Gettoniera / Real Estate

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La Gettoniera di vibrisse vi propone oggi il racconto Real Estate di Giovanni Battista Menzani. Menzani è un architetto con alle spalle un paio di pubblicazioni relative alla disciplina, dedicate una a Basilea e una a Madrid; un suo breve ritratto (con foto) si può leggere qui. Il racconto Real Estate fa parte di una raccolta che s’intitola “L’odore della plastica bruciata”. Menzani sarà probabilmente lieto di far leggere tale raccolta a qualunque editore che trovi interessante Real Estate (per i contatti, basta chiedere a me). Gli altri testi della Gettoniera di possono leggere qui. gm

Real Estate
di Giovanni Battista Menzani

Questo racconto in Pdf.

Il vecchio cancello in ferro è sprovvisto di lucchetto. Alzo il chiavistello arrugginito e faccio leva con il peso del corpo. L’anta si apre, accompagnata da un cigolio sinistro.
Pochi passi in direzione della corte inghiaiata.
Non c’è anima viva. A eccezione di una banda di gatti dal pelo arruffato, coricati in terra a godersi il primo, pallido, sole mattutino.
Evidentemente, non mi aspettava nessuno.
Eppure l’avevo ripetuto – non più tardi di ieri – al titolare della ditta di costruzioni, un giovane architetto con la pipa sempre in bocca e le iniziali del suo nome ricamate sulla camicia color turchese: avverte lei gli inquilini che la settimana prossima andrò là per il rilievo dei fabbricati?
Non ti preoccupare, aveva risposto lui alla mia ennesima sollecitazione. Ci penso io.
E invece.

Avanzo con cautela tra le erbacce che infestano il cortile.
Vecchi edifici diroccati si stagliano sullo sfondo. Il fienile ha il tetto crollato. I pilastri in mattoni sono inclinati in avanti e le travature in legno di rovere, aggredite dai tarli e dall´umidità, giacciono accatastate in terra. Le grondaie in lamiera zincata sono staccate dal cornicione, e penzolano pericolosamente verso il marciapiede. La stalla è vuota. Al posto delle finestre, qualcuno ha sistemato pezzi di cartone e lastre di materiale isolante, di quello da spendere poco. Anche il silo per il grano è fuori uso: manca persino la scala metallica che serviva per salire in cima alla torre cilindrica.
Qui ormai più nessuno coltiva la terra.

Tra un fabbricato e l’altro sono state tirate delle corde di nylon per stendere una biancheria usurata all’inverosimile: il bianco è ormai un lontano ricordo. Mi faccio largo tra mutandoni di lana e canottiere a righe verticali, sottili, come quelle che vedevo portare a mio nonno la domenica, quando se ne restava tutto il pomeriggio seduto immobile su una sedia di plastica, appena fuori l’uscio di casa, a osservare la vita degli altri passare.

E invece.
Invece qui nessuno sapeva un cazzo.
Benissimo.
Mi piace da Dio fare queste figure di merda.
Mi piace da Dio fare irruzione in casa di altri senza alcun preavviso.

L’ingresso del primo alloggio, all’estremità settentrionale dell’aia, è situato al piano terra di una casa bassa con dei rappezzi di intonaco fatti da poco, senza tinteggiatura. Solo intonaco grigio.
Busso, e non ottengo risposta.
Busso ancora, stavolta con maggior vigore.
Viene ad aprirmi la porta un uomo anziano dall’aspetto burbero, la barba bianca e ispida, le labbra sporgenti che gli conferiscono un aspetto equino. Indossa un pigiama di flanella spiegazzato.
Mi guarda perplesso e mi chiede chi cazzo sono.
Un’accoglienza piuttosto tiepida: d’altro canto, che cosa mi potevo attendere? Una banda di ottoni schierata in mezzo alla corte, in divisa da cerimonia solenne, che intona una marcetta di benvenuto?
Odio dover dare spiegazioni.
Sforzandomi appena rispondo che devo fare un rilievo dell’edificio, sì, insomma, devo prendere le misure di casa sua. Mi ha assegnato questo incarico la nuova proprietà, una ditta di costruzioni assai nota in città, attiva ormai da diverse generazioni nel recupero e nella trasformazione di complessi agricoli abbandonati.
Quest’ultima cosa non la dico, per la verità. Non tutti la prendono bene, infatti. C’è chi si barrica in casa innalzando una pila di mobili e suppellettili contro la porta d’ingresso. Qualcuno ha persino fatto murare nottetempo le finestre, tanto che alla fine sono stato costretto a chiamare i pompieri, per tirare fuori almeno le donne e i bambini. Una volta, mentre aspettavo di poter accedere a una vecchia cascina isolata nei campi di ginestre che si stendono oltre la tangenziale, vidi sporgere un fucile a pallettoni da un davanzale del primo piano. Me la diedi a gambe, quella volta. Quei bastardi sembravano invasati. Mi inseguirono sino in strada, insultandomi e tirandomi dietro dei sassi. Dovetti nascondermi in un fossato, in uno di quei canali per l’irrigazione che separano i campi tra loro, per poi allontanarmi da lì soltanto con l’avvento del buio.

Il vecchio dalla barba ispida e dalle labbra sporgenti scrolla la testa e poi, dopo avermi squadrato, mi lascia entrare.
E così ci mandano via, mi dice.
Questo non lo so. Sono qui solo per prendere le misure, rispondo io sfoderando un sorriso largamente immotivato.
(Non sono capace di mentire, è uno dei miei limiti. Non ho la stoffa del piazzista).
Ah, fa lui poco convinto.

Al centro del soggiorno c’è un tavolo in legno scuro, e oltre al tavolo ci sono una credenza intarsiata e una cassapanca. Nel tinello c’è una sola finestra, minuscola. Nella penombra intravvedo una sagoma avvolta dal fumo di una stufa di ghisa. Mi avvicino per distinguere meglio e riconosco una donna sovrappeso, ma sovrappeso in modo raccapricciante, che boccheggia accasciata su un divano sfondato. Ha due cannelli di plastica trasparente infilati nel naso per consentirle di respirare. Tiene in mano un vecchio rosario fatto con biglie di vetro colorato. Sulle pareti campeggiano un botto di immagini sacre e un ritratto del papa.
Io la saluto con vistoso imbarazzo.
Bella giornata, eh?, signora.
Lei si volta verso il marito e chiede, con una marcata inflessione dialettale: ma chi è questo qui?
Deve fare delle misure, le risponde il marito.
Perché?, replica lei.
Allora lui si gira verso di me.
Dobbiamo accatastare tutti gli edifici, dico io, e intanto tengo fisso lo sguardo sul pavimento. I marmittoni, quà e là, sono crepati, qualcuno è addirittura sollevato da terra. Devo fare attenzione a non inciamparci sopra. E’ un obbligo di legge, dico. Dico: prima gli agricoltori ne erano dispensati, ma adesso non è più possibile evitare di farlo. Dico: entro la fine del mese tutti i fabbricati rurali devono essere, come dire, registrati.

Ci sbattono fuori?, chiede lei al marito.
Lui allarga le braccia.
Poi tira su il catarro con il naso e sputa per terra.

Nel frattempo, estraggo dalla mia cartella il puntatore laser e inizio a battere le quote, apparentemente a casaccio. Il vecchio osserva curioso il minuscolo puntino rosso danzare impazzito sulle pareti imbiancate a calce.
Fai tutto con quell’arnese lì?, mi domanda incredulo.
Sì.
Non si usa più la bindella?
No.
E il metro? Quello di legno, intendo, non si usa più nemmeno quello?
Lo uso solo per alcune misure, per i davanzali e gli spessori dei muri, per esempio. Per il resto faccio con questo.
Comodo, eh?, fa lui. Ha l’aria di chi sta pensando: questi giovani hanno proprio tutto, non devono più far nessuna fatica, che razza di bastardi, sono nati con il culo nel cotone.
Beh, sì, è molto comodo. Adesso riesco a fare tutto da solo. Prima dovevamo essere almeno in due persone. A volte anche in tre, rispondo io senza smettere di puntare in giro lo strumento.
Mah, fa il vecchio. Poi si allontana di alcuni passi e sputa di nuovo sul pavimento.

In effetti, questo aggeggio mi ha cambiato la vita. Prima ero costretto a lavorare in coppia con un collega smidollato che passava il suo tempo a curiosare tra le cose degli altri. Faceva il giro delle varie stanze, raccogliendo da terra oggetti quasi mai funzionanti, arnesi da lavoro ormai inutilizzabili, elettrodomestici, manichini, scarpe spaiate, bottiglie vuote, stampe ingiallite, mobiletti di truciolato, vecchi rotocalchi con le pagine strappate. Me li mostrava orgoglioso, chiedendomi cosa ne poteva saltare fuori.
Quella roba non serve proprio a un cazzo di niente, rispondevo io.
Ma lui, imperterrito, se li rimirava tra le mani e poi li infilava in un grande sacco di iuta.
Prima o poi ti prendono, gli dissi una volta mentre svuotavamo una latta di birra dimenticata nel frigorifero di una casa disabitata. Chi cazzo vuoi che se accorga?, rispose lui facendo spallucce. Prima o poi qualcuno se ne accorgerà, lo ammonìi io.
Poco tempo dopo distolse da una soffitta di un palazzo del centro storico una coppia di comodini di fine ottocento, una vecchia macchina da scrivere e alcuni dipinti a olio: siccome erano troppo grandi, li tagliò in diverse strisce aiutandosi con il cutter. Ci penserà il restauratore a rimetterli insieme, disse strizzandomi l’occhio in segno di complicità. E’ capace di lavoretti così raffinati…
Non appena rientrammo in sede, lasciai un appunto con il suo indirizzo e l’elenco della roba trafugata sul tavolo da disegno del capocantiere, e la mattina seguente mandarono due camion a recuperare la merce che era stipata nel garage di suo padre.

Il vecchio mi invita a salire al piano di sopra. La scala, ricavata tra due pareti parallele, è buia e angusta. Mi domando come possa passarci sua moglie. Se prova a salire le scale, quella vecchia balenottera, potete star certi che si incastra e che non si muove più da lì. Probabilmente, non si sposta mai dal tinello. Meglio così, il solaio è costruito con esili putrelle di ferro, lunghe cinque metri e oltre, e difficilmente potrebbe sopportare quel peso.

Le stanze sono vuote.
Il vecchio resta immobile, in piedi di fronte a una finestra malamente riverniciata.
Vicino a lui c’è un gatto tutto nero, scheletrico.
Allora io provo a spostare il discorso sui gatti. Ne avrei tanto bisogno uno, dico, su da me c’è un’invasione di topi, piccoli bastardi di roditori. Li sentiamo zampettare sul tetto, nel silenzio della notte, e non riusciamo a prendere sonno. Forse stanno rosicchiando le travi di legno, oppure le lastre di poliuretano espanso. Cazzo, devono avere molta fame, quegli stronzi.
Lui annuisce.
L’altra notte, la mia ragazza se ne è andata a dormire giù sul divano, aggiungo io, ormai senza troppa convinzione.

Il secondo alloggio è poco oltre quella che una volta era la stalla dei cavalli. Prima della guerra, mi ha raccontato il vecchio, qui c’erano qualcosa come un centinaio di bestie. Si occupavano del trasporto dei giornali. Viaggiavano con le carrozze in tutta la provincia. Ai bei tempi che furono.
Questa volta trovo il campanello. Pigio il tasto e rimango qualche istante in attesa, ammirando un´aiuola di ortensie poco oltre una baracca che arrugginisce al sole.
Niente.
Appoggio un orecchio all’uscio, nel tentativo di captare quello che succede all’interno della casa.
Nessun rumore.
Cosa ci fa lei qui?, mi apostrofa una donna sopraggiunta nel frattempo alle mie spalle. Il suo tono di voce non promette nulla di buono.
Io mi giro verso di lei.
Ehm…, buongiorno signora, balbetto.
Ho il viso arrossato, come un bambino sorpreso a rubare le caramelle. Non sono capace di mentire – ve l’avevo già detto? -, è uno dei miei limiti. Devo farle compassione, perché decide di cambiare espressione e di darmi del tu.
Insomma, si può sapere chi sei?, mi chiede di nuovo. Tiene le mani infilate nelle tasche posteriori dei jeans. Porta occhiali con lenti spesse come fondi di bottiglia, su una montatura spessa, e non si cura di nascondere la crescita grigia dei capelli, così in evidenza su una testa nera corvina.
Sono qui per prendere le misure degli edifici, le spiego. Mi mandano i nuovi proprietari. Veramente pensavo l’avessero avvertita, almeno così ero d’accordo con l’architetto. Con quello stronzo dell´architetto, vorrei dirle, ma mi trattengo, in fin dei conti l´architetto paga bene, a fine mese gli porto la fattura con tutti i miei dati e il codice IBAN e tutto, e il giorno dopo ho già i soldi sul conto.
Nessuno mi ha detto nulla, risponde lei contrariata. E comunque devo dare da mangiare alla mia creatura. Non ho tempo da perdere.
Posso tornare in un altro momento, le dico.
Lei si pulisce gli occhiali con un fazzoletto e poi mi guarda in faccia come per studiarmi. Infine dice, no, rimani, basta che facciamo presto. Sei stato fortunato a trovarmi, aggiunge mentre si arrotola una sigaretta con un tabacco che emana un cattivo odore dolciastro. Arrivo adesso dalla fabbrica. Normalmente non faccio i turni, e a quest’ora di solito sono di fianco a una merdosa pressa a stampo progressivo.
Mi spiace disturbare, dico io accostandomi alla pensilina di plastica ondulata che copre l’ingresso.
Apetta che finisco di fumare. Non voglio dare il cattivo esempio alla bambina, mi dice dando un tirone al mozzicone.
Dopo aver terminato la sigaretta, sembra più rilassata. O forse rassegnata.
Quanto tempo ci vorrà?, chiede mentre rovista nella borsetta alla ricerca delle chiavi.
Pochi minuti, la rassicuro io.
Accòmodati, mi dice aprendo la porta con un ginocchio. Fai quello che devi fare, ma fai in fretta. Poi si piazza davanti ai fornelli, tira fuori una padella da sotto il lavandino e mette sul fuoco un soffritto di cipolle, versandovi sopra del vino bianco da un contenitore in tetrapack.
Sul divano è stravaccata una ragazza appena adolescente, T-shirt attillata, minigonna e stivali alti al ginocchio. E’ lì che smanetta sul cellulare e non alza nemmeno lo sguardo per salutarmi.
Decido di ignorarla anch’io, spostandomi in direzione della scala.
Allora è così: ci mandano via, mi fa la donna mentre sbatte un paio di uova contro il bancone. Le apre e ne rovescia il contenuto nella padella, facendo attenzione a mescolare l’albume con il tuorlo.
Beh… non è detto, rispondo io.
Propino anche a lei – come un disco rotto – la solita manfrina dell’accatastamento.
Lei non dice niente, ma è palese che non crede a una sola parola che dico.

A mezzogiorno il sole è alto nel cielo sgombro di nuvole.
Recupero dal cruscotto della mia auto il sacchetto con il pranzo e mi trascino stancamente sulla mulattiera che costeggia la stalla, alla ricerca di un posto all’ombra. A dire il vero, la donna mi ha invitato a mangiare le sue uova strapazzate, ma io ho opposto un cortese rifiuto. Mi sarei sentito un verme ad accettare. E poi là dentro c’è un’umidità che ti spacca le ossa. Il soffitto è talmente umido che si possono riconoscere le sagome dei travetti di calcestruzzo precompresso. Quei locali avrebbero davvero bisogno di una rinfrescata. Dovrebbero mandarle un imbianchino, quei figli di puttana della ditta.
E invece non manderanno un cazzo di nessuno.
Una volta, di ritorno da un sopralluogo in un rustico diroccato abitato da una famiglia di braccianti africani, provai a denunciare la cosa all’architetto. Venga a vedere in che condizioni vive quella gente, gli dissi. Lui acconsentì. Giunti sul posto, gli mostrai le crepe nei muri maestri. Gli mostrai le travi dei solai, talmente marce da flettersi sotto il peso del pavimento in tavelle di cotto. Gli mostrai le ringhiere dei balconi, svincolate dal suolo e inclinate verso il vuoto. Gli mostrai che non c’era acqua corrente: quei derelitti di negri dovevano rifornirsi da una piccola sorgente oltre il cortile, ne riempivano dozzine di taniche ogni giorno.
Lui si guardò attorno attentamente, e poi scrollò la testa.
Cristo, disse infine.
Ha visto che roba?, feci io.
Ho visto, disse.
Cosa le avevo detto?, feci io.
Lui scrollò ancora la testa.
Qui per ristrutturare ci vorranno più di mille euro al metro quadrato, disse.

Trovo riparo sotto un capanno per gli attrezzi. Mi siedo su una cassa di legno che conteneva le granaglie per i polli. Mentre cerco di togliermi dei pezzi di fango secco dagli stivali di gomma, ecco che si avvicina il vecchio dalla barba ispida. Cammina lentamente, aiutandosi con un bastone. Ogni tanto tira su col naso, intasato di muco e di catarro, e poi sputa per terra: davvero un brutto vizio.
Disturbo se me ne resto un po’ qui?, chiedo io, e intanto estraggo un panino con la cotoletta avvolto nella carta stagnola.
Lui resta lì in piedi e mi osserva con i suoi piccoli occhi vispi. Solo ora mi accorgo che tiene in mano un cucciolo.
Prima mi hai detto che ti serve un gatto, mi dice. Questo qui va bene. Ha solo pochi mesi ma è già un animale molto intelligente. Ci sono molto affezionato, ma te lo lascio volentieri.
Anziché cacciarmi via in malo modo, penso io, quest’uomo mi offre uno dei suoi amati gatti.
No, grazie, questo gatto è suo, rispondo io, sentendomi una merda.
Come vuoi, fa lui. Ma se cambi idea, aggiunge indicando il piccolo animale con il mento. Poi lo appoggia delicatamente in terra, e attacca a raccontare di quando centinaia di topi gli avevano invaso la cantina. Lui aveva provato con i porcellini d’India: li tengono lontani, avevano sempre detto i suoi genitori. Ne aveva comprato uno, un bellissimo esemplare, con il pelo a chiazze beige e nere. Poco tempo dopo aveva ritrovato la sua carcassa nei pressi di alcune casse di legno. Quei bastardi se l’erano divorato.

In fondo a uno stradello infestato dalla gramigna e dai rovi secchi trovo infine il terzo alloggio, situato accanto a un porticato a doppia altezza sotto il quale sono ricoverati dei trattori giganteschi. Sembrano animali preistorici in via d’estinzione, con quelle loro stupide ruote dalle dimensioni assurde. Forse sono creature mitologiche. Dei fottuti moloch.
Qualcuno mi sta spiando da dietro la tenda di una finestra con il vetro zigrinato.
Mi avvicino con cautela, e poi suono invano il campanello.
Niente: oggi è così.
Quando sono sul punto di abbandonare – oggi sono stufo marcio di aspettare – mi raggiunge la donna miope. Ha ancora un tovagliolo sporco in mano.
Vieni, dice lei prendendomi sotto braccio e spingendomi con forza verso la casa. Mi sono dimenticata di avvertirti che in questa casa vivono due poveri ragazzi. Rimangono spesso da soli e non aprono la porta agli sconosciuti. Il padre sarà in qualche bar, qui nei dintorni, a sperperare quel poco che gli sarà rimasto della paga di un mese, quel testa di cazzo. Butta tutti i suoi soldi in quelle stupide macchinette del videopoker. E’ peggio di una malattia.
Suoniamo ancora, e questa volta ci aprono la porta.
I ragazzi sono quasi identici, forse sono gemelli, portano i capelli ammucchiati al centro a formare una specie di cresta e indossano entrambi un chiodo di pelle sdrucita e le cuffie dell’iPod.
Alla nostra vista, uno dei due emette uno stridulo agghiacciante – che nella sua lingua potrebbe rappresentare un saluto – e si scosta per farci passare.
L’altro invece rimane immobile sullo sfondo: una presenza davvero inquietante.
L’appartamento è letteralmente a soqquadro. Sul pavimento ci sono indumenti sparsi ovunque, e lattine di birra vuote, sacchetti di patatine, uno stereo portatile, un paio di ciabatte sfondate. Sul tavolo sono accumulate stoviglie sporche, avanzi di cibo e tozzi di pane raffermo. Aleggia un odore stantio, come di muffa. Non aprono la finestra da mesi, questi due animali.
Al piano superiore, le stanze sono semivuote: solo un letto, un appendiabiti metallico e una sedia di legno. I muri perimetrali sono anneriti e zeppi di scarafaggi. Il tetto imbarca acqua da tutte le parti. Senza ulteriori indugi, comincio a prendere le misure che mi servono e poi tento di accommiatarmi con estrema rapidità.
Uno dei due ragazzi, quello che sinora non aveva ancora emesso suoni di alcun tipo, bofonchia alle mie spalle: dovremo andarcene di qui, vero?

Ci risiamo.
Ormai sulla soglia di casa, balbetto le solite stronzate sul catasto e sulle rendite da aggiornare, sui nuovi obblighi di legge e vaffanculo, e mentre parlo mi accorgo che io stesso ci credo sempre meno, e se ci credo sempre meno io, cazzo, ditemi voi come potrebbero credermi gli altri?
E poi, odio dover fare la parte del cattivo.
Come illuminato da un raggio di sole che filtra dalle tapparelle abbassate, capisco che non posso mentire di nuovo. I nuovi proprietari non hanno nessun motivo del cazzo per tenere qui dentro questa stravagante galleria di reietti alla deriva, povera gente in grado di pagare un canone d’affitto ridicolo. Leggi: presto decideranno di sfrattarli tutti e di iniziare la ristrutturazione, verranno qui accompagnati da quel buffone del loro avvocato e daranno a questa gente un paio di mesi di tempo per fare su le proprie cose. E se opporranno resistenza, butteranno giù la porta con un caterpillar. Non si faranno alcuno scrupolo.
Allora alzo lo sguardo e rispondo: è così, ragazzi, dovrete andarvene. Ma non dovete preoccuparvi, aggiungo dopo aver preso fiato. Troverete un posto migliore di questo.
E mentre lo dico, per la rabbia sferro un calcio a un pezzo di intonaco marcio, sollevando una piccola nuvola di polvere.
Poi mi avvicino alla donna miope e le accarezzo il capo.
Lei mi stringe forte le spalle.
Hai ragione tu, mi dice con le lacrime che iniziano a scivolarle sulle guance.
Troveremo senz’altro un posto migliore di questo.

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18 Risposte to “Gettoniera / Real Estate”

  1. roberto Says:

    Spes, ultima dea…

  2. selva Says:

    Mi è piaciuto. Molto.
    grazie.

    clelia

    p.s. Il “non sono capace di mentire” ripetuto: un chicca, insieme a molti altri passaggi.

  3. Sabrina Silva Says:

    ..complimenti Giovanni….non ti conoscevo sotto questo aspetto….mi hai tenuto con il fiato sospeso…veramente bravo.

  4. paulette Says:

    Davvero una stravagante galleria di reietti alla deriva. Complimenti

  5. stefania Says:

    bello, ma quanto c’è di biografico in questa storia? ti immaginavo avanzare nella corte … bello visualizzavo i luoghi, i personaggi, gli stati d’animo, aspetto il seguito

  6. Big Says:

    Il racconto e’ molto bello, i luoghi ed i personaggi emergono in maniera vivida, la scrittura e’ personale e molto efficace.

  7. Mauro Says:

    Complimenti! Davvero un bel racconto.

    Anche a me piacerebbe sapere quanto c’è di autobiografico nella vicenda. Lo chiedo perchè spesso certi racconti colpiscono così tanto perchè “senti” che la realtà è lì, tra le righe, a scatenare emozioni vere.

  8. Giulio Mozzi Says:

    Un editore serio s’è fatto vivo, chiedendo di leggere la raccolta completa.

  9. selva Says:

    Oh… allora succede a volte!
    Sono contenta, sinceramente.

    clelia

  10. roberto Says:

    SPES ULTIMA DEA…………………………

  11. roberto Says:

    Le cose scritte così non possono che avere una forte base autobiografica. Questa è evidentemente una vicenda vissuta in prima persona e ben scritta. So non lo è realmente, lo sa solo lo scrittore, e comunque diventa reale nel momento in cui è messa sulla carta in questo modo.

  12. Giovanni Battista Says:

    E’ vero, è in larga parte autobiografica… Grazie per i complimenti, a tutti

  13. elisabetta Says:

    bello veramente! molto triste speriamo che abbiano veramente trovato un posto migliore. auguri per l’editore!

  14. roberto Says:

    @Giovanni Battista. Quando le cose la hai dentro, scorrono come acqua di torrente, limpida e veloce, e non costano fatica a scriverle, ma sono in sollievo e una gioia. E’ diverso quando vuoi prendere una strada che non è la tua. Allora si sente lo stridore di una nota stonata, ed il più delle volte si finisce impantanati, e non si sa più come andare avanti. Soprattutto, si pensa il più delle volte di non avere più nulla da dire, e questo è la cosa più grave. Anche perchè non è vero. Caro G.B., tieni presente che quello che hai raggiunto tu (vedi benedizione di Giandomenico Mozzi) vorremmo raggiungerlo in tanti. La nostra bravura è non far trapelare la (santa) invidia che proviamo. Un bocca al lupo.

  15. Sandro Says:

    Anche a me è piaciuto. Mi è piaciuto perché c’è dentro qualcosa da dire, un nocciolo, di quei noccioli di senso che danno la caratura di racconto anche a un bozzetto descrittivo – cosa che comunque questo racconto non è, perché ha uno sviluppo e una “trama”.
    M’è piaciuta l’idea di raccontare questa scena dall’esterno, con gli occhi di un visitatore che fa un lavoro che lo vorrebbe disinteressato, ed è man mano sempre più schifato dal proprio preteso disinteresse – uno che sa che, come ne ha già viste tante, se ne andrà anche di qui, ma di situazioni del genere ne vedrà tante altre ancora.
    Mi è piaciuto l’insistere con cura nelle descrizioni, e il modo in cui le descrizioni s’incastrano nel ritmo generale, insieme agli spezzoni di dialogo, ai ricordi di altre situazioni, senza sbilanciare né inceppare nulla.
    Quel che non mi è piaciuto, invece, è l’uso degli aggettivi e di certe espressioni composite (tipo frammenti di frase fatta) che sono un po’ prevedibili, un po’ banali.
    Però l’ho letto tutto di fila e secondo me merita 🙂

  16. Eugenia Says:

    Il mio cuore s’è FRANTUMATO al punto dove il vecchio tiene in braccio il suo gattino per regalarlo……..troppo, troppo triste….. ;o)

  17. Giovanni Says:

    Bel racconto Menzo! Condivido pressoché tutte le osservazioni positive …e anche gran parte di quelle critiche.
    Proprio perché lo trovo decisamente di buon livello, penso sarebbe necessario lavorare ancora un po’ sulla lingua, renderela più incisiva eliminando qualche ‘orpello’ e qualche apparente ingenuità: per esempio il “cigolio” potrebbe anche non essere proprio “sinistro”.
    Sottolineo la critica solo perché – ripeto – penso che sia davvero un buon racconto.

  18. ilgiornodelgiornodopo Says:

    Bella menzo. Mi è piaciuto davvero, scrivi proprio bene. Una storia toccante e ben scritta;)

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