Il luciferino che è in Mozzi

by

di Daniele Giglioli

[Questo articolo è apparso il 26 febbraio 2011 in Alias, supplemento del quotidiano il manifesto].

Il tempo non ha tolto forza ai tredici racconti di Giulio Mozzi raccolti in Il male naturale, che Laurana (pp. 216, euro 15.50) riporta in libreria a dodici anni dalla loro prima uscita presso Mondadori. Disancorati dal tempo breve del contesto in cui vennero alla luce (la seconda metà degli anni Novanta, la nefasta e ridicola smania editoriale per i “giovani scrittori”, le polemiche su “cannibali” e “buonisti” [*] che mandavano in visibilio i compilatori di mappe e tabelline), si offrono a lettori più lontani nel tempo ma proprio per questo forse più vicini allo spirito con cui l’autore li ha scritti. Il male naturale è un’opera che aspira alla dimensione del für ewig [“per sempre”], non al brillio posticcio della cronaca letteraria. Letteratura è una parola brutta sotto la penna di Mozzi. Il “per sempre” con cui si confronta non è l’immortalità dello scrittore ma la mortalità senza scampo dell’autore e delle persone che ha amato. Questo libro ha un fine pratico, non estetico: il suo problema sono il male e la morte, la posta in gioco perdono e redenzione. La bellezza che persegue è quella della parola efficace, la stessa che si esercita nella liturgia, nella preghiera, nel giuramento, nella maledizione, nella bestemmia, nella riconciliazione.

Tredici racconti, un solo tema, e quasi un unico evento: “racconto sempre circa la stessa storia: una persona perde una persona amata e per salvarsi da questa perdita decide di uscire dalla realtà”. Sul piano dei fatti c’è questo e poco altro, al punto che parlare di racconti è un’approssimazione al limite dell’improprio. Succede poco perché tutto è già successo, la persona amata è già morta tanto tempo fa, e tutto il resto è ripetizione. I personaggi di Mozzi (primo tra tutti il suo alter ego Giulio) rimuginano di continuo. Fantasticano, si perdono, hanno abbagli e visioni, ma sempre in modo molto consapevole. Non c’è mistero. Non c’è delirio né delitto, il delitto è fuori scena, è già da sempre lì, è accaduto in eterno e durerà in eterno: un male, appunto, naturale.

Di quel male si accusa il personaggio che di sé dice Giulio. Ma da quel male sono attratti e tentati anche tutti gli altri. La sua dimora è nel corpo, è il corpo stesso in quanto desideroso e corruttibile, umiliato dal bisogno, glorioso soltanto nella prospettiva della morte. La morte è insieme il trionfo e la fine della corruzione. Una redenzione, un perdono che precedano quel passo non sono nemmeno immaginabili. Anche perché, come in Dostoevskij, la colpa individuale non esiste. Giulio si accusa di poter amare solo le persone che gli ricordano fisicamente la persona scomparsa: fa l’amore con lei attraverso di loro, e così facendo fa loro del male. Ma l’origine di questo male è impersonale: “la mattina dopo il ragazzo e i genitori impararono che cos’è un obitorio e che cosa può fare un’automobile in corsa a un corpo umano”. Una frase che vale da sola l’acquisto del libro.

E’ contro questo muro impenetrabile che Mozzi scaglia la sua raffica di Io, di riflessioni, di pensieri e di visioni sue e dei suoi personaggi. Fatica inutile ma inevitabile. Pensare è una battaglia persa in partenza. Pensare è l’unica cosa da fare. Altra modalità di transazione col mondo e con gli altri non esiste, a parte il sesso. Ma il sesso non è una riconciliazione né una cura, partecipa della natura dell’offesa, è prigionia o effrazione, comunicazione vera mai. Resta la confessione, che suona disperata proprio perché si sa inutile. Si confessa una colpa individuale, non un male naturale. Chi si accusa di essere Lucifero si mette dalla parte di colui che non potrà essere salvato. Se di cattolicesimo si tratta – Mozzi viene spesso etichettato come “scrittore cattolico”, come se questa espressione avesse un senso qualsiasi e non fosse un puro flatus vocis -, è un cattolicesimo in cui la dimensione della penitenza è stata abolita. Non si era detto che qualcuno era venuto ad assumere su di sé il peccato di tutti? A riscattare la caduta di Adamo? Dov’è il terzo giorno? In questo libro non ce n’è traccia. Un cristianesimo senza Cristo è una contraddizione in termini, una malafede a cui serve il conforto di una potenza radicalmente infeudata al principe di questo mondo come la letteratura. Sarà anche una parola brutta, ma è esattamente ciò che Mozzi fa, e proprio mentre cerca di uscirne, di forzarne i cardini, di rinnegarne la finzione. E’ lei il serpente nel giardino a cui dà retta. Non perché creda, questo no, alle sue lusinghe, ma per meglio rivendicare come proprio, come scelta, come linguaggio e non come silenzio un male da cui comunque non potrebbe mai scampare.

La letteratura ha sempre intrattenuto con la religione un rapporto complicato. In un’epoca di secolarizzazione ne è spesso stata il succedaneo. Gli esercizi spirituali di molti laici sono stati gli scrittori russi, o Kafka, o Georges Bataille. Anche Mozzi è della famiglia. Alla salvezza per sé non mostra di tenere. Se una speranza lo anima è quella che parlando, scrivendo, raccontando storie immaginate o anche radicalmente inventate intorno a personaggi veri, possa riuscire a ottenere la salvezza per gli altri. Ma gli altri chi? I suoi personaggi, i suoi lettori? Difficile chiedere una risposta a chi si definisce insieme il diavolo e il supremo perdonatore, mai comunque colui che potrà essere perdonato. Perché è questa la cosa più difficile: non ottenere il perdono ma accettare di essere perdonati. Dostoevskij lo sapeva. Moltiplicare le autoaccuse non è un modo per accedervi. Se c’è qualcosa di luciferino in questo libro è proprio questo. C’è un male naturale che è di tutti e che allo stesso tempo io rivendico per mio, per mio soltanto. Se ci riuscissi interamente, se accumulassi su di me tutto il dolore e tutte le punizioni possibili del mondo, a me spetterebbe la facoltà di redimere, di perdonare, di vincere la maledizione della morte – per tutti, però, tranne che per me stesso. Mozzi pretende da sé che la sua sia una “scrittura sacra”. Ma l’autore di una scrittura sacra non può che essere un dio.

Quando uscì, questo libro fece scandalo perché conteneva un racconto dedicato all’amore pedofilo. Ma di ben altra portata è la sua volontà di scandalo, nel senso esattamente evangelico del termine.






[*] In Tuttolibri, supplemento del quotidiano La stampa, in un articolo apparso lo stesso giorno in cui appariva l’articolo di Giglioli qui riportato, Renato Barilli cominciava con queste parole una recensione del romanzo di Giuseppe Culicchia Ameni inganni: “Culicchia mi è caro perché, con la sua opera prima del 1993, Tutti giù per terra, ha aperto una stagione narrativa tra le migliori nell’intera storia del Novecento, avendo al fianco due intrepide scrittrici come la Ballestra e la Campo, e poi i cosiddetti cannibali della tempra di Ammaniti, Mozzi, Nove, Scarpa e tanti altri ancora”. Vale la pena di ricordare che all’epoca il sottoscritto era l’unico scrittore spacciato – dallo stesso Barilli – per “buonista”, e continuamente adoperato dagli amanti di mappe e tabelline come elemento di contrasto per rivelare l’esistenza dei “cannibali”. In alternativa, Barilli parlava di scrittori stile Forrest Gump (il sottoscritto, praticamente da solo) contro scrittori stile Pulp Fiction (tutti gli altri). Sic transit gloria mundi. (Ringrazio Felice Muolo per la segnalazione). gm

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