Le parole dei morti nelle parole dei vivi

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di Gabriele Dadati

[Sono molto lieto di poter riprendere qui, secondo il desiderio dell’autore e con il consenso dell’editore, quanto Gabriele Dadati ha scritto in memoria di Stefano Fugazza: uomo che anch’io conobbi, poco, molto poco, ma abbastanza per avvertirne il valore. Valga, spero, questa lettura, a ricordare che tutti i giorni si educa e si viene educati; e che una vita che non venga presa in cura è a rischio di spreco. Ringrazio la rivista Nuovi argomenti nel cui numero 54, distribuito in questi giorni, è apparso questo testo. gm].

Stefano Fugazza e Gabriele Dadati durante una conferenza stampa, 2008Tra un mesetto cadrà il primo anniversario della morte di Stefano. Da quando non c’è più ho pensato in continuazione a lui: a volte semplicemente ricordandolo, se mi tornava in mente un episodio che lo riguardava, una frase detta da lui o anche solo un’espressione del suo volto; a volte provando a interrogarlo, quando mi chiedevo come si sarebbe comportato di fronte a un dato problema; a volte infine in quelle forme invasive che si potrebbero chiamare da un lato dell’eredità e dall’altro della condanna, se si ha la pazienza di considerare il fatto che la direzione che ha preso la mia vita oggi – come uomo e come lavoratore – è stata così fortemente influenzata da lui, dalle possibilità che mi ha concesso durante la nostra collaborazione e dai limiti che mi ha imposto.
Dopo la sua morte, e anche prima, nei mesi della malattia in cui di fatto Stefano non era più lui, mi è capitato qualche volta che l’interlocutore di turno parlandomi si confondesse e mi chiamasse col suo nome invece che con il mio, per poi subito correggersi. La mia reazione interiore, quella esteriore essendo nulla, era un mantra che diceva «Io non sono Stefano, non posso fare quello che faceva Stefano». E credo che questo mantra venga da un film, Voglia di vincere 2, in cui il protagonista è l’alunno di un college americano che trasformandosi in uomo-lupo può offrire straordinarie prestazioni sportive alla squadra di basket. Ma all’inizio del film non lo sa ancora: sa solo che suo cugino, che ha studiato lì prima di lui, si trasformava in uomo-lupo per combattere sul ring tenendo alto l’onore del college, e quando gli viene chiesto di fare lo stesso lui risponde pressappoco: «Io non sono lui, non posso fare quello che faceva lui». Salvo poi scoprirsi a sua volta, in un momento di rabbia, uomo-lupo, e così finendo per ripercorrere i passi del cugino.

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2 Risposte to “Le parole dei morti nelle parole dei vivi”

  1. demetrio Says:

    ringrazio Gabriele per le belle cose commoventi che ha scritto. E credo che sì, l’eredità dei nostri maestri sia una questione di lingua e di linguaggio (del corpo).

  2. Gabriele Dadati Says:

    Grazie a te Demetrio.

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