La dissoluzione familiare. Don Sisma e il vomito umano

by

di Enrico Macioci

[Di che si tratta. * Personaggi, ambientazioni, tempi. * Questo capitolo in Pdf.]

[Ricordo che, essendo questo romanzo assai folto di note, si è provveduto a una doppia impaginazione. Nel Pdf scaricabile le note sono, come nei libri, in calce alle pagine; nel post qui sotto le note, per praticità, sono inframmezzate al testo nel loro luogo d’inserimento, e scritte in corpo minore. gm]

Don Sisma

Don Sisma, noto anche semplicemente come il Don, prima della Grande Scossa aveva senza dubbio posseduto un altro nome; ma questo particolare, come tutti quelli che lo riguardano, è andato perso nel momento in cui Don Sisma ha voluto che andasse perso. Egli è titolare dalla notte dei tempi d’una parrocchia di periferia della Città da ben prima che esistesse la Città (che già di suo è una città molto antica), parrocchia tanto insignificante esteticamente e irrilevante politicamente quanto tenuta in alta e larga considerazione da un ampio bacino di fedeli. Del Don non si conoscono né luogo né data di nascita né parentele; sembra essere sorto d’incanto da qualche luogo ultraterreno – e probabilmente è così. Vive nella più assoluta severità di costumi, privo di televisione, radio e giornali, e tuttavia conosce ogni cosa che è accaduta e che accade e che accadrà nel mondo, e come faccia è un autentico mistero. La notte non dorme, ma sosta diritto immobile al centro d’una stanza piena di crocifissi e figure sacre appesi alle pareti decrepite ascoltando a ripetizione musica sacra, in special modo Bach. Non si sa se si nutra, e di cosa (ma le dimensioni della sua pancia, all’ombra della quale d’estate si stendono piccoli branchi di cani randagi e grossi branchi di gatti altrettanto randagi, fanno ragionevolmente ritenere che di qualcosa egli si nutra).

siede sul nero sgabello dell’organo, con le mani tozze aperte sospese a mezz’altezza, siede nella chiesa silente, nella chiesa deserta e semibuia screziata qua e là dalle fiamme tremule delle candele e dall’alito di giorno ch’entra traverso le vaste vetrate dozzinali, piove nella chiesa una luce unta di rosso scuro e viola scuro e oro scuro, un succo scuro come sangue che cola da una ferita in via d’asciugamento, il Don siede sullo sgabello dell’organo ai piedi delle canne metalliche dell’organo che giungono sin quasi a toccare il vertiginoso soffitto spoglio da cui ciondola quieto e verticale un incensiere bronzeo che getta intorno riflessi cangianti, siede lateralmente il Don rispetto all’altare di marmo addobbato da fiori bianchi e rosa e gialli e ricoperto da una tovaglia candida su cui baluginano un piattino, un cucchiaio e una piccola brocca intarsiata d’argento, e siede nondimeno innanzi a una delle tre grandi file di banchi sui quali figurano, in numero di quattro ciascuno, due sullo schienale e due sull’appoggiapiedi, cartelli ove sta scritto in cubitali caratteri di pennarello blu l’ingiunzione:
SIETE MORTALMENTE PREGATI DI NON OSARE NEMMENO PENSARE DI METTERE LE SUOLE DELLE VOSTRE SCARPE SULL’INGINOCCHIATOIO.
NEL CASO DI SEPPUR MINIMA PSICO-DISOBBEDIENZA

L’espressione starebbe a significare che Don Sisma, aggirandosi fra i banchi, sia in grado di percepire nella testa di qualche fedele vagamente ribelle un pensiero seppur fioco di fastidio o un remoto desiderio d’insubordinazione nei riguardi degli ossessivi e ripetuti cartelli appesi ai banchi, la quale percezione evidentemente gli basta per sbattere fuori dalla chiesa il malcapitato o la malcapitata senza tanti complimenti.

VI CACCERO’ PREVIE CRUDELI E RIPETUTE ANGHERIE.
DONSISMAINPERSONA
; siede là Don Sisma sopportando sulle robuste spalle i mali del mondo, sentendoli profondamente su di sé e altrettanto profondamente addolorandosene, il Don, quest’uomo vestito di nero con occhiali neri di spaventoso spessore e gigantesche basette nere a esagerata densità di forfora e immane sensibilità,

Le basette del Don assolvono la funzione delle vibrisse dei gatti e delle corna delle lumache, però a livello metafisico invece che materiale. Grazie al proprio inesausto fremito basettesco il Don s’orienta nel labirinto del Male e del Bene entro cui s’avventura quotidianamente, e il cui brusio indistinto basterebbe a confondere e far impazzire e suicidare nei modi più orrendi un uomo normale felice e soddisfatto della propria vita dopo appena una manciata di nanosecondi d’ascolto del brusio medesimo.

le labbra quasi inesistenti sul pallore gonfio del viso, gli occhi invisibili da sempre dietro gli occhiali ma che d’istinto verrebbe da pensare chiari sino a figurare albini, d’un chiaro oscuro, un chiaro sciroppato d’ombra o viceversa un’oscurità sciroppata di luce, il capo del Don completamente calvo, la pancia prominente, le cosce troncoidali sotto la tonaca lorda, il tenebroso Don Sisma ausculta quest’epoca di disgraziata e ininterrotta sofferenza universale, il crollo miserando e continuativo e pregno di scricchiolii dell’Occidente, annota nella mente il Don, sotto la cupola calva e nivea del cranio dall’immane capienza, le innumerevoli malefatte dei Grandi della Terra

Tale definizione include perlopiù personaggi realmente piccoli da un punto di vista morale, spirituale e intellettivo, per cui viene da domandarsi il motivo dell’espressione in voga. Voci insistenti cosiddette di corridoio vogliono che il motivo sia da attribuire alla piccolezza morale, spirituale e intellettiva di coloro i quali i Grandi della Terra hanno indottrinato affinché in tal modo essi vengano definiti sui giornali, in televisione e ovunque i mezzi di comunicazione facciano sentire il loro vagito cretino e patinato e martellante.

e parimenti le innocue marachelle dei bambini, l’eccidio di massa e la tortura del povero grillo su un isolato muro estivo, la guerra a fini di lucro e la zampa rotta al randagio già moribondo, le invasioni a fini petroliferi e gli scontri fra le bande di quartiere, e soffre chino sempre un poco impercettibilmente di più, come se il peso ch’è costretto a sopportare aumentasse di millisecondo in millisecondo, le mani tozze a mezz’aria pronte a calare sui tasti color osso ed ebano dell’organo, il Don seduto sullo sgabello nero dell’organo, le vene sporgenti e le basette ancor più sporgenti, presta l’orecchio ai lamenti e alle ingiurie, alle bugie e alle implorazioni, alle altezze e alle bassezze, questo Don grasso e poderoso, quest’indecifrabile sfinge d’adipe, questa macchina di miracoli e d’enigmi, solo nella Chiesa deserta e maculata di luce stanca dopo la Messa delle sei pomeridiane il Don palpa la superficie e al contempo la profondità del sentire collettivo e, nell’ambito del sentire collettivo, palpita la superficie e al contempo la profondità del sentire individuale, per quello che gli permettono le sue smisurate anzi sovrumane capacità cognitive, Don Sisma, un carismatico, un esorcista,

Si racconta che il Don abbia cacciato durante la sua gloriosa e infinita carriera non meno di ottocento diavoli dai corpi umani; generalmente i diavoli al vederlo si precipitano a capofitto dentro maiali già suicidatisi per conto proprio in fondo al mare (il fondo del mare è pieno di mucchi di porci suicidi, e non soltanto presso il paese dei Geraseni). Si racconta che il diavolo sia letteralmente terrorizzato dal Don sin da quando per la prima volta lo incontrò nel Paradiso Perduto (ove il Don lavorava assunto da John Milton come custode notturno e buttafuori); e chi ha visto il Don adirato (ma anche no) dà al diavolo pienamente ragione.

forse un santo, di sicuro l’unica persona (se è lecito definirlo tale, e non è affatto lecito) sui cui nervi la Grande Scossa non abbia attecchito neanche un po’, il Don che non è mai uscito dalla canonica nemmeno per un secondo né durante né tanto meno dopo la Grande Scossa, che non ha messo la punta del naso piatto e ampio e dalle narici superbamente pelose e ingombre di moccio fuori dalla porta della canonica neppure per un secondo né durante né tanto meno dopo il disastroso evento, una canonica tenuta così male che accanto alla porta, ove il muro fa angolo e passa il canale di scolo, un ragno di presumibilmente spaventose dimensioni ha potuto costruire nel corso del tempo una ragnatela così ampia e spessa che dentro ci è rimasta impigliata una bottiglia di Coca Cola di vetro da un litro e mezzo ancora piena a metà, da anni e anni la bottiglia è là, e la bottiglia dopo aver resistito a bufere e raffiche di vento non è caduta nemmeno in occasione della Grande Scossa da tanto che è ben impigliata nell’immonda ragnatela, il Don adesso a intervalli regolari cala con forza le grandi mani sulla tastiera dell’organo producendo suoni brevi e cupi e ammalianti, una melodia metafisica si sparge nella chiesa deserta e sempre più tetra ove la luce è sempre più stanca, ove le candele galleggiano simili a fantasmi che sentono freddo e vorrebbero fuggire senza potere farlo, perché neppure i fantasmi possono fuggire dal Don. Questo è Don Sisma. Un uomo che quando giunsero i soccorsi, poiché la canonica ha retto bene all’urto della Grande Scossa ma riportando comunque un certo numero di lesioni e alcune crepe non strutturali, il Don dicevamo non aprì la porta nonostante i soccorritori suonassero con insistenza il campanello non senza un disgustato sgomento alla vista della bottiglia di Coca Cola presa nella ragnatela assieme ai calcinacci e domandandosi come potesse esservi al mondo un ragno capace d’una simile opera di struggente repellenza, e come potesse esistere qualcuno che avesse permesso al ragno di costruirla presso l’uscio di casa propria. Uno dei soccorritori addirittura vomitò la cena davanti alla porta del Don, sul logoro tappetino del Don si riversò una sostanza che qualche ora prima aveva avuto l’aspetto d’un hot dog con patatine fritte e gelato al caramello, una classica squallida cena da Mac Donald, e anche se i compagni lo giustificarono adducendo lo stress del momento e i postumi emotivi della Grande Scossa eccetera, è assai probabile che il disgraziato non abbia retto razionalmente ed emotivamente alla vista d’una ragnatela capace di fungere da amaca per un bimbo fino a dieci anni d’età (purché di normale corporatura e di sonno non burrascoso). Il Don non aprì la porta ma, visti i reiterati tentativi di rintracciarlo, le urla e le prime spallate alla porta medesima, si risolse infine ad affacciarsi alla finestra del primo piano della canonica, avvolto in un camicione da notte e simile a un getto di petrolio apparve lento e inesorabile, un’eclissi di voragine contemplativa pencolò dalla finestra sporgendosi sul davanzale nella notte colma di nevrosi e follia e sirene con ieratica e colossale solennità.
“Vi benedico, e andate in pace” biascicò il Don con voce che avrebbe potuto ritenersi assonnata se non fosse risaputo che il Don non dorme mai.
“Venga giù!” gridò allora il capo dei soccorritori facendosi forza. “Non perda tempo a benedirci e scenda!” L’odore del vomito del compagno saliva a zaffate quasi materiali dal tappetino del Don.
Ma il Don non rispose, gli occhiali neri a coprirgli lo sguardo e ogni eventuale espressione, la bocca un salvadanaio chiuso.
“Le ho detto di scendere!” intimò con voce stentorea il capo dei soccorritori, esasperato dal fetore della cena del compagno sul tappetino.
“Vi benedico, e andate in pace” mugolò per la seconda volta il Don dalla finestra, la testa una bolla lattea sospesa sul caos, i fari dei camion dei vigili del fuoco e delle auto della polizia e della protezione civile che si riflettevano nelle lenti nere degli occhiali neri del Don guizzando come pesci elettrici in un acquario di tenebra, la mano tozza e marmorea sollevata piano nel gesto dell’ite missa est.
I soccorritori pativano il carisma schiacciante e pendulo

Aggettivo dovuto al fatto che il Don è affacciato alla finestra e dunque grava fisicamente sui soccorritori.

del Don. Non sapevano cosa dire né come fare per convincerlo a scendere di lì. Non è facile negoziare con Don Sisma, con chi s’accolla i mali del mondo e li restituisce purificati e disinfettati alla collettività ignara di tale complessa e trascendente lavorazione. I soccorritori si guardavano fra loro oppure guardavano il terreno, che ogni pochi minuti tremava come un budino in un frullatore. Poi guardavano alle loro spalle e ovunque la rovina, la polvere che saliva al cielo, la gente in fuga, mezza nuda e ferita e disordinata, e l’umana miseria e l’umano orrore mescolati in uno spettacolo di rara tragicità e crudele comicità e poi il pendulo Don dall’alto e il fetore del vomito sul tappetino dal basso li facevano pentire del lavoro che avevano scelto di fare, li facevano quasi pentire d’essere nati, a dir la verità. I soccorritori si trovavano in definitiva nella stretta micidiale fra la devastazione della Grande Scossa e il mistero feroce di Don Sisma. I soccorritori erano in palese difficoltà psicologica.
Allora il capo, colui che sempre riusciva a tirar fuori il meglio dalla squadra persino nei momenti più drammatici, prese fiato (trattenendo un colpo di nausea dovuto al fetore del vomito del compagno, il quale compagno frattanto restava piegato in due dagli spasmi e ogni tanto sbavava altro bolo di fu-Mac Donald sul tappetino del Don, e il bolo oramai gli arrivava fino ai gomiti e gli sommergeva le ginocchia intrappolandolo in una postura d’adorazione coatta), gonfiò i polmoni e il petto, attese un paio di secondi e poi diede voce con la forza che gli rimaneva: “Venga giù dannazione prima che saliamo noi a prenderla, maledetto prete sacco di lardo dei miei coglioni!”
Seguì un lungo, lunghissimo silenzio dentro il clamore della notte, un silenzio nel quale i soccorritori sperimentarono la magica sensazione di riuscire finalmente non proprio a guardare la propria anima ma perlomeno ad intuire la sua presenza, a percepire che un’anima esiste nonostante il male e lo schifo e la malattia e i disastri e la crudeltà gratuita e i Grandi della Terra e le Grandi Scosse e il resto, e una volta percepitala (l’anima) d’osservarla con lo stupore con cui s’osserva il proprio figlio appena nato, o con lo stupore con cui il proprio figlio appena nato osserva voi e il mondo in cui è caduto. Fu un istante, anche se a loro parve lungo e tendente all’infinito. Un lungo istante di benedizione, un regalo inatteso che scartarono mentalmente in quella notte franta dalla Grande Scossa, un momento che non avrebbero mai più dimenticato. Mai più. Ogni cosa o evento tacevano attorno a loro nel frastuono dei camion e dei sibili e delle grida e delle auto in corsa, c’era silenzio nel rumore, una sfera di quiete nel caos, e questa sfera li avvolgeva un po’ come la ragnatela avvolgeva la bottiglia di Coca Cola da un litro e mezzo ma senza alcuna malignità, e il mondo, l’universo acquisiva un senso superiore e ignoto, una specie di canto globulare e ceruleo e melodioso che li fasciava sin nel cuore, nei lombi e dietro gli occhi, nella zona morbida e calda dietro gli occhi, fino all’essenza stessa che non avevano mai sentito davvero di possedere pur sapendo in qualche modo di possederla. Il dubbio dentro di loro s’era infine risolto a favore dell’esistenza della propria essenza retroottica, guizzando a mo’ d’una misteriosa vampa verdazzurra.
Poi la voce di Don Sisma calò su di loro col volume d’un altoparlante da stadio moltiplicato per cento, un autentico tuono, una folgore brunita e scoscesa e multiforme di sensi:

Non è chiaro in che modo Don Sisma riesca a comunicare a più livelli interpretativi quando parla. Chi ha avuto la fortuna d’ascoltarlo abbastanza a lungo sostiene che è come ascoltare una radio che trasmetta contemporaneamente tutti i canali e permetta di comprenderli tutti. Ma anche questo esempio non è affatto soddisfacente per la comprensione dell’enigma.

“Vi benedico, ripeto per la terza e ultima volta. Ora però andate affanculo con le buone, prima che vi ci costringa io con le cattive.”
I soccorritori, il capo per primo, si dispersero allora veloci sul piazzale

Uno di loro, spaventato oltre misura dalla voce insostenibile del Don, inciampò in un gatto randagio che in quel momento gli tagliò la strada di corsa, e finì con la testa dritto in una merda secca di cane, il che non realizzò una coincidenza particolarmente sfortunata perché anche gli spazzini temono il Don e non s’avvicinano alla sua parrocchia (specie se la domenica non hanno osservato il sacramento della Santa Messa, cosa di cui il Don è misteriosamente a conoscenza anche se non si tratta di suoi parrocchiani), per cui attorno alla parrocchia del Don le merde di cane proliferano in maniera esponenzialmente più alta rispetto alle altre zone della Città, e sono così numerose che il livello generale della strada s’è innalzato di trenta centimetri, uno spessore costituito esclusivamente da merda canina, e si può accedere alla strada soltanto a bordo d’una jeep o di una macchina a quattro ruote motrici oppure d’un camion per i soccorsi, appunto. In ogni caso il soccorritore si rialzò subito e continuò a fuggire col capo confitto in mezzo metro quadro di merda canina, e ciò gli causò una pessima visuale e di conseguenza una rovinosa ulteriore caduta dentro una crepa spalancatasi a centro-strada, dove fu rinvenuto due giorni dopo mezzo soffocato dalla merda canina e dal vomito causato dal fetore della merda canina medesima, in mezzo alle case sotterranee frante dalla violenza del precedente catastrofico terremoto (non giova forse alla credibilità dell’umana intelligenza e dell’umana rettitudine rammentare che la Città sorge sopra decine e decine d’anteriori versioni di Città, tutte immancabilmente rase al suolo nel corso dei secoli da sfortunati eventi sismici. Cosicché la Città è in effetti una sorta di Città/grattacielo, decine e decine di Città una sull’altra, e le vittime dei numerosi terremoti se ne stanno in una specie di paziente e severa sovrapposizione di fasce geologiche dell’abuso edilizio e della speculazione e dell’incuria e della più genuina stupidità).

sentendo con chiarezza, benché non avessero il coraggio di guardare, che il Don restava alla finestra per assicurarsi che se ne andassero via di là e lo lasciassero in pace a meditare sui mali del mondo e ad accollarseli su quelle spalle così larghe e a tergerli e a restituirli detersi all’umanità ignara. E così fecero. Andarono via di gran carriera dalla parrocchia del Don, rituffandosi nel clamore insensato del dopo-Grande Scossa.
E adesso Don Sisma cala le grosse mani sull’organo nella chiesa buia e suona l’organo in maniera epilettica, alterna, dolente e potente, squarciando a colpi d’ascia sonora la quiete tinta di fuochi e profumata d’incenso e petali appena un po’ gualciti, e sente il male del mondo, lo sente, sente un male di cui la Grande Scossa è stata solo un sintomo, uno sfogo, un brufolo, al massimo un eritema, una conseguenza necessaria ma secondaria, sente l’avverso potere che minaccia l’armonia delle galassie in mezzo a cui il granellino chiamato Pianeta Terra viaggia e danza e rotola senza sosta.

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Una Risposta to “La dissoluzione familiare. Don Sisma e il vomito umano”

  1. andrea barbieri Says:

    Ohi, continuo a essere entusiasta.

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