“C’è una cattiveria silenziosa”

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di Isabella Marchiolo

[Questo articolo è apparso nel Quotidiano della Calabria il 7 marzo 2011. Puoi anche prelevarlo in pdf.].

L’hanno definito libro fantasma perché Il male naturale, raccolta di racconti dello scrittore padovano Giulio Mozzi in questi giorni ripubblicata da Laurana editore, era già stato dato alle stampe nel 1998 per Mondadori. Ma nelle librerie era rimasto poco, ritirato dalla casa editrice [*] dopo la sferzata moralista del parlamentare della Lega Oreste Rossi, che presentò un’interrogazione per chiedere la soppressione del volume. Pietra dello scandalo fu il racconto intitolato Amore, poche paginette che descrivono in modo lucido e quasi chirurgico la relazione fisica tra un uomo e un bambino. Dove i ruoli sembrano ribaltarsi e l’uomo appare schiavo del sentimento verso il bambino, mentre quest’ultimo è un crudele aguzzino che calpesta e umilia l’adorazione dell’adulto.

Ma, anche se il titolo suggeriva l’amore, c’erano di mezzo il sesso, e l’evocazione della pedofilia, così Rossi bollò il racconto (e l’intero libro) come scrittura depravata. A complicare le cose si aggiunse la presunta complicità della Mondadori, che aveva scelto proprio “Amore” per pubblicizzare il libro sul proprio sito internet. Ne nacque una querelle conclusa con la scomparsa del volume, già di per sé autocondannato dall’inquietante copertina ormai vintage, dove le dita di una mano ghermivano un pube affondando nella carne come artigli. Non meno d’effetto è la nuova copertina di Laurana, che mostra un angoscioso busto umano, l’opera di Aron Demetz Inverno.

In questi anni l’autore, che gestisce un frequentato blog letterario, Vibrisse, bollettino, ha proposto più volte sul web il racconto incriminato scatenando ogni volta infinite discussioni su moralità e scrittura. Rileggendo oggi Il male naturale nella nuova edizione – arricchita di un commento dello stesso Mozzi sulle vicende del libro e di una nota critica di Demetrio Paolin – si farebbe però torto a concentrarsi solo sul racconto della polemica. Questi racconti di Mozzi sono infatti una piccola e sconvolgente ferita nel loro narrare un grumo segreto dell’umanità, il substrato del nostro male inevitabile. C’è una cattiveria silenziosa che è soprattutto degli afflati spontanei del corpo, e poi intacca l’anima. E non esiste possibile redenzione, come dice con asettico nitore Giulio Mozzi: «Ho rinunciato al bene, ho deciso di accettare il male come fatto naturale. Non credo che un perdono potrà salvarmi, né credo che potranno salvarmi una terapia o il pensiero razionale o tanto meno la letteratura».

Una letteratura che gioca con rimandi autobiografici (il nome Giulio, il riferimento a persone realmente conosciute dall’autore) ma rivendica la facoltà di cambiare le cose stemperando eventi e sensazioni in una sorta di catartica follia. Così nei racconti ci sono corpi torturati da lesioni autoinflitte, sensi di colpa che si trasformano in ossessione, attrazioni morbose traslate dall’oggetto originario a simulacri sostitutivi, desideri che hanno come fonte soprattutto persone perdute o scomparse. E pare che proprio attorno all’assenza, a questo vuoto lasciato aperto nei sentimenti dei personaggi, si sprigioni un male quasi esantematico che la scrittura di Mozzi denuda senza enfasi ma nell’essenzialità di reiterazioni linguistiche, dialoghi interiori, disconnessioni di tempi e pensiero. Nella nota finale [della prima edizione] del libro, datata 1997, l’autore annunciava che “Il male naturale”sarebbe stata la sua ultima antologia di racconti e in effetti (sebbene ci furono poi Fantasmi e fughe e Fiction), questa raccolta rappresenta uno spartiacque nella produzione dello scrittore veneto.

Dopo l’esordio di Questo è il giardino, identificato da Mozzi come acme della propria condizione di scrittura, e poi il perturbante La felicità terrena, i racconti che analizzano il “male” sono l’ultimo e più completo capitolo di una trilogia intima che guarda lì dove forse si avrebbe paura di farlo. Dunque poco importa se, come ipotizzava Oreste Rossi, Mozzi sia correo nell’amore tra il pedofilo e il bambino, o che, come scrisse Pampaloni, il racconto “Amore” sia sgradevole e crudele, se lasci intuire compiacimenti o non piuttosto un distacco paradossalmente empatico con la zona oscura dell’umanità. Il presunto erotismo di “Amore” è freddo e dolente, così come agghiacciano, negli altri racconti, le ardenti passioni della giovane disabile, le fantasie necrofile, la verginità carica di prospettive, il feticcio infantile e vagamente intriso di delirio religioso del coro di Mariele Ventre, o l’incomunicabilità fisica ed emotiva da cui sono affetti tutti i personaggi, spesso simili tra loro al punto di confondersi in una narrazione progressiva e infinita. Racconti che, a fine lettura, continuano a far aleggiare una consapevolezza strisciante. Il male incolpevole acquattato dentro di noi, tra tessuti, umori e insospettabili desideri. Siamo fatti di sangue, d’acqua e naturale perversione.

[*] Ormai non so più che farci. A partire da quello di Maurizio Bono (qui) in una quantità di articoli ho letto che Il male naturale fu ritirato dal commercio. Non è vero. Il libro ebbe la sua normale vita in libreria, poi passò al secondo mercato (metà prezzo). E’ vero che l’editore, da un certo punto in poi, non fece più gran che per sostenerlo; ma è anche vero che il libro fu accolto da un coro quasi unanime di recensioni negative (oggi accade il contrario). Come ho scritto nella “Notizia” che chiude la nuova edizione, non ho niente da ridire sul comportamento dell’editore. gm

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