7.304 giorni fa

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Esattamente vent’anni fa, la sera del 16 febbraio 1991, mi sedetti e cominciai a scrivere una lunga lettera. La finii la sera successiva. Era il mio primo racconto, Lettera accompagnatoria. gm

29 Risposte to “7.304 giorni fa”

  1. pierpaoloflammini Says:

    molto bello questo ricordo

  2. Lucio Angelini Says:

    Esattamente nel 1964 scrissi “Il salto”. Di recente ho completato “Unchained Melody”, ma la situazione ancora non schiarisce. Per gli editori resto “invendibile”… Beato chi piace al primo colpo:-)

  3. Luca Tassinari Says:

    Buon compleanno.

  4. Anna Pascuzzo Says:

    Leggendo mi sono resa conto di essere stata fortunata in parte, sono una che si distrae dalla sua borsa quando s’incanta davanti alla bellezza. Però ho anche pensato che è raro incontrare un ladro del genere e che se qualcuno m’avesse portato via la borsa certamente non avrei ricevuto un simile “capolavoro” in dono (nonostante nella mia borsa ci sia una lettera che conservo da anni, che porta con sè quel silenzio pieno di parole, dopo il saluto finale).
    Grazie per questo suo regalo !
    Anna

  5. federica sgaggio Says:

    «Non si deve mai possedere una cosa che non sia stata desiderata».
    Quanto è vero.
    Baci, Giulio.

  6. valerio fiandra Says:

    lontano da dove ?

    ( levo il calice )

  7. M. Says:

    Fossi stata la derubata questa lettera mi avrebbe forse reso felice
    maria

  8. Ivano Porpora Says:

    Ci sono scritti che cambiano la vita.
    Io a questo credo profondamente.
    Io non scriverei se non avessi avuto alcuni scritti a dirmi ‘La tua vita va in questa direzione, è inutile che ti opponga’.
    Questa lettera fa parte di quegli scritti; assieme a essi Il male naturale tutto intero.

  9. veronica Says:

    lo scrivo anche qua. Così è cominciato tutto, vero Giulio? Quando mi hai raccontato questa storia, bella e straordinaria, una straordinaria congiunzione, ho pensato che non poteva essere che così. E’ cominciato tutto con questa lettera che consegnava lo a noi.

  10. veronica Says:

    che consegnava lo SCRITTORE Giulio Mozzi a noi.

  11. Alessandra Says:

    Finito di leggere il 29.12.09, scrissi nel volume di Questo è il giardino, Sironi, 2005, che contiene Lettera accompagnatoria, dove di seguito ho scritto ancora: “Il ladro è lo scrittore: ruba i gesti, la vita degli altri, osservando”. E’ stata una lettura che mi ha aiutata, non solo per scrivere. Bella. E buona.
    Buon compleanno.

  12. Giovanni Accardo Says:

    Grazie Giulio, per tutti i racconti che hai scritto, per tutto quello che ci hai insegnato e continui ad insegnarci, a volte con pazienza altre con insopportabile pedanteria, grazie per tutto quello che hai fatto (da quel giorno) e continui a fare per la letteratura italiana, grazie per il tempo che ci dedichi, a volte promuovendoci altre volte bocciandoci, ma chi ti vuol bene, chi ti ammira e ti stima accetta volentieri anche le tue bocciature o i tuoi suggerimenti (soprattutto i suggerimenti).

  13. Giulio Mozzi Says:

    Perlopiù con insopportabile pedanteria, va detto.

  14. Carlo Capone Says:

    Confermo il giudizio di quando lo lessi diversi anni fa: è uno dei migliori racconti della letteratura italiana di fine novecento. Ciò che a distanza di tempo ancora mi colpisce è la voce. Chi la emette dà la sensazione di svolgere un lavoro tranquillo, senza obblighi di fretta. Per giustapposizione mi è venuto però in mente il Mozzi dell’ultima raccolta, quella delle situations in treno o per strada o dove vuole che capitino. D’accordo che si tratta di dialoghi, se ben ricordo serrati ed essenziali, ma è appunto questa differenza di voce a caratterizzare il transito dalla vita felice ad una spicciativa, come il passare dall’orgasmo esaustivo alla sveltina. E absit iniuria eccetera eccetera.

  15. Barbara Says:

    Grazie Giulio, e “buon anniversario”…tengo molto alle conversazioni che ci potranno essere tra noi… un abbraccio, Barbara

  16. andrea barbieri Says:

    Secondo me più che una ‘voce’, è un ‘discorso’. Uscire dalla solitudine, cercare, connettersi agli altri attraverso il discorso. Anni dopo una nuova attività di Mozzi: insegnare agli altri il discorso, fino a scrivere un libro di retorica. C’è mi pare una coerenza compatta nel suo lavoro.

  17. Carlo Capone Says:

    no, mi riferisco alla voce.

  18. andrea barbieri Says:

    Sicuramente Mozzi ha una sua voce, ma sarà una mia fissa, la sento come una voce al servizio appunto del ‘discorso’, che è una descrizione, un ragionamento, un’esposizione argomentata eccetera, tutte cose in cui la voce va trattenuta e passa in secondo piano.
    Mentre di altri scrittori sento la ‘voce’ come qualcosa diciamo così di sonoro fino alla musicalità (per esempio Voltolini ha dei momenti in cui passa come la chiamo io in ‘modalità musicale’, riesce a farlo utilizzando il suo lessico straordinario e la sua grande sensibilità per la bellezza delle parole). Oppure Paolo Nori, anche lui è musicale come spesso quelli venuti dalla rivista Il semplice.
    Comunque tutto quello che dico è assolutamente soggettivo.

  19. FRANCESCA DAGOSTINA Says:

    Gentile Prof. Giulio Mozzi,
    vent’anni fa’, non posso ricordare il giorno preciso, ma poteva verosimilmente essere il 16 Febbraio, mi apprestavo, alla Rinascente di Piazza Duomo a Milano, dopo avere scelto un foulard rosso, a riprendere la borsa, pagare e andare via. Quel foulard mi avrebbe dovuto portare fortuna al mio primo colloquio di lavoro presso una piccola casa editrice che non ricordo più come si chiamasse, ma non importa. Dico avrebbe dovuto, e ripeto avrebbe, perché non mi portò alcuna fortuna, non riuscendo neanche ad acquistarla. Avevo poggiato la mia piccola borsa di cuoio sul banco dove una commessa gentile mi aveva mostrato una serie di foulard con molte fantasie il cui colore predominante, per mia richiesta, era il rosso: fiori, coccinelle, farfalle, ombrellini, persino elefantini, ma alla fine ne avevo scelto uno semplice a pois rossi sullo sfondo bianco, forse avrei dovuto scegliere quello con le coccinelle! Invece ne scelsi uno più semplice per sembrare più seria. Ma la fortuna è portata dalla frivolezza non dalla serietà, la serietà non ha mai portato fortuna a nessuno. Perché di certo quel foulard non mi portò mai fortuna, infatti non trovai più la borsa che avevo appena sfilato dal mio braccio e poggiato soltanto per pochi istanti su quel banco. Quando mi accorsi della sua scomparsa, non potevo darmi pace, la cercai sotto i pullover che intanto un’altra commessa stava mostrando ad un signore, sui banchi accanto, per terra e poi fra le mani della gente che mi circondava e nell’aria. Dopo pochi minuti di forsennata ricerca dovetti rassegnarmi all’idea che la mia borsa era sparita per sempre e con essa il prezioso contenuto. Mi sedetti su una poltroncina di velluto grigio, davanti a me una grande tenda grigia, guardai il soffitto grigio, ricordo intorno a me tutto grigio. I colori di quella giornata erano di colpo spariti nel nulla, come la mia borsetta. Mi coprii con le mani il viso e irruppi in un pianto improvviso e convulso. Signorina, signorina, non si disperi, vedrà, magari qualcuno l’ha presa per sbaglio e gliela riporterà. Signorina, si sciuperà il trucco è così carina! Su non pianga. Ecco, beva un bicchiere d’acqua. Cosa ci doveva essere di così prezioso là dentro? Le chiavi di casa? Denaro? I documenti personali? A tutto c’è rimedio. Deve sporgere subito denuncia! Soldi? Non porto mai con me molti soldi, non ne ho molti di soldi del resto. Non ricordo se avessi soldi, e comunque chi se ne frega! Le chiavi? Ah sì , e` vero devo cambiare la serratura! Questa poi non ci voleva! Cosa potevano saperne quelle persone insulse che continuavano a darmi consigli inutili su quello che dovevo e non dovevo fare, che quella borsa non conteneva qualcosa di così preciso, definito, concreto, grigio, ma soltanto un forse, una possibilità, un’occasione, una speranza. Tutto qui. Non sapere cosa é andato perso é peggio di perdere qualcosa. Questo pensiero mi struggeva più di tutto il resto. Qualcuno aveva defraudato il mio futuro. Il futuro è incerto, anzi per lo piu` non esiste, per questo io stessa non riuscivo a capire cosa mi avessero veramente rubato. Il ladro doveva avere agito, mentre guardavo il foulard che avevo deciso di acquistare, proprio, quando la mia mente lo estrapolava dal contesto informe del negozio per immaginarlo sul collo della mia esile figura che entrava danzando nello studio dell’editore, mentre lui mi sorrideva. Signorina mi ha portato i racconti che le ho chiesto? Ci avevo impiegato due settimane per arrivare a quel risultato, raggiungere l’assoluta perfezione, l’estasi dell’amore. In entrambi i racconti avevo scelto la forma epistolare per creare una maggiore intimità col lettore che dovevo coinvolgere e trascinare nei luoghi dove si sarebbe consumato alla fine l`atto dell’amore: un tappeto rosso e un giardino segreto a cui si doveva giungere attraverso l’immaginazione.
    Era la prima volta che mi sentivo veramente soddisfatta di una mia produzione letteraria, e mi creda, non sono mai stata presuntuosa, né facile al vanto, eppure ero convinta che nessuno scrittore fosse riuscito a rappresentare in modo così concreto e nello stesso tempo irreale, così pieno e nello stesso tempo etereo il sentimento d’amore idealizzato nella sua interezza, definito nella sua vera essenza, senza confini, senza tempo. L’editore mi avrebbe detto: Sublime! E’ impossibile non amare l`oggetto del desiderio raccontato, mi avrebbe amato. Lo confesso: ero eccitata.
    Avevo utilizzato una normalissima e obsoleta, macchina da scrivere, non ricordo se esistevano gia i PC, io non me lo sarei lo stesso potuto permettere uno. Ricordo dei grossi elaboratori d`informazione nell`ufficio di mio padre, a quei tempi, nei quali avevo memorizzato molte poesie e racconti, ma non quelli, purtroppo. Li avevo scritti entrambi in una notte e durante il giorno li avevo letti più volte e li trovavo stupendi , perfetti! Decisi che avrei fatto subito delle fotocopie, ma la cartoleria dietro casa era chiusa, vicino al duomo ce n’era un’altra che faceva orario continuato. M’incamminai verso quella direzione e fu un caso se passando davanti alla Rinascente decisi di entrare per comprare un foulard rosso. Era una specie di tradizione scaramantica, l’avevo fatto agli esami di maturità e poi all’Università, per le gare di nuoto, e anche ai primi appuntamenti amorosi , ero solita indossare qual cosa di nuovo e rosso: a volte comperavo degli slip oppure un accendino! Che stupida. Da quel giorno mi sono ripromessa di bandire dalla mia vita la superstizione. E così attraverso tranquillamente la strada se l’ha tagliata un gatto nero, passo sotto le scale con grande soddisfazione, mi siedo a tavola più volentieri se siamo in tredici e mi sono sposata appositamente il giorno venerdì 17 .
    Naturalmente lei adesso avrà capito che io ero, sono, non solo la proprietaria, ma anche l’autrice delle lettere di cui parla lei nel suo racconto “Lettera accompagnatoria”.
    Mi sono imbattuta per caso in questo suo racconto. Sono entrata nel suo blog, Vibrisse, perché mi è stato segnalato su FB da un mio amico e curiosando un po’ sono stata attratta da un post: “Vent’anni fa, la sera del 16 febbraio 1991, mi sedetti e cominciai a scrivere una lunga lettera. La finii la sera successiva. Era il mio primo racconto, Lettera accompagnatoria.”
    Tante volte, ripensandoci negli anni, mi sono chiesta se quei racconti in forma epistolare, fossero stati mai letti da qualcuno, dal ladro stesso o da altra persona che li avesse trovati per caso dopo che il ladro se n’era liberato! I primi mesi ho sperato che mi pervenissero assieme agli altri oggetti personali contenuti nella borsetta e li ho cercati negli uffici degli oggetti abbandonati, dal momento che di solito il ladro tiene i soldi e si libera subito della borsetta e di tutto il suo contenuto, difficile che lo spedisca lui stesso con una lettera accompagnatoria! Qualche volta, ho fantasticato sulla possibilità che qualcuno, pensando che fossero delle vere lettere d’amore, le conservasse segretamente, adoro i segreti! in un cassetto, convinto un giorno di trovare il mittente e di restituirle, o soltanto per il piacere ogni tanto di leggerle, irretito dalle parole contenute. Un’altra fantasia che mi stuzzicava e quasi consolava per la perdita, era che un passante avendole trovate le avesse utilizzate per conquistare, riuscendoci una bella ragazza che poi avrebbe sposato e dal quale matrimonio fossero nati molti bambini. In questo modo le mie opere avrebbero avuto un`utilita` sociale contribuendo a porre un limite alla repentina diminuzione delle nascite di cui, a quei tempi, se ne parlava in modo preoccupante. Ma alla fine prevalse nella mia mente l’ipotesi che fossero state gettate dentro il contenitore dei rifiuti e poi triturate e fatte poltiglia in una discarica.
    Perché, per la verità, non avrei mai immaginato che i miei racconti potessero andare a finire dalle grinfie di un ladro a quelle di uno scrittore, che facessero, la fortuna di quello scrittore, dal momento che se ne sarebbe servito per pubblicare un racconto, il primo di una lunga serie, lui più ladro del ladro! Ma potrebbe anche darsi che lui, lo scrittore, avesse semplicemente raccolto la confessione del ladro stesso diventandone in qualche modo complice!
    Tutto sembra così strano e inverosimile, che è da un mese circa, cioè da quando, ho trovato il suo racconto, che l’ho letto tante volte, cercando di capire se quel cenno al contenuto delle due presunte lettere trovate nella borsetta rubatami, circa vent’anni fa’, potesse essere soltanto un caso o fosse invece sufficiente ad attribuirne a lei la responsabilità del ritrovamento e conseguente utilizzo.
    Anche se non li ho riscritti, in realtà non ho più scritto nulla, anzi ho cambiato mestiere, si può dire da quel giorno, sono nitidi nella mia mente quei racconti d’amore in forma epistolare, quelle lettere immaginarie inviate ad una donna irraggiungibile da un amante stravagante, perché furono il frutto di un’improvvisa, vera e propria ispirazione, quale non avevo mai avuto, quale non avrei mai più avuto, di fatto non ho più avuto, forse per volontà che per possibilità.
    Quindi mentre le scrivo sono sicura che lei nella sua narrazione descrive con dovizie di particolari sconcertanti il contenuto di quelle lettere che non erano in realtà delle vere e proprie lettere, ma che lei naturalmente ha scambiato per tali, perché non poteva immaginare che fossero esse stesse dei racconti, e ipotizzo che lei, abbia trovato per caso la mia borsa, dopo che il ladro se n’era disfatto, abbia letto i miei racconti, convinto che fossero le lettere di un amante, ne fosse rimasto irretito, come da copione, e per gioco abbia deciso di scrivere una lettera accompagnatoria di quegli oggetti ritrovati, non per inviarla alla proprietaria, cioè alla sottoscritta, ma allo scopo di pubblicare un racconto! Lei quindi davanti a quella refurtiva si è messo dalla parte di un ladro, per cosi dire eticamente corretto, a cui quelle lettere avevano svelato qualcosa, qualcosa che potevano svelare soltanto a lui, a lei, che era del mestiere, e a nessun altro. Si era per questo sentito in dovere di avvisare, mettere in guardia, raccomandare la sua vittima da un pericolo ben più grave della sottrazione di pochi soldi, il furto dei sentimenti, la follia dell’amore, la morte suicida, forse. Ah se avesse realmente inviato quella lettera! Certo, lei adesso pensa, che se l’avesse fatto, la pubblicazione del racconto sarebbe stata una vera e propria confessione, in seguito alla quale io avrei potuto denunciarla! Ma no, mi creda, non l’avrei mai fatto, anche avendone le prove, costituendo anzi quella lettera accompagnatoria la possibilità di dar forza ai miei racconti costruendo intorno alle lettere e a quel furto con annessa confessione, il racconto del racconto. Insomma, mi creda, sarei stata al gioco, avrei capito e soprattutto avrei continuato a scrivere sull’amore e la pazzia degli uomini ovvero l’insensatezza del loro agire.
    Infatti, come avrà ben capito, per me quel furto ha rappresentato una svolta nella mia vita, un segno, era il destino che non doveva più farmi stare ore a battere pensieri, stordire i miei sentimenti, nuotare in un infinito mondo immaginario. Basta, mi sono detta tornando a casa, dopo essere stata in questura ed avere denunciato il fatto, se ritrovo i miei racconti vuol dire che e` destino che io faccia questo mestiere, altrimenti accetterò di buon grado la sorte e l’offerta di mio cugino di lavorare nella sua società pubblicitaria.
    Mi sono chiesta anche in questi giorni, se fosse invece lei, proprio lei stesso in prima persona, il ladro della mia borsa (?) Fosse affetto da una specie di vizio maniacale! Spiare e inseguire giovani fanciulle per scoprirne segreti reconditi da cui trarre spunti per un racconto potrebbe essere intrigante per il genere stravagante dello scrittore! Di uno scrittore diciamolo pure, piuttosto spietato, come l’hanno definito alcuni critici ma che io devo dire non ho avuto modo di constatare avendo letto, sono sincera soltanto il primo dei suoi racconti, non essendo avvezza al genere che lei tratta, soprattutto relativamente a poveri animali vivisezionati o imbalsamati.
    Del resto non ricordo più chi ha detto che i piccoli scrittori s’ispirano e grandi scrittori rubano.
    Quando circa un mese fa’ ho letto il suo racconto, lettera accompagnatoria, sulle prime, mi sono sentita derubata per la seconda volta, della mia vita, della mia anima, del mio futuro, e avrei preferito non avere mai scoperto in quali mani fossero finiti i miei racconti e che sarebbe stato meglio che fossero cenere tra detriti. La cosa che m’infuriava, devo ammettere in modo illogico e ingiusto, era oltre tutto il non potere fare alcun’azione di rivalsa nei confronti di quello che consideravo un oltraggio alla mia vita. Cosa rimproverare, quale azione di rivalsa sulla proprietà del mio intelletto avrei potuto fare, non avendone le prove?
    Naturalmente lei non poteva immaginare, che quelle lettere in realtà non esistevano e che quindi la loro pubblicazione non avrebbe potuto avere alcun effetto negativo, querela da parte di terzi , che io stessa non avrei mai potuto, allora, come anche ora, utilizzare alcuna prova su mia presunta proprietà intellettuale, altrimenti, forse si sarebbe maggiormente esposto, sarebbe andato oltre l’ispirazione, come fanno i grandi scrittori.
    Tuttavia mi sono resa presto conto, che la rabbia provata, il dolore per quella ferita riaperta, non mi avrebbe giovato, non mi avrebbe fatto agire bene. Mi stava capitando l’occasione non di uno sfogo ma di una scoperta e di una consolazione. Ancora una volta dovevo abbracciare il caso, interrogarlo, essere felice che mi avesse portato nel sito di Giulio Mozzi, proprio nel momento in cui stava rispolverando i suoi vecchi racconti, iniziando proprio dal primo: lettera accompagnatoria! La mia curiosità per caso mi aveva spinto a leggere l’inizio di un racconto e da lì trarre un indizio che mi aveva portato a continuare una lunga e contorta lettura che alla fine mi aveva condotto alla scoperta dei miei racconti che là risiedevano e non più in altri fantomatici luoghi.
    Ma a che pro, si chiederà, vero? Bene l’accontento subito e le spiego: deve ammettere che qualunque sia la fonte attraverso cui lei è venuto in possesso dei miei manoscritti, più o meno lecita, quasi certamente del tutto lecita, magari in seguito ad un ritrovamento, anch’esso del tutto casuale, deve però ammettere che come lei stesso scrive nel suo blog, è stato grazie alla pubblicazione di questo suo racconto che lei ha iniziato la sua tardiva professione di scrittore!
    Quindi io credo che forse lei, in virtù di un senso di gratitudine, potrebbe restituirmi quei racconti, restituirli almeno alla mia memoria, in quanto mi piacerebbe rileggerli.
    Ed è per questo che se lei ancora li possiede quegli scritti, può considerare questa mia stessa lettera una liberatoria con la quale io l’autorizzo, senza nulla pretendere dalla loro pubblicazione!
    Affinché non nascano fraintendimenti le specifico che non voglio trarre da quest’occasione che mi è capitata null’altro che rendere ciò che è giusto rendere con atto pubblico a me stessa e al mondo, senza volermi riservare alcun vantaggio personale se non il piacere di riottenere e avere riconosciuto un bene perduto.
    Pertanto Professore, io confido sull’onestà intellettuale che pure il ladro del suo racconto ha dimostrato alla giovane vittima restituendole quelle lettere di cui aveva intuito l’essenzialità.
    Perché mio caro professore, al di là dei giri di parole, come lei sa, la verità è che di certo io non ho prove che dimostrino che vent`anni fa` mi hanno rubato una borsa, che quella borsa conteneva due manoscritti che sono quelli a cui lei allude nel suo racconto, che questi sarebbero stati il mio biglietto da visita per un colloquio con un editore, che da quel giorno non ho più scritto nulla se non spot pubblicitari, mi sono sposata, ho avuto dei figli e la mia vita è trascorsa tranquilla senza il rischio di morire pazza suicida come capita sovente ai grandi scrittori, ammesso che lo fossi mai diventata, e quindi in ogni caso, in qualunque modo vada a finire questa storia, lei e soltanto lei ha la verita` in pugno.
    In attesa di un suo gentile riscontro
    Con sincerità e cordialità
    Francesca Dagostina

  20. Giulio Mozzi Says:

    “Lei e soltanto lei ha la verità in pugno”. Vero. La persona alla quale fu rubata la fatidica borsetta (a Londra, presso John Lewis in Oxford Street) era in effetti Laura Pugno.
    Trovo curiosa l’idea di rivolgersi a me, sia pure in finzione, con l’appellativo di “professore”.

  21. fulvio Says:

    e… però …

  22. Sandro Says:

    Bello il pezzo di Francesca.
    E il racconto, sono d’accordo con Carlo Capone. Insieme a “L’apprendista”, è il mio preferito di quella raccolta.
    A differenza vostra ho scoperto questi racconti per casi della vita e molto più tardi, quand’erano già pubblicati da più di dieci anni e io già ben convinto di voler scrivere. Perciò, non hanno contribuito a “formarmi”, a darmi la spinta iniziale. Mi stanno riformando e dando stupore e forza adesso e sono quasi contento che sia successo adesso di incontrarli, di averne ancora da leggere: pregusto il momento in cui troverò “La felicità terrena”.
    (Voi direte: “Vai in biblioteca, no?”. Lo so: è che mi piacerebbe trovarlo per caso in una bancarella o in uno scaffale di libri usati).

  23. Francesca Says:

    Lei e` uno scrittore e in piu` insegna .. quindi mi fa piacere chiamarla professore nella realta` e nella finzione, se non le da fastidio. Dottore e` troppo generico. Puo` indicare un dottore in economia e nello stesso tempo in filosofia o troppo specifico: se uno ha bisogno di un medico per esempio puo` chiedere specidficatamente, anche se in modo inappropriato, di chiamare un dottore, no?
    Ritornando alla verita` in Pugno: complimenti, la sua ammissione e`arguta! (le parole del resto non vengono mai utilizzate a caso). Ma chissa` quante povere ragazze, in quel fatidico 13 Febbraio di 20 anni fa`, contemporaneamente in diverse grandi citta` dell`Europa ,sono state seguite e derubate da un Giulio Mozzi: Laura a Londra, Francesca a Milano, Claudia a Palermo, Ines a Barcellona etc. etc. e da quel giorno il furto di borsette a giovani donne distratte o innamorate con tutti i loro segreti sara` aumentato sino all`inverosimile!

    Alessandro e Flavio: ad Alessandro grazie per il complimento, a Flavio per lo sbigottimento!

    Ciao a tutti!

  24. Giulio Mozzi Says:

    Ahimè, Francesca, non sono nemmeno dottore!
    🙂

  25. francesca Says:

    be, almeno nessuno potrà mai accusarla di avere rubato una laurea!! 🙂

  26. Sandro Says:

    Non c’è di che, grazie a te Francesca, il pezzo me lo sono gustato 🙂
    ps mi chiamo proprio Sandro di battesimo

  27. carmine vitale Says:

    a vederlo da vicino pare pure antipatico(il mozzi) però è bravo e assolutamente sincero. puro direi
    i miei omaggi.
    i vincenti si vedono alla partenza
    c.

  28. Giulio Mozzi Says:

    Confermo: sono antipatico.

  29. carmine vitale Says:

    ricevuto ma per come la sento io l’antipatia è il surrogato della purezza
    c.

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