La dissoluzione familiare. Nascita

by

di Enrico Macioci

[Di che si tratta. * Personaggi, ambientazioni, tempi. * Questo capitolo in Pdf.]

Nell’Anno

Nel porre in calce all’opera che segue un apparato di note s’è voluto risultare il più opportuni e discreti possibile; ciò per non invadere il legittimo campo della narrazione e per non infastidire il lettore con aggiunte, glosse o particolari di cui, francamente, non si sentiva affatto il bisogno. Troverete dunque, voi che v’avventurerete nel periglioso mare de LA DISSOLUZIONE FAMILIARE, qualche noticina sparsa qui e là a mo’ di tenue segnaletica, d’indice puntato verso il giusto orizzonte della fabula, d’incanalamento a favore d’una più completa e soddisfacente e totale comprensione della vicenda in ogni sua seppur minima e infinitesimale e finanche inutile sfumatura; e nulla più. Tutto qua. Non intendiamo tediarvi oltre con premesse o peggio ancora promesse, ché sarebbe un po’ come, che so, affermare che l’apparato critico dantesco sia più importante dei versi del Sommo Poeta oppure come, che so, affermare che un bel vestito (posto poi che questo vestito fatto di note che trovate qui di seguito possa definirsi bello) sia più importante del corpo femminile (o maschile se vi garba) che lo riempie oppure come, che so, affermare che un uomo che sta pugnalando selvaggiamente e ripetutamente alla carotide un altro uomo e mentre lo pugnala selvaggiamente e ripetutamente alla carotide sempre più sfasciata e scrosciante sangue e grigiume vario dichiara (all’uomo con la carotide scrosciante e sanguinante e sgrigiante) un amore e un affetto eterni e incondizionati e francescani e cristiani e insomma un’empatia che tracimi nella fratellanza, sarebbe come affermare che un tal uomo nell’ambito d’una tale azione risulti innocente perché le sue parole sono più importanti del suo gesto selvatico e iniettato di violenza belluina; e insomma non intendiamo dilungarci oltre su un argomento – quale quello concernente l’importanza rispettiva di note e testo nell’ambito dell’opera che avete fra le mani – cui già ci pare d’aver dedicato troppo spazio; senza tener conto poi che l’intero spazio dedicato a un argomento non esiziale come quello appena accennato sopra ruba un equivalente – quest’ultimo esiziale però – del vostro spazio, dello spazio prezioso che voi preclari lettori avete deciso di consacrare, nonostante lo stress e gli esaurimenti nervosi e le ossessioni e gli attacchi di panico e le depressioni e i tic e le manie e gl’impegni quotidiani quali il lavoro, la famiglia, i figli, il traffico, i colleghi odiosi, le riunioni di condominio da manicomio, la lotta strenua per procacciarsi un po’ di vacanze senza svuotare completamente il portafogli, e poi ancora il pagamento delle tasse e la mancanza di tempo libero e il cuore che sfarfalla e la prostata che non funziona e l’orina d’un verde preoccupante e il diabete che sale e la pressione alta (o bassa) e le influenze (quando non pandemie) letali e straveloci e i raffreddori singolarmente aggressivi e para-tropicali e poi specie nel periodo invernale quelle polmoniti fulminanti che ti strappano letteralmente via il respiro e ti scagliano in un letto d’ospedale a cercare di tirar fuori aria dai polmoni con le pinze, la questione delle note e del testo ruba un equivalente – dicevamo – dello spazio prezioso che voi preclari lettori avete deciso di consacrare a LA DISSOLUZIONE FAMILIARE nonostante gl’innumerevoli inconvenienti appena e di sfuggita sopra citati e molti, molti altri non sopra citati allo scopo precipuo di non rubarvi per l’appunto lo spazio prezioso che non intendiamo rubarvi.

della Grande Scossa

La Grande Scossa s’è verificata durante la notte d’un giorno imprecisato della primavera dell’anno …., nell’ambito del territorio ove sorge la Città, con epicentro proprio sotto la Città. Si trattò d’un terremoto così superficiale che un geologo ebbe ad affermare: “Un altro po’ più su e avrebbero tremato anche le nuvole.” La data, l’ora e la magnitudo della Grande Scossa sono state confuse e rese per sempre irreperibili presso gl’istituti di sismologia dell’intero orbe terracqueo. Sul perché la data, l’ora e la magnitudo della Grande Scossa siano state rese per sempre irreperibili occorrerà senza dubbio rifarsi all’aggettivo “Grande” che accompagna il sostantivo “Scossa”. Sembra infatti che a questo mondo tutto ciò che in qualche maniera, positiva o negativa, si rivela eccezionale, straordinario, fantastico e impreveduto, tutto ciò che esula dalla normalità insomma debba apparire edulcorato agli occhi della massa. Tale comportamento da parte di coloro che manovrano le masse non indica necessariamente disprezzo e/o inganno nei confronti delle masse, ma dobbiamo ammettere che non è facile individuare un movente che si rifaccia a buoni sentimenti. Aleggia sempre la sensazione che sulla Sindone, gli Ufo, i disastri ambientali, i complotti politici, le epidemie, i sexgates, i decessi di personaggi celebri, lo scoppio delle guerre, le scoperte scientifiche e i miracoli la massa ne sappia quanto può saperne un filo d’erba a proposito della lama della falciatrice che l’ha trinciato via nel mezzo d’un sereno e radioso pomeriggio estivo con il suono dei campanacci delle mucche all’intorno e i canti degli uccelli sui rami carichi di frutti; e ciò, per tutta una serie di motivi che coloro che governano s’ostinano misteriosamente a non voler capire, non è bello nei confronti della massa che poi saremmo noi, tutti noi tranne appunto coloro che ci governano.
Si trattò comunque, per tornare alla Grande Scossa, d’un fenomeno sismico di spaventosa potenza (un terremotato ebbe ad affermare testualmente: “Dalla finestra della mia cucina, prima di quella notte vedevo il Monte A e il Monte B. Dopo quella notte posso vedere il Monte B e il Monte C e delle due l’una: o il monte A è andato a farsi una passeggiata, oppure la passeggiata se l’è fatta casa mia”) su molti aspetti del quale (a parte la data, l’ora e la magnitudo) ancor’oggi non è stata raggiunta una chiarezza soddisfacente. Non si conosce il numero neppure approssimativo delle vittime; non si conosce il numero neppure approssimativo dei feriti; non si conosce il numero neppure approssimativo degli edifici danneggiati della Città (che è un’antica città d’arte e storia ricca d’edifici di gran valore); non si conosce una stima neppure approssimativa dei danni economici patiti dalla Città, sia per quanto concerne la ricostruzione urbanistica sia per quanto concerne la ripresa sociale ed economica; a parte questo però, tutto il resto è stato reso noto con prontezza felina e precisione millimetrica dal Governo Centrale, che ha preso a cuore la faccenda della Grande Scossa che ha colpito la Città in una maniera addirittura morbosa.

in Città vi furono molti parti.
Un certo numero di donne sfortunate mise al mondo le proprie creature addirittura nel bel mezzo della Grande Scossa, col risultato che le povere creature venienti al mondo schizzarono verfallianamente per terra o contro le pareti o sul soffitto o addosso alle ostetriche terrorizzate dagli spasmi tellurici, procurandosi precoci fratture ossee e indelebili crepe psicologiche.

Molti degli uomini e delle donne nati durante i circa quaranta minuti (sic) della Grande Scossa trascorsero la loro intera esistenza in un sanatorio posto in un luogo sperduto e sommamente pacifico fra le smeraldine montagne e gli azzurri laghi della Svizzera chiamato ANTETAV (acronimo per Accoglienza Nati Terremotati E Tali A Vita). Qui molti di loro ebbero modo di leggere LA MONTAGNA INCANTATA di Thomas Mann e, poiché quello era l’unico libro presente in sanatorio, lessero e rilessero il romanzo sino a un naphtesco suicidio.

Un bimbo fu catapultato in cima al lampadario al neon della Sala Travaglio e le sue tenere manine nuove di zecca vennero fritte dal neon senza pietà veruna, e sfrigolarono e fumarono e poi emanarono odore di pesce guasto e cibo cinese guasto per due settimane di fila anche dopo che furono staccate dal’incandescente crudele neon; un altro bimbo tirò fuori il faccino dall’utero materno soltanto per ficcarlo di slancio in una cassetta che avrebbe dovuto distare alcuni metri dal letto ov’era stesa la madre e che invece il movimento tellurico aveva avvicinato fatalmente e che risultò colma d’attrezzi chirurgici, i più affilati dei quali provvidero a bucare i soffici e bianchicci occhietti del bimbo sprofondandolo in una cecità perenne che gl’impedì financo di farsi una sia pur vaghissima idea del mondo crudele ov’era piovuto in maniera tanto traumatica; una bimba invece rientrò precipitosa nella pancia della madre dopo un rapido e schoccante sporgersi, una sconvolgente prima sbirciata, e la madre era una gigantessa d’oltre tre quintali e mezzo di peso per quasi tre metri d’altezza che avevano condotto in Sala Travaglio con un pulmino munito di copertoni rinforzati, e poiché il dottor Cavafeti era sconvolto dal carambolante cataclisma non meno delle sue procaci assistenti e se la diede a gambe lungo i corridoi dell’OSF,

Acronimo per Ospedale Della Sacra Frattura (Purché Non Fatale), ove il vocabolo Della è stato saltato per motivi misteriosi da qualche burocrate poco propenso alla precisione, e il sedimento dell’uso volgare quotidiano ha fatto il resto determinando la scorrettezza. L’acronimo completo – pur sempre restando anche qui l’irrecuperabile iato concernente il vocabolo Della – sarebbe OSF (PNF); ma un certo numero di persone ha ritenuto nel corso del tempo che si trattasse d’una sigla troppo complicata foneticamente per essere pronunciata così di frequente come richiede la sigla d’un ospedale, e di tale acronimo completo (esclusa beninteso la parola Della, fin da subito ignorata da un caprone superficiale di burocrate) resta traccia oramai solo in alcuni polverosi tabulati della Città il cui Palazzo Comunale, un tempo famoso per la preziosa Torre Campanaria e per l’eleganza della facciata a bifore di marmo bianco su muratura arancio e una graziosa serie di balconi fioriti, è ora un miserabile cumulo di macerie. Va inoltre specificato che la parentesi fu aggiunta in un secondo momento, allorquando ci si rese conto che il nome poteva tendere a una visione augurale negativa della vita e dei suoi possibili – addirittura probabili, oseremmo dire inevitabili – accidenti. Vi fu nel Palazzo Comunale della Città (che al tempo faceva la sua gran bella figura con la Torre Campanaria e i balconi fioriti e le bifore e le bandiere che garrivano sulla facciata color arancio nel vento freddo proveniente dalle Montagne) una leggendaria riunione fiume di burocrati sciocchi e assessori comunali ancor più sciocchi che durò qualcosa come settantadue ore filate, al termine della quale tre persone subirono un ricovero all’OSF per esaurimento nervoso e altre tre per crisi di fame e/o sete, e nell’ambito della riunione fiume venne statuito di “ammorbidire” la negativamente augurale dicitura con una sorta di giustificazione preventiva, nel caso qualcuna delle implorate fratture risultasse fatale al paziente di turno e i parenti e/o gli amici del paziente di turno trovassero il fatto troppo spiacevole e di malaugurio per non rivalersi finanziariamente o materialmente sull’OSF (per materialmente intendiamo questo: una volta un uomo che aveva appena perduto la moglie in seguito alla caduta della suddetta moglie da un ottavo piano durante un infruttuoso tentativo di recuperare un calzino volato via sulle ali capricciose delle brezze tese spiranti dalle Montagne, resosi conto solo dopo il decesso della moglie terribilmente sfigurata e maciullata [la poveretta precipitò sopra le biciclette dei figli dei condomini parcheggiate a lisca di pesce accanto alla parete del palazzo e irte di manubri, sellini e cestelli, e uno dei manubri le entrò nell’occhio sinistro talmente in profondità che non fu più possibile rimuoverlo e la poveretta venne deposta nella bara e sepolta col manubrio attaccato al capo] del significato dell’acronimo della struttura di ricovero, senza colpo ferire andò in cerca del Direttor Siringhetti, lo scovò nel suo studio e gli frantumò una bottiglia di Schweppes in vetro – che teneva nascosta sotto il giaccone senza averla aperta – sulla testa. Soltanto i prodigiosi riflessi permisero al Direttor Siringhetti di penetrare con una siringa piena di Super Valium Kappaò Tecnico, ch’egli porta sempre con sé ovunque si trovi, anche in chiesa o alla mensa dei poveri (dove peraltro non si reca mai), il braccio nerboruto dell’aggressore prima che l’aggressore infierisse, e immediatamente prima di svenire egli stesso con rivoli di sangue che gli uscivano per ogni dove dalla cima della testa calva giù lungo le spalle e il camice immacolato ed entrandogli nella bocca semiaperta e rischiando così d’andargli di traverso e soffocarlo, cosa che per fortuna non accadde).
L’OSF fu progettato da un genio giapponese trapiantato nella vecchia Europa di nome Geo Metricus, del quale non si conoscono né la data di nascita né lo stato attuale né dove risieda, una sorta d’Ettore Majorana post litteram con gli occhi a fessura e la pelle gialla e la statura risibile. L’OSF consiste in una serie di raggiere di cemento marrone chiaro che si sviluppano in maniera disordinata e apparentemente insensata formando così uno sconfinato labirinto basso e inestricabile. Sovente vi si perdono anche i medici e gl’infermieri che vi lavorano da anni se non decenni. Qualcuno non è stato mai ritrovato ed è con ogni probabilità perito in quei meandri, alla maniera di Jack Nicholson fra le siepi innevate dell’Overlook Hotel. L’OSF è a un solo piano. La cosa lascia stupefatti se si pensa a quanto spazio Geo Metricus avrebbe potuto risparmiare progettando qualche piano in più. Ma Geo Metricus motivò la propria scelta col fatto che la Città si trova in zona sismica e che vista l’incuria con cui le ditte di costruzione tirano su gli edifici nel Paese, per quel che gli concerne egli progetterebbe edifici addirittura rasoterra, edifici entro cui letteralmente strisciare come topi o lombrichi per via della merdosa qualità dei materiali che usano le ditte di questo stradannato Paese, ecco cosa disse.

per quel che se ne sa la povera nascitura sconvolta dalla sbirciata nel diabolico fragore della Grande Scossa si trova ancora adesso nella pancia della gigantessa (la quale fu colpita da una leggera forma d’infarto e sparse mezzo litro di bava sul telo verde che tentava invano di coprirne le imperiali forme, e al presente vive su una branda per elefanti epilettici,

Gli elefanti epilettici, data la pericolosità dei loro movimenti a scatti combinati con la mole spaventosa, sono ridotti all’impotenza da certe letali punture letargiche (di cui si sussurra il copyright appartenga al Direttore Siringhetti), e poi sistemati su apposite brande munite di resistentissimi lacci che gli elefanti, una volta risvegliatisi, non posseggono la forza di strappare; dopo di che le brande vengono lasciate nel mezzo irto di nebbie e pericoli della giungla, cosicché i leoni e le tigri e le pantere eccetera possono divorare di bell’agio gli elefanti, liberandoli al contempo una volta per tutte dal loro brutto male epilettico.

col petto squarciato e il cuore a cielo aperto dopo che l’operazione per salvarla fallì, e accanto al cuore che continua misteriosamente a pompare prese alloggio un cardellino che allestì un autentico nido, una vera suitedi nido con tanto di sterpi e foglie e bacche e piccoli cardellini junior cinguettanti che poi crescono e si danno il cambio con la generazione successiva eccetera, e per vedere tale prodigioso spettacolo all’OSF fanno pagare mille euro a persona tutti i giorni esclusa la domenica, che se ne pagano milleduecento),

C’è chi sospetta che la Chiesa, il Governo Centrale e l’OSF siano d’accordo nello spacciare per miracoloso, a puri fini di lucro, un fenomeno che potrebbe con facilità spiegarsi analizzando con attenzione il corpo mummificato della donna (che non è mai stata vista nutrirsi da quella notte famigerata in poi) e l’attrezzo meccanico che muove da dentro i suoi gigamentali ventricoli; né ci sembra di pertinenza assoluta la controprova addotta da Chiesa, Governo Centrale e OSF, ovvero la realtà inoppugnabile della salute dei cardellini.

e oramai la piccolina deve pesare uno sproposito e non dev’essere più molto piccolina, se nel prosieguo non è morta per strangolamento ventrale nel capace ma forse defunto alloggio materno.
Il tempismo del Principino Poppy non fu così infausto; egli venne al mondo parecchi mesi dopo, durante una scossa d’assestamento di medio/bassa intensità. Le ostetriche oramai abituate si limitarono a urlicchiare, l’anestesista a bestemmiare, Cavafeti mandò un ghigno scombinando l’impeccabile volto da borghese ricco e in carriera e con l’amante molto bella a dispetto della moglie bella e ancor fiorente, e a Madame Kaos Hammer-in-Bank parve di scorgere sulla parete della Sala Travaglio le streghe del Macbeth (di cui aveva seguito una rappresentazione teatrale per la prima volta pochi giorni prima, giudicandola opera “un pelino ossessiva e alquanto spinta in direzione d’una fantasia cupamente ancorché scopertamente bambinesca”) indicarla e prenderla in giro e danzare attorno a un calderone con movenze oscene e parolacce di pessimo gusto, specie in un momento tempestoso come quello; ma nulla più.
Non appena mise fuori il musetto Poppy cominciò a urlare come un forsennato, ragion per cui quelli in attesa fuori della Sala Travaglio tirarono un sospiro di sollievo. Ham Bank pianse velocemente e strinse la mano a Caverna Hammer

Caverna Hammer, quattordicesimo figlio d’una soprano fallita e d’un camionista camorrista e tabagista e alcoolista, avrebbe dovuto chiamarsi nelle intenzioni della madre (le cui aspirazioni artistiche erano in gran parte naufragate per via di un talento davvero modesto, anche se lei era solita incolpare la Sorte oppure I Familiari Senza Sentimento o ancora l’Ingiustizia Sociale o il Maschilismo o addirittura Il Fato Di Cattivo Umore) Cantachiaro-chiaro-chiaro Hammer; ma non appena estratto a colpi di forcipe dall’utero, il piccolo emise lamenti così cupi che pareva piangesse dalla gola d’un pozzo petrolifero vuoto. La madre ne fu subito infastidita e addirittura addolorata, e da allora non volle quasi più saperne di lui, e si disinteressò d’allattarlo e lasciò la sua educazione alla vibratile sensibilità paterna; e il padre provvide subito ad affibbiargli l’appellativo di Grottino (ch’era il nome del suo vinello d’osteria preferito); all’udire ciò un’ostetrica di temperamento poetico almeno quanto quello di Hammer padre, e della quale adesso ci sfuggono le generalità, propose con mirabile tempismo l’alternativa di Caverna. E Caverna fu, tra i sopranici pianti materni e le bestemmie entusiaste del padre. Crescendo, la voce di Caverna Hammer mantenne tutte le promesse dei primissimi vagiti. Egli tirava fuori i suoni dalla bocca come si trovasse a una grande profondità oceanica, o dentro una bolla di cemento liquido, o affogato in una vasca piena di burro misto a colla; e perciò sovente le parole risultavano inintelligibili, come i testi delle canzoni quando le frequenze basse dello stereo sono troppo forti. In particolare, Caverna sviluppò un’avversione per le vocali aperte come a ed è, oppure per quelle alte come i, e un’insana passione per le gutturali, in special modo la g. Egli è capace di prolungare un suono come ggggggggggggggggggggg per qualcosa come tre giorni filati, notti incluse; un’abilità di nessuna utilità pratica, a meno che non si debba doppiare una mandria di mucche al pascolo in un film di quarta categoria, cosa che Caverna Hammer non ha mai fatto.

che viceversa non spremé un goccio e afferrando la pallida e sudaticcia mano di Ham scandì: “Cngrtlzn, Hm. ”

Che suonò pressappoco: “Congratulazioni Ham.”

“Grazie, signor Hammer” rispose Ham asciugandosi subito gli occhi grigi e riflettendo una volta di più sulla questione di non riuscire a dare in alcun modo del tu al suocero. Perfino quando, all’alba che seguì la notte della Grande Scossa, il signor Hammer s’era fatto avanti a stringere in un virile abbraccio un Ham inscheggiato e incalcinacciato e intonacato e psichicamente schienato, Ham aveva reagito con un compostissimo: “LA ringrazio molto, signor Hammer, ehm ehm”, risposta che non depose a favore d’un atteggiamento tranquillo e disinvolto del Principe nei riguardi del suocero il quale suocero non mancò, pur nella concitazione e nell’emozione e nella confusione ultrasismiche, di manifestare con un ghignetto fugace il proprio suoceresco compiacimento.
Mister Super Bank strinse la mano a Extra/Sistole Hammer, mentre Anxiety Bank stringeva la mano di Mister Caverna liberatosi dalla stretta untuosa di Ham. Poi Extra/Sistole e Anxiety s’abbracciarono con femminile e insondabilmente ipocrita trasporto mentre Mister Bank e Mister Hammer sorridevano a denti stretti tentando di stritolarsi la mano a vicenda. Infine Ham abbracciò con un po’ di vergogna Extra/Sistole e con un po’ di noia Anxiety, e poiché Anxiety non la finiva di tenerselo al petto le ruggì: “E basta mamma, adesso non sono più tuo figlio, sono padre di mio figlio, sono un figlio che è diventato padre, sono uno sfigliato padrizzato, ho compiuto uno step, un balzo cosmico, ho salito un gradino metatemporale, ho operato un cambiamento radicale sul mistero della mia esistenza che fatico (il cambiamento radicale intendo, ché il mistero della mia esistenza non l’ho mai neppure lontanamente smisteriato, non ho mai illuminato quel buio cattivoneppure col culo bagnato d’un cerino mentale affetto da nanismo disarmonico permanente) a spiegarmi con chiarezza, sono un uomo diverso insomma, tanto per farla breve.”
“Il vecchio Poppy Bank” precisò soddisfatto Mister Bank, roteando gli occhi come cuscinetti a sfera dietro gli occhiali spessi un dito e alzandosi e abbassandosi sulle punte dei piedi così tante volte da seguitare a farlo per inerzia, e dava l’idea di poter proseguire fino al prossimo catastrofico sisma. Non aveva seguito granché il discorso del figlio. Mister Super Bank incarna uno dei simboli del mondo d’oggi,

Non sappiamo in che epoca sia ambientata la narrazione, ma tutto lascia dedurre trattarsi d’un’epoca futura.

un mondo in cui ciò che un tempo era rappresentato dagli dei dell’Olimpo oppure da Dio e Gesù è appannaggio delle banche e degli istituti finanziari, arcanamente intrecciantisi troppo al di sopra delle teste delle masse di cui alla nota n. 2 a pag. 3. Si potrebbe anzi affermare senza tema di smentita che le singole esistenze che vanno poi a formare quella grande onda composita e rumorosa e (presa nel suo insieme) idiota che è la massa sono per larga parte determinate da decisioni e piani e progetti ed esperimenti tenebrosi e inintelligibili ed essenzialmente economici, ragion per cui il mondo d’oggi è il più spaventosamente stupido e disperato e in definitiva insensato che si ricordi.
“M non srbb stt ml nmmn Ppp Hmmr, non vr Hm?”

“Ma non sarebbe stato male nemmeno Poppy Hammer, non è vero Ham?”

mugolò Caverna Hammer con voce molto bassa e potente, come se dalla bocca stesse per uscirgli un toro da monta in calore.
“Poppy Bank barra Hammer, che ne direbbe lei?” replicò pavido Ham, notando il fastidio di Super Bank innanzi ai timori genereschi del figlio dal movimento circolare degli occhi che si sollevavano e abbassavano, sollevavano e abbassavano con maggior velocità di prima.
“Hh” mugolò Caverna, nello sguardo scuro un centinaio di tizzoni ardenti. “Nch tu orm s n un crto snso un Hmmr, Hm. O voglmo str pprsso ll sccchzz dll mldtt burocrz?”

“Anche tu oramai sei in un certo senso un Hammer, Ham. O vogliamo stare appresso alle sciocchezze della maledetta burocrazia?”

“In ogni caso Poppy è un nome stupendo” chiurlò Anxiety, e in quel mentre una provvidenziale ambulanza, da cui scesero tre Fratturatori

I Fratturatori rappresentano un organo indispensabile per l’OSF. Nonostante infatti la frequenza d’incidenti giornaliera sia molto alta, una struttura grande come l’OSF, con così tanti dipendenti e così tante mazzette da distribuire o indirizzare o far girare a destra e a manca necessita d’un continuo e abbondante fabbisogno economico; ed è molto più comodo e rapido rompere ossa che far ammalare organi interni. I Fratturatori vestono sempre di bianco, hanno modi estremamente gentili, non fumano e non bevono, sono alti e muscolosi senza sconfinare nel palestrato, moderatamente abbronzati, in genere biondi con capelli corti e occhi chiari, o comunque dotati di lineamenti abbastanza fini ed espressione rassicurante, quella del famigerato bravo-ragazzo-che-tutte-le-mamme-vorrebbero-come-fidanzato-per-la-propria-figlia (che magari ha già provveduto a perdere il sacro tesoro infracosciale con un giostraio avvinazzato e barbone sotto un ponte di periferia, in mezzo a erbacce e preservativi usati e siringhe ancora sozze di sangue, ma basta che la mamma tipica della categoria tutte-le-mamme non lo sappia), e non troppo intelligenti, per non dire inclini all’idiozia, nonché ignoranti (molti di loro non conoscono neppure il nome del Capo del Governo Centrale, oppure del Sommo Pontefice o persino del Commissario Tecnico della Nazionale di Calcio). Non si sa il numero esatto dei Fratturatori, i quali vengono cambiati ogni sei mesi attraverso un complesso meccanismo di rotazione; altrettanto complicato è il meccanismo della selezione; questi giovani, in età rigorosamente compresa fra i venti e i trent’anni, e rigorosamente maschi, sono sottoposti a prove terribili alcune delle quali consistono nel: divorare ragni vivi e velenosi oppure ragni morti ma pur sempre velenosi; bere acqua mista a scorpioni; stritolare tra i denti farfalle sboccianti in quel mentre dalla crisalide; scagliare gatti adulti chiusi in un sacco contro un muro con tale forza da ucciderli al primo colpo; spezzare le zampe agli agnellini al pascolo a colpi di martello; gettare decilitri d’inchiostro su lucciole accese in piena campagna estiva aulente e rigogliosa e misteriosamente notturna; ridere senza rumore ma con autentica felicità innanzi alle urla d’un bimbo che sta morendo di fame (qua si dovrebbe aprire un altro, lungo discorso su chi fornisca loro bambini che stanno morendo di fame, ma è meglio non addentrarsi negli innumerevoli legami che l’OSF intrattiene con altri organi governativi o para/governativi; diremo soltanto che, se il Fratturatore di turno ride in tempo e in maniera convincente, il bimbo viene subito sfamato e di solito si salva); riempire di botte le proprie mogli o compagne (non i compagni dacché i gay sono esclusi dal Club dei Fratturatori), atto dopo il quale non incorrono in alcuna sanzione né penale né civile; e picchiarsi con furia selvaggia fra loro fino, occorrendo, all’uccisione d’uno dei due contendenti o d’entrambi, a meno che un apposito Moderatore non decreti prima la fine del combattimento – ed è l’eventualità che più spesso si verifica per evitare di conseguire troppe perdite fra i candidati. Inutile aggiungere che, superate tali eroiche avversità, i Fratturatori sono psicologicamente pronti a intraprendere con la massima solerzia il loro cruciale incarico.

che trasportavano una barella ov’era steso un grassone cianotico pieno di fratture (in particolare gli zigomi del grassone erano d’un raccapricciante viola intenso, simili a due moribondi crepuscoli autunnali), ruppe il silenzio che calava come neve sul lunghissimo corridoio illuminato da un neon polare.

L’aggettivo si riferisce alla tonalità del neon, il quale può però raggiungere alte temperature quando si surriscalda, come testimonia la disgraziata vicenda del bimbo che perse le manine durante la Grande Scossa di cui sopra.

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20 Risposte to “La dissoluzione familiare. Nascita”

  1. Simone Bernieri Says:

    L’inizio è strepitoso.
    Spero che il prosieguo sia allo stesso livello (ma credo proprio di sì) e di poterlo trovare presto in cartaceo per leggerlo integralmente.

  2. andrea barbieri Says:

    Un Gadda popolare.
    Secondo me se uno non lo pubblica è scemo.

  3. Alessandro Says:

    Per il mio gusto personale è un romanzo semi-illeggibile, ed è un limite mio. Però, chapeau per la carica di fantasia e un doppio chapeau per la capacità di scrittura, notevole.
    Che dire? Imprimatur (anche se se bene che… e che poi.. e che ancora.. e gli editori..)

  4. Felice Muolo Says:

    Secondo me lo è.

  5. Felice Muolo Says:

    Se lo pubblica.

  6. andrea barbieri Says:

    E’ perfetto quello che ha scritto Mozzi:
    “Che, per un lettore disponibile a farsi dare dal romanzo ciò che il romanzo vuole dargli, e a non pretendere serietà da un romanzo comico, leggerezza da un romanzo tragico, e minimalismo da un romanzo cosmico, è tutt’altro che illeggibile.”

  7. andrea barbieri Says:

    Ma non c’è la dose giornaliera?

  8. demetrio Says:

    questo tipo di romanzo mi piace, mi piace proprio perché io non riuscirei a scrivere un romanzo del genere.

    e è molto bello.

    voglio però fare una riflessione su questo tipo di romanzi, che potremmo definire eroicomici. sono romanzi mondo, mi viene in mente per rimanere a questi anni Perceber di Colombati.

    il dubbio che ho è questo: questo tipo di romanzi ha un intento “parodico”, “comico”, mi chiedo se sia possibile un romanzo mondo tragico.

    a me vengono in mentre due testi. Vita e Destino di Grossman e Europe Central di Vollman. (ci sarebbe anche Underworld di DeLillo, ma esso mi pare più legato a topoi del comico e del parodico).

    d.

  9. slapkate Says:

    A me, devo dire la verità, è piaciuto..

  10. andrea barbieri Says:

    Per Mozzi è anche tragico, mi fido.
    Quello che mi piace di questa narrazione è che ciò che racconta – è una mia impressione – non ha origine dentro l’autore, la materia è fuori, è un oggetto che lui osserva e racconta in questa forma comica. L’oggetto è evidentemente tragico. Per esempio, anche Mattatoio n. 5 è comico e fantastico, ma l’oggetto è una città rasa al suolo e il dolore di esistere. Forse Mattatoio n. 5 non è un libro tragico?
    Poi mi piace la semplicità, come se Gadda si fosse mischiato a K. D. Rowling in una pentola preparata da Alan Moore. Perché oggi non potrebbe essere scritto un testo con la semplicità dei Viaggi di Gulliver o delle Avventure di Pinocchio, non si sono dimostrati libri a grandissima gittata?
    Ecco perché questa “cosa” di Macicioci non mi pare affatto illeggibile, ma nuova e bella.

    Detto questo: Mozzi dacci oggi la nostra razione quotidiana e liberaci da Umberto Eco, grazie.

  11. andrea barbieri Says:

    MMMMh: e.c.: Macioci

  12. andrea barbieri Says:

    Un romanzo tragicomicosmico. Ecco, così c’è anche la parola per nominarlo.

  13. vibrisse Says:

    Incidenti vari hanno ritardato la pubblicazione del secondo capitolo. Abbiate fiducia. gm

  14. Felice Muolo Says:

    Precisazione. Non ho espresso un giudizio sulla qualità del romanzo. Ne potrebbe essere difficoltosa la collocazione.

  15. Il Vostro Says:

    la questione, con le cose centellinate, a puntate, è che non puoi renderti conto subito di quanto esse abbiano spazio di miglioramento, col proseguire. Ma questo, fin’ora, è [per me] orrido abbastanza.
    E, Gadda, dove?

  16. andrea barbieri Says:

    Immagino che impaginare le note sia terrificante…

  17. Sandro Says:

    Ciao.
    A me non ha entusiasmato. Scritto bene e scorrevole (cosa che non era scontata, visto la forma che ha, ma si legge bene) – però, l’ho trovato bidimensionale. Mi sono accostato con le avvertenze ben presenti (e cioè disponibile a non volere cose diverse da quelle che il libro vuole darmi), disponibile a lasciarmi divertire ma… ma mi sono divertito poco. Aspetto il secondo capitolo, per la seconda chance.
    Ps @ Demetrio: “infinite jest” di Foster Wallace, di cui questo testo è figlioccio, è un romanzo tragico – o meglio, le parti in cui mi sono commosso oppure ho provato un senso di angoscia sottile, nel leggerlo, non sono meno di quelle in cui mi sono divertito.

  18. cristina venneri Says:

    Leggere le note su pc è davvero noioso. Quando lo pubblicate?

  19. Sandro Says:

    Ps: bidimensionale, ok, non fatemi la battuta che visto che l’ho letto sullo schermo di un computer, insomma dovevo aspetatrnmelo, se no dico monodimensionale.
    Cioè, un esercizio di stile fatto con sagome di carta e non un divertimento sanguigno fatto con cose vive e presenti.
    Comunque, attendo il prossimo capitolo. per ora l’impressione è questa.

  20. chiappanuvoli Says:

    Letto, caspita, letto! Mi si sono intrecciati gli occhi, dato anche l’orario tardo e il mio trascurato astigmatismo, ma ce l’ho fatta. Lo dovevo fare però, e alla fine mi sono ritrovato a farlo con gusto.
    La scelta delle note è estrema, ma valida. Il linguaggio è difficile ma sempre efficace. Gli intrecci logici sono assurdi, imprevedibili, ma anche lineari e coerenti. Sembrerebbe che l’autore si sia fatto di droghe davvero pesanti, ma a parte il caffè e l’amore scoperto per il figlio, non credo si sia fatto di nulla.
    Io sono entusiasta e pure invidioso. Ma al contempo orgoglioso.
    Conosco quella città ed è, è stata e sarà sempre così.

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