi a indicare questo possibile mutamento come un fine desiderabile, la cui realizzazione però dipenderebbe da qualcun altro.

  10. GiusCo Says:

    Sono anni che la letteratura e’ passata in secondo piano, a sinistra, se non come maniera -fra altre- di provare a fare massa critica in dinamiche di aggiornata lotta di classe. Insomma, si tratta di un sindacato. L’avallo di Mozzi e’ molto generoso e ne evidenzia, ancora una volta, lo spessore notevole e davvero raro in questo ambiente.

    A livello del tutto personale e per quel che possono valere le competenze maturate in vent’anni di militanza (oltre che il metodo derivante dalla mia formazione specifica), credo che all’estrema pesantezza dichiarativa del manifesto TQ non si accompagnino altrettanto poderosi talento e trasparenza, ovvero merito e procedure chiare per riconoscerlo e valorizzarlo. Spero che Mozzi riesca a mitigare gli effetti di questa tara genetica del tutto italiana, anche nota come terza narice. In bocca al lupo.

  11. Filippo Albertin Says:

    Concordo ovviamente in pieno con le affermazioni fatte. Tuttavia sottolineo un dettaglio. Qui si parla non tanto del manifesto, quanto della “parte editoriale” dello stesso. Ora, che anche il 100% dei firmatari (piuttosto che dei redattori-firmatari) del manifesto (complessivo) lavori nel campo dell’editoria, mi pare un aspetto forse importantissimo per i sospettosi (che magari, intendiamoci, possono pure aver ragione), ma ben poco interessante per chi, semplicemente, legge e si ritrova.

    Altrove, sempre nel manifesto, ma non nella parte editoriale, si leggono per esempio ampie parti che riguardano guerriglie artistiche, riutilizzo di spazi, occupazioni. Questo significa che la generazione TQ è formata da esponenti dell’eco-anarchia tutti impegnati in lavori editoriali? Forse. Ma partiamo dai fatti, che nel nostro caso non possono che essere parole; le parole del manifesto. Dalle parole noi deduciamo che questi sono né più né meno che degli incazzati. Degli incazzati italiani che hanno scritto un manifesto, secondo me piuttosto ampio, e non solo legato al mondo della Cultura e dell’Editoria, esattamente come gli indignati spagnoli sono scesi in piazza, eccetera, eccetera. Chi è incazzato parte sempre da un fatto vicino a sé, noto in quanto sostenuto sulla sua pellaccia. E questo fatto, inutile girarci tanto intorno, è da un lato la pagnotta, dall’altro la volontà di lavorare in un certo modo.

    Se esistono (ed esistono, certo che esistono) dieci onesti lavoratori nell’editoria, che ogni giorno si sforzano di svolgere un “lavoro di qualità”, non vedo perché cento altri lavoratori non possano denunciare una loro sostanziale esclusione dalla possibilità di lavorare nella stessa modalità, specie in un Sistema che — scusatemi il tono perentorio — EVIDENTEMENTE ha qualche problema in termini di qualità globale. Si tratta solo di una questione di talento, onestà intellettuale, gavetta, voglia di fare, impegno, passione, abnegazione? Non credo. Tra questi ci saranno certamente, come ovunque, gli eterni seduti in attesa di diritti senza doveri.

    Il manifesto secondo me parla chiaro e ampio. Se si tratterà di fondare, più banalmente, una casa editrice alternativa e nulla più, vorrà dire che tutti noi firmatari “generalisti e filosofici”, che ci siamo ritrovati in quelle parole leggendone chiarezza e ampiezza, ci sentiremo autorizzati a copiarle e incollarle per rifondarlo come si deve.

  12. Sara Gamberini Says:

    Mi piace la lettura che Giulio fa del manifesto Tq. Per ora più che nella doppiezza vivo nell’ambivalenza: provo entusiasmo sconfinato ma resto scettica per qualcosa, un che ne so. Nulla a che vedere con gli intenti, forse qualcosa non mi convince in termini di coinvolgimento. Non finirà ( e non e’ forse già iniziato un po’ così) per essere un movimento per pochi, i soliti pochi, i soliti meravigliosi pochi. Riuscirà questo centro di professionali intraprendenti a non ritenere marginale o poco interessante il mio recensire gratis, il mio editare per due euro? Il mio di un essere x, intendo. Perché e’ da qui che comincia l’ambiguità del lavorare con passione. Non dimenticatevi, insomma, degli operai letterari!
    Sara Gamberini

  13. vincenzo ostuni Says:

    Grazie Filippo, faremo del nostro meglio per essere all’altezza delle aspettative che abbiamo generato: condizione non certo sufficiente, ma necessaria, è l’adesione di tanti come te.

  14. Fed Says:

    Non capisco perché non si voglia pubblicare il mio commento.

  15. Luigi B. Says:

    “Questo non è un appello che basti firmare: questo è un invito, aperto a tutti coloro che lavorano nell’ambito della cultura e delle arti, a pensare e ad agire assieme, deponendo egoismi e rivalità; a mettere in gioco parte del proprio tempo e in discussione il proprio ruolo artistico o intellettuale, e a essere fortemente, fieramente cittadini, operando da mediatori tra i saperi, intervenendo nel dibattito politico, immaginando nuovi modelli di pratiche sociali. È un invito che estendiamo poi a tutto il Paese, un invito al dialogo e alla formazione di comitati TQ, rivolto a tutte le categorie di trenta-quarantenni che vorranno lavorare assieme a noi: dai ricercatori agli economisti, dagli artisti di altre discipline ai lavoratori dello spettacolo, dagli insegnanti agli operai, dai free lance ai precari del terziario avanzato – molti di loro, proprio come noi, alle prese con una somma ennesimale di ruoli distinti: nella stessa giornata, più volte al giorno

    In questo tempo di emergenza l’adesione a TQ si fonda dunque su un impegno etico in vista di un’azione politica, su un passo personale in vista di impegni collettivi. Siamo ormai pienamente convinti, infatti, che non sia più sufficiente dedicarsi ciascuno per sé, con distaccata purezza, all’arte e alla letteratura: oggi più che mai è necessario praticare un’alternativa umana e comune al lungo sonno della ragione.”

    Mi pare che questo estratto cancelli tutte le critiche, le obiezioni, i sospetti e le acredini nei confronti di questa iniziativa. E mi pare che sia la parte su cui si sia posta meno l’attenzione.

    Ma santo cielo, è possibile che bisogna sempre tirare fuori la parte destruens che c’è in ognuno di noi? La mancanza di fiducia ed il complottismo hanno inciso così tanto sulle nostre personalità paranoidi da impedirci di rimanere lucidi almeno fino al momento di prendere una decisione?

    Tutto quello che è stato scritto nei manifesti dei TQ sembra arrivare direttamente dalla sagra dell’ovvio. Non lo dico in senso dispregiativo, bensì voglio sottolineare il fatto che tutto ciò che in questi documenti si afferma di voler fare sarebbe condivisibile dal 100% della popolazione civile (e civilizzata) senza batter ciglio. Sono cose talmente tanto scontate da non dover nemmeno ragionarci su. Un po’ come la democrazia e la libertà: chi direbbe di no?

    Ora, la questione non è tanto ciò che hanno detto e dicono (che sicuramente andrà modificandosi con il passare del tempo e lo scorrere degli eventi), ma ciò che faranno e come. E non capisco perché tutte le energie che spendiamo a farci delle serie pippe mentali non possano essere investite in una paziente e fiduciosa attesa o, meglio, in una fiduciosa adesione e contribuzione con un atteggiamento più costruens.

    Anche a me non convince molto il discorso sulla decrescita e sulla qualità, come mi insospettisce non poco il “comitato etico” che verrebbe a costituirsi in rappresentanza di un mondo molto vario e vasto. È però pur vero che la situazione TaleQuale è fa letteralmente cagare. E piuttosto che stare lì a fare i soliti discorsi da bar di cui ne ho piene le palle (pardòn) e discutere con i soliti noti e meno noti sulla disastrosa situazione del mondo culturale, preferisco cogliere al balzo la possibilità di partecipare (direttamente o indirettamente) ad un discorso in fieri che non ha ancora deciso e fatto nulla, tranne invitare a decidere e soprattutto a fare qualcosa.

    Mi sono soffermato anch’io sulla portata degli abbandoni o delle mancate adesioni di personaggi Della cultura absolutamente rilevanti. MA non avendo a disposizione un cuadro chiaro Della situazione hop referito anche in questo caso sospendere il giudizio ed attendere: cosa diavolo ne so io di Wu Ming e Genna e Antonelli? Li conosco forse personalmente? Ho forse parlato con loro? O forse pensiamo che essendo dei follower su Twitter basti a conoscere una persona?

    Anche è abbastanza evidente la ristrettezza della cerchia iniziale che è un po’ dappertutto – TQ, Nazione Indiana, Alfabeta2 etc. Mi sembra però che la cerchia voglia allargarsi a chiunque voglia offrire il proprio contributo. Forse si sono resi conto che se davvero si vuole cambiare il mondo (culturale) c’è bisogno di tutti e non di quattro Robespierre che finiscono per cantarsela e suonarsela da soli mentre fuori si formano le fazioni dei pro e dei contro (ciò che invece sta accadendo prima ancora che qualcosa avvenisse realmente).

    E dunque la mia conclusiones è la seguente: sospendere il giudizio o usarlo in maniera costruttiva, con suggerimenti, proposte e soluzioni alternative. Alla fine possono accadere solo due cose: che qualcosa davvero si muova, rendendo tutti un po’ più felici; che tutto gattopardianamente cambi per lascire tutto com’è e allora TQ avrà segnato la sua fine poiché le persone a cui si rivolge sono le stesse che leggono e comprano i libri (e non solo).

    Luigi B.

  16. Giacomo Brunoro Says:

    Sarà ma io sogno un mondo in cui vengono pubblicati un miliardo di libri (giusto per sparare un cifra). Perché porsi dei limiti? Credo fermamente che la letteratura sia per definizione uno dei pochi mondi in cui la decrescita non sia mai auspicabile.
    Per il resto in questo manifesto che, lo ammetto, ho letto piuttosto distrattamente, ho notato tanta supponenza, tanta ideologia e tanta presunzione. Quello che mi ha lasciato esterrefatto è stato il linguaggio utilizzato: vecchio, arido, con pochissimi punti di contatto con la realtà e da cui non traspare mai, e dico mai, un minimo di amore per i libri e per la lettura.

  17. Simone Battig Says:

    @giacomo brunoro
    Il più non è sempre meglio, soprattutto se il più vuol dire che chi produce e distribusce decide anche quali sono i primi 1000 libri che hai la possibilità di raggiungere, sfogliare, leggere. Pensaci bene.

    @giulio mozzi
    Io continuo a vedere solo domande.
    Perché, come tu stesso dici, persone, operatori culturali che sono all’interno del sistema editoriale, con diverse posizioni ma che comunque hanno CONTRIBUITO per sopravvivenza a QUESTO sistema editoriale, dovrebbero essere gli stessi che ce ne portano fuori? Mi sembra illogico no? Sarebbe come chiedere a questi politici di essere altri politci, cioè una vera classe dirigente.
    Perché in tutti questi manifesti le responsabilità degli scrittori che si sono prestati alle peggio cose in questi anni non vengono nemmeno sfiorate? Vogliamo chiedere anche a loro di non scribacchiare due libri l’anno e scrivere di tutto solo perché hanno un computer, per esempio? E di apparire meno e scrivere meglio?
    Perché, come dici tu stesso dicendo che conosci quasi tutti, questo gruppo nasce già come un gruppo di persone autoreferenziale?…Nessuno che sta fuori dal sistema editoriale è stato interpellato mi pare, nessuna che non ha condiviso le idee sbagliate degli ultimi anni è stato coinvolto o interpellato…e non mi sembra che ce ne sia l’intenzione.
    E infine, fare una collana sudamericana come quellla di minimum fax è veramente l’idea di decrescita approvata anche da Cassini, a me pare solo l’ennesima furbata di marketing per vendere meglio un prodotto…dov’è la differenza da quando si targhettizzava Carver per venderlo negli anni ’90 sfruttando la scia?
    Mah….io non vedo nuove prospettive, si possono vedere tante buone intenzioni e tante buone parole, dare per scontata la buona fede, ma per me Desiati, per dire, non può certo rappresentare il nuovo che avanza, cioè, se uno nasce a Nuovi argomenti come segretario di redazione e finisce a pubblicare per mondadori ha trionfato nell’editoria e può guidare un nuovo movimento letterario di idee? Mah…se siamo contenti così..continuiamo pure.
    per il resto mi sembre che la cultura italiana rispetti in pieno la società italiana. Fino a che non si aprono le porte ad altri e si mettono da parte coloro che hanno costruito questa gabbia in cui ci troviamo, e qualcuno dovrà essere sacrificato per forza, non si andrà da nessuna parte.
    Cominciamo da una domanda semplice che dovrebbero farsi queste persone: cosa ho fatto io negli ultimi 15 anni per cambiare le cose veramente? La risposta è nulla, è chiaro, altrimenti non saresti lì dove sei a lavorare nel sistema attuale e a pubblicare libri con Mondadori o i grandi editori. E non lo dico io, lo dice la logica editoriale del commercio applicata dagli anni ’90 in poi in maniera massiccia grazie alla nuova situazione illegale della distribuzione…
    E si potrebbe continuare all’infinito.

  18. Filippo Albertin Says:

    Un manifesto — che in ogni caso, scusate, prima di essere giudicato dovrebbe come minimo essere letto da cima a fondo, e non certo distrattamente come qui si ammette con stupefacente candore — deve per definizione essere supponente. Deve avere una componente presuntuosa di natura. In mancanza, non manifesta alcunché. Se manifesto, lo ribadisco, sono incazzato, alterato da fatti e prassi che mi squotono. Se qualcuno è contrario a tale incazzamento, lo dica senza tanti giri di parole, esprimendo un perché e un percosa.

  19. Fabio Carpina Says:

    @giacomo brunoro
    “credo fermamente che la letteratura sia per definizione uno dei pochi mondi in cui la decrescita non sia mai auspicabile.”

    la letteratura immateriale. quella che non necessita non solo di alcun supporto fisico su cui essere trasmessa (neanche di natura elettronica), ma neanche di alcuna risorsa fisica (tempo, neuroni) per essere letta.

  20. enrico Says:

    I’m… quarantenne, di sinistra, precario dell’editoria, pagato ora bene ora molto male, ora nei tempi ora in tempi assurdi, che cerca di lavorare bene, il meglio possibile, che ha vissuto il passaggio dell’editoria dagli intellettuali al management… che non vedrà mai la pensione, che ha vissuto la fine dei grandi partiti popolari, che non trova nessuna rispondenza della propria condizione professionale nel discorso pubblico sindacale, che ha imparato a non avere nostalgia (del 900, degli anni 70), per cui non risuonano i “come eravamo felici con la Rai in bianco e nero con Pound e Pasolini”… che desidera la partecipazione, creare opportunità per gli altri, per i talenti… che crede nella formazione, nei cammini di crescita attraverso la letteratura (e la cultura in genere), perché il discorso dei Tq (in ampi squarci condivisibile) non fa breccia, non apre la breccia? (qualcuno mi potrebbe dire: diccelo tu! e invece non lo so, rileggo i manifesti e dico: boh). Forse, per riprendere i termini di Albertin, non sono incazzato?… Ed è un male? Chissà

  21. enrico Says:

    ah sì! L’incipit mi pare una lamentazione da epigoni e io già sono (scusate il giovanilismo) “preso male”. “All’inizio del suo secondo decennio, il nuovo secolo appare ancora come un Novecento svuotato di senso. Sono caduti insieme alle ideologie anche gli ideali”… no! la valle di lacrime!

  22. Giulio Mozzi Says:

    Chi per la prima volta inserisce un commento in vibrisse non viene subito pubblicato, ma viene automaticamente messo in attesa. E’ un sistema come un altro per contenere lo spam e gli interventi sciocchi. Una volta che io abbia approvata la pubblicazione d’un commento, quella persona (a meno che non si firmi in modi diversi) vedrà pubblicati automaticamente i successivi commenti.
    E, naturalmente, non è detto che io sia sempre lì a controllare minuto per minuto se ci sono commenti nuovi inseriti. Ho una mia vita al di fuori di vibrisse.
    Qesto è spiegato anche nel breve testo (forse poco visibile) che sta nella colonna di destra di vibrisse, sotto il titolo “Commenti”.

  23. Filippo Albertin Says:

    Una cosa, nei commenti a quanto taggato con TQ, avrei voluto trovare: voglia di approfondire. La voglia di saperne di più, di scavare nelle volontà di promotori e firmatari, di argomentare costruttivamente, anche nella critica e nel sospetto. E non la semplice distruttività preconcetta. Si ha sempre l’impressione, in questo atteggiamento, che qualcuno si senta assediato, accerchiato e minacciato da lobby e chissà che aggregazioni circostanti. Penso che indirettamente sia l’obiettivo del Sistema: mettere i deboli, piuttosto che i dissidenti, gli uni contro gli altri, permettendo ai potenti di pasteggiare alla faccia loro. Non pensate sia il caso di dare una direttrice un po’ diversa a queste nostre considerazioni?

  24. Luigi B. Says:

    @giulio: non so se la tua precisazione è rivolta direttamente a qualcuno. Ad ogni modo, visto che il mio commento è stato in moderazione, confermo di aver immaginato che avessi una vita 🙂

    Luigi B.

  25. Simone Battig Says:

    @Filippo Albertin
    Scusa Filippo..ma dove li vedi questi dissidenti nei TQ? I dissidenti di solito prendono e se ne vanno, stop, o vengono cacciati. Qui parliamo di persone molto presenti nel sistema editoriale attuale, anzi di contributori veri e propri allo stato dell’arte.
    Io direi di cominciare a porsi le domande giuste (e ovviamente alcune domande che io ho posto sopra le ritengo assai giuste da porre..) e poi magari diamo qualche risposta ogni tanto, vera. Nei fatti.
    Comunque non voglio aprire polemiche sterili, a me interessano le domande poste e le possibili risposte…ho atteso attivamente quindici anni posso apsettarne altri quindici tranquillamente, basta che ci si arrivi a questo cambio di mentalità e azioni.

  26. Giulio Mozzi Says:

    Valter: non è che io “glissi” sul “perimetro ideologico”. E’ che cerco di valorizzare ciò che, in questa iniziativa, mi sembra diverso da ciò che si vede quotidianamente da trent’anni in qua: e cioè, appunto, l’aspetto professionale. (E l’ha ben visto Vincenzo Ostuni, che infatti sottolinea la “parzialità” del mio intervento).

    Simone, ho l’impressione che le tue domande mettano sullo stesso piano tutto e tutti, senza distinzione. E che pertanto, così formulate, siano del tutto inutili.
    Se in un luogo di lavoro tre persone cominciano a parlarsi, e a mettere in discussione tra loro le condizioni del lavoro, è evidente che all’inizio sono “un gruppo autoreferenziale”. Se chi lavora nel complesso editoriale-industriale comincia a rendersi conto di che cos’è effettivamente il proprio lavoro, e comincia a parlarne con altri e pubblicamente, mi pare gli spetti qualcosa di diverso di un “Tutti complici, tutti a casa!”. Ecc.

  27. Simone Battig Says:

    @giulio
    Ahahah….Vedi, un problema è proprio questo. Quando le persone come te giudicano sempre inutili le domande degli altri, soprattutto quelle che non si rispondono da sole.
    Non ho scritto quello che tu mi attribusici: tutti complici e tutti a casa l’hai scritto tu. Io ho detto che ci vorrebbe prima un’assunzione di responsabilità sugli errori precedenti per aprire una discussione, come fanno le persone normali in ogni contesto serio. E ho posto un problema logico semplice. Tu affideresti la ristrutturazione di un impresa al manager che l’ha rovinata? (visto che parli sempre di libro come oggetto)..non credo. Se gli operatori culturali sono esenti da questa analisi, be’, non è un mio problema. Che ci siano persone diverse è lapalissiano…non mi pareva il caso di ribadirlo ulteriormente.
    Qui tra l’altro non stiamo parlando di tutti quelli che fanno parte dell’editoria, ma di un gruppo ben definito, o no?
    Comunque non mi illudevo appunto che chi non ha mai ascoltato gli altri ora ci si metta in ascolto, già l’avevo scritto.
    Rispondere anche solo ad una domanda è difficile (ce n’erano di facili Giulio…), quando si parte dal presupposto di essere sempre stati corretti e virtuosi, cosa impossibile agli umani mi risulta.
    Riguardo a ciò che si meritano i TQ…be’…se non hanno fatto questa cosa per mettersi in discussione aspramente cosa l’hanno fatta a fare? Per dire che il male è lì vicino a loro e loro lo combattono proprio ora…mi sa che sei tu che hai un’idea un po’ troppo su un piano solo della realtà: e se vuoi ti dico anche qual è il tuo piano, quelli utili e quelli non utili, come trapela dalle tue parole anche stavolta…e non mi sembra un gran piano della realtà per giudicare le persone.
    Torno al lavoro vah che è meglio (mi cancelli dalla tua lista mail? Grazie). Mamma mia Giulio…avevo tante speranze su di te quando scrivevi… 😀

  28. Filippo Albertin Says:

    Essere dissidente non significa né imporsi l’esilio né esserne forzatamente assoggettato. Basta dare uno sguardo a Wikipedia, piuttosto che a un qualsiasi dizionario italiano: dissidente è colui “che non si uniforma alle idee e alla prassi di una maggioranza, manifestando il proprio dissenso” [Sabatini-Coletti]. Penso sia per questa confusione terminologica che forse qualcuno non scorge dissidenza nel manifesto in oggetto. Voi che ne dite?

  29. Simone Battig Says:

    @filippo, riscusa..a parte wikipedia… ti risulta che qui in Italia e nel mondo oggi uno possa essere dissidente senza subirne le conseguenze? No, perché se vogliamo parlare del nulla parliamo sennò parliamo della realtà….prova a cominciare ad essere in dissenso col tuo capo e le sue idee sul lavoro..vediamo quanto ci mette ad eliminarti… :D…prova a dissentire con gli operatori telefonici….
    Io non parlavo della parola tra l’altro, parlavo dei dissidenti (politici)come persone in carne e ossa che si oppongo a qualcosa di totalitario (come il nostro sistema editoriale), coloro insomma che sono stati etichettati con questa parola dalla storia e lo sono stati per un motivo ben preciso che poco ha a che fare con i dizionari e più con la riduzione al silenzio.
    In fondo però hai ragione tu a pensarci, oggi come oggi l’accezione giusta per il dissidente è proprio “di quello che fintamente si oppone al sistema, alla maggioranza (Scilipoti è un dissidente per esempio…)”, dissente e manifesta liberamente altre opinioni, fatalità proprio quando gli è più congeniale esprimerle per cambiare la sua situazione personale o del suo gruppo di riferimento….
    Ma quelli che cambieranno veramente le cose, sono quelli a cui oggi non è nemmeno permesso dissentire perché gli viene impedita e svilita la parola…come sempre è stato nella storia….e non lo dico certo solo io….

    @ a tutti gli operatori culturali e in particolare a giulio.
    Ma rileggersi bene e meglio “Lettere a nessuno” di Moresco, e capire bene quello che ha scritto 25 anni fa invece di dire che è un grande scrittore e basta perché ora fa chic?
    No, perché se stavamo parlando di quello di cui parla Moresco stavamo parlando della stessa cosa, sennò non mi interessa…se volete vi riporto il passo su Pontiggia della penultima pagina che ben si addice all’occasione…ma ce ne sono molti altri se uno vuole ricordarseli sul serio quando parla di ambiente letterario e letteratura…ma non vorrei infierire usando il povero Moresco come una clava, benché taluni lo meriterebbero per manifesta noncuranza… :D.

  30. Sara Gamberini Says:

    Quanto livore. Io invece sto a vedere. Il male di noi che lavoriamo con le parole che leggiamo che analizziamo e’ che usiamo così tanta ragione da divenire rabbiosi. Banalmente: la situazione di editoria e cultura in Italia e’ scandalosa, lo sappiamo tutti. Tutto o quasi si basa sulla relazione. Io recensisco te che sei amico di lui che l’anno scorso ha recensito me. Oppure questo romanzo lo faccio tradurre a Pina che un po’ mi piace ed e’ amica di …metteteci qualche scrittore a piacere. Se Tq intende mettere un limite a questa fuffa perché indignarsi? La rivoluzione si fa come si può.

  31. Giulio Mozzi Says:

    Simone, io non affiderei la ristrutturazione di un’impresa al manager che l’ha rovinata. Tra le persone che compaiono nella lista dei membri di Tq, mi sapresti dire quali sono “manager” (o ricoprono posizioni equivalenti di responsabilità e potere)? Mi sapresti dire quali tra loro “hanno CONTRIBUITO per sopravvivenza a QUESTO sistema editoriale”? Sicuramente c’è qualcuno. La maggioranza? Non proprio.
    (Tu prima parlavi di Mario Desiati: ma in questa lista Mario Desiati, almeno al momento, non c’è).

    C’è un sistema editoriale, in cui il potere è detenuto – lo dico all’ingrosso – da una generazione. C’è un normale ricambio e vi entrano, in posizione subordinata e spesso assai precaria, persone di una successiva generazione. Queste ultime, dopo un po’ che sono lì dentro nel sistema, cominciano a rendersi conto di che cos’è; e non appena vi si sono un po’ sistemati alzano la testa e dicono: bene, noi come lavoratori in questo sistema, intendiamo lavorare così e così.
    Direi che tra costoro e, per dire, Gian Arturo Ferrari bisognerebbe fare qualche distinzione.

  32. Simone Battig Says:

    @giulio,
    Uhh..Raimo e Lagioia dopo appena 12 anni hanno preso coscienza? Pensa che quando lavoravo in una videoteca ci ho messo 6 mesi a prendere coscienza su qual era il gioco sporco e chi erano i miei capi, un po’ lenti per essere degli intelletuali 😀 Desiati non c’è più…chissà come mai si è già sfilato..bisognerebbe chiederglielo perché in tv si era fatto vedere nei TQ…
    Ti ripeto, rileggiti moresco, rileggete tutti Moresco se volete cominciare a parlare di editoria sul serio…non occorre essere in posizione di potere e responsabilità equivalente ad un manager per influenzare o meno la pubblicazione di un libro o una linea editoriale e tu lo dovresti sapere bene, visto che sei responsabile di aver pubblicato dei libri e di non averne pubblicati altri. Dipende però come ci si comporta in questo percorso…e anche qui dovresti sapere bene come ti sei comportato tu almeno…e ognuno lo sa…ogni piccola cosa può influenzare un corso, anche un libro solo.
    Ripeto, inutile che lo dica io, rileggersi Moresco, che ora viene considerato un nume tutelare di un certo tipo di scrittori (molto alla moda intelletuale..tristezza..)…cerchiamo di essere onesti…è reale o non è reale ciò che ha scritto Moresco riguardo i comportamenti delle persone nel mondo dell’editoria?…non mi far fare il copia incolla di interi passi dai…che sono sempre al lavoro…se volete la discussione costruttiva nel reale bisognerebbe ripartire da quei passi credo…anzi, vorrei sapere proprio cosa pensa Moresco ora. Mi piacerebbe avere la sua opinione a distanza di 20 anni, perché, se possibile, la situazione è peggiorata….anche se nel suo libro, pensa un po’, si parla di persone che ancora adesso hanno posizioni influenti come quelle di prima, nonostante il disastro dell’editoria…che strano…
    Risponderò alle tue domande quando avrai risposto alle mie. Non è molto equilibrato rispondere sempre con altre domande ogni volta che ti viene fatta una domanda, è un tuo modo di discutere che va bene se stiamo parlando a voce, ma così, per iscritto, è piuttosto prevaricatore. Come sai non ho problemi a fare liste e nomi comunque, in relazione a ciò che penso.

  33. Simone Battig Says:

    @sara gamberini
    Per favore…non cominciamo con il livore eh…basta con queste code di paglia che appena si comincia a discutere sul serio… oddio che livore…ma ti credo che qui non nascono più grandi scrittori….un po’ di personalità potrebbe essere letale. La rivoluzione si fa come si può? :DDD…ok..sentiamo i partigiani, Martin luther King e malcom x, gandhi, i giovani egiziani e i siriani, tutta gente che permette a te di pensare che la rivoluzione si fa “come si può”, cioè a scartamente ridotto fin che conviene……no, dai sul serio…
    Se vuoi anche a te ti copio incollo ciò che riporta moresco detto da Mario Luzi in un intervista su quello che dovrebbe essere secondo lui l’atteggiamento di uno scrittore verso la letteratura, se non l’hai letto. Parla di cose un po’ più grosse del come si può…

  34. Simone Battig Says:

    Una precisazione che forse non è chiara perché non sono stato chiaro: io non ce l’ho con nessuno in particolare, ce l’ho con tutti noi me compreso perché se ognuno di noi INDIVIDUALMENTE facesse quel minimo in più di sacrificio personale quando prende decisioni sulla sua vita di relazione (privata, di lavoro) pagandone le conseguenze, tutti assieme potremmo veramente risolvere i problemi, INSIEME, non a gruppi, a lobby, a fasce di ideologie, a scartamento ridotto personale (ci sto non ci sto..), a invidie (perché è vero, ci sono, e molte nell’editoria, ma non certo dalle parti di chi non è nel meccanismo ma dalle parti di chi è dentro e chiunque è dentro lo sa benissimo). Sempre che si voglia cercare risposte alle domande più scomode naturalmente.

  35. Giulio Mozzi Says:

    Simone, scrivi: “Risponderò alle tue domande quando avrai risposto alle mie”.
    Domanda tua: “Perché, come tu stesso dici, persone, operatori culturali che sono all’interno del sistema editoriale, con diverse posizioni ma che comunque hanno CONTRIBUITO per sopravvivenza a QUESTO sistema editoriale, dovrebbero essere gli stessi che ce ne portano fuori?”.
    Ho già risposto scrivendo: “C’è un sistema editoriale, in cui il potere è detenuto – lo dico all’ingrosso – da una generazione. C’è un normale ricambio e vi entrano, in posizione subordinata e spesso assai precaria, persone di una successiva generazione. Queste ultime, dopo un po’ che sono lì dentro nel sistema, cominciano a rendersi conto di che cos’è; e non appena vi si sono un po’ sistemati alzano la testa e dicono: bene, noi come lavoratori in questo sistema, intendiamo lavorare così e così”.
    Domanda tua: “Mi sembra illogico no? Sarebbe come chiedere a questi politici di essere altri politci, cioè una vera classe dirigente”.
    Ho già risposto scrivendo: “Direi che tra costoro e, per dire, Gian Arturo Ferrari bisognerebbe fare qualche distinzione”.
    Domanda tua: “Perché in tutti questi manifesti le responsabilità degli scrittori che si sono prestati alle peggio cose in questi anni non vengono nemmeno sfiorate?”.
    Rispondo: la domanda non è per me, ma per chi ha scritto i manifesti.
    Domanda tua: “Vogliamo chiedere anche a loro di non scribacchiare due libri l’anno e scrivere di tutto solo perché hanno un computer, per esempio? E di apparire meno e scrivere meglio?”.
    Rispondo: chiedilo a loro, dunque. Faccio però notare che nella lista degli aderenti a Tq non mi pare che ci siano tanti di quelli che “scribacchiano due libri l’anno”.
    Domanda tua: “Perché, come dici tu stesso dicendo che conosci quasi tutti, questo gruppo nasce già come un gruppo di persone autoreferenziale?”.
    Ho già risposto scrivendo: “Se in un luogo di lavoro tre persone cominciano a parlarsi, e a mettere in discussione tra loro le condizioni del lavoro, è evidente che all’inizio sono “un gruppo autoreferenziale”.
    Domanda tua: “Nessuno che sta fuori dal sistema editoriale è stato interpellato mi pare, nessuna che non ha condiviso le idee sbagliate degli ultimi anni è stato coinvolto o interpellato…e non mi sembra che ce ne sia l’intenzione”.
    Non sono in grado di rispondere. Io non so chi sia stato interpellato e chi no. Non so a chi siano stati mandati inviti personali. So che la cosa è partita da articoli pubblicati nei giornali, quindi rivolti a tutti. Io non sono stato interpellato personalmente.
    Domanda tua: “E infine, fare una collana sudamericana come quellla di minimum fax è veramente l’idea di decrescita approvata anche da Cassini, a me pare solo l’ennesima furbata di marketing per vendere meglio un prodotto…”.
    Rispondo: non so niente di questa collana, se non che qualche temnpo fa ho ricevuto un invito a comperare una maglietta per sostenerla preventivamente. Ho buttato l’invito nel cestino.
    Domanda tua: “dov’è la differenza da quando si targhettizzava Carver per venderlo negli anni ’90 sfruttando la scia?”.
    Rispondo: per parlare della differenza tra questo e quello dovrei sapere qualcosa della nuova collana: della quale, come ho già detto, nn so niente.
    Scrivi: “…per me Desiati, per dire, non può certo rappresentare il nuovo che avanza, cioè, se uno nasce a Nuovi argomenti come segretario di redazione e finisce a pubblicare per mondadori ha trionfato nell’editoria e può guidare un nuovo movimento letterario di idee?”.
    Ho già risposto, facendo notare che Mario Desiati non è tra i Tq.
    Domanda tua: “Cominciamo da una domanda semplice che dovrebbero farsi queste persone: cosa ho fatto io negli ultimi 15 anni per cambiare le cose veramente? La risposta è nulla, è chiaro”.
    Ti sei già risposto da solo, quindi che io risponda è inutile.

    Ti faccio notare, infine, che quando scrivi: “se ognuno di noi INDIVIDUALMENTE facesse quel minimo in più di sacrificio personale quando prende decisioni sulla sua vita di relazione (privata, di lavoro) pagandone le conseguenze, tutti assieme potremmo veramente risolvere i problemi”, stai esattamente ripetendo il contenuto del manifesto Tq per l’editoria.

  36. Simone Battig Says:

    @giulio

    “Tra le persone che compaiono nella lista dei membri di Tq, mi sapresti dire quali sono “manager” (o ricoprono posizioni equivalenti di responsabilità e potere)? Mi sapresti dire quali tra loro “hanno CONTRIBUITO per sopravvivenza a QUESTO sistema editoriale”? Sicuramente c’è qualcuno. La maggioranza? Non proprio.
    (Tu prima parlavi di Mario Desiati: ma in questa lista Mario Desiati, almeno al momento, non c’è).”
    Mi pare fossero queste le domande a cui chiedevi una mia risposta.

    Te la fornisco volentieri. La cosa parte dall’alveo di minimum fax come ci dice opgni giorno il programma a radiotre dove lavora Lagioia.
    Comincio quindi da loro.
    Hanno contribuito all’attuale sistema editoriale con il loro modus operandi sul lavoro (per la mia conoscenza del loro lavoro…poi non è mica detto che loro siano peggio di altri eh..):
    Cassini (deus ex machina di Minimum fax che lo dice lui stesso, ma almeno dice, mi ero sbagliato).
    Nicola Lagioia
    Christian Raimo
    Scurati e Desiati (che c’erano e non ci sono più è vero ma adesso non è che uno può seguire ogni momento chi entra e chi esce, ad annunciazione televisiva c’erano..ora non più…chiedere a loro perché)
    Bajani
    Pacifico
    veronica raimo
    vanni santoni
    Giorgio Vasta
    purtroppo a mio avviso anche Simone Barillari, che stimo quando leggo (e infatti appoggio in pieno la sua idea di decrescita)
    Purtroppo anche Andrea Cortellesa in parte, che stimo in parte per certe scritti.
    Francesco Forlani
    Tommaso Giartosio
    Alessia Polli

    e qui mi fermo per scarsa conoscenza degli altri..fuori dai TQ la lista è enorme…e invito di nuovo a consulatre Moresco per un paradigma sempre valido di nomi e posizioni.

    Domani rispondo sul resto..ora purtroppo sono sempre al lavoro (anche domani)..

  37. Simone Battig Says:

    riguardo l’ultima tua obiezione giulio, in cui sostieni che io ripeto il contenuto del manifesto TQ non sono d’accordo. Prima di tutto perché io ho scritto tre righe e quindi non ho articolato il mio pensiero in un manifesto, manifesto dove io trovo questo:

    “Proprio in quest’ottica TQ intende costruire un circuito virtuoso per i libri di qualità che inizi anche prima della loro pubblicazione e che predisponga, attraverso i migliori critici letterari, librai e lettori, un’accoglienza attenta e qualificata in grado di aumentare la longevità, la risonanza e la redditività di quei libri.
    TQ chiede anche agli autori di abbracciare e promuovere pratiche di qualità nel lavoro creativo e pratiche etiche in quello critico.
    Sempre a tal fine TQ si ripropone di essere un riferimento e un raccordo tra le migliori voci della critica letteraria che sono, negli ultimi anni, sempre più isolate e inascoltate, così da conferire al loro impegno in favore dei libri di qualità ancora maggior forza e risalto e da fondare, insieme a loro, una nuova autorevolezza.”

    A mio avviso questo non vuol dire un benemerito nulla visto che non si capisce in cosa consistano questi comportamenti, avendo scritto un manifesto potevano cominciare a segnalarne alcuni. L’unica cosa che capisco è che i TQ certificano qualcosa in vista di un autorevolezza futura, ma non si dice come, se non nel decidere loro tutti assieme chi sono i migliori e chi no…non vedo cosa ci sia di diverso dal solito ambiente letterario…a me sinceramente non mi pare che si faccia appello e concretezza sull’individuo responsabile che si muove con unione di intenti con altri sulla base del rispetto del diversità, ma si fa appello alla responsabilità condivisa di una certa idea su certe altre idee..il che cambia parecchio le cose e lascia ampio margine di manovra….

    Ultima cosa: le domande a cui non hai risposto dicendo di farle a loro le ho già fatte a Raimo in parte, le avrei fatte volentieri anche da loro se non fosse che i commenti sono chiusi nel loro sito (per praticità?…cominciamo bene..). Ecco perché commento qui. Su nazione indiana certo non leggo e non commento ritenendolo più o meno uno dei principali responsabili di questa non politica di sinistra con gravi riflessi nel sociale e nel culturale…lo chic de noantri insomma, come ampiamente visto più volte nelle discussioni (peccato perché anche lì a volte c’erano pezzi interessanti su nazione indiana ma ormai da anni è infrequentabile…e certo non di indirizzo letterario per me almeno)
    Leggere Moresco, ripeto. Grazie, se non ho risposto a qualcosa sono sempre disponibile, del resto c’è poco lavoro in galleria il 30 luglio :D.

  38. Giulio Mozzi Says:

    Bene, Simone. Tu pensi che le persone che hai elencate poco sopra siano “manager” o ricoprano posizioni equivalenti di responsabilità e potere. E io direi che prendi lucciole per lanterne. Mi pare che la definizione si attagli al solo Marco Cassini.

  39. Sara Gamberini Says:

    @Simone Battig
    Non parlerei di coda di paglia, non nel mio caso. Sono annoiata dalle polemiche, questione personale, non si tratta quindi di un giudizio ma della mia reazione ai tuoi toni animati che sono però comprensibili e tuoi e sui quali quindi non discuto. Mi sono limitata a riportare una MIA reazione a certe risposte (non solo tue) e per questo ho parlato di livore e rabbia. E tu, per tutti i tuoi buoni motivi (c’è di che esasperarsi a volte, è vero) usi dei toni accesi che urtano un po’ la MIA sensibilità. Se ciò che ho detto è tiepido è perché la mia posizione in questo momento è tiepida, ripeto che voglio stare a guardare. Ho parlato di ambivalenza, questa parola contiene qualcosa di forte. Ho scritto anche che per ora il movimento Tq mi sembra una questione per pochi. Abbi pazienza se un po’ a me la rivoluzione entusiasma, se mi incazzo meno di te, se voglio dare fiducia (pur con tutte le riserve) e non funestare questa scintilla (da qui la mia frase ‘la rivoluzione si fa come si può’ che, bada bene, scrivo nel 2011) con tutte le mie lagne e i miei dubbi e le mie personali rabbie di povera operaia letteraria precaria. Tiepidamente, Sara

  40. Simone Battig Says:

    @sara gamberini
    Si, capisco la tua posizione e la rispetto.

    @giulio

    Ripeto, secondo me devi rileggerti il Moresco di Lettere a nessuno, Moresco di cui tu mi pare abbia molto amato Gli esordi, libro che appunto cercava di pubblicare mentre scriveva lettere a nessuno contemporaneamente e sottolinea i comportamenti non certo solo di persone di potere come le intendi tu.
    Sei tu che insisti a dire che manager e posizioni di reponsabilità sono le sole che determinano le scelte. Io non sono per niente d’accordo. Io credo che anche un oscuro lettore sottopagato di una casa editrice, un editor o un consulente come te (che però era anche responsabile di una collana), anche per un solo libro cassato o meno possano cambiare il percorso editoriale e commerciale delle cose. E’ chiaro che se invece di un solo don chisciotte ce ne fossero cento che tentano questa cosa IN TUTTE LE POSIZIONI, forse le cose comincerebbero a cambiare davvero.
    Con tutta la buona volontà nelle parole (ma già da subito nei fatti..) dei TQ io non vedo questa assunzione di responsabilità e questo orizzonte come sottolineava anche il bel pezzo sugli involontari liberisti (e qui si torna anche al mio discorso: possono le stesse persone che hanno usato e accettato una logica di lavoro cambiare quella logica?)
    Io credo che siamo NOI tutti a dare potere alle persone di potere attribuendogli, come fai tu, un potere che ad andare fino in fondo in realtà e nel vero non hanno, perché a loro volta rispondono a qualcuno….ecco forse è il caso di uscire da questa logica piramidale imposta da un’idea di società che non sta più in piedi commercialmente e socialmente. Basta guardarsi attorno…
    Il discorso è lungo e probabilmente io e te non ci capiamo perché se tu continui ad usare categorie defunte io non riesco più ad usarle per descrivere la realtà, che avendo fatto un salto di tipo star trek ha bisogno di prospettive logiche, di ragionamento, di condivisione, di economia reale completamente nuove. Se tu e altri per vent’anni vi siete mossi sul filo di queste logiche a me pare naturale che non riusciate a vedere una prospettiva completamente nuova in questo momento. Non è mica una colpa e nemmeno io ho un merito particolare da appuntarmi al petto…dico solo che quando parlo con taluni mi sembra che ci sia tra chi vede le cose come me e questi taluni un abisso di orizzonte. Per citare Mafalda mi sembrano tutte persone che guardano il futuro con la nuca.

  41. Giulio Mozzi Says:

    Simone, scrivi rivolto a me: “Sei tu che insisti a dire che manager e posizioni di reponsabilità sono le sole che determinano le scelte”. Ho scritto l’esatto contrario. Tutto il ragionamento dei Tq è fondato sulla convinzione che non solo i “manager” determinano le scelte.
    Ma ammetterai, che tra l’ “oscuro lettore sottopagato” e un dirigente che che decide pubblicazioni e indirizzi un differenziale di potere c’è. E io trovo che fare di tutte l’erbe un fascio sia un ottimo sistema per impedirsi di raggiungere l’obiettivo.
    Poi, si può sempre fare la rivoluzione. Ma Tq è un’iniziativa riformista, non rivoluzionaria.

  42. Alessandro V. Says:

    Se c’è una cosa che di primo acchito mi sentirei d’imputare a tq è la mancata creazione di uno spazio unitario per i commenti sul proprio blog. Non perchè veda ciò come una mancata disponibilità al dibattito, i fatti dimostrano il contrario, ma perchè per chi -come me- non è particolarmente aduso a discussioni online è alquanto faticoso star dietro a tutte quelle aperte sui vari blog e siti. E, soprattutto, non si sa su quale intervenire. Comunque…
    Da 33enne ricercatore “virtuale” (dal punto di vista della retribuzione) fuori dai giri cui non è ancora stata data risposta alla richiesta di adesione, mi sento di dare una convinta apertura di credito a quello che è ovviamente soltanto un inizio. Nei manifesti non mancano gli aspetti criticabili o, ancor più, il dubbio sulla realizzabilità di talune petizioni di principo, ma ciò che non mi sembra accettabile è la chiusura preventiva, la dietrologia (“perchè lo fanno? quale vantaggio vogliono ottenere? ma avete visto che vengono tutti da tale e talaltra casa editrice?”), il sarcasmo fine a se stesso che si legge da varie parti.
    Ciò che mi interessa è -per il momento- il gesto in sé: la volontà di ricostruzione di un’azione comune, la palinodica presa di coscienza che è necessario uscire dall’individualismo in cui siamo cresciuti e del cinismo/scetticismo che ci hanno accompagnati. Non è facile liberarsene, io per primo ne sento la difficoltà, però non c’è altra strada per cercare di svoltare rispetto alla deriva costante verso l’inessenzialità dell’intellettuale in atto da decenni (in Italia più che altrove, probabilmente). C’è qualcosa di volontaristico, sembra quasi di forzato, in questo tentativo di unificazione e di rinnovo dell’impegno? Secondo me sì, ma è inevitabile, sono gli sbuffi e gli stantuffi di una macchina che cerca di rimettersi in moto dopo tanto tempo.

  43. Simone Battig Says:

    @giulio

    Fare di tutte le erbe un fascio è difficile oggi come oggi. E’ proprio questa la logica vecchia che criticavo. E’ impossibile oggi, qualsiasi cosa si dica, riuscire a fare di tutta l’erba un fascio….semmai il problema appunto è il contrario, cioè che a forza di sottlizzare distinguere, ergersi a lievi differenziatori del flusso, comporre nicchie che sono dentro ma in realtà sono diversissime (ripeto leggersi moresco 25 anni fa cosa dice a proposito di questi attegiamenti del tipo “io sono dentro ma io sono intellettuale”) ognuno si è completamente deresponsabilizzato di fronte ai gesti quotidiani.
    Anche Bersani dice: non siamo tutti uguali, a Milanese. Peccato che non ci faccia capire dove stanno le differenze di comportamenti e azione quando votano in parlamento..e questo vale per ogni singolo politico ad esempio. E ripeto, la politica è specchio del paese, in tutte le sue manifestazioni.

    Il differenziale di potere c’è anche tra me e mio figlio. Ma questo non vuol dire che lui a volte non abbia idee e visioni della reltà migliori o più lucide delle mie, anche se ha solo 9 anni. Io cerco di aiutarlo a metterle in pratica o gli faccio da sponda, non lo tengo fuori dicendo: questa è una cosa da adulti, che invece è esattamente l’atteggiamento da riformisti de noantri che a me pare stia prendendo forma nei tq o in persone come te.
    Non facciamo la rivoluzione prima? Pazienza, vorrà dire che finiremo un’altra volta a piazzale loreto…che soddisfazione eh…io preferirei un rigurgito di onestà intellettuale prima.
    Dette tutte queste cose, sono sicuro che a settembre già si parlerà d’altro o salteranno fuori una fantastica serie di collane editoriali tipo sur di minimum fax, e saremo dall’inizio di nuovo….
    Io da parte mia intanto scrivo e pongo dei paletti, sapendo che ora non ci sono editori, ad esempio, che possono pubblicare un libro in dieci anni perché non hanno orizzonte.
    Non so. Ad esempio, si potrebbe sapere chiaramente perché Desiati e Scurati ad esempio non ci sono più dentro questa cosa? Sarebbe meglio no avere le idee più chiare sui meccanismi di inclusione ed esclusione o autoinclusione ed autoesclusione che ci sono in TQ….uno capirebbe di più se può parteciparvi o meno, contribuire o meno.

  44. Giulio Mozzi Says:

    Simone, scrivi: “(ripeto leggersi moresco 25 anni fa cosa dice a proposito di questi atteggiamenti del tipo “io sono dentro ma io sono intellettuale”)”.
    Ma le persone di Tq non hanno questo atteggiamento.

    Ah: visto che tiri sempre fuori “Lettere a nessuno” di Moresco, la mia domanda è: tu sai se le cose che Moresco racconta in quel libro sono vere?

    Scrivi: “Io cerco di aiutarlo [mio figlio] a metterle in pratica o gli faccio da sponda, non lo tengo fuori dicendo: questa è una cosa da adulti, che invece è esattamente l’atteggiamento da riformisti de noantri che a me pare stia prendendo forma nei tq o in persone come te”.
    A me pare l’esatto contrario.

    Scrivi: “Si potrebbe sapere chiaramente perché Desiati e Scurati ad esempio non ci sono più dentro questa cosa?”.
    Perché loro sono di quelli che dicono: questa è una cosa da adulti, noi siamo dentro ma siamo intellettuali, ecc. E quindi si sono tolti.

    Su Desiati un articolo pettegolo, se vuoi. Qui.

  45. cooksappe Says:

    Cinquantuno anni? Sei pronto per CS: Cinquanta Sessanta!

  46. Simone Battig Says:

    @giulio

    Non so se le cose che Moresco racconta sono vere o non sono vere, quante sono vere e quante non lo sono (anche se da come sono scritte ho un’idea abbastanza precisa di quante siano vere e quante non lo sono).
    Quello che so con certezza è che sono paradigmatiche di comportamenti che CHIUNQUE abbia avuto a che fare con editoria, editori e scrittori sa benissimo che sono REALI, e sono proprio quei comportamenti che ci hanno portato allo scatafascio negli ultimi 30 anni.

    Le persone dentro i TQ non hanno questo atteggiamento?
    Ma quando uno si propone come argine di riferimento etico che atteggiamento sta assumendo scusa? E soprattutto come fa ad ergersi nei confronti di persone come me che il riferimento etico individuale lo praticano da quando hanno messo il piede in un casa editrice la prima volta e non a orologeria…?

    A me sembra tutto molto confuso e opportunistico, per ora. Io certo non ho capito se posso aderire o non aderire ad una cosa del genere, fatte salve posizioni come quelle di barillari sulla decrescita dei libri che naturalmente condivido come già detto. ma un Barillari è poco per aderire e sostenere una cosa simile….

  47. MissMartinaB Says:

    Vedrò se il tempo mi da ragione, ma ripongo molta fiducia nella nuova generazione che sta avanzando millimetro dopo millimetro. Altrimenti come potrei vivere in questo Paese ed immaginare un futuro?
    Vedo con favore dunque il manifesto di Tq e l’attenzione che gli hai voluto dedicare sul tuo blog. Le richieste portate avanti da Tq sono quasi banali, come hai detto tu, e sono le stesse che spesso vengono avanzate da altri lavoratori in altri ambiti.
    Le polemiche sterili non servono a niente. Ho apprezzato molto, quindi, anche l’invito a metterci del proprio. Le cose si cambiano dall’interno e non ci rimane che crederci. Nell’editoria come altrove.

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