Cronaca di un abbandono

by

[…] Allora, se ho capito bene c’è questa città, una città come un’altra, che al suo interno ne contiene un’altra; e ci sono questi due, una bella ragazza e un povero disgraziato. Che si conoscono. Si innamorano. Si amano. Ci sarebbe da piangere per almeno tre giorni di seguito. Dicevo: le intenzioni erano delle migliori; una quasi-esordiente, una storia coraggiosa, che parla degli esclusi, degli ultimi. Bene. Comincio. Ce la posso fare. […]

Alessandro Puglisi racconta qui perché ha abbandonato la lettura di Sangue di cane di Veronica Tomassini (e in calce al suo articolo c’è un’interessante discussione).

Tag: ,

57 Risposte to “Cronaca di un abbandono”

  1. Matteo Says:

    Il bello è che io mica l’ho capito perché ha abbandonato la lettura. Mi sarebbe piaciuto capire le motivazioni, cosa del libro non gli è piaciuto, anzi delle prime pagine visto che il suo è stato un mezzo tentativo. Ma non lo dice. Articoli come questo sono inutili, secondo il mio parere di appassionato lettore e autore.

  2. Andrea D'Onofrio Says:

    Si, interessante. Grazie della segnalazione

  3. mauro mirci Says:

    Scusa, cosa trovi particolarmente interessante nella discussione? Mi sembra siano, più o meno, gli stessi argomenti sui quali ci si è sempre accapigliati nei lit-blog (anche da te, in passato, se non ricordo male). Manca (per adesso) solo la chiamata in correo dei presunti amichetti del gestore del blog o dell’autore del libro.
    Piuttosto mi sembra curioso l’outing di coloro che hanno abbandonato il libro dopo averlo iniziato (è questo che trovi interessante, forse?). Anche a me è capitato di piantare Moby Dick a pagina 109, e Il Vangelo secondo Gesù Cristo ci ho messo cinque anni per finirlo, ma non mi sembra necessariamente qualcosa di cui andar fiero.

  4. paperinoramone Says:

    A me vengono da dire alcune cose:
    1) Penso che sarebbe ora di smetterla di rompere a chi non si firma nei commenti. Anche questo è razzismo, di poco conto, ma lo è. O mi si ignora o mi si considera una persona.
    2) Puglisi scrive una finta cronaca.
    3) Penso che sia impossibile ( almeno oggi, e a parole ) sapere e spiegare il perché ci piace qualcosa. Quindi l’operazione di Puglisi mi pare falsa in partenza. Nondimeno si può fare della critica letteraria, esprimere il proprio parere, le proprie sensazioni. Tenendo ben presente che stiamo compiendo delle forzature e che agiamo in fede.
    4) Io da qualche tempo scrivo dei film che vedo per un blog. Non parlo di tutti i film che vedo e raramente stronco un film. Nel caso ci accosto dei film che invece meritano e sono sullo stesso genere. Mi pare una perdita di tempo segnalare dei film che non mi sono piaciuti.
    5) Sono curioso anch’io di sapere cosa ti ha interessato della discussione

  5. Giulio Mozzi Says:

    Mauro, scrivi: “Manca (per adesso) solo la chiamata in correo dei presunti amichetti del gestore del blog o dell’autore del libro”.
    E’ arrivata.

  6. enrico Says:

    Bhe, curiosa, interessante, la diatriba tra “critico” e autore.
    L’autore: “tu mi pigli per il culo”
    Il critico: “se non ti piace l’ironia…”
    L’autore: “Chiamala ironia…”
    il commentatore A: “ma lasciategli al critico dire quello che vuole!”
    Il commentatore B: “sì, vabbè, però che fetente a non fare una recensione seria dopo aver letto tutto il libro…”
    Il commentatore A: “sì, vabbè ora uno non ha il diritto di leggersi solo le prime pagine e dire quello che pensa…”
    Il commentatore C: “comunque lo scrittore ci mette degli anni, e una fatica bestia a fare un libro, il critico quanto tempo e energia ci mette a fare il suo trafiletto? Pure qualche minuto e non gli suda manco la fronte… tutto fa gioco, ma al critico ci dico: stai attento, che l’autore è molto più esposto di te, e s’è fatto il mazzo quante volte più di te?”
    Il critico: “anch’io mi espongo, e poi quell’autore lo vorrà un lettore libero di dire quello che sente, o no?”
    L’autore: “Basta che non mi piglia pu culo”
    Il commentatore C: “Sì però…”
    E tutti che si dimenticano il romanzo, poi!

  7. Giulio Mozzi Says:

    Condivido, Enrico. E ti dirò: che la meccanica di questi scambi conversazionali continua ad affascinarmi.

  8. veronica tomassini Says:

    davvero originale la Sua interpretazione, signor Enrico (e mai a firmarsi per intero, dalle mie parti si usa ancora sa?). interessante la facilità con cui definisce critico persino un testo in cui le buone intenzioni non bastano ad assolvere l’ingenuità dell’autore. mi chiedo perché tra le recondite ragioni, ad esempio, scorgo in Lei, signor Enrico, una irresistibile tendenza o un naturale sconfinamento nella ineleganza (ah già, l’ironia). me lo domando. tendenza diffusa devo constatare, dopo aver valutato l’intensità degli insulti rimediati dai blogger nei commenti, l’80% anonimi. viva la temerarietà.

  9. matteoplatone Says:

    Il punto non è tanto il non usare il proprio nome e cognome.
    Il punto è che se il commento dell’anonimo o semitale si riduce grosso modo a:
    “caccaculocaccaculo”, “mmm, che antipatico l’autore prrrrrr”
    allora questo mi pare proprio un meccanismo di protezione per insultare o dileggiare, ci sento un modo molto vigliacco di porsi, ossia l’insultare a distanza, protetti e nascosti. E mi domando: questi improvvisati Rabelais da tastiera, si comportano così anche personalmente? cioè andrebbero dall’autore e, guardandolo negli occhi, come si usa tra persone decenti, direbbero lo stesso?
    Oppure è la distanza, per l’appunto, l’apparente impunità che in qualche modo instiga a sciogliere le briglie, a sfogarsi cercando l’effetto gogna, grazie anche alla possibilità di dissociarsi da qualunque accusa ricorrendo a facili sofismi “eh, ma scherzavo, uh, ma come ti prendi sul serio”.
    Ma se tu perculi tizio, e lasci tracce di questo perculamento in giro per il web (amplificando dunque gli effetti del messaggio in sé ben oltre la contingenza), e se perculi, da fantasma, tizio nome-cognome-identità reale, e se lo fai reiteratamente, questo comportamento, che nell’anonimato imponi come a senso unico (tu perculi una persona reale, la persona reale può perculare al massimo un fantasma), non è una violenza psicologica? dico violenza proprio come lo è qualcosa che si impone ad una persona in assenza di qualunque reciprocità.
    Poi magari mi sbaglio, ma nessuno di questi fantasmi si è mai preso la briga di confutarmi. Si sono nascosti per l’appunto nei pressi del dileggio, o comunque dell’argumentum ad hominem.

  10. enrico Says:

    gentile Veronica.
    io capisco che Lei sia molto arrabbiata, io non volevo ulteriormente offenderLa. E anzi, la chiusa del mio commento – dopo che ho “inscenato” la diatriba con ineleganza, come giustamente Lei constata, e con sciocca ironia – la chiusa dl mio commento, dicevo, afferma anche cosa penso di certe discussioni (peraltro “affascinanti” come afferma Giulio). Penso cioè che il Suo romanzo, infine, sia ingiustamente negletto, questo lo trovo davvero spiacevole. Nessuno alla fine ne vuole più parlare. Ecco. Ma tutti si accapigliano variamente.
    Quando Lei dice “davvero originale la Sua interpretazione…” fa dell’ironia, o forse del sarcasmo. Lo vede? Non è un male.
    Ho parlato del “critico” e potevo dire più diffusamente “un lettore che esprime un suo parere su un libro che non ha terminato e non gli è piaciuto”. Non solo ha lasciato il libro ma ha voluto, pubblicamente, criticarlo (ecco di conseguenza il nome che gli ho dato: “il critico”). L’espressione “prendere per il culo” l’ho tratta da un suo testo. E mi pare, peraltro, icastica. Diretta, precisa, rispetto a quello che mi pare sia il Suo parere.
    Nessuno, qui dove mi trovo, che voglia offenderLa! Mi firmo. In fede.
    Enrico Ernst

  11. veronica tomassini Says:

    Torna pleonastico il Suo compiacimento, interpretazione impropria ancora una volta, cito: “(…)capisco che Lei sia molto arrabbiata” (in una redazione avrebbero depennato, Sua libera interpretazione, poco suffragata, chi lo ha detto? Lei per l’appunto). Cito ancora: “Penso che il Suo romanzo sia ingiustamente negletto” altra libera interpretazione. Sarebbe questo un processo indiziario, a voler usare simbolismi. Signor Enrico Ernst, la butto lì, eh?

  12. effetto pauli Says:

    Secondo me di questa cosa si è parlato già troppo. Veramente troppo, e con piccineria da parte di alcuni che avrebbero fatto meglio a rimanere in un dignitoso silenzio. Siamo un popolo da Vucciria. Buona continuazione.

  13. enrico Says:

    Sì forse “si è parlato già troppo”. Ma volevo parlare “troppo più uno”.
    Lei mi sembrava arrabbiata, Veronica, quando rivelava “l’intensità degli insulti” sul web, oppure quando si sentiva insultata da Puglisi. Arrabbiata per l’anonimia degli attacchi. Il suo tono mi pareva urticato e indispettito. Sbagliata l’interpretazione mia? Lei non è arrabbiata. Meglio per Lei, davvero. Con le interpretazioni non si finisce di sbagliare. Eppure sa nella comunicazione non si finisce mai di cogliere un tono, di sentire dietro le parole un’emozione… e si sbaglia anche…
    Il secondo punto: a me pare che bisognerebbe fare un calcolo di quanti commenti scatenati da Puglisi siano inerenti a un “dialogo” intorno alla Sua opera, e quanti invece “parlano d’altro”: legittimità del recensore, etica del blog ecc. Mi parrebbe (ma sono pronto a essere confutato) che – fatto il calcolo – il dibattito intorno a “Sangue di cane” sia davvero minoritario. A Lei non risulta. Bene.
    Infine: quando lei usa la metafora del processo che io le avrei intentato (una interpretazione mi pare), ecco io qui davvero non La seguo. Perché dovrei “processarla”? Cosa me ne verrebbe? Processarla di che cosa poi? E dove legge questo “processo” nelle mie parole? Non è che Lei qui esagera?
    con il massimo del rispetto
    EE

  14. veronica tomassini Says:

    “(…)il dibattito intorno a Sangue di cane sia minoritario(…)”. Immagino che questo sia il punto, che, Cielo, è davvero dispiaciuto per questo, signor Enrico. forse è un suo assillo, una sua legittima proiezione. poi con i sembra e con i pare si finisce a spettegolare da giudiziose beghine. da parte mia, che dirle? niente mi è dovuto, tanta e tale attenzione (parlo della stampa in generale, non del giovanotto sagace of course) non era prevista, davvero. non lo immaginavamo né io né Giulio Mozzi né l’editore Laurana. Ringrazio tutti, persino chi nel blog ha stigmatizzato un certo mio “linguaggio mafioso” o la mia “presunta indole antipatica” (bò), ovviamente non mettendoci la faccia. in effetti sono una terrona.

  15. Ivano Porpora Says:

    Credo che il punto sia un altro.
    Ma prima un appunto.
    A me il romanzo Sangue di cane è piaciuto, e molto. L’ho anzi ritenuto sensazionale, e consigliato. E so che dopo averlo consigliato alcuni, la cui sensibilità se n’è sentita urtata, conoscendomi e avendo fiducia in me han detto “Guarda, Ivano, non dubito che sia un libro di valore, ma per il mio stomaco era troppo”. La qual cosa mi pare rispettabile.
    Secondo. Il critico io non lo conosco personalmente. Credo che la faccenda della libertà di interrompere la lettura sia troppo spesso travisata. Nel senso: un lettore ha tutto il diritto di interrompere una lettura. Per me, per la mia personale interpretazione, non ha però poi il diritto di parlarne male in pubblico. O forse, ribaltando, ha il dovere parlandone di dire “Il libro l’ho letto fino a pagina 26. Queste 26 pagine sono così e cosà. Ammetto i limiti della mia lettura”.
    L’idiota di Dostoevskij ci mette un po’, pur nella magnificenza dell’opera, per ingranare. Père Goriot di Balzac ha (se non ricordo male) almeno trenta pagine di descrizione ambientale. Un lettore può interrompersi, eccome. Un critico, nel momento in cui dice “Svolgo la mia funzione di critico, e quindi intervengo analizzando in base alla mia sensibilità, alla mia personale interpretazione nonché in base alla mia non indifferente preparazione quest’opera” deve leggere, e fino in fondo.
    Sennò sospende l’inter(pretazione? mediazione?) e non commenta.
    Fine dell’appunto. Il punto è che secondo me chi anonimamente insulta (e non mi pare, Veronica, il caso di Enrico qui su: mi pare sia stato travisato) è pronto eccome a insultare anche pubblicamente. A dire “Il tuo libro fa cacare, così come fai cacare tu”.
    E’ il passaggio che è stato fatto, credo negli ultimi vent’anni, dal dare opinioni all’asserire.
    Ed è un passaggio doloroso.

    (Nota per il curatore di queste lande. Anche a me paiono dialoghi assai gustosi; nemmeno lei avrebbe potuto far meglio).

  16. Luca Tassinari Says:

    Una delle cose affascinanti di queste conversazioni virtuali è l’evidente incomunicabilità fra gli interlocutori. Qui, per esempio, Enrico dice e ripete che la sua percezione di un “dibattito minoritario” sul libro di Veronica è riferita ai commenti al post di Puglisi, mentre Veronica ribatte con l’attenzione ricevuta dalla “stampa in generale”. Mi ricorda un po’ questo.

  17. veronica tomassini Says:

    no, guarda, non sono a quel livello. ebefrenica fino a un certo punto. vado un po’ oltre, leggo un evidente compiacimento, affermazioni arbitrarie e peraltro inesatte, e di rimando non potendo conversare normalmente de visu, volto pagina e dico ed espongo un’oggettività. non è un dialogo autistico, qui capiamo tutti molto bene. basta solo abituarsi a certe licenze dei blogger e non risentirne magari, pensando che alla fine il mondo fuori è di gran lunga migliore. rispondere a cavolo è una risposta degna talvolta.

  18. enrico Says:

    La Sua virulenza dialettica, Veronica, è notevole (interpretazione)
    che sia la sua forza, ma anche la sua debolezza? (ipotesi, interpretazione)

  19. Giulio Mozzi Says:

    Be’, Veronica: tanta e tale attenzione non la prevedevamo: ma ci speravamo.

    Ho il sospetto che tu abbia preso un po’ troppo di punta il povero Enrico. Che – senza avercela con nessuno, mi pare – si limitava a notare come certe conversazioni proprio non riescano a funzionare. (Come ha notato anche Ivano, come ha notato anche Luca, come ho notato anch’io).

  20. veronica tomassini Says:

    no, non ho preso di punta enrico.

  21. enrico Says:

    se devo dire mi sono sentito un po’ aggredito sì, niente di grave s’intende… ma sopratttutto senza ben capire perché, ecco la cosa un poco perturbante, perché mi tenevo lontanissimo da comportamenti (da pensieri) aggressivi… come se non fossi io – sotto sotto – l’obiettivo… distorsioni comunicative?… non so…

  22. Andrea D'Onofrio Says:

    Mauro però ho scritto “interessante”, non “particolarmente interessante”.

    Il motivo è, credo, lo stesso di Giulio Mozzi: “la meccanica di questi scambi conversazionali”
    Mi affascinano sempre queste discorsi sul come si dovrebbero fare le recensioni per quel loro sapore da “suocera”.
    Per come la vedo io le recensioni (di un libro, un game etc etc) devono segnalare qualcosa a qualcuno: il ricevente stabilirà l’utilità di questa segnalazione. In fondo, è solo un opinione.
    Non ha nessuna importanza come vengano fatte, se si sia letto tutto il libro o meno, conta solo la capacità segnaletica.
    Moby dick a pagina 109? E’ dunque? Non capisco il problema: se non ti è piaciuto avresti dovuto fartelo piacere?
    Trovo interessante il fatto che molti pretendano di imporre come debbano essere fatte le recensioni.

    Per me la recensione di Puglisi è perfetta, come è perfetta la recensione della recensione di matteoplatone, come è pessima la recensione della recensione di Giuseppe Genna.

  23. xx Says:

    [Come è spiegato subito sotto, questo intervento è in realtà di Patrizia Guarino, che interviene anche più avanti. Evidentemente Patrizia avrà usato un pc che aveva già fatto un login per WordPress. gm]

    Posso? Premetto che non sono “un’esperta” (o almeno credo. diciamo che non ho ancora capito il significato di questo termine) però soldi in libreria ne lascio parecchi. Io passo per caso dal blog Sul romanzo, non ho mai letto il romanzo della Tomassini e leggo invece per caso – appunto – il commento di Alessandro Puglisi. Poi vedo che ci sono tanti commenti in calce e comincio a leggere anche quelli. E sapete che ne viene fuori?Che mi stanco tremendamente, mi annoio e penso: “non andrei a comprare il libro della tomassini manco se me lo vendessero a un euro”. Volete sapete perché? Ve lo sintetizzo in punti:

    1. Non sono un’esperta, quindi non avrò diritto a dire che fa cagare qualora mi facesse cagare sul serio (passatemi l’espressione, e soprattutto non fatene ragioni d’eleganza: a me piace chiamare le cose col proprio nome ed essere volutamente provocatoria). Se non posso parlare di un testo perché non sono esperta, e probabilmente per lo stesso motivo non posso comprenderne lo smisurato valore, perché dovrei spendere il mio tempo e il mio denaro per leggerlo?

    2. Non ho nulla contro la Tomassini, non la conosco e mi fa anche tenerezza perché mi sembra una bimba che cerca come può di difendere la sua creatura, con quella stizza umanamente comprensibile con cui una madre difenderebbe la propria figlia. Ma, se posso permettermi, ci avrebbe fatto più figura se avesse vissuto il commento di alessandro come il semplice parere ammissibile di un lettore qualunque (ovvero quello che spende materialmente i soldi per comprare ciò che lei scrive e che gli dà una così grande importanza da perdere tempo a farne considerazioni per altri lettori, pubblicizzandolo). Non voglio dire che avrebbe dovuto ringraziarlo almeno di aver speso quei soldi e averci investito parte del proprio tempo, ma avrebbe di certo dovuto evitare le menate sulla competenza che non sarebbero emerse, ne sono certa, se alessandro avesse trattato il suo romanzo come il migliore dell’ultimo ventennio.

    Quanto detto vale ovviamente anche per Genna, del quale non sono degna di leggere alcunché proprio perché non ne possiedo titoli e competenze :-D. come risparmiare 20 euro. 🙂

    Un caro saluto a tutti, e vivete questo commento come il pensiero estemporaneo di chi legge e si fa un’opinione. Credo sia giusto comunque che a questo punto i poco esperti evitino di acquistare il testo della tomassini, perché non ci capirebbero nulla, per ammissione della stessa autrice, e non avrebbero i mezzi per parlarne, per ammissione dei suoi recensori.

  24. none Says:

    chiedo scusa peril nome che è comparso in automatico a firma del commento precedente. Scrivo da un pc che lo ha pubblicato senza chiedermelo. Rettifico immediatamente l’equivoco. Chi scrive è una donna. Mi chiamo Patrizia. (e non so come sia potuto accadere, chiedo pertanto che il commento venga rimosso)

  25. Matteo Says:

    Se tutta la gente che si sente di intervenire alla discussione avesse letto ‘Sangue di cane’ Veronica sarebbe milionaria. Questo per dire che a noi italians ce piace tanto de chiacchierà. Un po’ come ha fatto il ragazzo dell’articolo incriminato.

  26. mauro mirci Says:

    @ Andrea D’Onofrio – ma io non ho lasciato lì Moby Dick perché non mi piaceva. Anzi. Non era il momento giusto per leggerlo, tutto qui. Il segnalibro è ancora lì, e prima o poi lo riprenderò. E anche Il vangelo di Saramago, ci ho messo anni perché l’iniziavo sempre nel momento sbagliato. Poi, per fortuna, è arrivato e il libro m’è piaciuto parecchio. Secondo me c’è un tempo giusto per tutto, anche per leggere un libro. Oggi, per esempio, non riesco più a leggere Hesse, eppure negli anni novanta Il lupo della steppa mi piacque parecchio.

  27. mauro mirci Says:

    @ A. D’Onofrio – Ah, adesso ho capito il senso delle parole con le quali inizi il commento. No, io mi riferivo alle parole di Giulio Mozzi. “Particolarmente interessante” lo ha scritto lui.

  28. Patrizia Guarino Says:

    Dunque, ora dovrebbe uscire la mia firma con il nome e cognome. Vi informo che a seguito di questa discussione (http://www.facebook.com/sul.romanzo/posts/221004511267847?notif_t=share_reply) tra i commenti, la signorina Tomassini ha iniziato a riempire la sua pagina facebook di offese sul mio conto. Posto che non è questa la sede per far valere le proprie ragioni giuridiche sull’accaduto, io aggiungo solo una cosa a ciò che è stato già detto, una cosa che imparai anni fa e che ora forse può servire a Veronica: quando un lettore legge un libro, non legge solo il libro, ma anche il suo autore. nel senso che se conosci un autore e ti è umanamente insopportabile, poi finisce che il libro non lo compri più e non lo leggi più. Io credo che da tutta questa discussione l’unica danneggiata sia proprio la tomassini, e non dalle recensioni, ma da se stessa. e dico apertamente che io non leggerei quel libro nemmeno se mi costringessero. E mi auguro che così facciano i siracusani che lei ha pesantemente offeso e tutti coloro che con un minimo di ragionevolezza vogliono evitare di essere pesantemente offesi dall’autrice. Non mi è mai capitato di assistere a scene patetiche come queste.

  29. enrico Says:

    Mi rimane una curiosità: come hai “vissuto” Giulio il post di Puglisi, come lo consideri (nelle tue brevi note in calce mi sembra interessante – e pochi o nessuno l’ha rilevato – che tu non parli di recensione ma dici “Alessandro Puglisi racconta qui” ecc. ovverosia fa opera “narrativa” più che critica in senso stretto – o interpreto male?). Grazie in anticipo per la tua risposta.

  30. Antonio Says:

    Il romanzo della Tomassini lo sto leggendo a piccole dosi, qualche pagina al giorno, a volte anche solo una o due, un po’ alla volta, perché è un libro da lettura lenta, da vivere anche, va meditato, centellinato, lo trovo intenso, è qualcosa di diverso dai soliti libri, e già solo per questo merita di essere letto, può darsi che così procedendo, cioè lentamente, perda qualcosa, forse mi sfuggirà il senso generale, più attento alla cifra stilistica che alla storia, però sto godendo di questa lettura, sì, è proprio questo che provo a leggere “Sangue di cane”, la costruzione delle frasi, le ripetizioni, una prosa rapsodica, a momenti quasi salmodiante, non c’è al momento qualcosa che stona, ho letto i primi tre capitoli, ma, checché se ne possa pensare, sarebbero sufficienti queste pagine per giustificare il prezzo pagato, magari l’autrice non la pensa così, visto che ha lavorato per creare e comporre un testo di oltre duecento pagine, con una storia che forse non ha una struttura ortodossa, almeno fino al punto in cui sono arrivato, e non saprei nemmeno come definirla, però, se può servire a qualcosa, è un libro che apprezzo e che ho già consigliato a qualcuno, poi, proseguendo nella lettura, potrei anche cominciare ad annoiarmi (spero di no), ma se può consolare, a volte, poche per la verità, mi è capitato anche di abbandonare la lettura di un libro, e la cosa l’ho vissuta con un profondo senso di colpa, ma forse sbaglio, dovrei seguire di più i consigli di Pennac, rivendicare il diritto anche di interrompere la lettura di un testo e comunque, ritengo sia sempre interessante scambiare civilmente opinioni e pareri su qualsiasi cosa …

  31. Giulio Mozzi Says:

    Enrico, non ho “vissuto” in nessun modo l’articolo di Puglisi. Mi è sembrato una noterella di lettura come se ne scrivono tante. Ho messo qui in vibrisse un rinvio solo perché, avendo io una certa responsabilità nella pubblicazione di Sangue di cane, ho deciso di riprendere o segnalare più o meno tutti gli articoli che ne parlano, nel bene e nel male.
    Diverse cose mi paiono spropositate, invece, in quel che ne è seguito. Puglisi è stato trasformato in una sorta di eroe del diritto di critica contro non so quale gruppo di potere (del quale, secondo alcuni, io farei parte), eccetera. E’ spropositato, appunto. Puglisi ha scritto quel che gli pareva di un romanzo che gli è piaciuto così poco da piantarlo a pagina 36. Punto. E’ la sua opinione, il suo “vissuto” di quel romanzo. E’ un suo diritto dire l’opinione, raccontare il “vissuto”.
    Mi dispiace che nella discussione si siano tanto (per così poco) scaldati gli animi. Segnalo comunque che, tra i tanti commenti, uno è una vera e propria recensione: questo qui, di Paolo Bianchi.

    Qualcuno ha trovato irritanti o esagerate le reazioni dell’autrice. Può essere. Ma mi permetto una noterella linguistica.

    In un commento qui sopra, Patrizia Guarino scrive:
    “Non sono un’esperta, quindi non avrò diritto a dire che fa cagare qualora mi facesse cagare sul serio (passatemi l’espressione, e soprattutto non fatene ragioni d’eleganza: a me piace chiamare le cose col proprio nome ed essere volutamente provocatoria)”.
    Ora, a parte il fatto che dire che un libro “fa cagare” non è un “chiamare le cose col loro nome” ma è, propriamente, un chiamare una cosa con un altro nome (“Si ha metafora quando, al termine che normalmente occuperebbe il posto nella frase, se ne sostituisce un altro la cui ‘essenza’ o funzione va a sovrapporsi a quella del termine originario creando, così, immagini di forte carica espressiva”: Wikipedia); e a parte che definire il proprio intervento come “volutamente provocatorio” è bizzarro, perché la provocazione funziona solo ed esclusivamente quando non viene percepita come provocazione ma come presa di posizione reale (pensate se Silvio Berlusconi dicesse: “I magistrati sono brigatisti, ma questa è solo una provocazione”: non risulterebbe depotenziato il suo agire? In realtà B. dice che “era solo una provocazione”, ma lo fa in un momento successivo, quando l’effetto della provocazione è compiuto e gli resta solo da difendere la propria immagine di “moderato”, ecc.), e quindi il dire “fa cagare, ma è solo una provocazione” è essenzialmente un mettere le mani avanti, un deresponsabilizzarsi di ciò che si è detto o si va a dire, un gesto di – altra pesante metafora – paraculismo; a parte tutto questo (che scrivo solo per far notare che cosa è scritto in quella frase; non certo per negare il diritto di fare frasi come quella) io domando:

    – se l’autore o autrice del libro del quale si dice che “fa cagare” avesse scritto una storia di pura, purissima invenzione, da lui vissuta come un gioco di meccaniche e di incastri narrativi e da lui scritta con grande divertimento e spasso; allora possiamo immaginare che, difronte a quel “fa cagare” pronunciato o scritto da Tizio o Tizia, l’autore o autrice risponderà: “E vabbè, se non ti va a genio fatti tuoi”.

    – se l’autore o autrice del libro del quale si dice che “fa cagare” avesse scritto una storia fittamente intrecciata con la propria vita e con la vita delle persone care, anche allo scopo di definire il senso o la direzione o il bene e il male di queste vite; allora possiamo immaginare che, difronte a quel “fa cagare” pronunciato o scritto da Tizio o Tizia, l’autore o autrice risponderà come uno che sente “mandare a cagare” (magari senza aver avuta la pazienza di leggere tutto…) la propria vita, la vita dei propri cari, il senso e la direzione e il bene e il male della propria vita.

    Inviterei quindi a pesare le parole. Il parlare spiccio e brutale, anche se al limite della catacresi, è comunque un parlare spiccio e brutale.

    Ho scelto questo esempio proprio perché, nel suo intervento qui in vibrisse Patrizia Guarino parla in generale: ciò che dice (il “fa cagare”, insomma) non è riferito al romanzo di Veronica Tomassini, ma è puramente esemplificativo.

  32. Andrea D'Onofrio Says:

    “se l’autore o autrice del libro del quale si dice che “fa cagare” avesse scritto una storia fittamente intrecciata con la propria vita e con la vita delle persone care, anche allo scopo di definire il senso o la direzione o il bene e il male di queste vite; allora possiamo immaginare che, difronte a quel “fa cagare” pronunciato o scritto da Tizio o Tizia, l’autore o autrice risponderà come uno che sente “mandare a cagare” (magari senza aver avuta la pazienza di leggere tutto…) la propria vita, la vita dei propri cari, il senso e la direzione e il bene e il male della propria vita.”

    Giulio, questi sono problemi dell’autore o dell’autrice che ha scritto un romanzo fittamente intrecciato con la sua vita. Dire che il romanzo fa cagare è maleducazione, ma:

    1. Chi pubblica il suo vissuto accetta di essere giudicato in pubblico. Il “fa cagare” fa parte del gioco.

    2. Tamassini difende la sua opera, come è giusto che sia. Credo la faccia male perchè, appunto, ha reazioni irritanti (ma non mi sembrano esagerate). Forse è strategia, forse è carattere. Ma se nel libro c’è qualcosa di intimo, allora intimo avrebbe dovuto restare.

    3. Per me la discussione ha avuto momenti “spropositati” perchè la persona che si è firmata come Giuseppe Genna è intervenuta in un modo “spropositato”. Se Giuseppe Genna (in quanto scrittore affermato) interviene duramente a difesa di un autore, l’accusa di far parte di un gruppo di potere mi sembra piuttosto scontata. Suppongo che l’intervento di Genna sia stato voluto, abbia avuto cioè lo scopo di ottenere .”..tanta e tale attenzione” ma , credo, ha inevitabilmente condizionato la discussione.

    4. Queste discussioni fatte con persone tipo Luminamenti o Lucio Angelini avevano tutto un altro sapore.

  33. enrico Says:

    Le mie considerazioni, letta la bella recensione di Bianchi, e il commento di Andrea, sono diverse:
    1) l’autore si espone, si espone tanto, lavora (quando lo fa come Veronica) in un viluppo di vita ed espressività, noi lettori e critici siamo chiamati – penso io – a sentire e a rispettare, ad ascoltare ciò che lo scrittore ha fatto, possibilmente senza stigmatizzarlo, senza stigmatizzare lui e senza stigmatizzare l’opera (anche, voglio dire, se ci sarà qualcuno che lo farà). Cioè senza opporre un rifiuto all’ascolto.
    2) Una recensione ci restituisce non solo il racconto di una lettura, ma anche il tentativo di restituire una “intelligenza” del testo, il testo cioè è giudicato certo (brutto/bello), ma anche interrogato, “abitato”; una lettura accurata è una lettura che s’infila con rispetto le “scarpe” del testo (come un proverbio indiano consigliava per conoscere una persona). Anche un testo che fa spavento al lettore può legittimamente chiedere al lettore di essere compreso, di essere abitato. (ok, questo romanzo è pessimo, ma “di che stoffa” è fatto? che pensiero e che lavoro lo ha formato?)
    3) internet e i blog: straordinaria possibilità di confronto tra diversi e di formazione al dialogo e alla democrazia, quante volte diventano una palestra per una “guerra di ego”; negazione del rispetto per l’altro, negazione dell’ascolto, in una parola: violenza. questo, per riprendere le parole di Andrea, “fa parte del gioco”. Perché il non ascolto e la violenza esistono, l’Eden no. Ma non dovremo comunque farci sostenitori di altri valori?

  34. Giulio Mozzi Says:

    Andrea, visto che fai riferimento alle “regole del gioco”, sapresti descriverle?

    Dici che pubblicare significa “accettare di essere giudicato in pubblico”. Ora: chi giudica? Risposta: un giudice, ovvero una persona che è stata selezionata – attraverso procedure pubbliche – in quanto atta a giudicare.

    Mi pare che non sia questo il caso del quale stiamo parlando. E, devo dire, sono lieto che non esista una magistratura letteraria.

    Peraltro, se ci fosse davvero un “giudizio”, dovrebbe esserci anche una forma del giudizio.

    Io direi piuttosto: chi pubblica, accetta che di lui si parli in pubblico. Ma se il “giudicare” richiede delle forme, il “parlare” ne richiede molte di meno: la “buona educazione”, alla quale tu accenni, è qualcosa di piuttosto indefinibile.

    E direi soprattutto: possiamo accettare l’idea che i comportamenti opportuni possano essere diversi secondo le diversità delle opere letterarie? Secondo i contesti? Secondo le occasioni?

    Perché, vedi, ho un sospetto: che il tuo richiamo alle “regole del gioco”, per quanto vaghissimo, sia in effetti anche rigidissimo; e che, data la vaghezza, l’unica regola proponibile possa essere: “vale tutto” (che è una regola paradossale).

    Se uno mi dice che un’opera letteraria nella quale ho riversata (in uno dei tanti modi in cui questo si può fare) la mia vita “fa cagare”, non credo che questo sia un problema mio. E non è neanche un problema di chi dice “fa cagare”.

    E’ un problema comune. (Vedi le considerazioni, anche quelle subito qui sopra, di Enrico).

  35. Andrea D'Onofrio Says:

    @ Enrico: sono considerazioni molto interessanti:

    1. La vita è breve, le scelte vanno fatte. Astrattamente tutti abbiamo il diritto di essere ascoltati ma, concretamente, occorre discriminare. Ma quando si discrimina si stigmatizza, è inevitabile. Sole che un conto è stigmatizzare, altro è aggredire. Il giudizio negativo ci sta, l’insulto no.

    2. Puglisi mi ha segnalato un punto importante: che il libro “Non concede quasi nulla alla leggibilità”. Ed è stato onesto, perchè mi ha anche spiegato che si è fermato lì. E’ una recensione sulle prime 36 pagine di un libro. A me scegliere. Certo, una recensione può essere di più. Può, non deve.

    3. No, non dovremmo farci sostenere da altri valori, ma solo comprendere che la vita è fatta di interazioni e che essere rifiutati è una delle possibili interazioni.

    @Giulio.

    1. Regola del gioco. Se io mi espongo qualcuno mi criticherà, qualcuno altro lo farà in modo maleducato. Perchè il pubblico è fatto anche di cattiveria.

    2. Chi è il giudice. Il lettore. Che tra le tante forme del giudizio può anche avere quella del non acquisto

    3. Vero, la maleducazione è qualcosa di indefinibile. Così come l’educazione. Però sono comunque contento che quando mi rispondi lo fai in modo educato e non mi mandi a cagare.

    4. Non ho compreso cosa intendi per “possiamo accettare l’idea che i comportamenti opportuni possano essere diversi secondo le diversità delle opere letterarie? Secondo i contesti? Secondo le occasioni?”ma forse …

    5. …pubblicare (opera letteraria o altro) vuol dire esporsi ad un giudizio. Ovvio, trovo sbagliato mandare a cagare un autore, ma trovo sbagliato anche il raffreddore, solo che se mi tolgo la maglia e mi espongo al vento fa parte delle regole del gioco.

    Ciao

  36. Patrizia Guarino Says:

    Non riesco ancora a capire per quale ragione questo pc non mi fa inserire il mio nome. O forse è la piattaforma wordpress a crearmi problemi.
    Comunque, sperando che questo commento venga pubblicato a mio nome:

    Caro Mozzi, la ringrazio per la sua noterella linguistica. ho scritto quei commenti in via estemporanea e appuntando quello che avevo in mente senza alcuna dietrologia. ma sono contenta di vederli ora degni di autorevole esegesi :-). Le mie posizioni rimangono le medesime, ovviamente, pur nella massima stima che le riservo per l’onestà intellettuale e la serietà con cui ha affrontato la questione.

  37. Patrizia Guarino Says:

    Chiarisco ad Andrea D’Onofrio, invece, che non è mia abitudine ‘mandare a cagare’ nessuno. Tant’è che l’espressione è usata genericamente e non rivolta nello specifico all’autrice in oggetto. Saluti.

  38. enrico Says:

    gentile Andrea
    vorrei soffermarmi sul primo punto del tuo commento, per mettere ordine in una questione che da terminologica diventa forse qualcos’altro.
    Vedi. Discriminare – scegliere – dare un giudizio negativo – stigmatizzzare nel tuo testo sono, in buona sostanza, sinonimi. Io invece porrei delle differenze. Cerco di spiegarmi.
    Oggi. Io ho scelto, tra le innumerevoli cose che avrei potuto fare, di visitare “Vibrisse” e leggere il tuo commento. Per una serie di ragioni legate – direi – al piacere e al desiderio: mi faceva piacere seguire la discussione con te, con Giulio e gli altri “connessi” su determinata tematica… ho scelto, ho discriminato. Poi. Mi pongo nell’ottica di capire (ascoltare) quello che scrivi, così leggo il commento anche due volte, o tre. Il commento è argomentato, non è lesivo di nessuno, è – se vuoi – “educato” ecc. Mentro lo leggo con attenzione ci sta che lo giudichi… in che senso? Nel senso che mi chiedo: concordo o meno con quello che dice Andrea? Cioè, non posso fare a meno della mia soggettività, del mio parziale punto di vista… su alcune cose concordo, su altre meno, o ancora: su questo punto Andrea ha proprio torto e glielo voglio dire (giudizio negativo). In questo “percorso” (ma dimmi se sbaglio) la stigmatizzazione (applicare un bollo, un marchio di disprezzo all’oggetto o all’interlocutore) mi pare non abbia corso. Non sia in campo. Ecco vedi che quelle “operazioni intellettuali” (ma non solo) di cui tu parli non sono sinonimi.

  39. Giulio Mozzi Says:

    Andrea, scrivi: “Regola del gioco. Se io mi espongo qualcuno mi criticherà, qualcuno altro lo farà in modo maleducato. Perchè il pubblico è fatto anche di cattiveria”.
    Quindi la “regola del gioco” è lo “stato di fatto”. Ossia, non c’è nessuna “regola del gioco”.
    E subito dopo disapprovi palesemente il “mandare a cagare”. Quindi applichi una regola diversa da quella che hai appena enunciata.
    (L’esempio del togliersi la maglia ed esporsi al vento è un esempio che non è pertinente. Togliersi la maglia ed esporsi al vento è infatti un gesto che si può facilmente considerare irresponsabile o addirittura sciocco; mentre pubblicare un romanzo non è, mi pare, generalmente considerato irresponsabile e sciocco).

    Patrizia, scrivi: “ho scritto quei commenti in via estemporanea e appuntando quello che avevo in mente senza alcuna dietrologia”. Direi che (a) si è sempre e comunque responsabili di ciò che si dice in pubblico, (b) non mi pare di aver fatto “dietrologia”: ho fatto analisi del testo, e l’analisi del testo dice ciò che il testo dice, e non dice nulla su chi l’ha compilato.
    Scrivi ancora: “Le mie posizioni rimangono le medesime”. Perché?

    Come suggerisce Enrico si può, se non altro, distinguere tra le affermazioni (evito di chiamarle “giudizi”) argomentate, e quelle non argomentate. (Ed esistono diverse forme di argomentazione).

  40. Patrizia Guarino Says:

    Caro Mozzi, mi riferivo all’accusa di paraculismo, che non è interna al testo, e non c’entra con ciò che il testo ‘dice’. In realtà, molto più ‘banalmente’, ho ammesso di essermi abbandonata alla provocazione volontaria con la stessa spontaneità con cui si pensa a voce alta: ho pensato “provochiamo e alziamo i toni, vediamo che succede” e, senza controllare la formula, né interrogarmi su ciò che stavo facendo mentre scrivevo, l’ho scritto. Ma non è neanche rilevante, quindi su questo mi fermerei qui.

    Le mie posizioni rimangono le medesime perché restano i motivi per cui ho perso interesse nel romanzo dell’autrice in questione, e per cui condanno la crociata che è stata fatta ai danni un giovane lettore che si è solo permesso di esprimere una sua opinione e raccontare una sua esperienza di lettura su un blog letterario, e perché al disinteresse iniziale si aggiunge ora un fastidio che me ne rende proprio impossibile la lettura, come ho ampiamente spiegato, qui e nel blog incriminato.

    Piuttosto – e non per spostare la discussione su altri argomenti, ma per reale curiosità, le faccio una domanda. Secondo lei quanto incide la stima che abbiamo della persona dell’autore sulla lettura di un suo romanzo?

  41. Andrea D'onofrio Says:

    @ Patrizia Guarino. Si mi è chiaro, non mi riferivo te quanto a un certo modo di affrontare le discussioni.

    @ Enrico. Io stigmatizzare lo usato come sinonimo di critica feroce, come un potenziale risultato della discriminazione. Non intendevo dargli esclusivamente il significato di “applicare un bollo, un marchio di disprezzo all’oggetto o all’interlocutore”. Ma, certo, è presente anche questo.

    Comprendo quello che mi stai dicendo e sono anche d’accordo. Credo che la nostra dissonanza nasca dal fatto che stiamo guardando lo stesso oggetto da un punto di vista diverso. Mi spiego.

    E’ vero quanto dici, ma perchè ti metti dal punto di vista del singolo, per di più non di un singolo qualsiasi, ma dal punto di vista di Enrico, un singolo dotato di ben definite qualità che ragiona con Andrea, altro singolo dotato da ben definite qualità.

    Un autore che pubblica, però, non dovrebbe avere questo punto di vista ma guardare alla massa di tutti i lettori, cioè come a un insieme di singoli potenzialmente dotati di TUTTE le qualità, incluse le negative. Non perchè giusto o ingiusto, ma perchè statisticamente molto probabile. Se se “l’autore o autrice del libro del quale si dice che “fa cagare” avesse scritto una storia fittamente intrecciata con la propria vita e con la vita delle persone care, anche allo scopo di definire il senso o la direzione o il bene e il male di queste vite” allora avrebbe commesso un errore perchè non è lecito aspettarsi dal singolo come sopra definito lo stesso comportamento che ha, ad esempio, Enrico. Un “non Enrico ” ci sarà di sicuro. Chi ha scelto di pubblicare per “definire il senso o la direzione o il bene e il male di queste vite” ha scommesso su una certa risposta da parte di ogni singolo della massa.

    Giulio, giustamente, tenta di trovare una “regola” (non saprei come altro dire, correggetemi voi se sbaglio termine) ma io non credo ci possa essere altro che non l’educazione, il rispetto.
    Ma il mio è il punto di vista di un lettore, Giulio, da addetto ai lavori, ha una visione molto più ampia. Anche tu mi sembri un addetto ai lavori, e trovo straordinari questi scambi di opinione. Soprattutto perchè mi obbligano a cambiare continuamente punto di vista.

    Ciao

  42. Andrea D'onofrio Says:

    “Andrea, scrivi: “Regola del gioco. Se io mi espongo qualcuno mi criticherà, qualcuno altro lo farà in modo maleducato. Perchè il pubblico è fatto anche di cattiveria”.
    Quindi la “regola del gioco” è lo “stato di fatto”. Ossia, non c’è nessuna “regola del gioco”.”

    La regola del gioco vita è lo stato di fatto.

    “E subito dopo disapprovi palesemente il “mandare a cagare”. Quindi applichi una regola diversa da quella che hai appena enunciata.”
    La morte è uno stato di fatto, la accetto ma la disapprovo.

    “(L’esempio del togliersi la maglia ed esporsi al vento è un esempio che non è pertinente. Togliersi la maglia ed esporsi al vento è infatti un gesto che si può facilmente considerare irresponsabile o addirittura sciocco; mentre pubblicare un romanzo non è, mi pare, generalmente considerato irresponsabile e sciocco).”

    Invece si, se non si è disposti ad accettare i rischi della pubblicazione. E togliersi la maglia di estate con 500° all’ombra non è cosi sciocco .Tuttavia è un rischio, infatti mio suocero si prese una bella polmonite. Poi, siccome il fresco va bene ma la polmonite no, si lamentò pure del destino cinico e baro. A suo dire il vento, di estate e con tanto caldo, non avrebbe dovuto portare una polmonite. Non era bello, ecco.

    Giulio io discuto con piacere, soprattutto con te .Ma come semplice lettore non addetto ai lavori posso sbagliare, Resta inteso che se ti irrito tu mi avvisi

    Ciao

  43. Giulio Mozzi Says:

    Patrizia, scrivi: “condanno la crociata che è stata fatta ai danni un giovane lettore che si è solo permesso di esprimere una sua opinione”.

    Ho il sospetto che secondo il criterio di “chiamare le cose col proprio nome”, “crociata” sia un nome un po’ fuori luogo.

    Tra l’altro, mi pare che nessuno se la sia presa con Puglisi per il fatto che egli ha espressa la propria opinione. Il modo in cui l’ha espressa è stato criticato da alcuni.

    E anche tutta la discussione sul “mandare a cagare”, che si è svolta uqi, non è certo una discussione sul diritto di esprimere le opinioni; è una discussione sul modo.

  44. enrico Says:

    Lo stato di fatto, lo stato di “natura”: basta un click e qualche abilità “evoluta”: sapere scrivere nella tal lingua, e puoi dire quello che vuoi, come vuoi, riflettendo o non riflettendo, pensando “ora appicco il fuoco e vediamo cosa succede” oppure “Vediamo di comprendere”, “ti amo” oppure “ti detesto” e così via.
    Poi c’è una posizione che definirei di scelta etica, cioè relativa agli effetti e alla ragione delle scelte e di etica della comunicazione, e forse di etica tout court. E questo riguarda gli effetti delle scelte e della comuncazione (gli effetti delle scelte nella comunicazione) e riguarda la dimensione (insisto) valoriale (cioè per dirla kantianamente del “regno dei fini”). E infine riguarda il rispetto. Mi spiego.
    Se appicco il fuoco non è che ci sarà un incendio? Probabile ti pare. Se tiro un pugno non è che scatenerò una rissa? E forse me ne prenderò uno in faccia, di pugno? Mi suggeriva un amico che poi, incendi e pugni da web, rimangono tutti mentali, virtuali, e a volte (aggiungo io) non meno dolorosi, più dolorosi (questa incorporeità della ferita, sarebbe un grande tema di discussione)… per concludere: ha senso riflettere sull’etica della comunicazione oppure basta essere più realisti del re e dire: “avanti il prossimo”?

    PS non mi riferisco qui a Puglisi, a Veronica, a nessun altro. Certo l’incendio (di cui penso la responsabilità sia stata “collettiva”) a un certo punto (come ho avuto modo già di sostenere) ha divorato il bosco, e ha oscurato il cielo.

  45. Patrizia Guarino Says:

    Mozzi, lei è un uomo intelligente e molto molto abile :-). Quando dico “chiamare le cose con il loro nome” di solito non mi riferisco alle denotazioni, ma anche e soprattutto alle connotazioni, che fanno parte della cosa per come è vissuta da chi la dice. Non sono estranee metafore, iperboli, antifrasi, eufemismi e via dicendo.

    Mi sono trovata tante volte a parlare con chi diceva di non criticare “cosa” veniva detto, ma “il come” veniva detto. Come se il modo non fosse esso stesso una cosa. ecco, chiamiamo le cose con il loro nome: condanno la crociata che è stata fatta ai danni di un ragazzo che ha il diritto di dire ciò che pensa di un libro che ha letto o non ha letto, e nel mondo in cui lo pensa :-D. La crociata a cui mi riferisco non è lo scambio di commenti sul blog incriminato, ma gli insulti fatti su altre sedi presso le quali né l’autore né gli altri insultati hanno potuto difendersi. Insulti su account di Genna, di Veronica e di altri loro amici. Comunque, basta, la prego, non parliamone più…

  46. Patrizia Guarino Says:

    nel modo, non nel mondo 🙂

  47. Giulio Mozzi Says:

    Curioso, Patrizia. Generalmente, mi pare, quando si parla di “chiamare le cose con il loro nome”, ci si riferisce proprio alle denotazioni (vedi i motti paralleli, tipo “Dire pane al pane e vino al vino”, che esprime proprio un rifiuto di qualunque figura).
    Ora, l’uso creativo della lingua è disponibile a tutti. Ma un minimo di riferimento al dizionario credo faccia comodo.

    La parola “crociata”, secondo il Sabatini-Coletti (vedi), e lasciando ovviamente perdere i significati storici, significa: “Movimento collettivo con forte connotazione morale, campagna di moralizzazione”.

    Siamo di fronte a questo? Esiste un “movimento collettivo”? E’ in atto una “campagna”?

    A me pare proprio di no.

    M’incuriosisce un’altra scelta linguistica. Perché “Alessandro Puglisi” è “un ragazzo”? Alessandro Puglisi è una persona che, esattamente come Veronica Tomassini, ha pubblicato un’opera letteraria. Sarà dunque uno “scrittore”, come lei è una “scrittrice”. O no?

    “Mi sono trovata tante volte a parlare con chi diceva di non criticare ‘cosa’ veniva detto, ma ‘il come’ veniva detto”.
    E infatti, Patrizia, io ho fatto tutt’altra distinzione. Ricopio: “Tra l’altro, mi pare che nessuno se la sia presa con Puglisi per il fatto che egli ha espressa la propria opinione. Il modo in cui l’ha espressa è stato criticato da alcuni”.

    (Personalmente: come ho già scritto, non ho nulla da ridire sul “come” dell’articolo di Puglisi, se non che forse poteva argomentare/narrare un po’ di più; non condivido – evidentemente – il “cosa”; e non mi pare proprio il caso di mettere in discussione il diritto di Puglisi ad esprimere la propria opinione o quello di chiunque altro a esprimere opinioni sull’opinione di Puglisi).

  48. Patrizia Guarino Says:

    Caro Mozzi,

    1. Le cose, dicevo, per me contengono in sé il modo in cui sono vissute. Per cui usare il termine ‘crociata’ è esattamente dare il nome corretto a ciò che io in questo caso vedo come una crociata.
    e dicevo proprio che il come fa parte del cosa ed è cosa esso stesso.

    2. Il Sabatini Coletti ha proprio azzerato il mio interesse a proseguire. Buona continuazione 🙂

  49. Patrizia Guarino Says:

    Ah, ovviamente se dovesse passare da queste parti me lo faccia sapere ché ci prendiamo un caffè. Non fosse altro che per continuare la discussione di persona senza la noia mortale del confronto telematico (specie quando si tirano in ballo dizionari più per necessità di risposta che non perché realmente funzionali alla comprensione. Io penso che ‘crociata’ a parte, “come” e “cosa” a parte, ci siamo capiti perfettamente :-D). Salutoni a tutti 🙂

  50. Giulio Mozzi Says:

    Allora siamo tutti d’accordo. Ciò che a Patrizia sembra essere una “crociata”, lei lo chiama “crociata”.

  51. Blu Says:

    ciao a tutti! Io ho partecipato con qualche post a quella discussione (e leggo qualche nome conosciuto anche qui).
    Penso che nulla sia mai veramente inutile (come qualcuno definisce quella recensione) per lo meno per gli effetti che ne sono seguiti. Se ci pensate… quelle poche righe, hanno generato fermento, confronto su temi interessanti. A volte forse si esagera e amplifica, e si rischia di arrivare alla mancanza di rispetto (e questo certo non dovrebbe accadere).
    Forse proprio l’assenza puntigliosa e dettagliata delle motivazioni nel post di Puglisi ha spinto i partecipanti a dibattere.
    Io le motivazioni le ho colte. Non c’è stata una analisi, e questo è sicuramente un limite. Ma alla fine… cos’è che infastidisce? Io trovo che occorra prendere queste opinioni, con un po’ di sana leggerezza. E d’altro canto, una discussione intorno ad un libro genera sempre tanta curiosità e spesso il desiderio di leggerlo. Io rispetto chi scrive ma rispetto anche chi legge. Un lettore che compra un libro si è fatto trascinare verso quel libro, e aveva tutto l’interesse a desiderare di vederne la fine. Se non lo ha finito avrà le sue buone ragioni.
    Anche su un blog letterario, esiste il campo delle opinioni e del gusto. Non siamo scienziati della parola…

    Saluti a tutti voi 🙂
    Mozzi, mi dispiace esser stata cancellata dai suoi amici di Facebook sa? 😀

  52. enrico Says:

    “quanto incide la stima che abbiamo della persona dell’autore sulla lettura di un suo romanzo?” chiede più sopra Patrizia.
    In realtà la domanda ne sottende un’altra, forse, più generale: qual è la relazione della scrittura “di finzione” di una persona con il suo “corpo”, con il suo carattere, con la sua “fisionomia” umana… con le sue idiosincrasie ecc. (non dico con la sua vita o biografia)…
    nella prosa internettiana e urticata di Veronica mi è parso di “vedere” parte almeno della sua scrittura da romanziera… ogni storia a sé… ma cosa ne pensate?
    EE

  53. Patrizia Guarino Says:

    a me nella prosa urticante e internettiana di veronica è sembrato di vedere reati di diffamazione e ingiuria, bisogna vedere se lo stesso è sembrato e sembrerà a chi ne è competente. 🙂
    E’ pur vero che tale prosa si è dispiegata su profili facebook a cui non più avuto accesso dopo un po’, e dunque su cui non ho potuto leggere il seguito. Ma io sono ottimista e credo che chi sbaglia ad un certo punto capisce che ha sbagliato e rimedia. per cui, anche in assenza di pubbliche scuse, sono fiduciosa che le affermazioni diffamanti nei confronti della sottoscritta e di chi si è espresso in questa diatriba siano state rimosse.
    Per il resto, caro Enrico, io dico anche a lei quanto ho detto a Mozzi: per ragioni di studio mi trovo spesso a dover affrontare la lettura di testi di autori che trovo umanamente insopportabili, e ammetto che finisco poi per scoprirne la grandezza letteraria. Così non è, ahimè, per quegli autori a cui invece mi avvicino per puro diletto. Ho difficoltà enormi a concepire di spendere i miei soldi per gente che mi reca fastidio… Ma mi piacerebbe superare il pregiudizio. Chissà che non si possa organizzare un incontro alla presenza di Veronica, Mozzi e gli studenti di Catania per discutere del romanzo, e lasciar parlare anche chi si è annoiato alla 3° pagina, senza che qualche studente ci rimetta la pelle :-)…

  54. veronica tomassini Says:

    A proposito di scuse, signorina Guarino, io la inviterei – prima di mobilitare i suoi avvocati – a chiedere scusa al professore Rosario Castelli (pare non sia molto contento tant’è), Castelli che mi pare sia braccio destro di Antonio Di Grado in Università, con il cui profilo si è introdotta qui in blog per intimare le sue varie promesse (promesse ho detto, non minacce). Ad ogni modo esiste un reato di diffamazione e anche un reato per stalking. Provvederemo presto. Non amo la persecuzione. Mi spiace peraltro informarla che le hanno consigliato male, tutta questa querelle e poi io in profilo non ho usato uno straccio di insulto. Non è stoltezza la mia?
    Stia serena comunque.

  55. Patrizia Guarino Says:

    Cara tomassini,
    la informo che quando ho notato che il pc ha postato il commento a nome di rosariocastelli la prima cosa che ho fatto, nel capire come mai io non riuscissi a modificare il profilo, è stata proprio quella di avvertire il prof. castelli dell’accaduto invitandolo a cambiare le chiavi d’accesso perché non riuscivo a pubblicare a mio nome. (evidentemente è rimasta attiva la password di qualche suo account che ignoro e di cui non le chiavi). Poi ho rettificato subito il nome, chiarendo di essere la reale autrice del post. Non farei mai passare per suo un mio post, non è nel mio stile né lui conosce o ha preso parte questa discussione. quindi che dice? che vuole? Di cosa parla? se ci fosse stata da parte mia intenzione maliziosa non mi sarei comportata di certo nella massima trasparenza.
    Un reato per stalking? Io la starei stalkerizzando? ehehe e come? non ho i suoi contatti, non la cerco e non mi preoccupo di farlo. Io mi limito a discutere qui con chi ne parla di quanto è successo. Non intendo perseguitare proprio nessuno, se non prendere parte ad una discussione in cui peraltro sono interpellata da chi scrive prima di me, e risponde e continua a rispondere chiedendomi ulteriori risposte. Ma se vuole non intervengo più. Ho capito benissimo la situazione, e a questa mi riferivo nei miei precedenti commenti. Noto solo la malizia nel tirare in ballo la questione dell’errore del nome del profilo quando avevo già rettificato in prima persona e avvertito il titolare del profilo del fatto che il mio pc, senza ch’io sapessi perché, introduceva i commenti a nome d’un altro.
    Se realmente mi hanno copiato e incollato su fb suoi stati mai scritti e commenti mai fatti, io sono pronta a chiederle scusa. E’ così? non ha mai scritto nulla sul suo profilo col mio nome e cognome? se è così, e me lo conferma, io le chiedo scusa.

  56. Patrizia Guarino Says:

    @Mozzi

    Caro Mozzi, nonostante io mi sia già scusata ieri per l’involontario errore del commento postato con un account di cui ignoravo l’esistenza

    (scrivevo infatti, numerosi post addietro: “chiedo scusa per il nome che è comparso in automatico a firma del commento precedente. Scrivo da un pc che lo ha pubblicato senza chiedermelo. Rettifico immediatamente l’equivoco. Chi scrive è una donna. Mi chiamo Patrizia. (e non so come sia potuto accadere, chiedo pertanto che il commento venga rimosso)”),

    le chiedo cortesemente di rimuovere quel commento, come già chiesi qualche post addietro, perché non voglio sia strumentalizzato (e con esso la persona intestataria del profilo).

    La ringrazio sin d’ora. Lo riposto con il nome corretto, se lo ritiene necessario. Ma vorrei proteggere la mia buona fede, e persone coinvolte, sia dall’accaduto involontario che da altrui strumentalizzazioni.

  57. Giulio Mozzi Says:

    Patrizia, di solito basta fare un logout. Quando si usa – ad esempio in Unviersità – un computer condiviso, prima di fare qualunque cosa è buona pratica cancellare i cookies.

    Blu: non ho cancellato nessuno dalla lista degli “amici” (ma direi piuttosto “contatti”) via FaceBook. Ho cancellato il mio vecchio profilo.
    Non trovo niente di fastidioso nella noterella di Puglisi.Tu stessa noti che egli dichiara la propria opinione senza argomentarla: io trovo che questo sia un difetto.

    E adesso chiudo.

I commenti sono chiusi.