Mario, Eluana, Piergiorgio

by

di giuliomozzi

Mi pare che ciò che ha fatto Mario Monicelli, gettandosi dalla finestra dell’ospedale dov’era ricoverato per un tumore alla prostata, non sia molto diverso da ciò che hanno fatto Eluana Englaro e Piergiorgio Welby. Certo, vi è qualche differenza: Welby, non essendo in grado di ammazzarsi da solo, dovette ricorrere all’aiuto di un’altra persona; Eluana Englaro fu uccisa, in esecuzione di una volontà da lei espressa prima dell’incidente che la ridusse in stato vegetativo, dopo una lunga battaglia legale condotta dal padre. Ma, come si vede, sono differenze procedurali. La sostanza è la stessa: una persona ritiene che le cure alle quali è sottoposta siano una forma di accanimento, e preferisce morire subito.

Ma ho l’impressione che la somiglianza non venga colta. Perfino Il foglio celebra il grande regista anziché stigmatizzarlo come esponente della “cultura della morte”.

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56 Risposte to “Mario, Eluana, Piergiorgio”

  1. Christian Delorenzo Says:

    No, temo di non aver capito. O forse ho capito qualcosa, ma non tutto, e vorrei chiedere un chiarimento per non rischiare d’interpretare male e di dire una cosa fuori luogo: tu pensi che il gesto di Mario Monicelli sia inscrivibile in una “cultura della morte”?

  2. Claudia Says:

    Scomodo e inopportuno sarebbe, anche solo pensarlo: peccato che sia un gesto perfettamente in coerenza con le scelte di una vita intera… Solo che adesso il girotondo dell’incenso non può fermarsi, non c’è spazio per la riflessione: anche perché avrebbe significato, per i giornalisti, riscrivere un pezzo che tenevano nell hard disk già da qualche annetto! Troppo difficile…

  3. carla Says:

    Perché dovremmo stigmatizzarlo? Un altro grande del cinema italiano è morto, una notizia talmente triste che non mi sento di aggiungere altro.

  4. vibrisse Says:

    Christian: no, non lo penso. Carla: no, non dovremmo stigmatizzarlo. Mi stupisco che altri, così pronti a stigmatizzare gesti analoghi, in questo caso si facciano sfuggire l’occasione. gm

  5. vbinaghi Says:

    Giulio, per come la vedo io c’è differenza tra scelta personale e “cultura” della morte.
    La prima cosa mi pare insindacabile, la seconda implica una promozione ideologica e una retorica corrispondente. C’è stata nei casi Englaro e Welby, con o senza la partecipazione diretta dei protagonisti, ma l’esibizione gratuita dei familiari a “Vieni via con me” mi fa propendere per la prima. E comunque, al di là del rispetto che si deve a chi ha dovuto compiere scelte così difficili, davanti a una “promozione ideologica” si possono avere reazioni differenti, anche senza essere lettori entusiasti de “Il Foglio”

  6. M. Says:

    http://www.nazioneindiana.com/2010/11/30/con-levita/

  7. melania Says:

    giulio, ad avvalorare quanto hai scritto, che condivido, segnalo che il suicidio, per i cattolici, è un peccato grave.

  8. Christian Delorenzo Says:

    Grazie, Giulio. Quello che non avevo capito (a volte càpita, soprattutto qui sul web, dove non c’è la “voce” a segnare le intenzioni discorso) era: se c’era ironia o no, in quella frase finale. Ora l’ho capito.

  9. Christian Delorenzo Says:

    Frase finale in cui si condensava tutto il pezzo, certo.

  10. mar tur Says:

    Credo che nessuno si sia permesso stigmatizzarlo perché:
    a) Monicelli non era uno qualunque per cui il non essere uno qualunque lo mette fuori dalla morale-cattolica-gossip, lo salva, qualsiasi cosa compia;
    b) Englaro e Welby erano normali ammalati, quindi autorizzare loro era come autorizzare chiunque;
    c) il suicidio fatto completamente da solo non è più considerato così grave come una volta: a volte ti fanno anche il funerale in chiesa, ma solo nei paesi piccoli.

  11. giulia Says:

    E così ci scandalizziamo se Il foglio non stigmatizza Monicelli.
    Però è ancora presto per dirlo…

    Sono d’accordo con quanto scrivi: una persona ritiene che le cure alle quali è sottoposta siano una forma di accanimento, e preferisce morire subito.
    Già, importante è riuscire a decidere liberamente, in piena coscienza, com’è successo per Welby ed Eluana (anche se la sua volontà era stata espressa precedentemente all’evento che aveva determinato la sua incoscienza) ed ora Monicelli.
    Ognuno dev’essere libero nelle scelte che riguardano il proprio corpo e la propria vita, senza intromissioni ed induzioni esterne.

  12. vibrisse Says:

    No, Giulia, non mi scandalizzo se “Il foglio” non stigmatizza Monicelli. Me ne stupisco. In fondo Monicelli è perfetto: era pure comunista. gm

  13. clelia pierangela pieri Says:

    Grazie Giulio. Quanto hai ragione.
    c.

  14. clelia pierangela pieri Says:

    In questo modo tutto è già compiuto, le coscienze salve. Per quanto io non ami particolarmente fb, ti ho ringraziato anche lì.
    grazie ancora

  15. Felice Muolo Says:

    Clelia, belle le foto del tuo blog.

  16. clelia pierangela pieri Says:

    Perdio, Felice, spero siano pochi quelli che entrando nel mio blog ne riescono facendomi i complimenti per le foto…

    (grazie comunque dell’attenzione)

  17. Felice Muolo Says:

    Non sono male se segnalano.

  18. Ivano Porpora Says:

    Ciò che mi lascia attonito è questo sfilare (come nella veglia per la vita nascente dell’altra sera; come nel Family Day di qualche anno fa) delle voci pro-life, che si oppongono – almeno da un punto di vista non strettamente logico ma intuibile – ai pro-death.
    Come se Beppino Englaro fosse pro-death.
    A parte il fatto che pro-life mi sembra il nome di un integratore alimentare da scaffale, qui l’unica distinzione è tra chi si batte per la vita ‘senza se e senza ma’ e chi si batte per una qualità della vita.
    E a me, i discorsi senza se e senza ma fanno scattare in automatico un allarme.

  19. mauro mirci Says:

    No Giulio, la “procedura” come la chiami tu, fa una grande differenza. Welby e la Englaro hanno innescato (loro malgrado, certo, non potendo far altrimenti) un dibattito sociale, morale e, non ultimo, giurisprudenziale, che in qualche modo ha consentito a tutti di riflettere sul diritto alla morte (e infatti il tenore del tuo post lo dimostra: senza Welby ed Englaro, sarebbe stato diverso). Sono, direi, casi esemplari o, almeno, un precedente significativo, che li si osservi da un punto di vista pro, come anche contro.
    Monicelli no, avendo sollevato altri dall’onere di dagli la morte. Il punto non è un astratto diritto a terminare la propria vita, quanto, proprio, le procedure mediante le quali tale diritto può (o non può) essere esercitato.

  20. federica sgaggio Says:

    Io sono dolorosamente perplessa sulla lunga attesa accettata dal signor Englaro.
    Non posso giudicare il suo lucido strazio, ma mi domando quali valutazioni carnali l’abbiano spinto ad aspettare che i giudici gli dicessero sì invece di aiutare – se questo era quel che riteneva: «aiutare» – la figlia a lasciare la sua prigione – se questo era ciò che pensava lei credesse – il più presto possibile.
    Nel fare del proprio un caso esemplare c’è qualcosa che il mio cervello di cittadina capisce ma il mio cuore di madre non comprende. È più forte di me.

    Quanto al punto del post, io azzardo due ipotesi assai poco serie.
    Uno: che agli occhi degli ortodossi pro-life un novantacinquenne, non essendo un embrione né una donna che – come disse Berlusconi di Eluana – può ancora avere figli, può essere considerato scoria esistenzialmente residuale.

    Due: che, agli stessi occhi, l’indubitabile condizione di privilegio di Monicelli protegga la sua scelta come un’ala benevola.

  21. dmuriano Says:

    Sono d’accordo, la scelta è la stessa.

  22. fabio bussotti Says:

    Ho conosciuto e ho lavorato con Monicelli. La sua scelta di buttarsi dal quinto piano del San Giovanni non mi sorprende. L’uomo, ruvido e schietto, era severo con tutti perché lo era con se stesso. Intelligente e acuto. Ti mandava a quel paese e ti faceva ridere con la stessa intensità. Mi mancano le sue battute e la sua ironia. Amava la vita, ma non gli attori che però sapeva utilizzare al meglio. Ho un groppo che non vi dico.

  23. vbinaghi Says:

    @Federica
    “mi domando quali valutazioni carnali l’abbiano spinto ad aspettare che i giudici gli dicessero sì invece di aiutare – se questo era quel che riteneva: «aiutare» – la figlia a lasciare la sua prigione – se questo era ciò che pensava lei credesse – il più presto possibile.”

    Un’assoluzione pubblica?

  24. andrea barbieri Says:

    Non so il Foglio, ma la Chiesa discrimina i casi di suicidio. La discriminazione è fondata sulla volontà presunta ‘compromessa’ (nel senso di psichicamente malata) del suicida, per cui sarebbe almeno in parte da giustificare.

    Dunque: Monicelli giustificato perché presunto folle; Welby condannato perché presunto lucido, in quanto ha rotto la presunzione dell’inettitudine psichica combattendo una lunga battaglia civile per il riconoscimento di un diritto.

  25. lorella Says:

    Mario Monicelli era un essere umano e aveva deciso. Voleva morire.
    La violenza del corpo che si sfracella sull’asfalto mi fa rabbrividire.
    La violenza di imporre a quell’ essere umano di morire così mi fa rabbrividire.
    lorella

  26. melania Says:

    insisto nel dire che per gli stessi principi religiosi per cui sono stati condannati dalla chiesa e dall’ opinione pubblica piergiorgio ed eluana, ebbene per quegli stessi principi dovrebbe essere condannato Monicelli perchè si è suicidato, cosa che è peccato grave.
    Se la Chiesa vuole imporre a tutti il suo punto di vista sul tema dell’ eutanasia, dovrebbe volerlo fare anche su quello del suicidio. Che non sia così, lo so da me, e capisco anche i motivi.

  27. clelia pierangela pieri Says:

    A seguire, particolare assai rilevante della vicenda, è che qui e là e sempre più, prende corpo e valenza la notizia riportata/raccontata: “proprio quella sera e anche i giorni precedenti, si lamentava di essere depresso”…
    Dai, che se ci concentriamo ancora un poco riusciamo a fare diventare, il suo, un gesto fuori di testa (depressione) che nulla avrà a che spartire con la determinazione lucida della sua decisione.
    c.

  28. Felice Muolo Says:

    Federica, nessuno, chiesa o parenti, si prenderà mai la responsabilità della morte di chicchessia. In questi casi servono i serial killer professionali. Non è una battuta.

  29. paolab Says:

    @valter “Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio”.

  30. vbinaghi Says:

    @paolab
    Del tutto fuori posto.
    Il mio non è un giudizio, ma un tentativo d’interpretazione psicologica a una domanda posta più sopra. O bisogna disinnescare anche il cervello oltre al senso etico, laddove non coincide con la vulgata progressista?

  31. federica sgaggio Says:

    @Valter. Può darsi, io non lo so.
    So che anche il bisogno di un’assoluzione pubblica non è solo legittimo, ma completamente e dolorosamente umano, perché il peso da portare in solitudine è gigantesco, enorme, può impedirti di vivere.
    Io non riesco a giudicare (non è che semplicemente non lo voglio; proprio non ci riesco). Ma se l’assunto era «lei non vuole vivere così», mi domando perché – parafrasando – non allora, non lì.
    Non ne esco.
    Non so uscirne da quando questa storia è arrivata a mia conoscenza.
    Me lo domando di continuo, ogni volta che mi confronto con questo incommensurabile dolore che opprime il cuore di un padre e di una madre.
    A volte – quando sono più tranchant – mi viene da dire che se io fossi stata Eluana e mio padre e mia madre avessero saputo per certo che io non avrei voluto vivere nel modo in cui vivevo, beh, avrebbero dovuto uccidermi non appena si fosse spenta la speranza.
    E non è un giudizio, cazzo. È la rivendicazione della suprema e inscindibile alleanza fra un genitore e un figlio.
    Ma mi devo rassegnare all’incomprensibile, perché la vicenda di Eluana non sono fatti miei.
    Ed è questo, anche, che da madre non capisco.
    Perché per così tanto tempo siano dovuti essere anche fatti miei.
    Ho solo dubbi, non ne esco.
    Scusate la confusione.
    E mi scusi anche il signor Englaro.

  32. mmilan Says:

    Si dovrebbe stare molto attenti a dire “uccisa” quando si commentano storie così estreme e delicate. E prima di definire Mario Monicelli un esponente della “cultura della morte” dovremmo vedere molte volte le scene finali del suo film più importante “La Grande Guerra” in cui il soldato (Alberto Sordi) grida nel modo più alto e più umano lo scandalo per chi decide di mandare a morte un essere umano.

  33. dmuriano Says:

    Questo post e questo dibattito sono stati profetici.
    Nella stanza dei bottoni alcuni onorevoli hanno posto la questione nel modo di Mozzi.
    Reazione dell’onorevole Binetti, in urlo:
    “(Il suicidio di Mario Monicelli) non è un gesto di libertà! è un gesto di solitudine, di disperazione! E’ un gesto che condanna tutti noi (…) Basta! credere che morire sia libertà perché qualcuno ti dà una mano”

    In compenso (leggo dalla testata del sito paolabinetti.it) l’onorevole Binetti si occupa di grandi temi, ché “i grandi temi sollecitano non soltanto la nostra intelligenza ma anche la nostra coscienza”, dice.
    Queste cose, mi sa, capitano quando i temi sono molto più grandi di chi se ne occupa.

  34. vbinaghi Says:

    Infatti, la vita e la morte son cose troppo grandi perchè se ne occupino i politici.
    La Binetti, certo. I radicali, anche.

  35. vibrisse Says:

    Mmilan, indubbiamente Eluana Englaro era viva, ed è stata uccisa (secondo il proprio desiderio, riferito dal di lei padre e tutore, con conferma e autorizzazione del magistrato) da un’équipe medica. Indubbiamente Piergiorgio Welby era vivo, ed è stato ucciso da Mario Riccio. Non si tratta di discutere se queste persone siano state “uccise”, “ammazzate”, “accoppate”, “fatte fuori”, “accompagnate alla morte”, “ricondotte alla casa del Padre”, o altro: si tratta di decidere se in certi casi il bene di una persona possa consistere nell’uccidersi (o nel farsi uccidere).

    Io credo che possa essere così. Anche se la sola idea di mettermi a discutere, o a stabilire per legge, quali siano i “certi casi”, mi fa accapponare la pelle.

    Il mio “testamento biologico” è qui:
    https://vibrisse.wordpress.com/2009/02/07/testamento-biologico/

    D’altra parte, il timore che Felice Muolo ha espresso in una battuta (“in questi casi servono i serial killer professionali”) non mi è estraneo.

    giulio mozzi

  36. vibrisse Says:

    Vedi l’articolo di Demetrio Paolin, qui:

    […] Esiste una qualche differenza tra il gesto di Mario Monicelli e quello ostinatamente voluto richiesto e preteso da Beppino Englaro verso sua figlia? Esiste una discrasia tra ciò che ha compiuto il grande regista toscano e l’azione compiuta dal medico che ha fatto rispettare le ultime volontà di Piergiorgio Welby? A me, personalmente, pare di no. Credo che non ci siano differenze sostanziali, ma appunto solo formali. Per Eluana Englaro e Piergiorgio Welby qualcuno agì in nome loro e delle loro intime volontà, Monicelli, invece, ha compiuto il gesto in libertà e solitudine.
    In tutti e tre i casi, però, io ravvedo una scelta precisa, ovvero di decidere, personalmente e responsabilmente, come e quando morire. […]

    Leggi tutto.

  37. clelia pierangela pieri Says:

    …e a proposito di “creatura”, interessante e condivido:

    http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/demetrio_paolin_sul_suicidio_di_monicelli021210.html

    buona giornata
    c.

  38. Antonio La Malfa Says:

    Penso che Monicelli, Welby, Englaro appartenessero a quella folta schiera di esseri umani che , nella loro ultima fase dell’esistenza, siano senza concrete speranze di guarigione e senza una qualità di vita accettabile.
    Mio padre è morto nel 1978, io avevo 17 anni. Aveva un tumore al polmone con metastasi al cervello. Dall’inizio dei sintomi alla morte sono passati undici mesi, con terribili cefalee che duravano più di tre giorni, vomito persistente, dispnea e progressiva paralisi, episodi di disorientamento spazio-temporale, attacchi di panico e più volte mio padre ha espresso la volontà di morire, ma nulla è stato fatto. Lo avrebbe voluto lui, lo avrei voluto io, mia madre, mio fratello e le mie sorelle, che se ne andasse. Talvolta i convincimenti, le opinioni, si incarnano da una generica opinione di un fatto in una diretta esperienza personale. Sulla base della mia esperienza personale, dunque, vorrei che, in casi del genere, la legislazione italiana si pronunciasse chiaramente per lasciare la libertà di decidere e di delegare ad altri l’interruzione della propria vita, il diritto di non soffrire, il desiderio di lasciare ai propri cari un ricordo dignitoso.

  39. paolab Says:

    temo che in questo annoso dibattito ancora non si sia riusciti a far chiarezza una volta per tutte sull’uso dei termini: e le parole sono sostanza. in questo dibattito l’uso distorto dei termini a me pare ideologico (anche senza dolo, a volte invece con dolo). posso capire che il giudizio e l’opinione sulle tematiche di fine vita spingano a far di tutte le erbe un fascio, ma questo rende solo le cose più difficili.per esempio: welby e eluana englaro non sono stati uccisi (né eutanasizzati): si tratta di casi di sospensione delle cure (e che la cosa sia sostanziale e non di lana caprina, lo dice anche il fatto che – se no – beppino englaro e mario riccio sarebbero finiti in galera e non prosciolti) . quello di monicelli è un caso di suicidio, non di eutanasia. le ricadute sono interessanti anche in senso morale. forse se monicelli avesse avuto la certezza di poter sospendere le cure nel momento in cui lui avesse ritenuto opportuno, forse non si sarebbe ucciso (forse ci dovrebbe rimordere la coscienza di avere un sistema che spinge le persone ad ammazzarsi pur di non restare incagliate in un sistema che potrebbe non volerti lasciare andare mai)

  40. Felice Muolo Says:

    Più che una battuta, Giulio, la mia è una convinzione. Nel caso in discussione c’è bisogno di professionisti dell’omicidio assistito, persone disposte a sporcarsi le mani. Non è giusto che una persona che vuol morire debba buttarsi giù dal balcone.

  41. Felice Muolo Says:

    Ho detto bene: omicidio assistito.

  42. andrea barbieri Says:

    Paolab, hai scritto cose che sono già nel post di Mozzi, solo che lui le ha scritte meglio, ed è andato un passo oltre te nel ragionamento… 😀

  43. vibrisse Says:

    Paola, non mi sembra che tu faccia “chiarezza sull’uso dei termini”.

    Controesempio. Tizio ha bisogno di un certo medicinale per continuare a vivere. Non è in grado di procurarselo da sé. Normalmente il farmaco gli viene procurato da una persona, Caio, che ha questo specifico incarico (o una responsabilità che contiene logicamente l’incarico: ne è il tutore, ad esempio).
    Immginiamo che Caio smetta di procurare il farmaco a Tizio, contro la volontà di Tizio. Tizio muore. La cosa viene scoperta.
    Secondo te, Paola, per cosa sarà processato Caio? Per aver sospeso la cura a Tizio, o per averlo ammazzato?

    Mario Riccio e Beppino Englaro sono stati assolti non perché non abbiano ucciso, rispettivamente, Piergiorgio Welbi ed Eluana Englaro; ma perché quelle uccisioni non costituivano reato.

    Per la legge non è difficile ammettere la liceità di un’uccisione. Ad esempio, nessun soldato è mai stato processato per aver ammazzato, in guerra, un nemico.

    Scrivi anche, Paola: “quello di monicelli è un caso di suicidio, non di eutanasia”. Anche qui c’è confusione.
    Se Tizio vuole una “buona morte”, e non trova nessuno che gliela dia, non può che suicidarsi.
    La parola “suicidio” suscita degli echi piuttosto negativi (ci si suicida per disperazione, per essere stati abbandonati, per stanchezza della vita, ecc.). Ma la cosa più pratica è adottarla nel significato tecnico: “uccisione di sé stessi”. Che l’uccisione di sé stessi avvenga per disperazione o per desiderio di morire nell’attimo più felice della propria vita o per togliere il disturbo prima di diventare un peso o perché ci si sente ormai pacificati con l’Essere (e in questo quarto caso si tratta certamente di “eutanasia”), è un altro paio di maniche.

    giulio

  44. Alessandra Says:

    Mi chiedo che differenza ci sia tra decidere di porre fine ai propri giorni perché il proprio fisico non risponde più adeguatamente e dignitosamente alle necessità di una vita normale, e chi decide di porre fine ai suoi giorni perché la propria mente non gli permette di vivere con uno stato d’animo adeguato e dignitoso. Insomma, se uno è depresso va bene che si butti sotto un treno? O la dolce morte dovrebbe essere garantita anche a chi non si sente adeguato alla vita? E poi, non è anche la mente un organo del nostro corpo, come il cuore, il fegato, la milza…? E dunque, se posso scegliere l’eutanasia perché sofferente e malato in uno di questi organi vitali, perché non potrei se sofferente e malato nella mente? Forse la sofferenza del corpo è più dolorosa di quella dell’anima? Forse perché l’anima si può ‘curare’? Ma si può curare sempre l’anima? E se dopo aver provato a curarla, ogni tentativo è stato vano, perché accanirsi con pasticche, sedute psicanalitiche, sforzi e prove di vario tipo?

  45. vibrisse Says:

    Alessandra, nell’ordine:
    Credo che a nessuno “vada bene” che uno se è depresso si butti sotto un treno.
    Credo che a nessuno sia mai venuto in mente di “garantire” una “dolce morte” a chi “non si sente adeguato alla vita”.

    (Nota: mi pare poco pratico controbattere a opinioni che nessuno ha).

    Che la mente sia un “organo”, è ipotesi assai discutibile e discussa, e direi nel complesso molto poco accettata (vedi a es. la voce in Wikipedia, che mi restituisca abbastanza bene la varietà delle opinioni antiche e presenti attorno alla natura della mente). Indubbiamente è un organo il cervello: ma tu qui non parli di cervello.
    L’anima ovviamente è ancora un’altra cosa rispetto alla mente, e credo che nessuno accetterebbe di considerarla un “organo”. Le domande che seguono mi sembrano, di nuovo, orientate a contrastare opinioni che nessuno ha.

    giulio

  46. Alessandra Says:

    Va bene, allora parliamo di cervello.
    Le opinioni di cui sopra non è esatto dire che non le ha nessuno, anche perché non sono opinioni ma domande, non retoriche e non provocatorie. Le ho fatte semplicemente per confrontarmi in base al tema di cui ai post precedenti. Penso che si possa avere un’opinione anche su cose che nessuno ha mai, o non ha ancora, valutato, dal momento in cui ci facciamo delle domande su una certa cosa. E qui la domanda era concreta: la sofferenza fisica è più debilitante o degradante della sofferenza psichica? Vivere una vita prendendo psicofarmaci, mi garantisce una buona qualità della vita? Non è anche questo un accanimento terapeutico?

  47. paperinoramone Says:

    @ Alessandra

    In Svizzera c’è il suicidio assistito, che riguarda persone che non possono più guarire, ma io non conosco la legge e non so dirti di più. Quello che penso che tu intendi sia invece più o meno: lo stato deve fornire a chi voglia suicidarsi gli strumenti più sicuri e indolori? Oppure far sì che nascano delle associazioni ad hoc?

    Per quanto riguarda psicofarmaci e depressione, aldilà della preparazione medica che non ho, posso dirti che essendo farmaci riguardano appunto condizioni di malattie psichiche, la depressione fra queste. Se la cura a base di psicofarmaci funziona sì, si può dire che almeno da quel punto di vista garantiscono una buona qualità della vita. In ogni caso è sempre il paziente che “decide” di curarsi.

    La tua domanda principale è troppo vaga, un conto sono le malattie, un conto gli stati d’animo o le condizioni di vita. Le differenze passano per la maggiore o minore libertà lasciata all’individuo. Però non è che si possano misurare.

  48. Luca Tassinari Says:

    Giulio: «Mario Riccio e Beppino Englaro sono stati assolti non perché non abbiano ucciso, rispettivamente, Piergiorgio Welbi ed Eluana Englaro; ma perché quelle uccisioni non costituivano reato».

    Mah… forse ricordo male, ma per Beppino Englaro c’è stata un’archiviazione per il reato di omicidio volontario, non una sentenza di assoluzione, mentre Mario Riccio è stato assolto dall’accusa di omicidio del consenziente, che è reato diverso dall’omicidio.

    Da un punto di vista strettamente giuridico, dunque, nel caso Englaro non si può nemmeno parlare di omicidio, mentre nel caso Welby-Riccio sì: in questo caso il giudice ha stabilito che il reato sussiste, ma ha escluso la colpevolezza di Riccio.

    Ecco, a me questa cosa continua a sembrare paradossale: c’è un reato, ma l’unica persona imputabile per quel reato — cioè la persona che ha materialmente interrotto la ventilazione artificiale di Welby — viene assolta: un morto ammazzato in assenza di assassino.

    Ho come l’impressione che quel giudice sia stato troppo conservativo nelle motivazioni della sentenza: se nessuno ha ammazzato l’uomo che dici essere stato ammazzato, forse dovresti concludere che quell’uomo non è stato ammazzato, ma è semplicemente morto.

  49. Alessandra Says:

    Grazie P., non lo sapevo.

  50. vibrisse Says:

    Luca, grazie per la correzione; ma non ho capito.

    Il signor Englaro è stato indagato per omicidio volontario; il caso è stato archiviato: ciò significa che, secondo il magistrato, nel corso delle indagini si è scoperto che non c’era materia su cui indagare. Quindi: una persona è morta in conseguenza delle azioni di alcune persone, ma quelle persone non hanno commesso un “omicidio volontario”. Giusto?

    Mentre mi par proprio di non capire quando dici: “in questo caso il giudice ha stabilito che il reato sussiste, ma ha escluso la colpevolezza di Riccio”.

    Alessandra, mi rispondi: “Le opinioni di cui sopra non è esatto dire che non le ha nessuno, anche perché non sono opinioni ma domande”. E infatti, ciò che secondo te non è esatto dire, io non l’ho mica detto.

    Ripeto con altre parole. Tu domandi: “se uno è depresso va bene che si butti sotto un treno?”. Ovviamente no. E’ così “ovviamente no”, che nessuno pensa che “va bene” se uno, essendo depresso, si butta sotto un treno. E quindi, a cosa serve la domanda?
    Poi domandi: “la dolce morte dovrebbe essere garantita anche a chi non si sente adeguato alla vita?”. Ovviamente no. Ecc.

    Alla domanda: “Vivere una vita prendendo psicofarmaci, mi garantisce una buona qualità della vita?” si può invece rispondere. Io rispondo così, nei limiti della mia esperienza: conosco persone che prendono psicofarmaci da una vita, e stanno benone; conosco persone che prendono psicofarmaci da una vita, e stanno sempre male; pertanto, gli psicofarmaci non garantiscono una buona qualità della vita. Del resto, nemmeno la Tachipirina garantisce un abbassamento della febbre (benché lo provochi quasi sempre).

    giulio

  51. andrea barbieri Says:

    Luca “perché quelle uccisioni non costituivano reato”: è proprio così.

    L’assoluzione di Mario Riccio si fonda sull’esistenza accanto al comportamento di reato, di una causa di giustificazione che è l’aver agito in ‘adempimento di un dovere’ (art 51 cp). Il Giudice (era il GUP) ha riconosciuto che Riccio ‘doveva’ staccare la macchina, perché quella era la volontà di Welby.
    Per capire come operano le cause di giustificazioni (che sono elementi negativi del reato, cioè non devono sussistere affinché si abbia reato), puoi pensare al caso di una persona che uccida per legittima difesa. Vedi che c’è omicidio, ma non è reato perché l’autore era giustificato appunto dall’aver agito per legittima difesa.

    L’accusa di omicidio a Beppino Englaro è stata archiviata. Il Giudice (GIP) nella motivazione del decreto spiega: “La prosecuzione dei trattamenti di sostegno vitale di Eluana Englaro non era legittima in quanto contrastante con la volontà espressa dai legali rappresentanti della paziente, nel ricorrere dei presupposti in cui tale volontà può essere espressa per conto dell’incapace”.

  52. andrea barbieri Says:

    Qui c’è la sentenza sul caso di mario Ricci:

    Fai clic per accedere a sentenza.pdf

    Tra pag. 47 e 48 si parla del diritto costituzionale a rifiutare la terapia e della causa di esclusione del reato di cui all’art. 51 cp.

    Il piano razionale del diritto si interseca con brani delle lettere di Welby. E’ una sentenza che ragiona su un diritto, ed è allo stesso tempo un testo pieno di umanità. Consiglio fortemente la lettura.

  53. Luca Tassinari Says:

    Giulio, per il caso Englaro è esatto: il gip ha archiviato il caso, quindi non è mai stato appurato in sede giudiziaria che la morte di Eluana Englaro sia stata dovuta a un omicidio. Nel caso Riccio-Welby, invece, il giudice per le udienze preliminari ha stabilito che si è effettivamente trattato di omicidio (per la precisione: omicidio del consenziente), ma che Riccio non è punibile perché sussiste l’esimente dell’adempimento di un dovere. Riccio non è stato assolto perché il fatto non costituisce reato, ma perché non è punibile per quel reato.

    In altre parole: per la giustizia italiana Piergiorgio Welby è stato ucciso (con il suo consenso), ma nessuno è imputabile per il suo omicidio. Ripeto: a me sembra una sentenza assurda.

    Quello che penso io, e che ovviamente conta come il due di coppe con briscola bastoni, è che Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro sono morti per cause naturali.

  54. andrea barbieri Says:

    Tassinari, non è che Riccio ‘non è punibile’, è che Riccio ha tenuto una condotta che astrattamente sarebbe reato, ma in presenza della norma scriminante (o causa di giustificazione) di cui all’art. 51 cp, quella condotta non ha più alcun disvalore penale. E’ assurdo assolvere una persona che non ha tenuto un comportamento penalmente rilevante? A me parrebbe assurdo condannarla.
    [se non credi a ciò che dico, controlla qui: http://it.wikipedia.org/wiki/Consenso_dell%27avente_diritto%5D

    Il Gip che ha disposto l’archiviazione del caso Englaro ha accertato, anche attraverso perizie, che non c’è stato omicidio ai sensi del codice penale. Proprio per questo motivo ha disposto l’archiviazione.

  55. Luca Tassinari Says:

    Andrea, la sentenza conclude testualmente: «Va pertanto dichiarato il proscioglimento di Riccio Mario perché non punibile in ragione della sussistenza della esimente di cui all’art. 51, c.p.»

    Tu dici «non è che Riccio ‘non è punibile’». Nel dare le motivazioni della sua sentenza, il giudice dice che Riccio è «non punibile». Nel dubbio, mi fido del giudice.

    Nota che il giudice ha anche stabilito che l’esimente sussiste solo in virtù del rapporto medico-paziente fra Riccio e Welby. Se qualcun altro, per esempio la moglie, avesse interrotto la ventilazione forzata, sarebbe stato condannato.

    Quello che mi sembra assurdo non è l’assoluzione di Riccio, ma la dichiarazione di sussistenza del reato, sia pure in astratto. Mi sembra assurdo, cioè, che il giudice abbia classificato il caso come omicidio dopo aver chiarito che Welby era nel suo pieno diritto quando ha chiesto l’interruzione di una terapia. A maggior ragione mi sembra assurdo se considero che l’unica persona imputabile, cioè quella che ha materialmente commesso il fatto, non può essere condannata.

  56. andrea barbieri Says:

    La ‘non punibilità’ in senso tecnico è una macrocategoria che comprende ipotesi molto diverse. La ‘non punibilità’ della causa di giustificazione (o scriminante, esimente) esclude l’antigiuridicità della condotta. Cos’è l’antigiuridicità? è il contrasto tra la condotta e l’ordinamento. L’ordinamento per esempio vieta l’omicidio, ma lo consente per legittima difesa a determinate circostanze. L’antigiuridicità è un elemento essenziale del reato. Se è esclusa dall’operare di una norma scriminate, il reato mancando di un elemento essenziale non sussiste. Il reato è presupposto per punire l’autore della condotta, mancando il presupposto, l’autore non è punibile.

    Poi scrivi “Nota che il giudice ha anche stabilito che l’esimente sussiste solo in virtù del rapporto medico-paziente fra Riccio e Welby.”
    Certo, Welby dispone di un diritto garantito dalla Costitituzione, in base a quel diritto nega il consenso alla continuazione della terapia, e il medico (non una persona qualsiasi) deve rispettare la disposizione di Welby.

    Che cosa significa questo? che è esattamente come avevi scritto, che per l’ordinamento non è un omicidio penale, ma una morte che avviene per cause naturali, a seguito di atti di disposizione del proprio diritto perfettamente legittimi, e doverosi per i medici.

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