Illeggibilità (inscrivibilità)

by

di Paolo Nori

[dai Pubblici discorsi di Paolo Nori estraggo il discorso intitolato Comandano loro. gm]

Avrei forse dovuto parlare di un libro di Alessandro Bausani, Le lingue inventate, che è uno dei libri che ho letto quando ho fatto la tesi.
Quando fai la tesi è un periodo che leggi dei libri che non avresti mai letto, se non facevi la tesi.
Io, per esempio, ho letto dei libri di psicologia della fine dell’ottocento di ambiente anglosassone, A New Era of Thought, di James Howard Hinton, un libro che è una specie di manuale con degli esercizi che, secondo Hinton, se li avessero fatti fin da piccoli i bambini si sarebbero accorti che il mondo non è, come pensavano i loro genitori, tridimensionale, è tetradimensionale, ha quattro dimensioni, un libro che Hinton appena finito di scriverlo era dovuto scappare dall’Inghilterra, una fuga misteriosa, che ha fatto scrivere a Borges che si era forse suicidato, invece Hinton era fuggito da una condanna per bigamia e era finito prima a Singapore, se non ricordo male, e poi negli Stati Uniti, dove aveva inventato una macchina per allenare i battitori di baseball, una specie di cannone che sparava le palle fortissimo, e dove poi era morto ad un pranzo dopo aver fatto un brindisi al genere femminile e io mentre facevo la tesi, che era una tesi che si intitolava La lingua nella quarta dimensione, ho letto tutti i suoi libri, di Hinton.
E ho letto anche il libro di Alessandro Bausani, Le lingue inventate, e anche The Cosmic Consciousness, di Raymond Maurice Bucke, presidente dell’associazione degli analisti nordamericani, morto in Canada davanti a casa sua una notte che ghiacciava scivolando sulla veranda e picchiando la testa, un libro che diceva che era imminente la comparsa dell’uomo cosmico, che era già apparso sporadicamente nel corso dei secoli precedenti.

Leggi tutto il discorso

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23 Risposte to “Illeggibilità (inscrivibilità)”

  1. demetrio Says:

    ciao. giulio ci sarebbe in merito ad illegibilità anche lo saggio di Levi Dello scrivere oscuro (ne L’altrui Mestiere).

  2. vbinaghi Says:

    “la parte dove van la maggior parte di quelli che
    scrivono oggi, non verso la creazione di immagini, ma verso il
    riconoscimento, il riconoscimento della letterarietà di un testo,
    intesa come appartenenza alla letteratura.”

    Perfetto. Solo che non è solo il “mite grecale” della Ballestra, ma anche il finto buzzurro di Nori. Che se dicesse al bar una cosa tipo: “mentre facevo la tesi, che era una tesi che si intitolava La lingua nella quarta dimensione, ho letto tutti i suoi libri, di Hinton.” non se lo cagherebbe neanche il barista, mentre trasportato in una conferenza dove si parla di lingue inventate luccica come un oggetto straniato, come la ruota di bicicletta di Duchamp. Non meno effettistico e pretestuoso.
    Quel che manca alla narrativa italiana non è il manierismo nè la naivetè fabbricata ma il tono medio, con contenuti profondi.

  3. Barbara Gozzi Says:

    Qui Binaghi secondo me espone uno nodo enorme della realtà editoriale italiana.
    La mia impressione, non assoluta o con pretese generaliste, è che in talune realtà editoriali (per fascia d’età, generazione di chi scrive, appartenenze) è la lingua che dice non le storie da cui tutto ciò che riguarda l’impianto delle storie passa in secondo piano o è comunque costruito per essere funzionale a lingua e stile.
    E’ nel che si concentrano energie, riscritture, livelli e importanze; il non solo è subalterno in alcuni casi ma addirittura del tutto assente, spettro di bozzoli, appena ossa.

    Non so esattamente cosa intenda Nori con ‘appartenenza alla letteratura’ nel senso che mi sembra siano in molti a sentircisi dentro (ognuno con le proprie personalissime ragioni). Forse il punto è quel tipo di letteratura sentita o voluta da alcuni come ‘superiore’, non alla portata di tutti piuttosto elitaria figlia un po’ delle accademie, un po’ delle letture infinite e gli studi infiniti e così via. La Letteratura di pochi, che dunque chiede alla lingua di dominare su tutto perché è nella lingua, nel suo uso, nel piegarla a piacimento, stratificarla, che si gioca la ‘partita’ tra educazioni, livelli culturali e istruzione nel complesso.
    Da cui, un ‘tono medio’ come scrive Binaghi attraverso il quale dire cose fonde, anche scomode magari, non lo si riconosce facilmente, non siamo abituati né da dentro né da fuori l’editoria secondo me.
    In ogni caso, qualcosa di profondamente stonato, nel ragionamento generale su questo continuo distinguere alti e bassi, eruditi e ignoranti, intrattenitori e intellettuali, cerebrali e burloni… qualcosa che stona c’è, io almeno lo sento.
    Esattamente come in taluni contesti una storia che resta bozzolo riassumibile in due righe esteticamente rappresentata in cento-centocinquanta pagine di lavoro stilistico; secondo me questa storia zoppica, scivola, è comunque un corpo a cui è stato tolto un organo o un arto (più d’uno forse). O magari gli mancano i muscoli e si passa il tempo a radiografarla inventariandone ogni singolo ossicino per poi dimenticare il documento finale da qualche parte sotto un mobile.

  4. Barbara Gozzi Says:

    Il ‘qui’ all’inizio del mio intervento si riferisce a questo passaggio scritto da Binaghi:

    “Quel che manca alla narrativa italiana non è il manierismo nè la naivetè fabbricata ma il tono medio, con contenuti profondi”.

    che avevo messo come citazione iniziale e wordpress se l’è mangiato.

  5. Barbara Gozzi Says:

    “E’ nel che si concentrano energie, riscritture, livelli e importanze; il non solo è subalterno in alcuni casi ma addirittura del tutto assente, spettro di bozzoli, appena ossa.”

    mancano due parole, mi spiace, forse ho sbagliato a usare l’indicatore.

    Volevo dire:
    E’ nel ‘come’ che si concentrano energie, riscritture, livelli e importanze; il ‘cosa’ non solo è subalterno in alcuni casi ma addirittura del tutto assente, spettro di bozzoli, appena ossa.

  6. andrea barbieri Says:

    Tre scrittori, A. B. e C., al bar
    A. – Il suo tono è sbagliato, il tono giusto è il mio!
    B. – No! il mio è il vero tono…
    C. – Voi due non sapete di cosa parlate, io posseggo il Tono dei toni.
    A. – Ma non è tonante quanto il mio!
    B. – Ah, quanto siete sottotono.

  7. Anna Maria E. Says:

    leggere, voltare le pagine e lasciare alle parole il cammino verso la fine. Cercare i paletti della punteggiatura, il fulcro del pensiero…leggere, alla fine pensare il senso del libro. Sto pensando.

  8. Josè Pascal Says:

    Ciao,

    sono Josè Pascal e navigando sul web mi sono felicemente imbatutto nel suo blog.

    Volevo segnalarLe la mia iniziativa “culturale e senza scopo di lucro” dal titolo “In Parole Semplici” http://parolesemplici.wordpress.com/mi-presento/ .

    Per avere maggiori informazioni sui contenuti trattati clicchi qui: http://parolesemplici.wordpress.com/inserisci-nella-scatola/

    Con grande piacere La invito a scrivere ed inviare i suoi preziosi contributi.

    Grazie per l’attenzione e buona giornata.

    Resto a sua disposizione.
    Cordialmente

  9. Sandro Says:

    A questo punto, anno 2010, credo sia base comune per tutti che di qualsiasi argomento e accadimento della vita si può parlare, che tutto quel che ci è intorno o possiamo pensare, o vivere, o immaginare di vivere ha la stessa “dignità letteraria”.
    Se questa affermazione può essere condivisa da tutti, allora è chiaro che ciò che conta è lo sguardo con cui si guardano le cose, e le si organizza, e la lingua con cui se ne parla.
    Il contenuto “lei ama lui, lui non ama lei” , il contenuto “mio padre sta male”, il ocntenuto “una bestia sale dagli abissi”, qualsiasi contenuto può essere trattato in modo splendido o in modo avvilente, in modo emozionante o in modo ruffiano. Per questo conta il “come”, non il “cosa”. Se per “cosa” si intende il puro e semplice snodarsi di eventi in una trama.
    Solo che io non ho ancora una definizione precisa di (scusate il bisticcio) cosa intendere per “cosa”, quel “qualcosa sulla vita” che cerco in una storia – e poco o nulla ha che fare con la trama.
    Quanto al “come”: al mio personale orecchio ci sono “come” che appaiono più banali, “come” che appaiono insopportabili, “come” che appaiono freddi ma rispettabili, “come” che appaiono finti nella loro apparente ricerca dell’emozione. Solo che, a volte, nel cercare di spiegare il perché un “come” mi suona finto, rischio di incagliarmi in un processo alle intenzioni dell’autore che so di non potermi permettere.

  10. dmuriano Says:

    Io mi ricordo di un saggio di Cesare De Marchi, “Romanzi. Leggerli scriverli”, letto due anni fa. De Marchi, uno scrittore della cui narrativa non ho letto nulla invece, ma che so ha ricevuto parecchi premi e riconoscimenti dalla critica, fa più o meno questo discorso. La letteratura di fine e inizio millennio ha cambiato il proprio baricentro dal testo scritto all’immagine. Se cinquant’anni fa sull’importanza (e sulla bellezza) di un libro si discuteva considerando soprattutto gli aspetti formali, la superficie del testo, la letterarietà, oggi la lettura critica e le pratiche di scrittura si basano invece più sugli effetti della lettura, e cioè sulle immagini mentali che il testo è in grado di evocare: tutta materia extraverbale che con il testo ha un legame relativo, è soggettiva, riguarda inconfutabilmente il soggetto, e si sa ogni soggetto è fatto a modo suo, ha un orecchio e uno sguardo che rispondono in modo diverso alle stesse parole.
    Secondo De Marchi, e non solo secondo lui, la presunta insufficienza della letteratura italiana di questi anni va di pari passo alla deriva del linguaggio. Al logoramento della lingua parlata e scritta (imprecisione, semplificazione della sintassi, povertà di vocabolario) corrisponde un atteggiamento di maggior distanza dal linguaggio. “Distanza dal linguaggio” significa, nella lettura di testi letterari, focalizzare la propria attenzione di lettore sugli effetti delle parole, piuttosto che sulle parole. De Marchi dice che i lettori oggi leggono per immagini più di quanto si faceva nei secoli scorsi, trascurando così il linguaggio che diventa sempre più un mero pretesto per la creazione di immagini mentali, a discapito della parola, del corpo sonoro e della tensione verbale, che dovrebbero essere privilegiati invece nella lettura come nella scrittura. E poi, oltre al logoramento della lingua parlata, c’è il fatto che viviamo dentro un flusso continuo e inarrestabile di immagini. La letteratura si sarebbe così adattata alla civiltà delle immagini. Si sarebbe impoverita…
    La riporto qui perché questa idea mi pare il contrario di quella di Nori.

    Io la penso in modo diverso. Sono sempre più convinto che gli scrittori dovrebbero elaborare una lingua piatta, non dico semplice: ma che non incanti il lettore trattenendolo sul piano del linguaggio. Forse ingenuamente, credo ancora che lo scopo della letteratura sia per prima cosa quello di fornire rappresentazioni a ciò di cui l’uomo ha urgente bisogno conoscitivo: il male, la malattia, la follia, la morte, l’amore. A questo scopo mi sembrano più adatte parole non belle e dorate, ma permeabili, perché lo sguardo del lettore possa attraversarle e arrivare al centro della rappresentazione.
    In questo senso, una lingua letteraria e appariscente risulta poi anche opaca: credo valga per la lingua del finto ingenuo, come per quella alta del letterato. Una lingua così è un muro affrescato, magari in modo originale e interessante, ma divide il lettore da ciò che, come uomo, sta cercando. Qualcuno obietterà poi che tutto si può rappresentare anche tenendo il lettore fermo, inchiodato al piano del linguaggio con pirotecnie letterarie (oppure, come nel caso di Nori, anti-letterarie). E che ci sono molti esempi nella letteratura del novecento. Secondo me non è possibile oggi, per come stanno le cose, con questo italiano che si presta, facilmente, a diventare lingua morta scollegata e autoreferenziale.
    Ma tutto è in relazione allo scopo, all’idea di letteratura che per ogni scrittore è il punto di partenza…

  11. Sandro Says:

    Capisco, dmuriano, ma allora, se bastasse il fatto di parlare di male, follia, morte, amore, allora perché certi libri che parlano di male follia morte amore ti convincono e ti piacciono, e certi libri che parlano di male follia morte amore ti sembrano pacchianate insopportabili?

    Preferisco un bel libro che parla di “sciocchezze” a un brutto libro che parla di grossi temi.
    E credo tra l’altro che il bel libro che parla di sciocchezze abbia più probabilità di restare nel tempo rispetto a un brutto libro che parla di temi importanti, che finirà per rivestire magari un interesse storico, o sociologico, o antropologico, o che altro.

    Con questo non voglio dire che guardo SOLO la lingua. Assolutamente no. Ma che per me, se un libro è “scritto male”, è un brutto libro. E il suo contenuto o la pregnanza dei temi che affronta non è una scusante.

    Detto ciò, per me la lingua di Paolo Nori, che come ogni altra lingua è “artefatta”, resta ben al di qua dell’aureferenzialità, e i contenuti passano. Quando per esempio ho letto “noi la farem vendetta”, mai ho avvertito la sensazione che i fatti di Reggio Emilia del 60 finissero nascosti dietro un muro affrescato di esercizio stilistico, anzi,

  12. Tuileries Says:

    Però in una narrazione i temi (che per me dovrebbero nascere dalla storia raccontata come ulteriore livello di lettura e non precederla) non sono una sorta di insegna al neon da issare sopra le parole, “qui si parla di morte” o “si parla di caso e destino”, mentre di altri romanzi si potrebbe al più dire “qui si parla di mio cugino”. I temi si fanno, dovrebbero farsi, personaggi, azioni, oggetti, frasi e silenzi, uno sguardo sulle cose, una concatenazione di eventi. Tutto ciò, insomma, che costituisce l’essenza e la particolarità di un testo e non ha a che vedere con la lingua. Poi, sono d’accordo, quest’ultima non deve essere banalizzata o artificiosa, in qualsiasi direzione. Penso anche io che oggi l’attenzione tenda a spostarsi sulle immagini che una storia suscita, ma non credo che queste immagini finiscano senza eco nel flusso indistinto delle altre che ogni giorno ci circondano (e, se è per questo, siamo anche circondati da parole). Le immagini intorno a noi sono il più delle volte una colorata superficie che livella tutto, che appiattisce tutto, il delitto di Avetrana e uno show televisivo, una guerra lontana e la lite fra due opinionisti, che fa smarrire il senso, mentre le immagini di un libro dovrebbero avere profondità, non limitarsi a mostrare ma evocare complessità, suscitare pensiero e altre immagini, quasi fossero un antidoto.
    Alla fine mi sembra utile l’immagine di Nori: raccontare una curva facendocela notare, osservare come per la prima volta. In un vangelo apocrifo si dice: chi si stupisce regnerà. Allora la letteratura torna ad essere ciò che dovrebbe essere, uno strumento insostituibile da tv, giornali e internet per guardare il mondo.

  13. lorella Says:

    per me un bel libro, scritto bene voglio dire, è quello che come per magia scompare quando ci poso gli occhi sopra.
    E’ quello che mi trasporta direttamente dentro la storia che sto leggendo annullando le parole scritte.
    Alcuni libri hanno questo potere e sprigionano una tale potenza, che quando sono totalmente immersa nella loro lettura mi pare di vivere in quella dimensione e se sono richiamata bruscamente alla realtà, sento quasi un dolore fisico, un distacco che mi impone un momento di concentrazione per ritornare in me. l.

  14. dmuriano Says:

    Piccolo chiarimento:
    Come è scritto, ma forse non era abbastanza chiaro, il mio è un discorso fatto a partire dalle mie necessità. Cioè in base alle ragioni per cui scelgo di leggere un libro. Dipende quindi dalla mia idea di letteratura (peraltro irrilevante, poiché non ho alcuna autorevolezza culturale, sono un lettore come tanti).
    Riaffermato ciò – Sandro – il tuo commento è condivisibile, credo, dalla maggior parte dei lettori ‘forti’. Un libro “scritto male” non piace. Okay. “Con questo non voglio dire che guardo SOLO la lingua”. Okay. “Preferisco un bel libro che parla di ‘sciocchezze’ a un brutto libro che parla di grossi temi.” Okay.

    Una lingua piana, permeabile, non per questo semplice ma che non incanti il lettore trattenendolo sul piano del linguaggio, non è una brutta lingua. E’ la lingua di Tolstoj, di Musil, di Kafka. E’ una lingua che si lascia attraversare, che non ti ferma sul piano dell’espressione impressionandoti, ma ti lascia proseguire verso l’interno, verso le ragioni profonde per cui quelle opere sono state scritte…

    Quanto a Paolo Nori: sono gli argomenti che non mi convincono (per quanto sia affascinante e piacevole questo suo discorso). E ancora rispetto alle mie necessità, le mie urgenze. Non ho criticato l’intera opera di Paolo Nori, ci mancherebbe altro.

  15. lamerikano Says:

    “Una lingua piana, permeabile, non per questo semplice ma che non incanti il lettore trattenendolo sul piano del linguaggio, non è una brutta lingua.”
    D’accordissimo.

    http://lamerikano.wordpress.com/

  16. Sandro Says:

    @dmuriano: certo, dò per scontato che dal momento che a parlare sei tu, quello che esprimi è il tuo punto di vista. E in effetti, l’unica cosa che mi sentivo di contestarti era quella dei “grandi temi”, infatti è solo a quella che ribattuto. Sul resto son d’accordo anch’io 🙂
    @Tuileries: la prima parte del tuo intervento mi ha fatto mettere a fuoco un pensiero che non mi si era mai chiarito così bene, grazie

  17. dmuriano Says:

    Sandro, non lo dare per scontato. C’è differenza fra: a) dal mio punto di vista avete tutti torto; b) dal mio punto di vista queste cose sono relative, e dipendono dai punti di vista di ciascuno.

  18. Tuileries Says:

    Grazie a te, Sandro.

  19. Sandro Says:

    Oggi mi sono letto tutti i “pubblici discorsi” di Paolo Nori (e riletto quello qui pubblicato da cui abbiam preso le mosse, in cui ci sono qua e là dei consigli sulla lingua che per me sono fondamentali), e vi copio sotto due pezzetti che sembrano essere parenti stretti dei commenti che ci siamo scambiati.
    Sono tratti entrambi dal discorso su Anna Karenina (pag. 181 e pag. 233), li condivido e mi fa piacere ricopiarli qui.

    1.
    “Borìs Ejchenbaum ha scritto un saggio molto noto, che si intitola Com’è fatto il Cappotto di Gogol’, che è un po’ il saggio che sposta la critica letteraria dal campo del cosa, il contenuto, o del perché, la psicologia e la biografia dell’autore, al campo del come, cosa che è, sintetizzando, il principale contributo dato alla storia della critica letteraria dai cosiddetti formalisti russi, operazione che a me sembra meritevole e da rilanciare quanto è possibile dal momento che ancora oggi tutte le volte che uno pubblica un libro la prima domanda che gli fanno è Di cosa parla? Oppure se no gli chiedono Come mai questo titolo? Io una volta volevo scrivere un libro che si intitolasse Come mai questo titolo? Non avevo idea di cosa scriverci, dentro, mi piaceva solo vedere cosa mi avrebbero chiesto quando usciva”.

    2.
    “ Mi viene in mente uno scrittore italiano che abitava in Inghilterra e una volta era venuto in Italia e era andato a visitare una scuola e il bibliotecario lo aveva portato nella biblioteca che stava riordinando.

    Su un lungo tavolone, ha scritto questo scrittore, c’erano delle montagnole di libri, romanzi di nuovi romanzieri, e il bibliotecario me li illustrava, prendendoli su ad uno ad uno: Questo tratta del problema del disagio di giovani, questo tratta del problema della famiglia, questo tratta del problema della donna, questo tratta del problema della devianza e della tossicodipendenza.
    E non ce n’è nessuno che non tratti nessun problema? ha chiesto quello scrittore.

    Ecco, a me di solito piacciono quei romanzi lì, i romanzi che non trattino, programmaticamente, nessun problema, e in generale mi sembra che un romanzo, anche se è un romanzo su un problema, Anna Karenina per esempio un bibliotecario potrebbe presentarlo come un romanzo sul problema del divorzio, o sul problema del tradimento, o sull’eterno problema dei rapporti tra uomo e donna, (…) anche se Anna Karenina può essere da un certo punto di vista un romanzo su un problema, non è solo quello, e il suo bello, come romanzo, va al di là del problema e anche delle intenzioni dell’autore, ammesso che l’autore ne abbia avute e ammesso che fossero quelle che sembrano a me”.

  20. Tuileries Says:

    Sono abbastanza convinto del fatto che il romanzo sia uno dei pochi campi della vita in cui non esistono regole, dunque quanto segue è del tutto soggettivo.
    Penso che certamente sarebbe sbagliato per uno scrittore dirsi “Adesso scrivo un libro sulla crisi economica” o “sul disagio giovanile”. Per me come lettore vengono prima le storie, i personaggi, i luoghi. Una storia può nascere anche non da un’idea ma da qualsiasi cosa: da una frase , un gesto… “L’immortalità” di Kundera inizia con un gesto di saluto fatto in una piscina da una signora anziana a un giovanotto. Un romanzo può nascere anche semplicemente da questo, da un saluto in una piscina. Ma quel che rende quel gesto importante e degno di essere salvato su una pagina per l’autore è ciò che lui vede in esso, la giovinezza perduta che per un attimo riaffiora attraverso il corpo. Io credo che Flaubert volesse raccontare una storia ambientata in un paesino e di come in quel contesto provinciale ci si possa nutrire anche di sogni dozzinali, di facili idealizzazioni. Non è per me importante che abbia costruito una trama per esprimere ciò che sentiva o invece sia rimasto colpito (come pare sia successo) da una notizia di cronaca letta su un giornale su cui ha iniziato a fantasticare. Contano prima di tutto la storia e i personaggi, madame Bovary, suo marito, il farmacista Homais. Ma ciò che trasforma una qualunque vicenda di adulterio in un capolavoro è per me il fatto che lo sguardo di Flaubert nel raccontarla sia come imbevuto di quelle risonanze, di quelle profondità emblematiche che lui vedeva nei semplici fatti, anche in maniera contraddittoria (Emma è un’eroina o una donnetta superficiale?). Le affermazioni di Nori che in parte condivido (non si può ridurre “Anna Karenina” a nessun “tema”) hanno forse un limite: portare, estremizzandole, a un’idea un po’ romantica dell’ispirazione e della scrittura, un’idea per cui l’autore si mette a tavolino e scrive ciò che gli capita, nella vita o sul foglio, trasformandolo in letteratura attraverso la sua voce. Un romanzo non è necessariamente il dettagliato progetto di un palazzo prima che una sua sola pietra sia stata posata, forse è più simile a un mare nel quale ti immergi e che ha profondità in cui troverai cose inaspettate, che non credevi. Ma, per me, quel particolare mare te lo sei comunque scelto, hai fatto apposta i bagagli e il pieno di benzina per andare proprio lì, non ti è semplicemente capitato. E’ questo intimo, profondo e non formale coinvolgimento che poi si trasmetterà al lettore e lo terrà avvinto alla pagina e gli farà pensare che quella storia è degna di essere raccontata.

  21. Sandro Says:

    Di nuovo, condivido in pieno Tuileres. grazie anche di questo commento.

  22. dmuriano Says:

    Scusate, non sono fin troppo condivisibili queste cose? Le due citazioni dai discorsi di Nori, perdonatemi, dicono cose scontatine, almeno per chiunque sia uscito dall’adolescenza da più di due minuti. Personalmente ne sono uscito da non più di quattro minuti. Ma non mi sembrano perle. Sicuramente quei discorsi diranno molte cose interessanti, altrove.
    Se ho scritto che per me la letteratura deve rappresentare ciò che altrove non viene rappresentato (per me, secondo me, in my opinion) non significa che cerco libri sul problema della morte, sul problema dell’amore, sul problema della pazzia, significa che queste cose devono far parte del clima morale di una cosa letteraria (per me, secondo me, in my opinion). Se invece l’atmosfera di una narrazione è occupata interamente dai calli di nostro cugino, allora non compro il libro, non lo leggo. Tutto qui, volevo precisare.

  23. Sandro Says:

    Beh caro dmuriano, sì, quelle che ho riportato sono osservazioni scontatine, tanto che in altre forme le abbiam sentite dire tante volte – per dire, certi consigli sull’uso del verbo “dire” invece che dei suoi mille sostituti fastidiosi nei dialoghi, che ho ritrovato nel libro di Nori, oltre ad averli sentiti tante volte e metabolizzati da tempo, li ho già anche visti scritti quasi allo stesso modo – ricordo per esempio un saggio di Elmore Leonard che mi fecero leggere per un esame, eccetera, eccetera) … così, non avevo pretesa di portare verità rivelate nel citare questi passaggi. Semplicemente, li trovavo condivisibili e utili e li ho messi.
    Comunque, dal momento che la maggior parte dei libri che vogliono funzionare per il pubblico (anche un pubblico che si considera “ben orientato”) è meglio che strillino in quarta di copertina una storia di malattia, o di dolore, o di morte, o di tenerezza estrema o di sesso sadomaso disperato o di tossicodipendenza (no forse quella andava più di moda anni fa, ma aspetto l’onda imminente con protagonisti operai che si fanno di cocaina), ed è il loro contenuto, il loro argomento, ad essere esposto nella speranza che si dimostri accattivante, penso che non sia la mancanza di detti “temi forti” a far sì che molti di questi libri non mi piacciano (almeno a me, in my opinion secondo me) ma il modo in cui usano la lingua per trattare o sfruttare questi temi, o sottolinearne gli aspetti più immediati e virulenti, mentre vorrei un po’ più di sfumature, di profondità, di attenzione, non so; Poi, sapere che si può anche parlare per scelta dei calli di nostro cugino, non è necessariamente un male, no? Questo perché, quando uno ti incanta per come scrive, per come parla della vita, la vita di cui parla la senti forte e lo vuoi stare ad ascoltare, indipendentemente dall’argomento.
    Naturalmente ci sono tante storie che parlano di morte malattia tossicodipendenza handicap e via andare che mi piacciono, e forse molte meno storie che parlano di calli che mi piacciono (i libri, non i calli): credo sia molto più difficile parlare di calli e renderli comunque interessanti e degni d’essere raccontati.
    Anche a me piace trovare in un libro una storia potente, con una trama, travolgente magari. Quando poi a questa si unisce una lingua che mi emoziona e mi appassiona, ecco che l’incanto è completo.
    Comunque, vedo che quando degli autori hanno la possibilità di passare in TV per parlare del loro libro, le domande che vengon loro fatte vertono quasi sempre sull’argomento trattato nel libro, sul contenuto della trama, sui riflessi sociologici del mondo che hanno scelto di raccontare. Mai sul come lo raccontano. E a me questo dispiace perché il “come” mi interessa molto.

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