La dissoluzione familiare. Di cos’hai paura?

by

di Enrico Macioci

[Di che si tratta. * Personaggi, ambientazioni, tempi. * Questo capitolo in Pdf.]

[Ricordo che, essendo questo romanzo assai folto di note, si è provveduto a una doppia impaginazione. Nel Pdf scaricabile le note sono, come nei libri, in calce alle pagine; nel post qui sotto le note, per praticità, sono inframmezzate al testo nel loro luogo d’inserimento, e scritte in corpo minore. gm]

San G.

San G. è un santo non canonizzato dalla Chiesa cattolica, che anzi ne osteggia più o meno apertamente le molteplici e multiformi attività, non potendo però occultarne lo straordinario carisma e le doti apparentemente inspiegabili. Egli medesimo si definisce un “santo laico”, oppure un “laico santo”, a seconda dell’umore che è assai variabile e dal buono tende all’ottimo al magnifico all’estatico. Non si sa se il nome San G. sia stato scelto da lui o da qualcun altro, né mai si saprà. Non si sa, né mai si saprà, di dove San G. provenga e quando sia nato e da chi. I suoi sempre più numerosi adepti lo chiamano San G. senza domandare altro. Tutti gli danno del tu, ma chi vuole può dargli del lei (anche se nessuno vuole). Gli adepti di San G. sono accomunati da alcune caratteristiche quali un certo grado di intelligenza, sensibilità, apertura mentale, mancanza di pregiudizi, generosità, solidarietà, spiccato senso artistico e del bello. Si potrebbe dire, semplificando alquanto, che essi rappresentano l’esatto opposto dei Fratturatori dell’OSF. Non è San G. a selezionare gli adepti (che lui non definisce mai adepti, anzi che lui preferisce non definire affatto), poiché San G. ritiene che verranno a lui solamente coloro che a lui vorranno venire. San G. non respinge nessuno a priori, ma sa già fin da subito chi resterà con lui e chi andrà via. Anche se s’imbatte in qualcuno di cui è convinto (sempre a ragione) che andrà via, San G. si guarda bene dal cacciarlo o anche soltanto dallo scoraggiarlo seppur lontanamente: lascia che sia l’interessato a nutrire nei confronti di San G. una tale nausea e un tale disprezzo o rabbia o addirittura furia cieca da spiccare la fuga di propria esclusiva volontà (ma attenzione: San G. non si comporta male apposta per indisporre l’interessato, è semplicemente se stesso e, come aveva previsto, l’essere se stesso basta e avanza per trasformare l’interessato in un ex-interessato). Gli adepti di San G., il cui numero va aumentando d’anno in anno in ogni piega più riposta del Paese, si riuniscono nel cosiddetto Intreccio Cultural-Psico-Animico Con Interazione Delle Principali Religioni Della Terra il cui acronimo è ICPACIDPRDT, un vocabolo abbastanza difficile da pronunciare perché ci si rivolga all’attività suddetta semplicemente indicandola con la parola Intreccio (il cui logo consiste in un groviglio di mani diverse, alcune nere, altre gialle, altre munite a quanto pare di tre dita o di unghioli a mo’ di lince, a rappresentare l’accoglienza nei confronti della diversità anche le più abissali di cui l’Intreccio si rende capace). San G. propugna un’integrazione fra cristianesimo, ebraismo, induismo, islamismo, buddhismo, taoismo, jainismo, scintoismo, confucianesimo, zoroastrismo, bahaismo, gnosticismo, ermetismo, mazdeismo, manicheismo, mitraismo, geovismo, essoterismo, ayyavali, bahà’ì, caodaismo, celtismo, neopaganesimo, odinismo, rastafarianesimo, scientology, sciamanesimo, shintoismo, sikhismo, wicca, senza disdegnare il contributo di dottrine quali la teosofia e l’antroposofia e la psicologia eccetera, nell’afflato d’una fede comune e condivisa ecumenicamente e mescolata alla scienza e alla cultura intellettuale. San G. tiene gl’incontri dell’Intreccio galleggiando a mezz’aria con le gambe incrociate sotto il corpo e le braccia conserte, il profilo d’avvoltoio e gli occhi azzurrissimi che avvampano da dietro occhiali di corno privi di lenti, una pace superiore che emana dalla figura magra e un po’ curva. Sia i suoi estimatori che i suoi acerrimi nemici hanno tentato di risalire al significato della lettera G. che lo contraddistingue; ecco alcune delle ipotesi più credibili:

a) che egli rappresenti una sorta di punto G. spirituale;
b) che G. stia per Grande o Grandissimo o addirittura Gigantesco o Gigamentale o Giganterrimo o Grandioso o Grosso o Grossissimo o Grossissimissimo;
c) che egli abbia pescato a caso da un bussolotto e la prima lettera estratta sia stata la G.;
d) che la G. sia l’iniziale del suo nome o del suo cognome o di entrambi nella sua vita terrena precedente, prima della trasfigurazione che gli consente, nonché di galleggiare, di raggiungere formidabili stati di meditazione e trascendenza e di padroneggiare ogni branca del sapere spirituale e sapienziale;
e) che non abbia alcun senso.

ed Ham Bank siedono uno di fronte all’altro nello studio di San G., al terzo piano d’una splendida palazzina nella media periferia della Capitale. E’ una bella giornata di sole, con poche nuvole bianche che transitano da est a ovest, silenziosamente sovraesposte. Dall’ampia vetrata che domina la scrivania e che affaccia su un prato digradante da cui s’innalzano pini a ombrello, pioppi slanciati e chiare, flessibili betulle, entra una luce forte ma non prepotente, e dal vetro accostato s’insinua un vento carico d’aromi. Attorno alle siepi s’accalcano gl’insetti, e il rumore del traffico scavalca i tetti riversandosi nel parco attutito e gradevole, una specie di musica di sottofondo che invita al rilassamento e all’abbandono d’ogni crampo emotivo.
Lo studio di San G. è quadrangolare, con tutt’e quattro le pareti coperte di libri dal pavimento al soffitto. I libri riguardano teologia, filosofia e poesia. San G. infatti odia i romanzi.

San G. ritiene che la sapienza – che è l’unica cosa che gl’interessa e che a suo avviso conti davvero nella vita – non sia assolutamente raggiungibile attraverso la scrittura e/o la lettura d’un romanzo, poiché il romanzo con la sua lunghezza e con l’artificio dell’intreccio annacqua e falsifica l’intuizione seminale e fulminante e addirittura sconvolgente che reca la sapienza. “Il romanzo” ebbe a dire San G. durante uno dei suoi innumerevoli seminari “è una forma diaristica, un diario del passato, del già-trascorso, del già-detto, del trifola-palle insomma. Quando noi umani scopriamo qualcosa d’importante, una nuova dimensione antropologica, ecco che spunta fuori subito dopo qualche onesto romanziere a raccontarcela e a rendercela un po’ più accettabile o inaccettabile e magari carina o divertente o paurosa o ripugnante ma comunque adulterata, contraffatta. Le parole contraffanno sempre, ecco perché meno ce ne sono e meglio è – tranne che per opere frutto d’una conoscenza superiore e sottilissima del linguaggio [C’è il forte sospetto che qui San G. si riferisca a se stesso e ai suoi numerosissimi, ponderosissimi saggi, cui accenneremo fra breve]. Non dico sia un male scrivere romanzi (se sono buoni romanzi), ma è semplicemente inutile. Un romanzo come LA DISSOLUZIONE FAMILIARE per esempio non lo leggerò mai, benché mi si dica che io vi figuri come uno dei protagonisti assoluti. M’annoierei troppo, ecco.” Eccetera eccetera.

Un grosso gatto bianconero giace in una cesta di vimini, acciambellato con la comodità peculiare ai felini e ai pigri, in dormiveglia. Nell’aria si spande una musica senza parole, mentre un filo di fumo aromatico sale da una bacchetta posata in un vaso di terracotta finemente decorato.
“Perché ho paura, San G.?” domanda per l’ennesima volta Ham, appoggiando i gomiti sulla scrivania di San G. e mettendosi la testa fra le mani, in un gesto d’evidente stanchezza e/o esasperazione. E’ la trecentoduesima volta che pone a San G. la medesima domanda nelle ultime quattro ore e mezza.
“Non è questo il punto” ribatte San G. fluttuando con le gambe incrociate e le braccia conserte a un metro d’altezza, e variando l’altezza medesima di pochi centimetri ogni pochi secondi verso l’alto o verso il basso. “Non devi chiederti perché hai paura. Devi chiederti piuttosto se la paura non sia l’autentico vero perché, se la paura non sia il sintomo ma la causa, insomma devi chiederti se il solo autentico problema che abbiamo su questa Terra non consista in tutta la serie di problemi che ci mettono paura, ma nell’aver paura di per sé, nudo e crudo. Avere paura.”
“Mm, San G.” pondera Ham. “Questa mi sembra una riflessione decisamente troppo filosofica in un momento del genere. Senza offesa. E detto da me è tutto dire. Davvero! Se mio padre, se il vecchio Super Bank mi sentisse pronunciare simili parole anti-sapienziali e filo-pratiche e pro-economicistiche n’esulterebbe fino a farsi scoppiare entrambi i ventricoli – o almeno uno, non so quale però.” Ed Ham china il capo, forse ponderando su quale dei due ventricoli del padre avrebbe più probabilità di scoppiare.
San G. non dà segno di fastidio alcuno per l’osservazione mossagli. Sorride placido. “Prova a riformularmi la domanda, Ham” butta là. I suoi occhiali di corno senza lenti sembrano due cornici attorno a due fuochi fatui; la pinna nasale è un po’ arrossata; le labbra sottili lasciano scoperto appena il candore dei denti.
“Quella di poco fa?”
“La stessa.”
Ham ragiona con impegno, tergendosi il sudore dalla fronte spaziosa, atta alla speculazione. “Perché non ho non-paura?” sibila infine. “Potrebbe andar bene messa così? Perché non sono tranquillo, visto che la paura non è sintomo di problemi reali ma è una sostanza a sé – e ciò vuol dire che io non ho problemi reali? Va bene così?”
“Anche questa è una domanda sbagliata” spiega indulgente San G. mentre un raggio di sole trasforma i suoi occhi così azzurri e privi di ciglia in minuscoli, intensissimi laghi solcati da favolosi animali di saggezza e di gioia e d’ebbrezza allo stato puro.
“Ci sono domande giuste?” scatta Ham.
San G. ha un modo particolare d’aggirare i problemi; a furia di ruotarci attorno in effetti li ridimensiona, li pialla e ne ammorbidisce gli spigoli, ma Ham non è sicuro che ciò equivalga a risolverli. Nell’ottica di San G. non esistono problemi, ma San G. trascende la normale condizione umana e l’umano pensiero. Per San G., ad esempio, l’intero schifo della società che se ne sta andando tranquillamente in malora non conta. Non sono i politici ad essere corrotti, sostiene San G., ma «è il corpo politico a trovarsi in uno stato di corruzione ovvero in quanto già cadavere esso si corrompe», ragion per cui quei politicanti che vanno a puttane

Il termine in voga è, per la precisione, escort. Ma San G., in quanto santo laico o laico santo che dir si voglia, non esita a scendere nel turpiloquio qualora lo ritenga necessario per una migliore comprensione dei problemi e per un più efficace e generale progresso animico. Ragion per cui continua a indicare con escort una marca automobilistica e con puttane le puttane.

o a trans e pagano mazzette e prosperano nel mal costume e nell’ignoranza e restano attaccati alla poltrona oltre l’inimmaginabile rappresentano «emanazioni inconsapevoli di quel cadavere primigenio cui è ridotta la democrazia occidentale che sta divorando se stessa in preda a un poderosissimo attacco di auto/necrofagia», oppure «estensioni d’un problema molto più vasto perché antropologico, planetario ed eònico in senso cosmico e negativo/profetico.»

Il pensiero di San G. non è affatto di semplice comprensione, benché egli aspiri a una “facilità e accessibilità teorica tale che possano comprendere non soltanto le persone dotate di buona volontà e buon intelletto, ma financo gli idioti, gl’ignoranti, gli accattoni, i mentecatti, gli ubriachi riversi nei vicoli, i neonati, i moribondi, e poi i corvi con la febbre, i vermi in letargo, le murene col tumore, i lombrichi in necrosi, i microbi ritardati e i bacilli più aggressivi nonché ottenebrati dalla smania di distruggere e sordi a qualsivoglia concetto di pace nell’universo, se ho reso in qualche modo l’idea.” Il problema al momento, per San G., sembra consistere proprio in uno scollamento fra le sue intenzioni ecumeniche oltre ogni limite d’umana generosità e i limiti oggettivi dell’umana generosità, invece. A tal proposito, e nel tentativo di colmare questo iato cognitivo ma anche pratico, San G. ha pubblicato una sterminata serie di libri (nessuno dei quali è un romanzo), di cui qui forniamo solamente un breve elenco indicativo:
– L’anima scalena nel cuore isoscele: un triangolo cerebrale?
– Le virate teologiche sussumono il tessuto delle unghie sin nella pellicina infetta
– Dov’è Dio? Non certo dietro l’angolo dell’angolo
– Una breve storia dell’impossibile tentativo di non spiegare il fatto che l’universo possiede un funzionamento che molti hanno tentato di negare col non negare il caos/caso ovvero il caso/caos
– La poesia come sonda elettrica nel pozzo dell’orbe (o dell’orbo?)
– Hegel oggi: non c’è
– Hegel ieri: c’era? E se sì, dov’era?
– La modernità è l’antico che risorge urlando: “Modernità!”
– La tuta mentale del nostro bambino interiore immaturo è di un brutto color pisello
– Profetico vuol dire guardare indietro (ovvero la misteriosa utilità degli specchietti retrovisori mentali)
– La carrucola della Sapienza risale colma di pesci arrugginiti in mezzo ad ami dorati
– La moltiplicazione dei pani è un deleterio effetto post/industriale
– Traverso le chiome degli alberi la luna, forse, oppure un riflettore (uno studio più approfondito di quanto possiate immaginare su Leopardi e alcuni dei suoi Canti più celebri)
– La bontà di non strappare le zampe alle lucertole su un gradino cotto dal sole d’agosto nel ricamo d’un’ombra di mandorlo appena mossa dallo scirocco più opprimente
– Totalità parziale, ovvero quello che sappiamo di non sapere è meno di quello che non sappiamo di sapere
– L’insieme degli enigmi non è enigmatico come l’insieme delle banalità non è banale
– La foglia di fico della Chiesa e il fico d’India del deserto
– L’anima da concetto a fatto: una pietrificazione dolorosa ma necessaria dell’acqua interiore
– Il pellegrinaggio delle idee dalla caverna platonica al sottotetto delle multinazionali telematiche
– La psicosi materialista studiata attraverso le istruzioni sulle confezioni dei giocattoli per i bimbi fra 6 mesi e un anno d’età
– Il mondo delle idee in un bicchiere di vetro zigrinato rovesciato su un tavolo privo di tovaglia
– Il vagare dell’anima nel cranio inteso come cuore emotivo pallido e ossuto
– Siamo tutti uguali come tanti nani all’occhio di una giraffa pazza
– L’ombra come luce inversa
– Pensiamoci bene: era più buono Gengis Khan oppure Gandhi?
– Gandhi era più buono di Gengis Khan
– L’omino sulla montagna capovolta ovvero la storia di Madre Seno
– Pendenze cosmiche non meglio identificate
– La voragine non è sempre un abisso, ovvero l’eterno femminino visto da un maschio dotato
– Follia psichica e crolli viscerali in tane di formiche assassine
– La strana storia del coniglio che brucava l’erba viola
– La voce della luce
– Un manifesto contro il razzismo subliminale, ovvero un’intervista a noi stessi ubriachi fatta da noi stessi sobri
– Tutto ciò che vorreste dire a un lupo affamato vagante in una foresta arsa da un incendio che non ha lasciato un solo filo d’erba né un solo topolino anoressico da mangiare.

“Potresti riprovare” l’incoraggia San G..
Ham è nervoso. Si trova nello studio di San G. da tutte quelle ore e non ha ancora tirato fuori qualcosa di concreto. In giardino il fogliame mormora al vento sempre più fresco, le ombre degli alberi s’allungano sull’ondoso nitore del prato, i raggi solari sfiorano con maggiore inclinazione i tetti degli edifici di fronte, mentre le nuvole dal bianco piegano a un viola pallido ma già pregno di notturni presentimenti, di languori umidi. I gatti cominciano a circolare inquieti sui bordi dei muri e il gatto bianconero di San G. esce dal cesto, si stira ed esce sul balcone, fissando attento qualcosa dentro un gruppo di tuie.
“Ci rinuncio” fa Ham sbuffando.
San G. annuisce felice. “Bene. E’ sintomo d’intelligenza rinunciare per acclarata stupidità. Senza offesa, caro vecchio Ham.”
“Ma continuo ad avere paura” puntualizza Ham avvampando. Sa che San G. gli vuole bene e che lo stima. Una volta ebbe a definirlo
San G. annuisce come chi la sa lunga.
“Cosa mi dici, San G.?”
“L’avere paura è la paura da cui guardarsi” recita San G.. Ha un’estrema dimestichezza con le frasi complesse, un’altra caratteristica che in apparenza stride col suo desiderio immensamente ecumenico.
“E poi?” Ham è abituato a decifrare le sibilline risposte di San G., e poi è davvero una mente filosofica come poche. Ham possiede l’amena inclinazione a scovare problemi e dubbi da ogni questione, persino la più banale.

Ham manifestò sin da bambino tale sua infelice predisposizione. Appena nato, per decidere se ciucciare al seno destro oppure al sinistro impiegava ore e ore finché la madre, disperata, lo costringeva scegliendo per lui e strattonandolo violentemente per la collottola (e talora pronunciando frasi ingiuriose, un costume estraneo al temperamento di Anxiety che però influì assai negativamente sulla delicata sensibilità del figlio). All’asilo non seppe mai scegliere un migliore amico col risultato di venire isolato dai compagni e tacciato di traditore da tutti. Alle elementari non si decideva sulla materia che più gli piacesse e finiva per non studiarne alcuna, tanto che era l’ultimo della classe. Alle medie finalmente scoprì la filosofia, e da allora iniziò a porsi martellanti e ossessive domande sui massimi sistemi, rimanendo anche ore ed ore chiuso in stanze buie e inaccessibili. A volte trascorreva giorni interi senza mangiare e senza bere e senza dormire. Al liceo eccelleva nelle discipline filosofiche, e prese a buttare giù accanite analisi sulle opere di Eraclito, Anassagora, Anassimandro, Anassimene, Gorgia, Protagora, Pitagora, Platone, Aristotele, Plotino, Spinosa, Hume, Locke, Kant, Hegel, Schopenauer, Kierkegaard, Feuerbach, Nietzsche, Emerson, Benjamin, Adorno, Husserl, Heidegger, Wittgenstein, Deleuze, Marcuse, Derrida, eccetera eccetera. Non contento però delle analisi, osò contestare talune affermazioni e metodologie degli illustri pensatori di cui sopra. A sedici anni scrisse la sua prima tesina, ancora improntata a una certa modestia, dal titolo: TUTTI SU TUTTO HANNO TORTO TOTALE TRANNE ME. A vent’anni aveva già accumulato qualcosa come diecimila pagine di scrittura fitta su certi quaderni neri bordati di rosso che comperava in una cartoleria all’angolo; ragion per cui i genitori, sfiniti peraltro dai suoi sermoni all’ora dei pasti, lo mandarono dallo psicologo. Ma la terapia non funzionò poiché Ham ben presto s’applicò a metterla in discussione fin dalle basi e dai fondatori, e tanto Freud quanto Jung quanto Adler finirono sotto la sua torrida lente d’ingrandimento mentale. Lo psicologo un giorno, esausto per le continue, sofistiche e puntigliose osservazioni e trafitture del ragazzo, lo cacciò fuori dallo studio a calci nel culo restituendo al padre di Ham due mensilità di pagamento. Le parole testuali dello psicologo rivolte al signor Bank che domandava spiegazioni furono: “Non voglio più avere niente a che vedere con quel mostruoso rompicoglioni di suo figlio. Perfino i soldi se associati a lui mi fanno venire in mente un paio di palle calate nel frullatore e lasciate lì a girare per una decina di ere glaciali.” In un simile contesto, la scoperta di San G. da parte di Ham fu un’autentica fortuna non soltanto per Ham stesso, ma anche per i genitori e gli amici di Ham. Ham trovò finalmente qualcuno che sapeva tenergli testa e gli dava la fantastica, vitale sensazione di poter rispondere ai suoi pressanti e potenzialmente illimitati interrogativi, se soltanto lui avesse avuto la pazienza di rispettare i tempi biblici di San G. nonché la spaventosa, tardigrada lentezza che gli occorreva per partorire le grandiose teorie di cui sopra.

“Hai sbagliato domanda, caro vecchio Ham.”
Ham arrossisce, prende coraggio e chiede: “Non è possibile che qualche volta sia tu a sbagliare risposta, San G.?”
“Io sbaglio sempre le risposte alle domande sbagliate.” San G. annuisce a se medesimo, evidentemente apprezzando il proprio insondabile acume. Il suo sorriso non potrebbe essere scalfito neppure da una bomba all’idrogeno sganciatagli dritta sui denti.
“Quindi poco fa hai sbagliato risposta” controbatte Ham.
“Questa è un’altra domanda sbagliata.”
Ham è esasperato. San G. non è cattivo e nemmeno sadico. Semplicemente il suo modo di ragionare è diverso da quello degli altri. Con San G. sembra non si possa mai costruire una discussione oggettiva, lineare, semplice. San G. propugna il massimo della semplicità e poi dà l’impressione di voler complicare anche le questioni più elementari. E’ sempre così. Lui sostiene che
“San G., sono partito dalla Città per venire fin qui da te” fa Ham.
San G. annuisce. Guarda fuori e gli occhi azzurri s’imbevono di luce crepuscolare, entro cui nuotano i riflessi delle rondini e delle chiome alberate in movimento, come in un replay ad alta definizione. In cima al tetto d’una capanna per bambini al centro del parco si tende nel vento una bandiera coi colori della pace. “La pace è un’utopia” pensa San G.. “E l’utopia è la salvezza dell’umano. L’illusione ci salva dalla certezza, e la certezza in questa dimensione della vita è troppo brutta perché non diventi un’incertezza. Vivere nell’incertezza è l’obiettivo, finché non comprendiamo che le certezze non sono poi così terribili, che non sono quelle che pensiamo razionalmente, e cioè con tutta la forza della nostra debolezza.
“Sono parecchie ore che non faccio altro che sbagliare domande” incalza il Principe.
San G. annuisce. La bandiera della pace, tradita dal vento, s’accascia.
“Ma sta di fatto che continuo ad avere paura, San G.. La vita mi spaventa, le responsabilità mi spaventano, la disoccupazione mi spaventa, i rapporti umani mi spaventano, specie poi quelli parentali San G., questo lo sai bene. E poi mi spaventa letteralmente l’essere venuto al mondo, se poi l’essere venuto al mondo mi comporta questa paura lancinante di essere venuto al mondo. Non so se mi spiego. La vita mi pende addosso, San G.. Mi spenzola sopra come un macigno tenuto su da un chewing gum masticato secoli fa in vetta a una rupe chilometrica e franosa. Molto franosa. Una rupe di gesso e sabbia et similia. Tutto questo male che s’aggira, come ali di gufo a sbattere all’intorno, San G.. Tutto questo male che sta in agguato, che agguata. E la Grande Scossa non ha fatto altro che aumentare il male, ha incasinato ogni cosa e allargato il male fino a zone prima inconcepibili, fino ai limiti dell’umana sopportazione ha spinto il male agguatante dalle temibili ali di gufo all’intorno, lo capisci vero?”
San G. tace, gli occhi socchiusi, gli occhiali senza lenti un po’ calati sul naso avvoltoiesco e paonazzo.
“Voglio dire che La Grande Scossa avendo frantumato le case e le famiglie che ci vivevano dentro, avendo scoperchiato le nostre presunte certezze e le nostre abitudini e le nostre protezioni mentali ancor prima che materiali, avendo insomma sparpagliato con dolorosa efficienza le classificazioni e previsioni che ci siamo affannati a costruire per illuderci di poter stare tranquilli, la Grande Scossa avendo proditoriamente e violentemente operato tutto ciò ha comportato e comporta queste dannate relazioni parentali coatte, questi contatti ravvicinati da raffreddore emotivo, anzi da influenza spirituale se non addirittura da aids animico, cazzo.” Ham incalza. “Realmente insomma parrebbe che noi umani non siamo poi tanto animali sociali, se poi quando le circostanze ci costringono a diventare più sociali di quel che la nostra quotidianità ha minuziosamente predisposto ci riveliamo incapaci di autentica socialità, e anzi tiriamo fuori il peggio di noi, quel peggio che gli appartamenti e i muri e le porte chiuse e le finestre sbarrate e gli orari e la privacy in genere s’occupano d’ottundere e opacizzare sin quasi a eliminarlo, a farci credere che non esista. Ma invece esiste eccome, è radicato in noi come una pianta carnivora in ottima salute, e non aspetta altro che l’occasione giusta per mordere, NOI non aspettiamo altro che l’occasione giusta per mordere, per morderci. E’ così dal terremoto in poi. Siamo costretti a stare assieme ventiquattr’ore su ventiquattro, a far venir fuori il pollaio umano che è in noi, noi che ci eravamo messi su le nostre brave casette con le librerie con i libri ben impilati e le stoviglie in ordine e le calamitine attaccate ai frigoriferi e le foto incorniciate

Ham prova nei confronti delle foto incorniciate e/o appese alle pareti delle case una particolare repulsione, perché a suo modo di vedere simboleggiano in maniera molto forte sia l’ipocrisia umana che la fugacità della vita. Infatti nelle foto quasi sempre tutti sorridono e lo fanno forzosamente, e quasi sempre coloro che guardano e commentano le foto a propria volta sorridono e lo fanno forzosamente e poi fanno forzosi complimenti ai fotografati, e ciò accade a prescindere dalla realtà dei rapporti animici tra i fotografati e coloro che osservano le fotografie, e anche dei fotografati tra di loro, che magari al momento della foto si volevano bene o s’amavano (vedi per esempio una coppia), mentre adesso non si vogliono più bene o non si amano più e la foto è lì a ricordarglielo e a spingerli a fingere in pubblico un amore ch’è sfiorito e alle volte addirittura a fingere anche in privato e alle volte addirittura a fingere anche dentro di sé che non sia sfiorito l’amore per evitare d’ammettere un fatto troppo doloroso, il quale mentre smaschera appunto l’ipocrisia insita nei rapporti umani rammenta anche in modo alquanto brusco lo scorrere inarrestabile del tempo.

e i monili sistemati secondo una certa logica e un certo gusto e le tende d’un certo colore e il parquet d’un certo tono e le pareti d’un certa tinta eccetera proprio per evitare che il pollaio umano che è in ognuno di noi potesse venire fuori. Che il pollaio umano che è in noi spollaiasse. E adesso è venuto fuori. Sì’ perché più che piante carnivore somigliamo adesso che ci penso meglio a un gigantesco esercito di polli, nessuna gallina e tutti polli, anche le donne, tutti polli anzi galli nel pollaio, ogni gallo convinto del fatto e del becco suo, abbastanza convinto da beccare se necessario, e andiamo in giro a beccarci l’un l’altro quasi di riflesso, per istinto intendo, senza sovente neppure accorgercene, e così succede che distribuiamo di continuo beccate che non ci rendiamo conto d’assestare, e riceviamo di continuo beccate che gli altri non si rendono conto d’assestarci; ragion per cui la sofferenza di cui parlo a furia di beccate, la sofferenza becchereccia oltre a essere penosa ha questo di brutto: che è in buona misura inconsapevole o incoscia o fraintesa o deviata o mal interpretata e genera così altra, esponenziale sofferenza. E quando fra pochi mesi arriverà Poppy, quando il mio piccolo Poppy scaturirà dal grembo materno sarà ancora peggio, te ne rendi conto? Un pollaio umano attorno a un pulcino umano. Ti rendi conto che l’arrivo di Poppy rimescola le carte in maniera addirittura esiziale?”
Gli occhi azzurri di San G. sono praticamente chiusi, le narici lunghe e strette si dilatano appena e si restringono, si dilatano e si restringono. Le labbra sorridono. Il corpo magro lievitante a mezz’aria offre un’idea di grande serenità, una serenità addirittura indecorosa per un uomo che sta riflettendo intensamente (o che si suppone lo stia facendo).
“Debbo andarmene?” chiede Ham con rabbia, sbattendo i pugni sulla scrivania.
“Hai sbagliato domanda” gli risponde San G. senza aprire gli occhi, nella quiete del pomeriggio dolcemente naufragante.

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3 Risposte to “La dissoluzione familiare. Di cos’hai paura?”

  1. demetrio Says:

    posso dire una cosa legata all’impaginato. Io credo che il testo sia molto più bello con le note intrapolate nel testo. cioé io se fossi un editore lo pubblicherei come tu giulio lo editi on line e non come lo editi in pdf.

  2. andrea barbieri Says:

    Io mozzianamente leggo il testo e poi le note. Infatti apro subito il pdf, anche se a dire la verità pure il pdf scrollato su e giù presenta la stessa impaginazione di qui. Però graficamente non mi fa l’effetto di un testo unico, qui sì, e un po’ mi infastidisce la lettura. Cioè a me piace che le note siano note.

  3. andrea barbieri Says:

    Noto che rispetto a ‘Nascita’ il linguaggio è cambiato parecchio.

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