“Non riesce; o non vuole”

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di Giovanni Pacchiano

[Questo articolo è apparso nel Corriere della sera il 14 aprile 1998].

Succede di incontrare, nel racconto «Pugni!», che fa parte dell’ultimo libro di Giulio Mozzi, Il male naturale, un personaggio femminile che, nella prima quindicina di pagine, si chiama Rama, per poi chiamarsi Ruota a pag. 186, e poi ancora Rama sino alla fine della storia. Piccolo enigma di soluzione non impervia, se si tiene conto che Ruota è la protagonista di un precedente racconto, «Vite». Intrufolatasi chissà come altrove, ad appropriarsi per un attimo, come uno zombie, della personalità della povera Rama. E però, a parte la distrazione dell’autore (può capitare), occorre chiedersi dove siano stati, alla bisogna, redattori e correttori. Ma si tratta comunque di svista che allarma: che sia stato messo insieme, il libro, un po’ in fretta e furia? E con testi d’occasione?

Tanto poco ci convince anche la composizione generale: sei dei dodici pezzi di cui si compone appaiono già pubblicati su rivista e dunque legati a un primo evento, a un momento non sempre e necessariamente ripetibile. Convogliati nel volume, ma non fusi, nell’insieme, da una convincente ispirazione unitaria. Testimoniare o far letteratura? La gabbia dilemmatica entro cui sembra dibattersi Mozzi per tutto il libro, e chissà. Tanto meno capaci di creare una polifonia che in qualche modo tenga. Testi dove campeggia l’inarrestabile ventriloquismo dell’autore. No, non riesce a calarsi e fondersi nei suoi personaggi, Mozzi; o non vuole. Siano essi il servitore di un aristocratico francese, che commenta “in diretta” la morte del suo padrone; o le frequenti figure di ragazze o gli stessi alter ego dell’autore. Ma l’effetto è sgradevole: sicché storie di giovani che si incontrano, si amano, o vorrebbero amarsi, si perdono, sono guastate dall’ingombrante presenza dell’autore medesimo che spunta dietro ogni angolo. E che porta con sé, nel momento in cui si propone attraverso la scrittura, la propria egolatria, con parole maiuscole. Qualche esempio: «Io che non ho quasi niente da dire e che già mi accorgo, a trentacinque anni che ho, che forse ho una sola cosa da dire»; «Non mi interessa fare della letteratura e tanto meno fare della buona letteratura»; «C’è una parola che mi ha guidato per anni: redenzione». Ma non è forse che la egolatria sia fra i difetti maggiori, e maggiormente incontenibili, della nostra giovane narrativa?

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76 Risposte to ““Non riesce; o non vuole””

  1. Felice Muolo Says:

    Pochi giorni fa, su facebook, Seia Montanelli ha stroncato il mio ultimo libro. Chiedo a Laurana se è interessata a ripubblicarlo.

  2. andrea barbieri Says:

    Semmai la egolatria e la sgradevolezza di questa recensione. Avevo dimenticato la spocchia dei critici ufficiali, sono anni che i blogger senza stellette li hanno superati e fortunatamente fatti dimenticare.
    Bella l’immagine in copertina.

  3. vbinaghi Says:

    Giulio, perchè hai messo proprio una recensione negativa in occasione della riedizione?
    Che sei un ragazzo onesto è risaputo, ma così è farsi del male…

  4. demetrio Says:

    se non ricordo male ci furono solo due o tre recensioni al massimo di questo libro e tutte di questo tenore

  5. cletus Says:

    Egolatria, sembra un reparto della ASL. Chissà la lista d’attesa per gli appuntamenti…

  6. vibrisse Says:

    Andrea, penso che piuttosto che pendersela con “la spocchia dei critici ufficiali” sarebbe più sensato, se non si condivide l’opinione di Pacchiano, controargomentare.

    Trovo interessante, ad esempio, questo passaggio dell’articolo: “Sei dei dodici pezzi di cui si compone appaiono già pubblicati su rivista e dunque legati a un primo evento, a un momento non sempre e necessariamente ripetibile”. Ovviamente Pacchiano dispone dell’informazione solo perché io ho gliel’ho data, indicando in un’apposita nota i luoghi di prima pubblicazione dei racconti. Ma basta prendere in mano, che so, il Meridiano di Montale, per accorgersi che quasi tutte le sue poesie sono state pubblicate prima in riviste e poi in volume. Così come, che so, i pezzi che compongono il “Palomar” di Calvino uscirono nel “Corriere della sera”. Eccetera. E dunque? E dunque, l’ “e dunque” di Pacchiano è una sciocchezza. Inoltre il “necessariamente” di Pacchiano sembra implicare la convinzione che tutti i testi da me pubblicati in rivista – o in altre situazioni “legate a un momento non sempre e necessariamente ripetibile” – in quegli anni siano finiti in quel libro: il che non è vero.
    D’altra parte, è evidente che Pacchiano non ritenne di prendere sul serio le date poste in calce a certi racconti: segnali di lavorazioni durate anni e anni.

    Peraltro è interessante notare come, recensendo undici anni dopo un mio altro lavoro (qui), l’occasionalità (vera e propria, stavolta, trattandosi di pagine di diario scritte e issofatto pubblicate in rete) dei pezzi che lo compongono non sembra costituire un problema per Pacchiano; mentre la “egolatria” di cui sopra si è trasformata in un “ego ben vivo e brillante, consapevolmente, e forse per ragioni narrative, autoriferito, che conduce con abilità il gioco”, eccetera.

    Ora, senza soffermarmi su quel divertente “forse” (“forse per ragioni narrative autoriferito”: santiddio, ma per quali altre ragioni se non quelle narrative?) penso di poter concludere concludere, quindi, che l’opinione di Pacchiano è questa: il sig. Mozzi nelle sue opere fa un certo gesto, che chiameremo “autoriferimento”; questo gesto talvolta gli vien bene, e talvolta gli vien male; in linea di massima, gli vien bene in regime ironico e non gli vien bene in regime non ironico.

    Valter: dici che sarebbe stato più conveniente, per me, aspettare che qualcuno facesse un giro su Google, e poi venisse qui ad accusarmi di “egolatria” per aver permessa la ripubblicazione di un mio libro accolto a suo tempo così male?

    giulio mozzi

  7. enrico Says:

    giulio – ho letto la recensione di “Sono l’ultimo a scendere”, libro che mi piace da impazzire – mentre “il male naturale” lo leggerò e quindi non so dire. Così mi chiedevo cosa pensavi di quel desiderio smodato del critico (che trovo divertente e non so anche un poco puerile) che vuole – come dice? – il “grande romanzo-affresco della società e dei costumi del nostro tempo” da te.
    Ragazzi. Il critico è seduto a tavola e aspetta, dopo l’antipasto, il primo e il secondo, e se non gli dài anche il dolce… (e se vedessimo il passaggio dal critico 1 dell’egolatria al critico 2 dell’io brillante come un’ “anima divisa in due” oppure come un soggetto drammaticamente coinvolto in una revisione di una prima critica che viene smentita in una seconda critica di altra opera dopo notti insonni e oppressivi sensi di colpa? Gli hai dato l’occasione di emendarsi… il panorama sarebbe più interessante, più cupo, più straziante… perché non inviti Pacchiano con il tuo io brillante a prendere un caffé e discutete del tuo prossimo romanzo-affresco? Offrigli anche un cioccolatino, però)

  8. enpi Says:

    Giulio Mozzi scrive, nei commenti:
    “Valter: dici che sarebbe stato più conveniente, per me, aspettare che qualcuno facesse un giro su Google, e poi venisse qui ad accusarmi di “egolatria” per aver permessa la ripubblicazione di un mio libro accolto a suo tempo così male?”.
    lo scrive perché lo immagina vero, e io non mi sento di dargli torto.
    ma quanto stiamo messi male? e quanto male usiamo la Rete?

    e-

    [immagino l’obiezione del padrone di casa: non stai argomentando ecc.
    sì, è vero. non argomento. mi sembrano sufficienti quelle tue quattro righe, Giulio]

  9. vibrisse Says:

    Enrico, ciascuno è libero di avere i propri desideri.

    Enpi: ho solo cercato di mostrare che un comportamento descritto come “onesto” da Valter Binaghi può essere descritto come “opportunistico”.

    Detto questo, se un lettore si domandasse perché oggi viene ristampato quel mio certo libro lì, e non – ad esempio – “La felicità terrena” che pure fu finalista allo Strega ecc., non si farebbe una domanda futile; se cercasse una risposta cercando in rete recensioni et similia, e si accorgesse che “La felicità” è stato generalmente bene accolto, e “Il male” è stato generalmente male accolto, avrebbe qualche buona ragione di perplessità. Non ti pare, Enpi?

    giulio mozzi

  10. enrico Says:

    @ Giulio

    infatti: il desiderio è legittimissimo, e anzi interessante: anche se la mettevo in burletta… infatti mi piaceva l’ “immagine” del desiderio rivolta all’autore, che forse ha una sua specificità: “facci sognare”, “dammi l’affresco”, “fammi capire quel caos che è la contemporaneità”…

    spezziamo un’altra lancia a favore del critico: non è forse vero che uno dei temi della tua letteratura, Giulio, è la posizione dell’ “ego” rispetto all’io narrante… forse la questione è quella dell’alter ego… e delle distanze, e le vicinanze, tra la tua vita e la tua letteratura? Allora il critico, pur criticando e stigmatizzando (“idolatria”), non ha forse toccato un punto sensibile e “vero”?

  11. vibrisse Says:

    Sì. gm

  12. vbinaghi Says:

    Eccolo, il ragazzo onesto.

  13. vibrisse Says:

    Valter, Enrico ha detta qui, nel secondo capoverso, la medesima cosa che io avevo appena detta qui, nel quarto capoverso. Se rispondevo “No”, passavo per scemo. gm

  14. Gabriele Dadati Says:

    Una cosa interessante è questa: quando sappiamo che una serie di testi sono apparsi in altre sedi prima di essere accolti in un libro, tendiamo sempre a pensare che siano testi d’occasione (o perché richiesti da un redattore, da un editor ecc. per una pubblicazione periodica; o perché legati a un singolo momento di scrittura e non a un progetto ecc.) che poi si fan stare insieme sotto una copertina per ragioni di opportunità (economiche, di visibilità e così via). Quasi mai si pensa che lo scenario potrebbe essere diverso, e cioè: uno scrittore sta lavorando a una serie di testi che andranno a far parte di un libro, e per singole occasioni ne lascia scappar fuori alcuni in anticipo (ad esempio, banalmente, per collaudarli. Il lavoro dello scrittore è eminentemente solitario e i riscontri servono a capire meglio quello che si sta facendo).

  15. enpi Says:

    @G.
    non so. un lettore a che pro dovrebbe domandarsi queste cose?
    se ha già il libro, non credo lo comprerà. se non ha il libro, e il libro lo interessa, lo comprerà senza domandarsi perché è stato ristampato quello e non un altro. credo che – in questo ragionamento – vada sostituito “lettore” con “frequentatore di litblog”. credo io.

    e-

  16. vbinaghi Says:

    C’è anche la possibilità che uno usi il blog e la corrispondenza che ha coi suoi lettori per costringersi a scrivere. Questo accade quando, come nel mio caso, risulta praticamente impossibile scrivere se non “a qualcuno”.

  17. paperinoramone Says:

    beh, a me interessa leggere la nuova postfazione, in realtà nell’edizione mondadori c’è un finale e poi una nota; se è cambiato lo sguardo dell’autore circa la sua opera, se la considera ancora oggi la sua raccolta peggiore di racconti ecc.
    se c’è ancora la poesia di Laura Pugno e se a lei continua a non piacere più, vabbè poi al lettore non bisogna dare troppa confidenza come si vede.

  18. Giulio Mozzi Says:

    Enpi, ribadisco: un lettore potrebbe stupirsi che del Mozzi si ripubblichi il libro più biasimato e non quello più lodato (a dire il vero: ne sono stupito anch’io). E scrivo (come già qui): un lettore. Trovo bizzarro dare per scontato che solo i “frequentatori di litblog” siano informati su certe cose (come se non esistessero più i giornali, ad esempio; come se non esistessero le conversazioni tra amici, eccetera), e trovo inoltre piuttosto vaga la categoria “frequentatori di litblog”.

    Il testo del 1998 è pubblicato tal quale. La postfazione racconta alcune cose che sono successe nei mesi immediatamente successivi alla pubblicazione del libro.

  19. andrea barbieri Says:

    “Andrea, penso che piuttosto che pendersela con “la spocchia dei critici ufficiali” sarebbe più sensato, se non si condivide l’opinione di Pacchiano, controargomentare.” [Mozzi]

    Sì, dovrei controargomentare. Dovrei nonostante mi dia molto fastidio veder usare la recensione di un libro per dare un giudizio sulla personalità altrui.

  20. enpi Says:

    va bene.

  21. andrea barbieri Says:

    “se ha già il libro, non credo lo comprerà” [Enpi]

    I libri di Mozzi, Voltolini, Moresco, Scarpa, Nori, Cornia, Gipi, Igort, eccetera, li ho comprati e ricomprati parecchie volte per regalarli. Per esempio, ‘Questo è il giardino’ volevo assolutamente regalarlo ma non mi sarei procurato la copia in tempo, allora ho regalato il mio usato che era nell’edizione mondadori con un giudizio di Tiziano Scarpa in copertina dentro una foto di Ghirri. Prima o poi lo ricomprerò nell’edizione Sironi. Poiché questi libri escono dal catalogo, ma non escono dal catalogo dei miei preferiti, le riedizioni sono benvenute per poterli far conoscere.

    Sul pregiudizio di Pacchiano, vorrei dire che ‘Sotto i cieli d’Italia’ è un libro composto di testi (di Mozzi e Voltolini) scritti talvolta su commissione. Be’ è splendido, e lo feci circolare tra alcuni giovani fumettisti.

  22. demetrio Says:

    a me interesserebbe sapere invece un’altra cosa. ovvero. perché i primi due libri di racconti ricevono critiche entusiastiche, vengono candidati allo strega e Il male naturale no? Cosa succede nella letteratura e nel mondo delle lettere italiano tra il 1996 e il 1998 (anno di pubblicazione de La felicità terrena e Il male naturle).
    sarebbe interessante rispondere a questo quesito temporale.

  23. Marco Says:

    Paperininomane scrivi: “vabbè poi al lettore non bisogna dare troppa confidenza come si vede”

    In realta’ pero’ i lettori non vanno snobbati ma ascoltati con attenzione perche’ sono spesso in grado di intuire lo spirito generale di un’opera, la sua intenzione. Mentre l’addetto ai lavori e’ piu’ attento invece all’esecuzione, cosi’ se trova una virgola fuori posto gli vengono le caldane, e’ capace di bocciare tutta l’opera per quattro frasi scritte male, senza voler nemmeno capire che cosa vuole comunicargli l’opera. Questo e’ un commento OT.

  24. Marco Says:

    Il commento IT (in tema) e’ invece questo. Secondo me la recensione di Pacchiano ci sta. Se vogliamo essere obiettivi questi racconti di Giulio hanno nei punti di forza la potenza delle immagini (come quella riportata nella quarta di copertina di questa nuova edizione, cosi’ come quelle presenti in Vite), l’intelligenza delle riflessioni (come questa nel racconto Coro: “e’ morta perche’ era ammalata da tanto tempo, questo ho pensato come prima cosa, un pensiero cosi’ si fa spesso per combattere il morire, oggi sembra che quasi nessuno muoia perche’ si muore, muoia perche’ e’ mortale, come noi tutti siamo, invece sembra sempre che si muoia per una ragione specifica, una malattia, un incidente, un caso, qualcosa che non abbiamo dentro di noi e non e’ la nostra mortalita’, la nostra natura di morire, ma e’ qualcosa che viene da fuori e ci colpisce a tradimento”) e la prosa che, mi viene da dire, e’ scarna ma non punta a mostrare le ossa nude delle cose, ma ad arrivare alla polpa piu’ realmete viva, sanguinante. I racconti hanno pero’ anche dei punti deboli. Ad esempio le trame sono esili esili, i personaggi non sono memorabili, Giulio non e’ riuscito ad architettare soluzioni macrostrutturali particolarmente originali, i racconti rimangono sospesi, le storie sono solo pretesti per fare riflessioni offrire immagini (che sono anch’esse ovviamente riflessioni) ed e’ vero che l’io e’ presente. A me piacciono anche cosi’, ma la domanda vera che qui possiamo farci potrebbe essere: la prosa bellissima, le riflessioni intelligenti e le immagini potentissime e bellissime (per nella loro atrocita’) avrebbero potuto essere inserite in un impianto piu’ tradizionale di racconto, pur riformulato in modo personale, originale, non letteraraturizzato, standardizzato? Non possiamo trasformare i punti di forza in punti deboli cosi’ non possiamo e non dobbiamo squalificare i punti deboli definendoli come espressioni di concezioni letterarie obsolete, pratiche che non e’ possibile riprodurre piu’ o anche solo variare in modo personale, originale ma che vanno messe da parte in blocco, questo condurrebbe a una cecita’ totale: ci porterebbe a pensare che o si scrive cosi’ o non si scrive o si fa cosi’ o non si fa niente o si e’ dentro a questo discorso o si e’ fuori da tutti i discorsi letterari importanti e questo sarebbe solo un errore di presunzione.

  25. Giulio Mozzi Says:

    Marco, sono d’accordo.

    Alla domanda se tutte quelle cose lì “avrebbero potuto essere inserite in un impianto più tradizionale di racconto, pur riformulato in modo personale, originale, non letteraraturizzato, standardizzato”, la risposta è senz’altro: sì; e sarebbe stato meglio; tuttavia non ne sono stato capace (non sono stato neanche capace di concepire questa intenzione), per almeno tre ragioni di diversa natura.
    – prima ragione: quei testi lì erano venuti fuori, ciascuno per conto proprio, nel corso di parecchi anni. Alcuni sono rimasti cantieri aperti per cinque, sei anni. A quel punto ciascuno di essi aveva una “rigidità” sulla quale non sapevo più come intervenire.
    – seconda ragione: ero piuttosto sconvolto.
    – terza ragione: non avevo un’idea precisa, dodici/quindici anni fa, di certi modi non “non letteraturizzati”, ma direi piuttosto “iperletteraturizzati”, di costruire narrazioni.
    Infine: un tentativo di cavare da quella roba lì qualcosa di simile a un romanzo, l’ho fatto. Si chiamava “Introduzione ai comportamenti vili”, e dopo un centinaio (circa) di pagine rimase lì. Il romanzo che mi tiro dietro da anni, il famoso “Discorso attorno a un sentimento nascente” è in parte una ripresa dell’ “Introduzione” (nel senso che ci ricupero dentro degli episodi ecc.).

    giulio mozzi

  26. Luca Tassinari Says:

    A parziale discolpa del Pacchiano, noto che la sua recensione è coerente con una visione diciamo pre-postmoderna* della letteratura, e in particolare della narrativa:

    — Ripetibilità: l’esperienza personale, unica, legata a un io biograficamente definito non è letteraria. Un tema letterario è necessariamente universale (nel caso di Pacchiano, “testimoniare” opposto a “fare letteratura”).
    — Coesione interna: un’opera letteraria, anche una raccolta di racconti, deve essere sostenuta da un qualche pilastrino centrale, che può essere un tema, un’idea, “un’ispirazione unitaria” o altro, ma non può mancare.
    — Assenza dell’autore: un must almeno da Flaubert a Joyce. L’autore deve “fondersi nei suoi personaggi” tanto da essere irriconoscibile. Le idee, i sentimenti, i pensieri che circolano nel testo letterario devono appartenere ai personaggi, non all’autore.

    Che si sia d’accordo o meno, non si può liquidare la stroncatura pacchiànica come frutto di spocchia o miopia. Anche sulla sua presunta incoerenza nell’approcciarsi al “male naturale” e a “sono l’ultimo a scendere” andrei cauto: i due oggetti sono obbiettivamente diversi**, ciò che funziona per uno non deve necessariamente applicarsi all’altro, e non si può nemmeno escludere che nel frattempo il Pacchiano abbia spostato i paletti del suo orto critico, cosa più che lecita a dodici anni di distanza.

    Ciò detto, argomentato e puntualizzato con tanto di note a piè di pagina, passo alle cose serie: buon anno a tutti.

    ——
    * cioè, per elisione, moderna, ma Pacchiano vien dopo il postmoderno e tocca tenerne conto.
    ** secondo l’autore, l’uno è in regime non ironico, l’altro in regime ironico.

  27. Giulio Mozzi Says:

    Secondo me, Luca, era stata notata la coerenza e non l’incoerenza di Pacchiano: che recensendo l’uno e l’altro libro notava una stessa cosa, diversamente eseguita, e con diverso successo, in entrambi.

    Alle 14 tocca a te. Sei programmato da tempo.

  28. Luca Tassinari Says:

    E hai rimarcato quel “diversamente eseguito” come “interessante”, che io ho forse avventatamente letto come “curioso” o “stravagante”, una puntina polemica che probabilmente non era nelle tue intenzioni. Vabbe’, d’altronde sostengo da mo che la scrittura è nata per favorire i fraintendimenti.

    (L’essere “programmato da tempo”, confesso, mi mette un pochetto in ansia. Un Tale nella Notte dei Tempi scrisse su di me un Grande Programma che si conclude con me che tiro le cuoia. Roba da toccarsi le balle a ogni respiro).

  29. enrico Says:

    e se “Sono l’ultimo a scendere” fosse un romanzo? Senza aspettare in maniera millenarista il grande “romanzo-affresco”? Un romanzo come un’aspirazione alla coesione
    Unità dell’io narrante, vicino all’autore
    Unità pressoché rispettata del “luogo”: una sorta di on the road, che sia per strada, in un locale o al cellulare
    unità del tema: una certa frastornata modalità di comunicazione, o di non comunicazione, quasi una pandemia
    Unità di registro: comico-grottesco
    che ne dici giulio

  30. Lucio Angelini Says:

    Il rischio vero, attualmente, è che Giulio sironizzi laurana*-°

  31. Felice Muolo Says:

    O siluronizzi?
    (Senza cattiveria)

  32. andrea barbieri Says:

    Marco ha ragione: i racconti sono roba da poco, troppo difettosi, mancanti. Luca ha ragione, non si può liquidare come spocchia quello che si dimostra acume nel rilevare, come nota anche Marco, i punti deboli, tra cui l’evidente egolatria dell’autore. E certamente Giulio ha ragione nel dare ragione a Marco, il quale in fondo è in sintonia con Luca.

    Tanto io ho la prima edizione. Per me i racconti sono perfetti così, sono un dono, era ciò che Mozzi possedeva allora, mentre ora fa altre cose, altri doni. Nessuno li può toccare, perlomeno non quelli del mio libro, che ora vado a nascondere perché con voi non si sa mai!

  33. Marco Says:

    Barbieri, Angelini, mi avete stancato. Sapete solo inquinare tutto.

  34. Lucio Angelini Says:

    @Marco. Se continui così, ti promuovono Capezzone:-)
    Comunque nessuno ti obbliga a leggerci.

  35. Lucio Angelini Says:

    P.S.
    http://nonciclopedia.wikia.com/wiki/Daniele_Capezzone

  36. Giulio Mozzi Says:

    Enrico, “Sono l’ultimo a scendere” non è un romanzo; come si può notare leggendolo, o anche solo guardandolo.

    Lucio, in riferimento al “rischio”: sei disponibile a dire quello che hai da dire in modo esplicito e non allusivo, in modo da aiutare Laurana e me a capire di quale rischio parli, e come si potrebbe eventualmente tentare di evitarlo?

  37. Lucio Angelini Says:

    @Giulio. Sironizzare = importare il modello Sironi in Laurana. Pensate a qualcosa di più spumeggiante:-)

  38. andrea barbieri Says:

    Marco dai scherzavo, ci ho messo anche il punto esclamativo, ho detto che nascondevo il libro sennò me lo venivate a cambiare tu, Luca e Mozzi. Suvvia anche Lucio scherzava. E’ che passano gli anni, la scemenza prende piede stabilmente nei nostri cervelli, ma non siamo cattive persone.

  39. Giulio Mozzi Says:

    Lucio: che cosa intendi per “modello Sironi”?

  40. enrico Says:

    giulio io l’ho letto “Sono l’ultimo a scendere”, ne descrivi la genesi e lo compulso anche a caso, mi capita, e la postfazione è per me un interessantissimo elemento di comprensione dei meccanismi della scrittura creativa/narrativa… chiamandolo “romanzo” volevo fare una piccola provocazione ma l’obiettivo era in realtà chiederti (e facevo meglio a chiedertelo direttamente): quali sono secondo te gli elementi primi per dire di un testo: questo è un romanzo? Volevo anche sapere cosa ne pensi del concetto “romanzo-affresco” evocato da Pacchiano, mi pare un tema che ha già fatto capolino sul tuo blog con un “certo Lucas”… grazie, enrico

  41. Lucio Angelini Says:

    @Barbieri. Lascialo perdere, quello lì. Ci ha il senso dell’umorismo di un paracarro.

  42. Marco Says:

    Angelini, non e’ vero che ho il senso dell’umorismo di un paracarro. Sei la solita zitella borgognona.

  43. Alessandro Says:

    Sono curioso di leggere il saggio di Demetrio Paolin. Da come me lo ricordo io – ma vado a spanne – questo libro non ha i racconti perfetti che c’erano nei primi due. Forse nessuno dei testi contenuti nel Male Naturale è “memorabile” come sono memorabili (e luminosi) Lettera accompagnatoria, L’apprendista o Il bambino morto, per dire. Eppure mi ricordo con nettezza un’impressione di coerenza interna molto forte. Cioè: leggendo Il male naturale mi sembrava che la selezione dei racconti e i loro rimandi interni e il loro ordine, costituissero una (macro)struttura compatta, molto più da libro e molto più densa rispetto a La Felicità Terrena o a Questo è il giardino, dove i racconti erano tenuti insieme più che altro da un immaginario comune. Insomma: il Male Naturale mi sembra più simile a un romanzo, o meglio, a un “canzoniere”, che a una semplice raccolta, e anche questo ne fa (sempre nella mia memoria) un libro forse non del tutto riuscito, ma ambizioso, complesso e bello.

  44. Giulio Mozzi Says:

    Enrico, Wikipedia fornisce una risposta adeguata alla tua domanda.

    Invito a piantarla con paracarri e zitelle. Sono cose che non servono a niente.

    Lucio, ripeto la domanda: che cosa intendi per “modello Sironi”?

  45. Marco Says:

    Alessandro, si’ ma infatti secondo me la discussione qui potrebbe (dovrebbe) essere domandarci come mai questo articolo di Giovanni Pacchiano sul Corriere della Sera stante che i racconti sono molto belli, hanno una forza innegabile, sono eccellenti, addiritura eccezionali. Il giornalista del Corriere non liquida tutto dicendo la cosa piu’ scontata che avrebbe potuto dire ossia che questi racconti trattano argomenti troppo tabu’ in un modo troppo tabu’. Fa invece un’analisi piu’ “tecnica” e allora bisogna chiedersi se questa analisi abbia qualche fondamento. Secondo me come analisi ci sta – e poi e’ pur sempre una questione di gusti e di opinioni. A me i racconti piacciono, ho riletto Vite e devo proprio dire che mi piace, ci nuoto dentro, mi piace sia come e’ scritto, sia per quello che dice, sia per le immagini, per tutto. Trovo Supernivem un racconto superbamente narrato, ma ecco anche in quel caso se Mozzi avesse usato quella superba, superba prosa e modo di raccontare per raccontare una storia meno tabu’, il libro con quel racconto dentro avrebbe completamente spaccato tutto. In questo desiderio di affrontare un argomento tanto tabu’ in quel modo tabu’ io vedo un nascondimento dell’autore, una inibizione, e una immaturita’: come se dicesse : “Adesso ti faccio vedere quello che sono capace di fare, ma lo faccio trattando un argomento cosi’ raccapricciante che alla fine l’ultima cosa che ti verra’ in mente di fare sara’ quella di applaudirmi”. Secondo me il critico del Corriere della Sera ha ragione e tutta la vicenda legata al libro e’ perfettamente sensata ed e’ esattamente quello che doveva accadere per un libro come questo. Questa e’ una vicenda da romanzo horror, solo che e’ accaduta veramente. Un libro cosi’ non andava scritto e basta. Ma e’ stato scritto ed e’ certamente l’opera di un genio. Peraltro la forza provocatoria del romanzo e’ ancora oggi a mio parere pienamente intatta. Si puo’ paragonare questo libro all’invenzione della bomba atomica. E’ stata la bomba atomica l’opera di un genio? Certamente si’. E’ stata un’invenzione che ha fatto guadagnare qualcosa in piu’ all’umanita’? Dio Santo, sicuramente no. Fuor di paragone, credo senz’altro che Il Male naturale abbia fatto guadagnare qualcosa alla letteratura, ma e’ anche un oggetto che va manovrato con cautela.

  46. enrico Says:

    sai giulio che se io ti chiedo che cosa è per te il romanzo e tu mi mandi a leggere una pagina di wiki un po’ mi dispiace, davvero, mi pare una cosa non molto bella, proprio a livello di quello che passa tra me e te, due dialoganti

  47. Sandro Says:

    Leggerò, manovrerò con cautela, e vedrò che cosa mi succede.

    PS: Anche a me piacerebbe ristampassero “la felicità terrena”, di cui ho letto solo il racconto ripubblicato nell’antologia Einaudi sulle madri, che ho trovato a casa di un’amica (e che è tornata in cucina e m’ha trovato a piangere).
    Non ho capito s’è esaurito, spero sempre che m’arrivi, giace in ordine da un po’.

  48. andrea barbieri Says:

    Forse Lucio intende l’idea della collana Indicativo presente. per dire secondo me Indicativo presente manca, e avrebbe potuto svilupparsi in tanti modi anche fuori dei libri, collegandolo a scuole di scrittura, a incontri pubblici, convegni eccetera. del resto in Sotto i cieli d’Italia – libro così emblematico e ricco sul racconto della realtà – confluivano esperienze nate in laboratori di scrittura, quindi perché non dovrebbe essere utile il flusso opposto, verso le persone. poi c’è tutto il discorso di Mozzi sulla retorica, che allora ancora non esisteva, e anche quello contribuirebbe al racconto della realtà. voglio dire, se Mozzi ‘sironizza’ e allarga quel primo progetto a me non dispiace affatto.

    [‘sta vecchia cosa di non usare la maiuscola dopo il punto fermo ma solo dopo l’a capo… però graficamente è più bella.]

  49. Alessandro Says:

    Marco, non sono d’accordo.

    Quella di Pacchiano è una recensione idiosincratica, non tecnica. Che ci stia, be’ sì, può darsi, anche se mi pare che sbagli mira e che non colga quella che invece è una struttura (sempre a mio parere, eh) molto coesa, molto di più che nei libri precedenti. Ripeto: una struttura magari non del tutto riuscita, eppure ambiziosa, e potente.

    Dici:
    In questo desiderio di affrontare un argomento tanto tabu’ in quel modo tabu’ io vedo un nascondimento dell’autore, una inibizione, e una immaturita’: come se dicesse : “Adesso ti faccio vedere quello che sono capace di fare, ma lo faccio trattando un argomento cosi’ raccapricciante che alla fine l’ultima cosa che ti verra’ in mente di fare sara’ quella di applaudirmi”.

    Sarò ingenuo ma non riesco a vederla così. Non ricordo di aver notato nella lettura la scelta degli argomenti come una sfida, ma proprio come un’osservazione lucida, non compiaciuta, del mondo che circonda i protagonisti dei racconti. Non dico un’osservazione “amorevole”, però quasi. E questa osservazione è più intima che raccapricciante – oppure “raccapricciante” perché (troppo?) intima.

    Eppure non sei il primo che sento dire così, è facile che io non abbia capito nulla 🙂

    (E naturalmente dovrei rileggere il libro, visto che ne ho ricordi labili…)

  50. Lucio Angelini Says:

    @marco. ti sbagli di grosso. tenevo per gli armagnacchi.

    @giulio. manie per l’alfabeto e via discorrendo:-)

  51. Marco Says:

    Angelini, secondo me tu mangi troppo poco, va a farti una finocchiona che e’ meglio. Ti dico, e lo dico che le tue offese e i tuoi insulti non mi sfiorano nemmeno di striscio. E continuero’ a lasciare commenti su Vibrisse e altrove. Non mi inibirai mai. Tu sporchi una discussione – e lo fai nel modo piu’ demenziale possibile. Ti querelo se vai avanti cosi’.

  52. Marco Says:

    Alessandro, secondo me e’ “tecnica” (ho usato la parola tra virgolette) perche’ accenna a argomenti “tecnici”: come sono stati composti i racconti, la funzione del narratore, etc. Avrebbe potuto essere “morale” se avesse stroncato il libro come libro troppo tabu’, scandaloso, etc. Dico in questo senso. Per quanto riguarda la “struttura”, quando io parlo di “struttura”, non mi riferisco alla “struttura” del libro nella sua totalita’, ma alla struttura di ogni racconto che spesso da’ l’impressione di non essere risolta o puo’ dare questa impressione. Sono assolutamente d’accordo con te che c’e’ coesione nei testi anche piu’ che in altri libri di racconti di Mozzi che continua a non escludere da queste discussioni Lucio Angelini. Tutte queste cose io le scrivo da appassionato di Mozzi. Ho letto il libro a vent’anni. Il Male Naturale e’ stato il primo libro che ho letto e ti diro’ che ho pensato esattamente le stesse cose scritte da Giovanni Pacchiano. E’ un libro difficile, adulto, difficile. Ci vuole tutta una preparazione per leggerlo, una sensibilita’ e in piu’ parla di argomenti orribili – e parla di corpo e di sesso. Adesso e’ un libro che mi piace tantissimo. Per me Supernivem e Il bambino morto sono l’espressione di grande narrativa. Sono forse i miei preferiti. Poi c’e’ L’apprendista – pubblicato qualche settimana fa sulla prestigiosa rivista americana Agni. Ma poi un po’ tutti, non so decidere. Mi piacerebbe scrivere un libro con Giulio.

  53. Lucio Angelini Says:

    @Marco. Dai, querelami. Ti sfido a farlo.

  54. paperinoramone Says:

    Marco, dal punto di vista “tecnico” io rilevo due errori. Nella prima parte Pacchiano ha una tesi ” non è che i testi sono stati messi assieme alla bisogna, e in fretta per giunta? “; che potrebbe anche essere vero, ma il particolare del nome Ruota, che appare sì a pag.186, ma appare solo una volta ( nella stessa pagina il personaggio è chiamato Rama come sempre nel racconto ), non c’entra nulla. Una svista momentanea, se di svista si tratta, è solo una svista momentanea. Il secondo, che si lega comunque al primo è che il critico ravvisa nei testi due aspetti negativi: l’indecisione tra il testimoniare e il fare letteratura, e l’egolatria che schiaccia o intralcia i personaggi. Bene: non è forse il legame che lamentava sopra?

    Detto questo, io comprai Fantasmi e Fughe e Il male naturale assieme, tramite ibs, perché desideravo leggere Mozzi ed fortunatamente erano entrambi scontati al 75 per cento ( sarà stato due o tre anni fa, io ne ho 25 ). F e F lo trovai straordinario, sia per la tipologia di libro che per il contenuto, invece i racconti non molto. Di racconti ne avevo letti pochi comunque, quindi può aver inciso, e forse c’entra anche il fatto che magari avrei dovuto aspettare qualche tempo prima di leggerli, per non abbuffarmi intendo. Ogni tanto ne rileggo qualcuno, soprattutto in questi giorni.

  55. Lucio Angelini Says:

    P.S. Un libro a quattro mani Candida-Mozzi, magari tradotto dalla Harris, entrerebbe d’ufficio nel Best Galaxian Fiction 2012*-°

  56. Giulio Mozzi Says:

    Ripeto l’invito a Lucio e a Marco: i bisticci non mi interessano. Li trovo noiosi e degradanti. Vi chiedo di piantarla.

  57. Marco Says:

    Giulio, ti chiedo io di piantarla tu. Questo non e’ un bisticcio come possono vedere tutti. E’ una persona che attacca un’altra persona.

  58. enrico Says:

    non decritto più nulla – Marco, Lucio… ho persino cercato di capire queste beccate da galli sfogliandomi i commenti – c’è violenza in città – che peccato però quando la comunicazione si degrada a tal punto – e si viene come estromessi dal “senso” di un dialogare

  59. Marco Says:

    Ecco, a posto. Io lascio un commento, normalissimo, vengo preso e attaccato da Angelini e naturalmente se rispondo, altri strumentalizzano i miei piu’ che legittimi e umani tentavi di difendermi per squalificarmi, farmi far brutta figura. La competezione e’ dura, questa e’ la verita’, e mi pare che qui ci sia molta voglia di competere, e con ogni mezzo. Dico solo che ho risposto a Angelini con quelle parole (l’espressione “zitella borgognona” viene dal romanzo di Umberto Eco Baudolino; quanto all’insalata finocchiona, quella e’ farina del mio sacco!) perche’ non so piu’ come fare a farlo smettere con commenti che sono altamente lesivi nei miei confronti. Del resto la soluzione per me non e’ affatto smettere di lasciare commenti su Vibrisse. Preciso che non e’ la prima volta che Angelini mi attacca, sono anni, anni ormai! Mi dispiace per questi commenti che non c’entrano con la discussione. Ho comunque lasciato anche contributi che hanno alimentato questa discussione stessa in modo serio, corretto e spero per qualcuno produttivo. Forse ci si potrebbe concentrare su quelli, ignorando questi.

  60. Lucio Angelini Says:

    Il brutto di Marco è che scambia una battuta affettuosissima:-) per la Guerra Civile fra Borgognoni e Armagnacchi.

    P.S. La finocchiona e l’invito a mangiare di più sono totalmente fuori target: ho varcato da poco i 90 chili e sono disperato per la ragione contraria. Non riesco a mangiare di meno:-(

  61. Marco Says:

    Giulio, provo a proseguire questa interessante discussione.

    Mi scrivi: “terza ragione: non avevo un’idea precisa, dodici/quindici anni fa, di certi modi non “non letteraturizzati”, ma direi piuttosto “iperletteraturizzati”, di costruire narrazioni”

    Ecco, e’ interessante che neghi l’espressione “non letteraturizzati” a favore dell’espressione “iperletteraturizzato” che invita a pensare a una concezione postmoderna e superintellettuale del “costruire narrazioni”.
    Io dico che per essere originali o personali (abbandono il termine “non letteraturizzato”) non e’ detto che sia necessario costruire narrazioni metaletterarie, metafinzionali – immagino di risultare per alcuni criptico, e chiedo di portare pazienza. Mi pare che in Italia (e in Europa) quando un testo e’ metafinzionale allora si tende a considerarlo (nel senso proprio di maneggiarlo) come un testo importante, ma ormai penso che si tratti soprattutto di una questione di un gusto (italiano, europeo) che si e’ sviluppato in questa direzione giacche’ la nostra tradizione ci consegna come opere importanti opere di metafinzione.
    Invece, forse si puo’ provare a riconoscere che puo’ esserci semplicemente un modo “non standardizzto”, originale o personale di costruire narrazioni, scegliendo tra i numerosissimi modelli a disposizione e variandoli secondo una sua propria sensibilita’ che ciascun autore sviluppa nel tempo. L’importante e’ che un’opera insomma abbia un’anima: e quest’anima il lettore critico deve essere in grado di coglierla – se c’e’. Il dubbio e’ che questa impostazione superintellettuale, ipercolta che interpreto dalle tue parole, puo’ essere un effettivo impedimento alla costituzione di una reale sensibilita’ nella pratica del costruire narrazioni che ti porta o a evitare questa pratica (come hai fatto nei tuoi racconti) oppure a gonfiarla esageratamente.

    In parole piu’ comprensibili, lo schema di una narrazione puo’ essere originale anche senza essere troppo complesso, certo sta alla sensibilita’ dell’autore trovare la soluzione – e non e’ affatto semplice. Aggiungo che la soluzione di mettere da parte la pratica del costuire narrazioni (come ad esempio “negare il romanzesco”, “negare la forma romanzo”) e’ solo una soluzioni possibili, non la sola possibile.

  62. Giulio Mozzi Says:

    Ma, Marco: quando parli di “scegliere tra i numerosissimi modelli a disposizione”, descrivi una pratica che io chiamerei “iperletteraria”. Mi viene il dubbio che non vi sia differenza di opinioni ma differenza di nomi. Faccio, per tentar di spiegarmi, uno schemino:
    – ipoletterario: non è consapevole dell’esistenza di modelli, che quindi eventualmente assume o ripete senza accorgersene;
    – letterario: è consapevole dell’esistenza di modelli, e ritiene che ciascun modello comporti un determinato contenuto (è la situazione della letteratura classica),
    – iperletterario: è consapevole dell’esistenza di modelli e ritiene di poter usare qualunque modello per qualunque contenuto.

    I testi “letterari” e “iperletterari” sono necessariamente “intraletterari”, poiché il lettore si accorge dell’esistenza di una relazione tra il contenuto e il modello: nei testi “letterari”, noterà una corrispondenza; nei testi “iperletterari”, noterà eventualmente una non-corrispondenza o addirittura un contrasto tra contenuto e modello. Quando (a) tale non-corrispondenza sia esibita, e/o (b) quando il contenuto del testo sia la relazione tra un contenuto e i modelli (ma credo che “a” e “b” siano quasi inestricabili), abbiamo testi metaletterari, metanarrativi, metatutto.

    I testi “ipoletterari” possono apparirci oggi come “iperletterari”, perché se un autore medievale (mettiamo) infila un contenuto prettamente suo e medievale in un modello classicissimo, che assume senza rendersi conto dello stridore che ciò produce, noi, che siamo a tutt’altro abituati, lo stridore lo sentiamo benissimo; e allora decidiamo che quel testo è orrendo o illeggibile, oppure che è interessante o addirittura meraviglioso se letto come se fosse un testo iperletterario e metaletterario.

    Ora: al di là del gusto corrente (ma solo nell’élite, credo), che in effetti dà un luogo d’onore alle metanarrazioni (e questo gusto lo condivido), ciò che interessa e me quando scrivo non è la metanarratività del mio testo, bensì che il mio testo sia percepito come un testo, nient’altro che un testo: e tuttavia un testo che fa parte di una vita.

    Si capisce? Sono riuscito a spiegarmi?

  63. Marco Says:

    Credo che si possa pensare la scrittura come a un dipinto. Quando guardiamo un dipinto vediamo il tratto inconfondibile dell’artista, ma riusciamo anche a riconoscere la tecnica pittorica e ad assimilare quell’artista ad altri artisti che utilizzano quella stessa tecnica. Percio’, Giulio, quando guardiamo un dipinto a pensarci bene noi vediamo almeno due dipinti: vediamo il dipinto che abbiamo davanti agli occhi con le sue peculiarita’ e il dipinto senza le sue peculiarita’, ma solo con i tratti che gia’ conosciamo per averli visti altrove.

    Allora possiamo forse dire che un testo letterario funziona quando riesce a far percepire questa doppiezza: deve fare percepire gli elementi di novita’ precisamente tanto quanto gli elementi non nuovi, che presenta una tensione sia verso gli elementi di novita’ che verso quelli che non sono nuovi, e un buon testo e’ quello che riesce a ottenere una sostanziale parita’ tra queste due classi di elementi. Infatti se un testo ha troppi elementi di novita’ rischia di disorientare troppo il suo destinatario, se ne ha troppo pochi rischia di non avvincerlo, di non comunicargli nulla di nuovo ossia di non comunicargli nulla.

    Aggiungo un’altra parte. Un testo nel quale si agisca con consapevolezza (la cosiddetta consapevolezza dell’autore) o nel quale si agisca tenendo presente le aspettative dei propri destinatari, puo’ essere un testo molto rischioso. L’autore che agisce consapevolmente infatti puo’ invece agire presuntuosamente (in effetti presumen di essere consapevole) e inserire troppi variazioni (troppi tratti originali) consegnando un testo che e’ un suicidio, un testo suicidato. Un testo che tenga conto delle aspettative dei propri destinatari nel calibrarsi su di essi rischia di mettere insieme troppi tratti che non sono originali e di suicidarsi. Un testo funziona quando riesce a far percepire una doppiezza: il lettore deve essere messo in grado di riconoscere il tratto originale e quello del modello di riferimento, quello che il lettore conosce gia’, quello che gia’ esiste.

    In fondo Giovanni Pacchiano nel suo articolo lamenta proprio questo. Dice: “Non riesce; o non vuole” perche’ non e’ messo nelle condizioni di “vedere i due dipinti” – e logicamente lamenta una egolatria ossia un eccesso di soggettivismo, di arbitrarieta’, di scarsa risonanza del messaggio nel lettore.

  64. Lucio Angelini Says:

    “iperletterario: è consapevole dell’esistenza di modelli e ritiene di poter usare qualunque modello per qualunque contenuto.”

    aggiungerei: è consapevole dell’esistenza di modelli ***e della possibilità di mescolarli o, perché no?, di idearne altri***.

    Più arruffato e sintatticamente contorto il discorso di Marco che dice:

    “scegliendo tra i numerosissimi modelli a disposizione e variandoli secondo una sua propria sensibilita’ che ciascun autore sviluppa nel tempo”.

    Meglio:

    “… modelli a disposizione che ciascun autore può variare a seconda della sensibilità sviluppata nel tempo”

  65. Giulio Mozzi Says:

    Direi “contaminare”, Lucio, piuttosto che “mescolare”. Pratica che, ad esempio, in una società “letteraria” come quella di Roma repubblicana, non era tanto vista di buon occhio. Vedi – esempio classico – il prologo dell'”Andria”, dove Terenzio si difende dall’accusa di “contaminazione” (per chi non l’ha sottomano, qui).

  66. Sandro Says:

    Mi piace molto il discorso sui “due dipinti” di Marco, e il passaggio sul rischio della consapevolezza.
    In effetti, è una cosa che mi dà da pensare spesso: uno vorrebbe sapere il più possibile, essere il più possibile consapevole di quello che sta facendo, essere il più possibile ferrato in ogni tecnica: scegliere fra modelli è possibile quando i modelli li conosci e li hai capiti, e più ne conosci, più scelta hai. Eppure, come dice Marco, c’è la faccenda che l’estrema consapevolezza può portare a un suicidio presuntuoso del tuo testo. Tutto ciò che ti appresti a vedere, a toccare, a tentare di mettere a nudo si riveste di segni discordanti, citazioni, possibilità, finché perdi la strada per troppa abbondanza.
    Una cosa che apparentemente non c’entra niente ma invece c’entra: anni fa (purtroppo non mi ricordo dove, ma son sicuro d’averla letta esattamente in questo modo) qualcuno, parlando dei Sonic Youth, scrisse che diffidava dei gruppi formati da gente che ha una collezione di mille dischi in casa.
    Io ho spesso paura di perdere la parte della mia ingenuità che mi serve a intuire, a innamorarmi di una scena che voglio assolutamente scrivere anche se ancora non so perché e nemmeno dove mi porterà: capita poi, ma non sempre, che questa scena vada a comporsi in qualcosa di sensato in mezzo ad altre, e che a posteriori io riesca a ravvisarci una coerenza, un riferimento ben preciso, un’influenza evidente di qualcosa che ho letto o visto, un movente personale di cui prima non m’ero accorto. E la coerenza e la strada precisa che a posteriori ravviso in quel che m’è uscito ha un che di miracoloso, perché quando ho cominciato non ne ero assolutamente consapevole. Ora, questo procedimento è naif e mica poco, e non mi rende una persona sicura: però non vorrei perderlo, e allo stesso tempo è chiaro che pretendere di far le cose “senza saperle fare” è una cosa molto stupida. Perciò vorrei imparare tutto il mestiere e la scaltrezza che mi servano per non procedere a tentoni. Ho la paura di non riuscire ad essere semplice, eppure allo stesso tempo mi rendo conto che più consapevole sono di quel che faccio, e più so riconoscere dove la semplicità che volevo l’ho ottenuta, e dove no.

  67. Lucio Angelini Says:

    Sì, sì, la contaminazione, l’abolizione delle barriere fra generi, la fiction che si mischia col reale (si veda, appunto, ‘Fiction’ di Giulio Mozzi), ma i peggiori romanzi sono forse quelli scritti da critici letterari, proprio perché – temo – eccessivamente “consapevoli”. Un buon autore deve, sì, leggere il più possibile, ma anche scrivere in assoluta libertà le proprie opere, scevro da preoccupazioni classificatorie di qualunque natura.

  68. Giulio Mozzi Says:

    Lucio, dici che “i peggiori romanzi sono forse quelli scritti da critici letterari”. A me pare un po’ buttata lì.
    Ho cercato di far mente locale e mi sono venuti in mente un meraviglioso romanzo giovanile di Vittorio Sermonti; un lunghissimo romanzo cominciato – e non finito, causa morte – da un raffinatissimo critico e pasticheur francese; un breve libro di Giacomo Debenedetti (che è una narrazione, ma non un romanzo); i romanzi di quel critico lì, quello che fu ammazzato a Roma all’Idroscalo, e che faceva anche il poeta e il regista; e poi quelli di quell’altro – che a me non piaccion tanto, ma hanno avuto successo molto -, di quell’altro, mezzo cubano e mezzo ligure, che poi è finito a vivere a Parigi da oulipien, eccetera. E più vicini ai tempi nostri, c’è il Tommaso Pincio che è romanziere e nel “manifesto” pubblica articoli che son veri e propri saggi critici; Marco Belpoliti che pubblicò anni fa “Italo”, romanzo ora introvabile; Gilda Policastro che ha pubblicato or ora “Il farmaco”: romanzi come minimo più che dignitosi. E aggiungiamoci l’Arbasino, OO.CC., che mentre romanza non smette neanche per un istante di essere un critico, e mentre critica non smette neanche epr un istante di essere un romanziere.
    Per carità, una somma di esempi non fanno una generalità: però una generalità buttata là mi pare serva a poco.

  69. Marco Says:

    Credo che si possa pensare la scrittura come a un dipinto. Quando guardiamo un dipinto vediamo il tratto inconfondibile dell’artista, ma riusciamo anche a riconoscere la tecnica pittorica e ad assimilare quell’artista ad altri artisti che utilizzano quella stessa tecnica. Percio’, Giulio, quando guardiamo un dipinto a pensarci bene noi vediamo almeno due dipinti: vediamo il dipinto che abbiamo davanti agli occhi con le sue peculiarita’ e il dipinto senza le sue peculiarita’, ma solo con i tratti che gia’ conosciamo per averli visti altrove.

    Allora possiamo forse dire che un testo letterario funziona quando riesce a far percepire questa doppiezza: deve fare percepire gli elementi di novita’ precisamente tanto quanto gli elementi non nuovi, presentare una tensione sia verso gli elementi di novita’ che verso quelli che non sono nuovi, e un buon testo e’ quello che riesce a ottenere una sostanziale parita’ tra queste due classi di elementi. Infatti se un testo ha troppi elementi di novita’ rischia di disorientare troppo il suo destinatario, se ne ha troppo pochi rischia di non avvincerlo, di non comunicargli nulla di nuovo ossia di non comunicargli nulla.

    Aggiungo un’altra parte. Un testo nel quale si agisca con consapevolezza (la cosiddetta consapevolezza dell’autore) o nel quale si agisca tenendo presente le aspettative dei propri destinatari, puo’ essere un testo molto rischioso. L’autore che agisce consapevolmente infatti puo’ invece agire presuntuosamente (in effetti presume di essere consapevole) e inserire troppi variazioni (troppi tratti originali) consegnando un testo che e’ un suicidio, un testo suicidato. Un testo che tenga conto delle aspettative dei propri destinatari nel calibrarsi su di essi rischia di mettere insieme troppi tratti che non sono originali e di suicidarsi. Un testo funziona quando riesce a far percepire una doppiezza: il lettore deve essere messo in grado di riconoscere il tratto originale e quello del modello di riferimento, quello che il lettore conosce gia’, quello che gia’ esiste.

    In fondo Giovanni Pacchiano nel suo articolo lamenta proprio questo. Dice: “Non riesce; o non vuole” perche’ non e’ messo nelle condizioni di “vedere i due dipinti” – e logicamente lamenta una egolatria ossia un eccesso di soggettivismo, di arbitrarieta’, di scarsa risonanza del messaggio nel lettore.

  70. Marco Says:

    Giulio, il punto non e’ il “mescolamento” o la “contaminazione” tra modelli. Un postmodernista vero non si limita a prendere forme preesistenti e a mescolarle o a contaminarle e a vedere cosa salta fuori. Non e’ affatto cosi’. Il postmodernista vero “lavora” sulle forme preesistenti, sui modelli preesistenti, e sviluppa una sensibilita’ acquisita, di solito, con anni di lettura e di pratica della scrittura tali da riuscire a fargli variare (nel modo che ho cercato di spiegare nel commento precedente) quei modelli. Infatti i Barth, i Wallace, i DeLillo, gli Arbasino sono grandissimi scrittori non per caso: sono scrittori-monster non per caso. Hanno una mente e una sensibilita’ tali da farli non solo padroneggiare diverse forme (modelli, modi di raccontare etc.) letterarie ma anche di presentare queste forme elaborate in modo originale e impastate in modo originale e pertanto diverso, variato – e che sono in grado di dar luogo a quel fenomeno dei “due dipinti” che spiegavo sopra.

    Insomma, non e’ importante ai fini della produzione di un testo la distinzione pur bella (o bella per me che la capisco) che hai fatto tra “iperletteratura”, “ipoletteratura” “intraletteratura”: l’importante e’ che l’opera abbia un’anima, e che riesca far percepire la sua anima a chi legge (attraverso quanto ho spiegato nel commento precedente) e un’anima puo’ non esserci sia in un romanzo complesso sia in un romanzo piu’ semplice.

  71. Giulio Mozzi Says:

    Sicuramente, Marco, la cosa più importante è “che un’opera abbia un’anima”. Però io non ho idea di che cosa sia l’ “anima” di un’opera; non direi mai qualcosa come: “Poffarbacco! Quest’opera sì che ci ha un’anima!”. Un amico mi ha fatto notare, tempo fa, che i miei giudizi sintetici sulle opere solo per lo più del tipo: “E’ impressionante”, “Non è impressionante”. E presumo che quando io parlo di “impressione” (cioè di un qualcosa che viene dall’opera, e si “imprime” su di me), non siamo tanto distanti da ciò che tu (non solo tu) chiami “anima”, se non per una sfumatura più soggettivista da parte mia, più oggettivista da parte tua.

    Il modo in cui interpreti ciò che dice Pacchiano mi pare del tutto condivisibile.

    Immagino che quando parli di “sostanziale parità” tra elementi nuovi e non nuovi, non intenda un fatto meramente quantitativo; una volta si sarebbe detto: “un’armonia”.

    Andrei un po’ cauto, a proposito delle “aspettative dei destinatari”. Per questa ragione: ci sono delle aspettative macro e delle aspettative micro. Esempio di aspettativa macro: il libro s’intitola “Vampyr Carnival”, e io mi aspetto che sia una certa cosa. Esempio (canonico) di aspettativa micro: “C’era una volta… Un re!, diranno i miei piccoli lettori. No: c’era una volta un pezzo di legno” (è l’inizio di “Pinocchio”, cito a memoria). Il gioco con le aspettative micro del lettore è in sostanza ciò che manda avanti la lettura. O sto complicando inutilmente la cosa?

  72. Marco Says:

    Giulio, io ho parlato di “anima” a fronte di un tuo “schemino” che m’e’ parso un po’ troppo robotico. Sono d’accordo che di un’anima di un’opera di possa fornire una descrivibilita’: ma non dimentichiamoci che scrittore e’ chi scrive un’opera che ancora non esiste.

    Percio’ in questo caso non e’ solo questione di sapere individuare forme preesistenti, di essere in grado di fornire descrivibilita’ di queste forme e di saperle padroneggiare, ma di sviluppare una “sensibilita’”: possiamo forse definire “sensibilita’” come la capacita’ prima di tutto di saper descrivere (almeno a se stessi) forme che ancora non ci sono, di analizzare forme preesistenti, interiorizzarle e sintetizzarle in forme nuove (personali, originali, variate). Insomma, di “vedere” una forma nuova, diversa: e di farla percepire agl’altri.

    Quanto al discorso sulle aspettative del discorso, credo, Giulio, che l’esempio che porti riguardo Pinocchio non c’entri molto. L’attacco di Pinocchio (“C’era una volta… Un re!, diranno i miei piccoli lettori. No: c’era una volta un pezzo di legno”) riproduce una formula tipica variandola e creando un effetto spiazzante. Collodi ha pero’ lavorato non sulle aspettative dei lettori, ma appunto su una formula preesistente.

    Lavorare invece sulle aspettative dei lettori significa conoscere innanzitutto i propri lettori. Ad esempio, se tu fossi un Re e io fossi il giullare, io conoscendoti potrei scrivere un testo nel quale il mio personaggio, tanto per dire, ama la mostarda e le castagne e quando era piccolo leggeva il Corrierino dei Piccoli e giocava con Ercolino Sempre In Piedi. Potrei scrivere un romanzo postmoderno. Potrei scrivere un romanzo sul tema del corpo, del male e sulla teologia. Il rischio (sono d’accordo che bisogna andarci cauti quando si parla di aspettative: in fondo con l’invenzione del Lettore Ideale Umberto Eco suggerisce che delle aspettative dei lettori empirici si puo’ ampiamente infischiarsene) quando si lavora sulle aspettative dei lettori, di un pubblico e’ che quel testo funzioni solo per loro: e che quindi manchi di un’anima.

  73. Giulio Mozzi Says:

    Marco, dalla tua obiezione sull’esempio collodiano capisco che quando tu e io parliamo di “aspettative dei lettori”, non parliamo esattamente della stessa cosa. Tu dici che in quell’incipit Collodi “iproduce una formula tipica variandola e creando un effetto spiazzante. Collodi ha pero’ lavorato non sulle aspettative dei lettori, ma appunto su una formula preesistente”. Quando io direi che in quell’incipit Collodi, appunto, lancia un’esca, crea una aspettativa, fa una variazione, spiazza il lettore, e poi mette il tutto in scena, addirittura metanarrativamente. Più “lavoro sulle aspettative dei lettori” di così… (direi io; secondo il mio uso delle parole).

    E infatti tu subito dopo (grazie) spieghi cosa intendi per “aspettative dei lettori”. Mi par di capire che tu intenda “aspettative di contenuto“, o più esattamente “di materia“. Ci metti anche una frase (“potrei scrivere un romanzo postmoderno”) che è un tratto descrittivo formale: ma è una frase contro dieci.

    Queste aspettative di materia, peraltro, hanno il loro bravo aspetto formale: se io mi commuovo leggendo di mostarda e castagne e Corrierino e Ercolino, mi commuovo perché questo mi ricorda la mia lontana infanzia, e perché la mia forma è quella d’un uomo che, al contrario dell’Ercolino, sta sempre capovolto: rivolto all’infanzia anziché al domani (come avviene quasi a tutti a una certa età; mia madre, ottantaepassenne, legge quasi solo libri che le ricordano la vita in paese, le cose fatte a mano, eccetera). Se mi lascio coinvolgere da libri che parlano di corpo, male e teologia, è perché la mia forma è quella d’un uomo rivolto a un esterno (teologia), percepito però come un interno (corpo). Se leggo con passione romanzi a impianto complottistico, alla Dan Brown, è perché sono un uomo che ha una forma complottistica, eccetera. Un lettore che desidera una certa materia è un lettore che ha una certa forma, o almeno – forse è più sensato, in quanto più limitato – una “aspettativa di materia” può essere descritta come radicata in una “forma dell’aspettativa”.

    Allora. Io, ti confesso, non mi sono mai domandato se la materia delle mie storie rispondesse a un’aspettativa di qualcuno. Ho scoperto, questo sì, a storie pubblicate, che qualcuno aveva un’aspettativa particolare, rivolta alla materia di quelle storie. E’ a causa di una “aspettativa di materia” percepita da Gabriele Dadati, ad esempio, che l’editore Laurana mi ha proposto di ripubblicare “Il male naturale”.
    Mentre il gioco, l’illusione, l’engagement con le aspettative formali del lettore sono sempre stati, per me, lavoro consapevole: confusamente consapevole all’inizio, ormai credo quasi perfettamente consapevole (tanto da fare senz’altro di me, se valesse l’aforisma di Lucio – “i peggiori romanzi sono forse quelli scritti da critici letterari” – un autore veramene a rischio).

    (Infine: mi domandavo se il significato della parola “sensibilità”, come tu la adoperi, non sia affine al significato della parola “habitus“, come usata da Bourdieu. Una buona scheda su Bourdieu è in Wikipedia, qui).

  74. Marco Says:

    Giulio, quando mi scrivi: “Marco, dalla tua obiezione sull’esempio collodiano capisco che quando tu e io parliamo di “aspettative dei lettori”, non parliamo esattamente della stessa cosa” mi sembra, questo, un po’ troppo un espediente retorico. Potrebbe essere usata a proposito di qualsiasi espressione, come per esempio: “Passami il sale, grazie”. Io ti passo il sale e tu mi rispondi “No, ma io per sale intendevo pepe, perche’ io a casa mia metto il sale nel barattolo del pepe e il pepe nel barattolo del sale”. Direi che pero’ le cose sono me in modo un po’ troppo soggettivo.

    Cerco di spiegarmi meglio. Posto che potrei anch’io impostare il discorso sulle definizioni appoggiandomi a Wikipedia e ai dizionari disponibili sulla rete e ricordarti la definizione di “aspettativa”, farti notare che su Wikipedia sono riportate tre tipologie di “aspettative” (quella nell’ambito del “diritto”, della “sociologia”, dell'”economia”), ce n’e’ una sull’aspettativa di vita, ma non c’e’ nessuna “aspettativa letteraria” o “del lettore”, provo, invece, a farti semplicemente un esempio.

    Mettiamo che Tizio inviti a casa sua Caio per giovedi’ prossimo a cena e che Caio risponda che certamente verra’. E’ facile comprendere che l’aspettativa di Tizio e’ che Caio si presenti a casa sua secondo quanto stabilito. Questa e’ piu’ o meno un’aspettativa formale, rigida, obiettiva. La cena e’ alle otto, Caio si deve presentare alle otto – piu’ o meno. Caio pero’ si presenta alle sette e questo determina una reazione di sorpresa che anche noi siamo in grado comprendere. Caio contravviene a regole di buona creanza, di educazione, regole rigide, oggettive, per tutti. In questo caso Caio lavora su una “regola”, su uno “schema” e lo cambia – spiazzando Tizio cosi’ come spiazzerebbe chiunque. Un po’ come fa Collodi con nell’incipit di Pinocchio.

    Mettiamo invece che Caio alle cena di Tizio non si presenti minimamente e che questo a Tizio non generi nessun moto di sorpresa, ma anzi gli faccia piacere. Per ottenere questa reazione la sola ragione plausibile e’ che Caio sia in possesso di informazioni sulle “reali aspettative” di Tizio. Non c’e’ altra spiegazione, e si capisce che questo atteggiamento acquista un senso ed e’ possibile solo nella relazione Tizio-Caio. (Una delle reazioni possibili di chi sta leggendo queste parole, infatti, potrebbe essere quella di non afferrare l’esempio).

    La distinzione che operi tra “aspettativa di materia” e “aspettativa di forma” non ha ragione di esistere. Se io sono in possesso di alcune informazioni su di te, se ti conosco, posso lavorare sulle tue “reali aspettative” e soddisfarle oppure disattenderle. Le aspettative possono essere sia “di materia” (so che ti piace la mostarda; parlo della mostarda) sia “di forma” (so che ti interessano i romanzi postmoderni; scrivo un romanzo postmoderno) sia “di materia” che di “forma” (ti piace la mostarda e ti interessa leggere romanzi postmoderni; io scrivo un romanzo postmoderno che si intitola “Mostarda”).

    Con tutte le conseguenze che si possono immaginare.

  75. Giulio Mozzi Says:

    No, non era un espediente retorico, Marco. Era un tentativo di capire se stavamo dicendo la stessa cosa con parole diverse, o due cose effettivamente diverse.

    Trovo bizzarra l’idea che tra non abbia ragione di esistere la distinzione tra “aspettativa di materia” e “aspettativa di forma”. Che lavorando su questa o su quella si possa ottenere il medesimo risultato, può essere. Ma – per andare da Padova a Vicenza posso scegliere tra la corriera e il treno. Il risultato è lo stesso (arrivo a Vicenza), ma non è che non ci sia differenza, e quindi possibilità di distinguere, tra i due mezzi.

  76. Marco Says:

    Giulio, il fatto che trovi bizzarro che non abbia ragione di esistere la distinzione tra “aspettativa di materia” e “aspettativa di forma” non significa nulla. E’ un giudizio di valore tuo dato su una distinzione che hai operato tu e che io mi sono permesso di definire inutile. Io ho fatto solo degli esempi e tu sei saltato alla conclusione che esistono (per me!) “aspettative di materia” e “aspettative di forma”. Io ti ho spiegato che questa distinzione che trai dalle mie parole non ha ragione d’esistere dato che mi pare chiaro (e in effeti lo e’ chiaro, a meno che vogliamo far finta che non lo sia, ma allora torniamo al discorso del barattolo del sale e a quello del pepe) che si puo’ lavorare su qualsiasi aspettativa del lettore posto che le si conosca e quante piu’ informazioni avro’ a disposizione sul conto del lettore tanto piu’ potro’ lavorare sulle sue aspettative. Non fa una piega.

    D’altra parte non a caso ti ho portato l’esempio del Re e del Giullare. Cerchiamo di essere pratici. Posso scrivere una storia lavorando sulle attese di un lettore se le conosco. Tuttavia gia’ scrivere una storia per due lettori che sono totalmente diversi tra loro diventa semplicemente un tentativo: ipotizzo che la mia storia come l’ho scritta possa andare bene e per l’uno e per l’altro. Diversa e’ la questione se i lettori hanno gusti omogenei: ma davvero esistono lettori che hanno gusti totalmente omogenei? La risposta e’ ovviamente no: quindi ancora una volta la mia storia “tentera’”, “si sofrzera’” di lavorare sulle aspettative del mio pubblico che ha cosiddetti gusti omogenei. Allora lavorare sulle aspettative dei lettori in carne e ossa puo’ essere rischioso (scrivo un testo che va bene per te, solo che non lo capisce nessun altro) e quasi quasi mi viene da pensare, prestando attenzione alle parole, che non e’ realmente possibile farlo.

    Tanto e’ vero che lo stesso Eco per parlare delle aspettative del lettore deve arrivare a inventarsi per forza un Lettore Modello che assomma tutti i lettori empirici. Scrivi per il Lettore Modello, dice Eco. Logico, perche’ come si fa scrivere per dieci, venti, quattromila lettori empirici? Bisognerebbe conoscerli uno ciascuno e uno ciascuno dovrebbero avere “gusti omogenei”. Ma se ci pensi, Giulio, il Lettore Modello altro non e’ che una forma data e preesistente: sta li’ fisso e immobile con i suoi desideri e le sue aspettative. Dunque quando si scrive per soddisfare le attese del Lettore Modello in realta’ si sta lavorando su una forma preesistente e questo lavoro avra’ come effetto – sperabilmente! ipoteticamente! – di colpire le aspettative dei lettori empirici, reali, in carne ed ossa. Che e’ esattamente quello che ha fatto Collodi con l’incipit di Pinocchio.

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