Il bersaglio logico del libro

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Una lettera di Michela Murgia

Caro Giulio,
come promesso ti scrivo meglio che tipo di riflessione ho fatto leggendo il vostro libro; ti autorizzo a renderla pubblica dove ritieni.
Nel parlare di 10 buoni motivi per essere cattolici su Saturno (qui) ho utilizzato l’aggettivo “apologetico” come se si trattasse di una critica, ma per capire in che senso lo è mi sembra necessaria una premessa. La letteratura cristiana apologetica è un discorso fecondo e ininterrotto che parte da Giustino di Nablus e arriva – fate le debite proporzioni – fino a testi contemporanei come Ipotesi su Gesù di Vittorio Messori. La sua caratteristica è quella di identificare degli avversari e articolare razionalmente un discorso contro le loro tesi. Nella storia dell’apologetica cristiana di rado gli avversari sono stati esterni al cristianesimo, anzi; spesso si è trattato di altri cristiani dalle idee percepite come eretiche. Non è importante che qualche apologeta si sia fatto prendere dallo zelo dell’argomentazione e nel gioco delle accuse sia poi morto eretico a sua volta: quello che conta è che l’apologia, partendo da un presunto dato di ortodossia, è sempre adversus qualcosa o qualcuno. Amo questo approccio solo quando identifica i suoi avversari, isola le loro tesi e le attacca con le armi di cui teologicamente e razionalmente dispone. Ho invece moltissime perplessità (anche teologiche) quando l’apologia diventa una dimensione essenziale e fondativa dell’essere cristiani, perché allora tutto il mondo diventa avversario e l’unica posizione argomentativa assumibile è la difesa a oltranza. Non della fede però, ma di sé stessi in quanto cristiani, che è cosa piuttosto diversa. Viene dritta da questa concezione la teoria di don Giussani secondo la quale il cristianesimo “per porsi deve opporsi”, un’ermeneutica che agisce sempre supponendo il cristiano come naturale antagonista del mondo in cui si trova. Non nego che in certi casi opporsi sia una dimensione senz’altro necessaria, ma non sono affatto certa che si tratti di una conseguenza ontologica dell’essere di Cristo. Da questo punto di vista, benché non siano molte le differenze teologiche tra il papato di Giovanni Paolo II e quello di Benedetto XVI, almeno una c’è: Wojtyla con il suo stentoreo “Non abbiate paura” ha scelto sin da subito di rinunciare simbolicamente alla sindrome della trincea di cui invece la teologia di Ratzinger è del tutto vittima. Ogni volta che mi trovo davanti a un testo, un sito internet, un discorso o un articolo di giornale che descrive i cristiani come gente minacciata che vive (anche solo culturalmente) in un fortino assediato con livello di allerta a DefCon 1 non solo mi sento infastidita come cristiana, ma non posso fare a meno di interrogarmi sulle conseguenze pratiche di questo approccio, tanto più alla luce della recentissima cronaca.

Leggi la scheda del libro nel sito dell'editoreIl titolo del libro, non te lo nego, ha acceso quella spia d’allarme. La dicitura “cattolici” è troppo specifica per non ricordare immediatamente a chi lo legge che il cristianesimo è ridotto in pezzi dagli scismi. Chi legge il titolo 10 buoni motivi per essere cattolici è autorizzato a pensare che l’adversus del libro possano essere gli altri soggetti storici riconducibili a Cristo allo stesso modo in cui 10 buoni motivi per essere cristiani avrebbe fatto pensare all’adversus “Islam” o “Indu” e 10 buoni motivi per essere credenti avrebbe fatto pensare agli atei. Poiché in realtà non è questo il bersaglio logico del libro – lo dice il suo contenuto e me lo hai confermato tu – allora forse si tratta davvero di un titolo fuorviante.

Il fatto che l’antagonista del vostro discorso non siano le altre varianti del cristianesimo non significa però che antagonista non ci sia. Infatti, benché nella prefazione del vostro libro venga scritto esplicitamente che l’intento non è la polemica, c’è una parte del libro in cui la sagoma dell’avversario, anche quando non esplicitamente nominato, è ben distinguibile. Per forza di cose si tratta della parte filosofica che sviluppa Valter Binaghi. I tuoi interventi sono infatti esegetici nel senso più popolare del termine e sono naturale conseguenza della constatazione fondatissima che i cristiani italiani, anche quando si autodefiniscono tali, del cuore della Rivelazione siano spesso infarinati poco e male. L’adversus si sostanzierebbe quindi nell’ignoranza di Cristo di cui sono vittima i cristiani stessi, ma in questa logica i tuoi interventi appaiono più sapienziali e catechetici che apologetici, risultando la parte del testo senz’altro più conforme allo scopo dichiarato nell’introduzione.

Gli interventi di Valter Binaghi sono però di altra natura e generano un’incongruenza – o se vogliamo, una ulteriore complessità – nel discorso che fate insieme. L’adversus nelle parti scritte da lui è spesso esplicito, ma mai definito una volta per tutte. Lungi dall’essere evocati nel discorso i destinatari naturali del testo, cioè i “cattolici per cultura”, vi compaiono invece i teo-con e i radical chic (diciture mai specificate), l’umanesimo ateo (pag.59) e i deliri di onniscienza di marca scientista (pag. 60), i teologi o cristiani percepiti come critici (Vito Mancuso), il Modernismo come sintesi di tutte le eresie e la cosiddetta ideologia democratica in nome della quale si rifiuta l’esistenza e l’autorità del Magistero ecclesiale. Un discorso con così tanti nemici è destinato inesorabilmente a rivelare sulla mappa dialettica la posizione inconfondibile di un fortino assediato. La critica di apologia – che se il libro avesse avuto un altro scopo dichiarato non avrei posto come tale – è rivolta quindi all’argomento difensivo come connotazione specifica del discorso di Binaghi, che fa a pugni con la quarta di copertina tratta dalla prefazione di Avoledo, dove è scritto che “qualcuno cerca di ingannarci, di farci credere che non siamo cristiani. Perché? Perché un cristiano non ha paura. E questo mondo è dominato dalla paura”. Se il cristiano non ha paura, perché mai sta sempre sulla difensiva? Il cattolico come vittima inerme di un mondo malvagio, ignorante e strutturalmente nemico è una narrazione dickensiana difficile da sostenere in un paese in cui l’omelia domenicale del pontefice è una notizia del tg, la Lega pretende l’obbligo di esposizione del crocefisso negli edifici statali e le leggi su questioni di diritti e di coscienza sono pesantemente influenzate da esplicite indicazioni ecclesiali. I singoli cattolici pagano non certo l’adesione a Cristo, ma la crisi di credibilità dovuta all’appartenenza a un soggetto la cui natura mistica è difficilmente coniugabile con le brutture umane di cui spesso si rende protagonista o partecipe. Magari fosse vero che la frattura di cui siamo portatori è quella della croce. Invece, volendo sorvolare sui casi di cronaca con protagonisti bambini o bonifici fiscalmente paradisiaci, lo scandalo di cui siamo chiamati a dare ragione è l’arroccamento su presunte non negoziabilità, il rifiuto di considerarci dentro a un processo storico che pone domande nuove, la distruzione pezzo a pezzo dell’idea di comunità cristiana come collegialità cristocentrica, l’incapacità di vivere la Tradizione come “trasporto da un punto a un altro”, quindi moto, viaggio, tappa su tappa, il contrario della staticità. È l’inadeguatezza davanti alla storia quello che ci rende attaccabili, non certo la fede. È sterile in questo scenario far finta che, al di là dei molti buoni motivi per essere genericamente cristiani, questo non rappresenti un ottimo motivo per smettere di essere specificamente cattolici, dato che la questione della continuità apostolica della Tradizione e quella del primato papale (quindi della linea gerarchica come presunta dimensione strutturale dell’essere Chiesa) rappresentano proprio la nostra peculiarità. Da un libro che dichiara nel titolo di voler dare ragioni per essere cattolici (piuttosto che essere qualcos’altro) è lecito attendersi che questi punti non siano elusi, ma anzi considerati come fondativi del discorso. Invece ci si arriva solo nel capitolo 9 e li si affronta in modo non diretto. Nell’economia del testo questa sembra una carenza ascrivibile alla parte filosofica, dato che sul piano esegetico sono almeno 40 anni che giustificare il primato papale e la visione sclerotica della Tradizione non riesce più a nessuno.

Affermare che tutto il discorso del libro, per quanto valido e argomentato, lascia le cose sostanzialmente come le ha trovate, dal mio punto di vista significa rilevare che lo specifico “cattolico” evocato dal titolo non è stato in realtà affrontato. Nemmeno Maria nel capitolo 7 rappresenta una differenza rilevante: le chiese della Riforma e i fratelli ortodossi contestano i dogmi dell’Immacolata e dell’Assunta perché per i primi sono privi di fondamento biblico (e mica per nulla ci è voluta la forzatura dell’infallibilità papale per poterli definire) e per i secondi rappresentano una lesione ulteriore della “comunione dei beni”, perché incarnano la tentazione cattolico-romana di “fare verità” senza le parti mancanti del corpo ecclesiale. È utile ricordare che però nessuno dei due dogmi fa parte del patrimonio di fede originario sintetizzato nel simbolo di Nicea. Cercare uno specifico in questo è il più fragile degli argomenti.

Ecco perché La mia impressione è che un interlocutore – credente o non credente – che abbia nozioni superficiali o confuse non avrebbe motivo di convincersi di alcuna specificità cattolica dottrinale nel cristianesimo leggendo questo libro. Il che per quanto mi riguarda non rappresenta un difetto in un ipotetico ragionare ecumenico, ma immagino che possa invece esserlo in ordine allo scopo annunciato dal titolo.

Scusa se ti ho risposto solo ora, sono davvero sovraccarica.
Un caro saluto

Michela

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27 Risposte to “Il bersaglio logico del libro”

  1. vbinaghi Says:

    Adesso è tutto più chiaro: la signora Murgia ha letto un altro libro, se ritiene di trovare in questo qualche affinità con la dottrina di Don Giussani secondo la quale il cristianesimo “per porsi deve opporsi” (personalmente il settarismo di Comunione e Liberazione è quanto di più lontano dai miei orizzonti)
    Qui si è provato a evidenziare una narrazione, e naturalmente per farlo si è dovuto “distinguere” la medesima da ciò che viene fatta passare per tale, cioè le varie rappresentazioni caricaturali di marca laicista, gli arroccamenti fondamentalisti che confondono la tradizione cattolica con l’Ancien Regime, e le adulterazioni del modernismo, che anzichè interrogare gli umori del secolo a partire dal messaggio cristiano fanno esattamente il contrario. Antagonismo?
    Se piace la parola, si può anche usare, purchè significhi differenza e non prevaricazione. D’altro canto marcare una differenza rispetto a ciò che è altro da sè è anche quello che fa ad ogni pagina Murgia in “Ave Mary”, dove l’altro da sè è l’intera tradizione mariana, mentre il soggetto dell’apologia sembra unicamente un femminismo abbastanza istituzionale da essere percepibile anche tra le adepte dell’Azione Cattolica. Ma dal momento che la Murgia fa professione di cattolicesimo fin dalle note di copertina, mentre uno svelamento di quella che sarebbe l’autentica spiritualità mariana nel suo libro non si trova, chi è che non mantiene quanto si promette nel titolo?

  2. lorella Says:

    che bello essere… atea, e credere che maria fosse una ragazzina semplice e non una regina, messa incinta da un soldato romano, che per non finire lapidata è stata sposata da giuseppe, vedovo con prole, la quale dopo la nascita di yoshua, e non cristo, gli ha dato altri figli….

  3. Giulio Mozzi Says:

    A sostenere che Gesù fosse figlio di un soldato romano – di nome Pantera – è il polemista Celso, autore nel secondo secolo di un libello contro i cristiani. Celso non aveva interessi religiosi: combatteva il cristianesimo solo in quanto, a suo avviso, dannoso per la stabilità dell’impero. La diceria su Pantera proviene probabilmente da ambienti israelitici.
    Ovvero, Lorella, ciò che tu credi o hai creduto proviene a sua volta dal gran calderone delle polemiche e delle strumentalizzazioni…

    (Gesù si chiamava Gesù; il titolo di Cristo, cioè Messia, gli fu attribuito successivamente da altri).

  4. Carlo Cannella Says:

    L’attivita’ letteraria di Celso e’ di un paio di secoli posteriore alla presunta morte di Gesu’, che in realta’ pare nato dal cilindro del mago. Se rimaniamo agli storici del suo tempo, infatti, nessuno ne parla.

  5. Giulio Mozzi Says:

    La voce di Wikipedia sulle fonti storiche non cristiane su Gesù (qui) mi pare ordinata e ben fatta.

  6. vbinaghi Says:

    Ecco. Il “Contro Celso” di Origene è un esempio di “apologia” del cristianesimo, che ha un avversario preciso, come intende la Murgia. L’avversario, però, non è il signor Celso ma le argomentazioni del medesimo, che riecheggiano ragionamenti simili diffusi negli ambienti pagani tese a ridicolizzare l’aspetto filosoficamente scandaloso di una religione basata su un Dio crocifisso. Così come apologie precedenti (quella di Giustino ad esempio) dovettero misurarsi con dicerie anti-cristiane, come quella che voleva i cristiani riunirsi in luoghi segreti a divorare le carni di un certo “Creso” (cito a memoria, dalla lettera di un funzionario romano allarmato che chiede lumi ai superiori).
    Il discorso apologetico, insomma, ha come avversari non (come maliziosamente dà ad intendere la Murgia, che confonde apologia e polemica, dei “nemici”) ma l’equivoco e la diceria, perchè intende ripristinare l’autenticità della narrazione cristiana.
    E’ quello che si è provato a fare noi, intendendo per “equivoco” anche il cattolicesimo di chi lo professa stancamente senza conoscerlo. D’altro canto il più grande apologeta moderno, cioè Pascal (quello che oggi leggiamo sottoforma di “Pensieri” è in realtà la gran messe di frammenti di un’opera incompiuta che doveva intitolarsi “Apologia del Cristianesimo”), scrive nella cattolicissima Francia del XVII secolo, la sua fede non è un “fortino assediato” (il pensiero libertino non rappresenta certo una minaccia a quei tempi per il cattolicesimo), e ugualmente i suoi “avversari” sono il razionalismo cartesiano, lo scetticismo e la scarsa spiritualità del senso comune dell’epoca, che pure si professa cristiana.
    Quello che la Murgia attribuisce al discorso “apologetico” va in realtà ascritto al discorso “polemico”, di cui pure la letteratura cristiana patristica e moderna offre numerosi esempi: si tratta di opere scritte “contro” le eresie, come quelle di Agostino contro il Manicheismo e il Pelagianesimo: lì lo scopo è definire con accuratezza ciò che è ritenuto vero ed escludere interpretazioni difformi e pericolosamente fuorvianti. Beninteso, la polemica difficilmente può essere interamente separata dall’apologia (come la Murgia fa notare citando tre o quattro passi della mia parte di scritto), ma basta leggere il nostro libro dal principio alla fine, per accorgersi di quale sia il registro dominante e coscientemente prescelto.
    Perchè allora questa confusione tra apologia e polemica, accusandomi della rigidità della seconda anzichè riconoscermi la coerenza espositiva della prima? Perchè il cattolicesimo che “si” vuole da parte dell’intelligentja dominante (e a cui la Murgia si è adeguata prontamente) è un cattolicesimo senza perimetro, senza identità e senza definizioni, pronto a rinunciare a sè stesso in nome delle suggestioni dello Zeitgeist (è questa la definizione approssimativa di modernismo) anzi meglio ancora pronto a suicidarsi dissolvendosi nella vaga spiritualità della New Age (come fa Mancuso). Oppure quello becero, facile da ripudiare, legato alle formule di una dogmatica espressa in una lingua che nessuno capisce più, identificato alle contaminazioni politiche della gerarchia o al carattere grossolanamente reazionario di certa destra.
    Tra la totale rinuncia alla continuità con una tradizione e la rigidità altrettanto mortifera del fondamentalismo, si vorrebbe che non esistesse alcuna terza via, per costringere a una scelta tra queste. E invece la terza via esiste, ed è anzi la prima, quella di una verità che non è teorica (aut aut) ma simbolica, inclusiva e quindi inesauribile proprio perchè fedele non a una lettera ma a uno spirito, fondata, come ho già scritto altrove, non tanto su un corpo dottrinale ma su un corpo risorto, quello di Gesù Cristo.
    La verità cattolica è nell’analogia (non alterità, non identità, ma somiglianza nella sempre maggiore dissimiglianza), che è un paradosso per l’intelligenza e per la moralità, e infatti si esprime in paradossi come quello della Chiesa “casta meretrix”, come hanno ben visto grandi apologeti contemporanei, del genere di C:S: Lewis o G.K. Chesterton che non a caso sono passati dall’anglicanesimo alla chiesa romana, mentre il protestantesimo di questo paradosso rappresenta proprio il rifiuto.
    Per questo la verità cattolica va continuamente ri-raccontata, perchè possa includere l’esperienza e il linguaggio del contemporaneo, e perchè può farlo, attingendo a una fonte spirituale inesauribile in quanto sacramentale.
    In riferimento a questa, che è veramente la questione centrale, la lettera della Murgia, così preoccupata (lei, non noi) delle coordinate cartesiane che definiscono il posizionamento, mi sembra veramente parlar d’altro e, vorrei aggiugere, spiritualmente poca cosa.

  7. Carlo Cannella Says:

    Mi pare che le fonti storiche su Gesu’ si limitino in gran parte all’esistenza del culto e dei cristiani, ma solo per indicare il lato “pericoloso” della nuova religione. Giuseppe Flavio, a parte il Testimonium Flavianum molto controverso e probabilmente falso, cita un “Gesu'” in relazione alla condanna alla lapidazione di suo fratello Giacomo, ma Gesu’ aveva dei fratelli? Va notato che Flavio narra nella sua “Storia antica degli ebrei” le gesta di tre Messia (Giuda il Galileo, il profeta Tudas, un ebreo detto l’Egiziano). Non una sola parola invece sull’attivita’ di Gesu’ e sulla sua Passione. Nemmeno Giusto da Tiberiade ne parla, uno storico molto coscienzioso, che raccolse tutti i fatti di cronaca accaduti nella prima meta’ del primo secolo, in tutta la Palestina.

  8. massimocassani Says:

    Io sono nato varesotto, cristiano, cattolico e milanista.
    Da 24 anni abito a Milano; da 29 non pratico; da 30 non so più neppure chi è il portiere del Milan, per dire.
    Mi accorgo ora che della mia religione non so nulla, o quasi nulla.
    Il libro di Giulio e Valter ce l’ho nella pila “libri per le vacanze”.
    E se non so quasi nulla della mia religione di provenienza, non oso immaginare cosa non so dell’islam, sempre per dire.
    Lo so, non c’entrava niente, scusate. Esco.

  9. lorella Says:

    gesù si chiamava yoshua ben yossef se non sbaglio. Non è per caso che ho scritto -non cristo-, ma perchè non gli riconosco alcuna origine divina. Per quanto riguarda la sua storia, i racconti o la religione seguita alla vita e alla morte di quest’uomo, vige la libertà di interpretazione più assoluta mi pare, ma per quanto mi riguarda preferisco non decontestualizzare la vita e le opere di quest’uomo e della sua famiglia dal loro periodo storico. Solo così riesco a trovarvi un senso, ovvero la solita vecchia squallida storia di uomini che ieri come oggi agiscono per interessi personali abusando della credulità popolare.( Senza offesa per nessuno) lorella

  10. lorella Says:

    dimenticavo: non è io non creda a Dio e che non credo agli uomini. lorella

  11. vbinaghi Says:

    Probabilmente l’una cosa è conseguenza dell’altra.

  12. lorella Says:

    ci riprovo.
    non è che non credo a Dio,
    è che non credo agli uomini.

  13. lorella Says:

    dio E’ una conseguenza umana.

  14. vbinaghi Says:

    Infatti. Il giorno in cui ho scoperto che le rappresentazioni Marxiste e Freudiane non mi davano conto di ciò che nell’uomo mi meraviglia, ho cominciato a guardarmi intorno.

  15. lorella Says:

    lei walter ha cominciato a guardarsi intorno, io ho cominciato a guardarmi dentro.

  16. Giulio Mozzi Says:

    Carlo, quello che scrivi è da manuale: si trova infatti in tutti i manuali di storia del cristianesimo, compresi quelli pubblicati dalle Edizioni Paoline.
    Sui fratelli di Gesù, il riferimento classico è agli episodi del “Chi è mia madre? Chi sono i miei fratelli?” (Marco 3, 31sg; Matteo 12, 46 sg; Luca 8, 19 sg) e del “Non è costui il figlio di Giuseppe? (Marco 6, 3 sg; Matteo 13, 55 sg, Luca 4, 22 sg). Ancora una volta, per chi fosse curioso, in Wikipedia c’è un’esposizione della faccenda che mi pare non limpidissima ma accettabile (qui).
    Flavio Giuseppe era uno storico filoimperiale. L’impero, fino alla svolta costantiniana, non apprezzò particolarmente i cristiani. Peraltro Flavio Giuseppe scriveva nella seconda metà del primo secolo, quando la comunità cristiana era ancora piuttosto marginale.
    L’opera di Giusto di Tiberiade è perduta. La nostra fonte su ciò che Giusto scrisse o non scrisse è Fozio: che visse ottocento anni dopo Giusto. Quanto affidabile è questa fonte? (Parecchio: le schede di libri fatte da Fozio, ove si disponga degli originali, risultano generalmente di ottima qualità).
    Il punto è che tutto questo non è particolarmente importante. Paolo di Tarso è ancor meno menzionato dagli autori antichi (non cristiani), e tuttavia dubitare della sua esistenza storica sarebbe assai azzardato: d’altra parte, si può ribattere, Paolo non conobbe mai personalmente Gesù.
    Se anche l’esistenza storica di Gesù fosse inequivocabilmente provata; se anche la sua resurrezione fosse inequivocabilmente provata; sarebbe altrettanto difficile credere – che so – che noi stessi risorgeremo.

    Lorella: Gesù era figlio di Giuseppe (o ritenuto tale), quindi Yoshua ben Yossef era probabilmente il suo nome completo. Esattamente come, sapendo che io mi chiamo Giulio Mozzi, si può supporre che probabilmente il cognome di mio padre sia Mozzi.

    Massimo: el nost librèt, per l’appunto, è stato scritto per te.

  17. Fabio Carpina Says:

    “Se anche l’esistenza storica di Gesù fosse inequivocabilmente provata; se anche la sua resurrezione fosse inequivocabilmente provata”

    che già passare dalla prova dell’esistenza storica di Gesù a quella della sua resurrezione è un passaggio mica da nulla…

  18. guido hauser Says:

    Arrivo tardi e a discussione già avviata. Chiedo dunque scusa se non prendo in esame – pur avendoli letti – tutti gli interventi precedenti, limitandomi a una veloce considerazione su ciò che scrive Michela Murgia nel testo di riferimento, e sul commento che ne ha dato Valter Binaghi. Allora, a me sembra che una religione, semplificando, sia essenzialmente due cose:

    1) un’interpretazione metafisica (cioè una narrazione sull’ordine delle cose, come stanno e sono state)

    2) una struttura istituzionale (fondata su quell’interpretazione, e dunque il tentativo di far corrispondere l’ordine mondano, attraverso le pratiche individuali, all’interpretazione metafisica)

    A quella particolare costellazione di confessioni religiose che discendono dal Giudaismo, si aggiunge infine un terzo elemento – potremmo definirlo “facoltativo”, e cioè non necessariamente presente in altre religioni:

    3) una profezia metafisica (o, in altre parole, la promessa di salvezza: quel che ancora non è ma di certo sarà)

    Nel Cristianesimo, la promessa di salvezza del Giudaismo viene quindi ad ancorarsi a una presunta esperienza, e non alla sola parola dei profeti. E questa presunta esperienza è il corpo risorto di Cristo (la chiamo “presunta” nel pieno rispetto di quella fede, ma per il semplice fatto che, con tutta evidenza, si tratta di una “verità di fede”, su cui non esiste accordo universale).

    Ciò che Valter Binaghi chiama “la Tradizione”, imputando a Michela Murgia una certa disinvoltura nel accostarsi a essa, corrisponde dunque alle forme istituzionali in cui prima l’interpretazione metafisica, quindi la profezia di salvezza, hanno trovato riscontro nella storia degli uomini.

    In quella particolare declinazione del Cristianesimo che è il Cattolicesimo romano, questo passaggio – chiamiamolo provvisoriamente una “ipostatizzazione” – viene garantito dalla continuità apostolica, che ha nel Pontefice romano il testimone mondano di un ordine metafisico superiore.

    Ora, secondo me, a questa cosa si crede oppure non si crede. E, da un punto di vista teologico, ha perfettamente ragione Valter Binaghi a richiamare Michele Murgia a determinati vincoli “tradizionali”.

    Ma ammettere che il Pontefice romano, e la Comunità apostolica che a lui fa riferimento, sono, concretamente, non solo metaforicamente, gli eredi effettivi dell’esperienza cristologica, significa inequivocabilmente affermare un’ipoteca sulla Verità presente nel Cattolicesimo romano, a scapito delle altre confessioni cristiane (e ciò rende teologicamente ambiguo ogni tentativo ecumenico, almeno fino a che non si scioglie questo vincolo dottrinale).

    Alcuni teologi, o in generale alcune personalità influenzate dalla figura del Cristo risorto, come Simone Weil o Raimon Panikkar o, più recentemente, Vito Mancuso, negano ad esempio questo rapporto di “esclusività ontologica”. Ma nel farlo sanno benissimo di essere fuori dall’Istituzione cattolica, che appunto prevede, quale suo vincolo fondativo, un rapporto simmetrico tra Ordine metafisico ed Istituzione.

    Fare professione di Cattolicesimo significa dunque, e forse principalmente questo, confidare in una continuità metafisica tra mondo e ultra mondo, che trova nelle gerarchie vaticane il suo compimento formale.

    Ora io sono fuori dalla Comunità apostolica, e quindi non ho nessun titolo per stabilire se abbia ragione Michela Murgia, nel rivendicare una maggiore aderenza dell’Istituzione cattolica allo Zeitgesit, oppure Valter Binaghi nel richiamarla a vincoli tradizionali più stringenti. Però mi permetto di rilevare una sottile ambiguità nel modo in cui il problema è stato impostato: se è vero che il libro si rivolge principalmente a persone che della Comunità apostolica non fanno parte, perché; davvero, come ha ricordato giustamente Michela, riferirsi a partire già dal titolo a una frazione così determinata e inclusiva, quale è il Cattolicesimo romano?

    O detta diversamente: se io voglio sapere come funziona la macchina mitologica cattolica, non è più comodo, più semplice, che io mi legga un catechismo cattolico? In fondo sta tutto lì. Il resto non è più Cattolicesimo, ma Cristianesimo. Che a me interessa molto ma davvero molto di più… (e il libro, benemerito, di Binaghi e Mozzi parla proprio di cristianesimo, malgrado un titolo poco felice)

  19. Felice Muolo Says:

    Non so cosa ci azzecca con tutto il discorso mia nonna novantenne che alle quattro di mattina sostava davanti alla chiesa ad attenderne l’apertura per ascoltare la messa.

  20. lorella Says:

    certo Giulio che ben yossef vuol dire figlio di Giuseppe, lo so benissimo, perchè ribadirlo?

  21. vbinaghi Says:

    @Fabio
    Se uno non ha incontrato Gesù risorto difficilmente può credere.
    Il fatto è che lo s’incontra (dentro e fuori di sè) come lo incontrarono i discepoli di Emmaus, che inizialmente non lo riconobbero. Finchè gli spiegò le scritture, e illuminò la loro vita.
    Allora si resero conto che era il Maestro.
    Simbolismi?
    Certo. E’ l’unico linguaggio appropriato a cià che eccede finitezza e quantità.

  22. dm Says:

    A proposito di questa affermazione:
    “Se anche l’esistenza storica di Gesù fosse inequivocabilmente provata; se anche la sua resurrezione fosse inequivocabilmente provata; sarebbe altrettanto difficile credere – che so – che noi stessi risorgeremo.”

    Ho conosciuto persone con capacità al di fuori dell’umano – almeno per i limiti piuttosto recenti che la scienza ci ha imposto – e chi diceva che il dono gli veniva da Dio, e chi dalla natura. Rimango colpito quando una persona credente nel dio cristiano mostra di non attribuire importanza alcuna ai fenomeni fuori dall’ordinario che di sicuro sono avvenuti e avvengono e che non sono “prova” di un bel niente (dico in generale, non so se è il caso di Giulio). E sarebbe bello che anche la Chiesa e le grancasse mediatiche la smettessero di giocare al gioco chiuso della scienza quando invece si tratta di “fede”.

  23. Giulio Mozzi Says:

    Lorella, tu scrivi: “gesù si chiamava yoshua ben yossef se non sbaglio“. Io confermo che non sbagli, spendendo due righe per coloro che eventualmente non sapessero che “ben” è un patronimico, e tu rispondi: “lo so benissimo, perchè ribadirlo?”. A casa mia, di solito, chi chiede una conferma è lieto di riceverla.

    Daniele (dm): nei Vangeli si racconta di miracoli che anziché convincere suscitano l’ira degli avversari; di miracoli che vengono travisati (dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, la folla vuole Gesù per proclamarlo re); di miracoli per i quali si raccomanda il segreto; eccetera. Tutto ciò impedisce di considerare i miracoli come “prove”. Vedi anche Giovanni, 21, 29 sg: Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!”. Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”. Dove un credere “senza aver visto” (ossia “per fede”) sembra più apprezzato di un credere “avendo visto” (ossia “grazie a una prova”).

    Guido, scrivi: “ammettere che il Pontefice romano, e la Comunità apostolica che a lui fa riferimento, sono, concretamente, non solo metaforicamente, gli eredi effettivi dell’esperienza cristologica, significa inequivocabilmente affermare un’ipoteca sulla Verità presente nel Cattolicesimo romano, a scapito delle altre confessioni cristiane”. Ora:
    Paolo, prima lettera a Timoteo 2, 3 sg: “Dio, nostro salvatore […] vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità. Uno solo, infatti, è Dio e uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto banditore e apostolo – dico la verità, non mentisco -, maestro dei pagani nella fede e nella verità”.
    Giovanni 13, 17, dove Gesù (nell’episodio in cui lava i piedi ai discepoli) dice che “un servo non è più grande del suo padrone, né un inviato è più grande di chi lo ha mandato”.
    Presbyterorum ordinis (decreto del Concilio Vaticano II), §2: “Nostro Signore Gesù, «che il Padre santificò e inviò nel mondo» (Gv 10,36), ha reso partecipe tutto il suo corpo mistico di quella unzione dello Spirito che egli ha ricevuto: in esso, infatti, tutti i fedeli formano un sacerdozio santo e regale, offrono a Dio ostie spirituali per mezzo di Gesù Cristo, e annunziano le grandezze di colui che li ha chiamati dalle tenebre nella sua luce meravigliosa. Non vi è dunque nessun membro che non abbia parte nella missione di tutto il corpo, ma ciascuno di essi deve santificare Gesù nel suo cuore e rendere testimonianza di Gesù con spirito di profezia”.
    Chi sono dunque, Guido, gli “eredi effettivi dell’esperienza cristologica”? Non certo i soli membri della gerarchia, bensì il popolo tutto. Quando la gerarchia cerca di sottrarre questa eredità al popolo tutto, per gestirla come un servo che si crede più grande del proprio padrone, sta nella perversione (e la storia della gerarchia, in realtà, è una storia di perversione).

    Scrivi ancora, Guido: “Se io voglio sapere come funziona la macchina mitologica cattolica, non è più comodo, più semplice, che io mi legga un catechismo cattolico?”. No, è più comodo che tu legga la Bibbia. Perché il cattolicesimo non è – uso le tue parole – una “particolare declinazione del Cristianesimo”.

  24. Fabio Carpina Says:

    @Valter,
    o si crede o non si crede. Mi pare che su questo punto ogni singola parola in più di questo sia poco meno che sprecata.

    @dm
    lo stesso: ai miracoli, o si crede o non si crede. e se si crede ai miracoli, la scienza può dir quello che vuole.

  25. dm Says:

    Giulio: è come sospettavo. Rimango colpito quando credenti cristiani (a maggior ragione se appartenenti alle gerarchie ecclesiastiche) seguono l’esempio dei Vangeli nei loro aspetti più paradossali e, mi sembra, più rivoluzionari.

    Fabio Carpina: io contesto però la riduzione di certe procedure istituzionali del cattolicesimo (ma anche di istanze culturali come il creazionismo) nei criteri della “provabilità”, in qualche modo scientifici.

  26. guido hauser Says:

    @Giulio, ti ringrazio intanto per la tua risposta (come sai, la “responsabilità” non è un attributo necessario, nel nuovo galateo del web).
    Ma vengo ora a quel che scrivi, partendo dalla prima lettera di Paolo a Titmoteo, da cui estraggo solo un estratto del tuo estratto: “…uno solo il mediatore fra Dio e gli uomini…”
    Mi sembra che questa prima affermazione di Paolo già introduca, in forma inequivocabile, quel che io ho chiamato “ipoteca sulla verità” (in questo caso l’ipoteca non può ovviamente essere a favore del Cattolicesimo, che ancora non esisteva, ma “contro” i numerosi profeti religiosi del suo tempo).
    Chiamando in causa questo concetto, mi accorgo comunque, dalla tua risposta, di essermi espresso con insufficiente chiarezza. Si può infatti dedurre che un’ipoteca sulla verità coincida, automaticamente, con un’ipoteca sull’autorità mondana; cosa che in effetti non ritroviamo in alcun passaggio scritturale (Scritture che io conosco con assai meno profondità e rigore filologico, ma in cui ricordo un “date a Cesare quel che è di Cesare”).
    In ogni caso, provo ora a precisare quel che ho già scritto: non si tratta di una semplice ipoteca di verità, in effetti. Verità che coincide con il corpo risorto di Cristo e con l’intero canone biblico – e ciò per tutte le confessioni di derivazione neotestamentaria. Nel caso della specifica confessione cattolica, abbiamo piuttosto “un’ipoteca eremeneutica SULLA verità”.
    La verità ermeneutica del Cattolicesimo, a cosa dunque corrisponde? Intanto corrisponde solo in parte, quasi si trattasse di un lavoro di mera traduzione, con una verità ontologica, resa pubblica ed accessibile ai più attraverso l’esegesi scritturale. Mi riferisco all’opera di disvelamento del simbolismo, alla reificazione morale delle allegorie. Le Scritture sono infatti ciò da cui parte l’ermeneutica cattolica, ma con ampi margini di mobilità simbolico-discorsiva, che coincidono con la facoltà di integrare quel testo in una narrazione rinnovata, per quanto non mai stravolta.
    In altre parole se la Verità è immutabile e intangibile, ed è il luogo a cui è destinato il “gregge del Signore”, il travaglio del viaggio risente di molte variabili contingenti, la cui soluzione è assegnata all’arbitrio umano del buon pastore. Da questo punto di vista la teodicea di Leibniz credo si ancora attuale: Dio non può aver disposto ogni passaggio destinale, perché in tal caso avrebbe sottratto all’uomo il suo massimo dono: la libertà. E dunque la Chiesa – nella fattispecie le sue istituzioni – sono dottrinalmente libere di integrare nuove intuizioni di carattere morale, liturgico, perfino e in alcuni casi metafisico. Il cattolicesimo è una Tradizione assai mobile, come testimonia la sua storia millenaria.
    Abbiamo insomma una Rivelazione, come indubbio elemento di discrimine teologico – o credi al Cristo risorto oppure non ci credi, c’è poco da fare. Ma anche, come posso dire… una “velatura” discrezionale, che è parte integrante di ogni confessione di fede, e in quella Cattolica direi costitutiva.In questa opera di eterna ricollocazione teologica secondo la libertà del gusto (storico) o dello spirito (divino), si gioca così buona parte dell’evoluzione di ogni avventura dello spirito. Quale sarà, ad esempio, il grado opportuno di accordo all’idioma dei nuovi tempi? Quello ampio ipotizzato dalla Murgia, che confida nello Spirito che soffia anche attraverso i polmoni, spesso catarrosi, dello Zeitgeist… Oppure il gusto più austero di Valter Binaghi, che, pur senza negare la dialettica secolare, la immagina vincolata a una formalità allegorica stabilizzante…
    Ho fatto questo lunga premessa per arrivare alla conclusione che mi preme. Ora, se è vero che la gerarchia, l’istituzione vaticana non detiene un’auctoritas di tipo precettivo sulla comunità dei fedeli (e quando ciò si è verificato ci siamo trovati al cospetto di una perversione, come giustamente tu scrivi, cioè a una chiara divaricazione tra prassi umana e lettera evangelica), la sua struttura dottrinale prevede comunque un’autorità di tipo ermeneutico, esegetico. E non solo, come si è visto, sopra i testi, ma anche su quel “sopra-testo” che è la vita associata della Comunità apostolica dei fedeli, che liberamente aderiscono a tale confessione – e questo elemento della libera adesione va sottolineato molte volte, perché in altri tempi non era scontato.
    Un’autorità ermeneutica, dunque. Che ha come riferimento primo il Pontefice romano, con le sue encicliche e le comunicazione ufficiali, le bolle. Ma anche il Magistero della fede, il recente Sinodo dei vescovi, il Collegio cardinalizio. Tutto ciò confluisce in quell’utile compendio che è il Catechismo – immagino il Catechismo come una specie di istruzioni per l’uso di un nuovo apparecchio, per chi non sia ancora esperto nel suo funzionamento (il motore, certamente, resatano sempre le Scritture).
    Fino a che il Cattolicesimo romano avrà questo tipo di struttura secolare, con un privilegio eremeneutico della gerarchia sulla Comunità dei fedeli – e non è detto che debba essere per sempre, già che tale rigida piramide è perlopiù frutto della dialettica conciliare, quando da un punto di vista scritturale segue il semplice passaggio di consegna tra Cristo e Pietro (un passaggio eminentemente simbolico, non certo un vincolo teologico) – fin tanto che il Cattolicesimo avrà questa impostazione poco discorsiva e indubbiamente impositiva, io continuerò a considerare contributi utili e preziosi come il libro di Binaghi e Mozzi all’insegna del semplice Cristianesimo. Valutando il Cattolicesimo romano come un’interpretazione tra le tante, ma meno disponibile di altre ad aprire le finestre per cambiare un poco l’aria… (con simpatia)

  27. Giulio Mozzi Says:

    Leggo bene e rispondo appena tiro il fiato, Guido (sono giorni pesanti). Nel frattempo, un abbraccio di luce. 🙂

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