Amore «irripetibile, prodigioso»

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Di Tiziana lo Porto

[Questo articolo è apparso nei giorni scorsi in Eventi, mensile allegato al quotidiano La Sicilia. Preleva il pdf].

Già autrice di tre romanzi, Veronica Tomassini torna in libreria con Sangue di cane, storia dell’amore impossibile tra una giovane siracusana e un semaforista polacco. A fare da scenario un sottosuolo abitato da outsider, immigrati polacchi che vivono di espedienti e dormono in stanze che sono poco più che tuguri. E’ lì che il romanzo si muove con padronanza ed empatia, in modo così accurato da sembrare autentico. «Scrivo di quel che conosco – spiega l’autrice – Anche se, come mi disse una volta Dario Voltolini, per raccontare la verità in letteratura, bisogna fingere».

Cosa ti affascina così tanto di questo “sottosuolo” polacco da decidere di raccontarlo?

Le loro contraddizioni, il ghigno con il quale si prendono gioco della vita e della morte, la fatalità della loro stessa esistenza governata da una specie di lemure dedito a sbatacchiare un nazionalismo inveterato, provato dalla storia; ho amato il loro cordoglio secolare; il loro eroismo, la loro musica. Il tedium perenne impresso a fuoco in una memoria collettiva, parto o piuttosto aborto di un grande errore storico che ha crocifisso le loro carni, innalzando a scempio comune un solo balzello: la vodka.

Da quasi quindici anni fai la giornalista. Quanto incide il tuo lavoro nello scrivere narrativa?

Molto poco. Casomai mi è successo il contrario, la scrittura narrativa ha teso le braccia al mio lavoro di giornalismo. Ma è la vita ad avermi fornito la trama, gli snodi, i personaggi. E’ la vita che mi ha portato in quei luoghi, luoghi intestini, luoghi polacchi. La mia scrittura è legata a doppio nodo ad un popolo, non so perché, anzi lo so: è una questione d’amore. Incontrai un popolo, un esercito per la verità di fiori nel fango, eroi capovolti, umiliati ed offesi. Io ero lì.

E la Sicilia quanto incide?

La Sicilia non incide, o magari incide ed io non me ne accorgo. Il mio di sangue è misto, perciò mi sento abbastanza sradicata, indifferente alle radici. Sono un po’ umbra, un po’ abruzzese. Un po’ siciliana. Sicuramente non mi sento di aver mai incocciato la tradizione meridionalista, ma credo non esista più la demarcazione, sarebbe fuori luogo. Avrebbe senso ancora parlare di letteratura meridionale? Non riconosco in tal senso le esigenze, le connotazioni, oggi, in questo preciso periodo storico. In generale ritengo che sia di per sé difficile raccontare la nostra epoca smembrata.

L’amore che racconti nel romanzo sembra definito dalla sua impossibilità. E così?

L’amore nel romanzo è la grande provocazione. Mi interessava dimostrare come era facile, ovvio, ribadire la banalità rappresentata da limiti come la distanza sociale o il concetto ancor più ridicolo e obsoleto di “coscienza borghese”. La storia d’amore all’interno del romanzo è un traghetto per far passare molto altro. Il romanzo racconta un’epica slava, di pietas e di eroismo, ambientata nei primi anni ’90, dentro una deriva di uomini dell’est, borderline per necessità, senza tetto alcolisti, finiti in un buco di provincia (Siracusa), nelle grotte, nelle fogne di un buco di provincia. Il romanzo racconta di uomini parto di tempi maledetti, narra di proscritti e di ex cortine memori e ancora fallaci, e lo fa appunto attraverso una storia d’amore tra una siciliana e un senza fissa dimora polacco. Lui è il semaforista. Le dinamiche sono quelle di una vicenda malinconica e slava, con un fascino rauco e circense, dove il dolore è il tedium perenne di un abbaglio storico, la morte un calice alzato, un brindisi con uno sputo di bile.

Puoi raccontarci la storia editoriale del romanzo?

La storia di questo libro è abbastanza avventurosa. Devo tutto a tre persone, determinanti alla stessa maniera. Le cito nell’ordine in cui sono apparse nella mia vita. Giulio Mozzi, Marco Travaglio, Calogero Garlisi. Giulio Mozzi, ottimo scrittore, consulente editoriale, è anche un talent scout riconosciuto tout court nel mondo delle lettere (ne ha scoperti abbastanza, da Tullio Avoledo a Mariolina Venezia). Fu Giulio a leggere le mie cose, ad incontrarmi appositamente a Catania per discuterne, sostenendomi sempre fino ad oggi, fino a Laurana. È stato Giulio ad invitarmi a scrivere questa storia, la storia che doveva essere raccontata. Così è stato. Il romanzo è stato scritto in un mese e qualche giorno. Giulio Mozzi ha investito tutte le sue energie. Finché è arrivata Laurana, nella persona dell’editore Calogero Garlisi, già fondatore di Melampo (casa editrice che si occupa di saggistica e di letteratura civile), in molti progetti braccio destro di Nando Dalla Chiesa tra le altre cose. Garlisi ha letto il testo che gli propose Marco Travaglio; Marco Travaglio che a sua volta lo aveva letto, considerandolo forte, bello; Marco Travaglio che mi ha incoraggiata, pur non conoscendomi. E’ andata così, imprevedibilmente. I consigli di Giulio sono preziosissimi, un giovanissimo scrittore si occupa egregiamente dell’ufficio stampa e della valutazione dei manoscritti, lui è Gabriele Dadati; Daniele Ceccherini è il grafico. Calogero Garlisi mi sembra di conoscerlo da sempre, affabile, positivo, siciliano di Milano. Dopo tutti i no rimediati, non mi poteva andare meglio. Ho incontrato le persone giuste, persone generose, che hanno creduto semplicemente in quel che facevo.

Cosa consiglieresti ad un aspirante scrittore?

Dico di avere pazienza perché come disse un teologo quel che tarda giungerà e avverrà. Basta solo saper aspettare. Davvero, lessi questa frase da qualche parte, lui era un certo Benedetti, un teologo appunto. Da allora smisi di agitarmi inutilmente. Sarà la scrittura a mettersi di traverso comunque – considerai (parole di Dario Voltini quando ero agli inizi e collezionavo solo buchi nell’acqua) – tra me e le tante cose da fare.

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