Nel 1998

by

di Barbara Gozzi

[Questo appunto di Barbara Gozzi apparve in vari luoghi il 2 settembre 2009].

Nel 1998 usciva questo testo. Pregno di corpi, carne, male, bene, ripetizioni scarnificanti, voci, sensi immersi in cadenze che sono ritmi precisi, che portano a trattenere il fiato molto spesso, che scatenano pruriti, ferite e ammissioni. Il male che è. E’. Non ha bisogno di farsi chiamare bene. Non ha bisogno di mentire, truccarsi o decontestualizzarsi in altri mondi, negli altri che non sono noi, dunque lontani, finti, plasmati per essere ’scaccia-paure’. Ciò che siamo, anche scatenato da altro che in noi resta, da corpi che premendoci, schiacciandoci, carezzando, avendo, ferendo si imprimono in uno strato non superficiale ma pulsante, feroce, insinuante, anche sensuale. Ma pur sempre male. Ciò che siamo è naturale.

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5 Risposte to “Nel 1998”

  1. Carlo Capone Says:

    Considero Mozzi uno dei maggiori narratori di fine novecento, insieme a Voltolini, ma il racconto ‘Amore’, contenuto in questa raccolta, non fa per me. Mi fu indigersto all’epoca e così tuttora risulta.
    Il guaio è che non so vomitare.

  2. Carlo Cannella Says:

    Si legge per tanti motivi, ognuno ha i suoi. Riuscire a farci vedere le cose come effettivamente sono, fino a vomitarne, e’ per me cio’ che distingue un libro da un un “libro bello”. O lo scrivere dal fare letteratura.

  3. Carlo Capone Says:

    Ma in effetti è così.
    Il guaio è che in 50 anni di letture ‘Amore’ è stato l’unico scritto che mi ha fatto star male.
    Ho digerito di tutto, finanche i racconti sui vampiri che puntualmente leggevo da ragazzino e puntualmente mi facevano passare la notte con luce accesa e orecchie dritte. Ma Amore no, l’ha scritto un genio, un grande genio (del Male?) o quanto meno uno capace di sostenere sino in fondo una scena come quella descritta. E a volte, se ripenso a quella scena, mi preoccupo pure: stando ai sacri testi potrebbe significare che una parte di me, spero minuscola, sia pederasta.
    Comunque lo scrittore somiglia al bravo attore: per dare credibilità e spessore al personaggio deve annientarsi in lui. E così se sto descrivendo Huriah Heep devo esplorare quanto di più viscido, untuoso, detestabile c’è in me e mai ho ammesso alla coscienza.
    L’apice lo toccò Luigi Vannucchi, che durante le repliche del suo lavoro teatrale su Pavese si immedesimò a tal punto da spararsi un colpo in testa.
    Forse era un po’ depresso.

  4. Giulio Mozzi Says:

    Forse, Carlo, il punto è che i vampiri non esistono.

  5. Carlo Cannella Says:

    Sara’. Io ne vedo tanti in giro… Bisogna saper guardare bene.

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