Come si scrive un romanzo

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L'immagine e il link sottostante non hanno alcuna relazione con l'articolo.

di giuliomozzi

E’ il 14 aprile del 1995. Siamo a Milano. E’ mattina. Piove. Un magistrato sta per uscir di casa per recarsi in procura. Un agente della sua scorta – che chiameremo X – gli citofona: “Non scenda”. Qualche minuto dopo X, tutto inzuppato e affannato, spiega al magistrato di aver inseguito una persona fin dentro l’asilo che si trova proprio difronte alla casa del magistrato stesso: un uomo armato di fucile, che poi aveva saltato un muro ed era scappato su una moto guidata da un complice. Ci furono ovviamente delle indagini. Non si trovarono altri riscontri. X era l’unico testimone del fatto.

E’ il 30 settembre del 2010. Siamo sempre a Milano. E’ sera. Il direttore di un importante quotidiano è appena rientrato in casa. L’appartamento è al quarto piano. L’agente della scorta che lo ha accompagnato – lo chiameremo Y – decide, diversamente dal suo solito, di non usare l’ascensore per scendere a pianoterra, bensì le scale: vuole accendersi una sigaretta. Al terzo pianto incrocia, o intravede, un uomo armato di pistola. L’uomo gli spara, ma la pistola fa cilecca. Scappa. Y lo insegue. Esplode tre colpi di pistola, più che altro a scopo intimidatorio. L’uomo si dilegua, non si capisce bene come. Y raggiunge il direttore al quarto piano e gli spiega cos’è accaduto. Le indagini sono in corso. Y è l’unico testimone del fatto.

Il romanzo dov’è? Il romanzo è qui: i due eventi sono sostanzialmente identici; identica è l’unicità del testimone; identica è la fuga rocambolesca; identica è la difficoltà a trovare riscontri; e, soprattutto, identico è il protagonista della storia. X e Y, infatti, sono la stessa persona: un agente di nome Alessandro, descritto oggi dall’allora magistrato, ormai in pensione, come «un poliziotto scrupoloso, un professionista attento».

(Vedi: qui e qui; qui e qui).

Ora: viene abbastanza spontaneo, difronte a tante somiglianze, fantasticare un po’. Ne ho parlato con tre persone, oggi, e tutte e tre mi hanno detto: vedrai, quello è un poliziotto che ha bisogno di far carriera, di mettersi in vista; gli è andata bene una volta, ci sta riprovando… E hanno aggiunto: avrà pensato che Belpietro era proprio la persona giusta, che avrebbe sollevato una cagnara, in questo momento politico poi, e il suo eroismo sarebbe stato notato… Una ha concluso addirittura: questa cosa fa gioco anche a Belpietro, chissà, magari l’agente gli ha raccontato di quell’altra volta, lui ci ha pensato su, e gli ha fatto una proposta…

Io non so come sia fatta la vita di un agente di polizia addetto a scortare persone. Non so quale sia la reale frequenza di episodi come quelli accaduti all’agente Alessandro. Non so quanto spesso, nei dintorni delle case delle persone sotto scorta, agli agenti càpiti di incontrare individui più o meno sospetti, o addirittura pericolosi, e magari di inseguirli e di prenderli o perderli. Non so insomma, e non posso saperlo, se la coincidenza capitata all’agente Alessandro sia talmente rara da poter generare un sospetto, o talmente comune da non generare un bel niente. E come io non so queste cose, così non le sanno le lettrici e i lettori dei giornali, non le sapete voi che mi state leggendo, presumo non le sappiano nemmeno i giornalisti. Forse le sa, da ex procuratore, Gerardo D’Ambrosio: e lui ha descritto l’agente Alessandro, l’ho già detto, come «un poliziotto scrupoloso, un professionista attento». Che non è certo un invito a romanzare.

Nelle settimane scorse i giornali hanno riportato con particolare evidenza notizie relative a liti tra medici e paramedici in sala parto. All’improvviso, sembrava che i reparti maternità si fossero trasformati in palestre di wrestling. In realtà, era successo questo: dopo un fatto particolarmente grave, con madre e bambino ridotti in fin di vita, i giornali hanno cominciato a notare ed enfatizzare notizie, assai meno gravi, che in altri momenti sarebbero state trascurate, o al massimo giudicate degne di un trafiletto in cronaca.

E’ possibile che ai due episodi che ho citati all’inizio sia possibile accostarne altri due, venti, quarantasette, centododici: che presentino tutti le stesse, o quasi tutte le stesse, somiglianze. A quel punto, la somiglianza tra i due episodi che vedono coinvolto l’agente Alessandro diventerebbe irrilevante. Ma questo ai giornali non interessa: ai giornali interessa ciò che è, o può essere fatto diventare, a forza di aggiunte e sottrazioni di informazioni, nonché di accostamenti e ripetizioni, rilevante.

Metà del mio cervello, quindi, la più pigra, segue il senso comune e, messa difronte ai due episodi, commenta: mah… L’altra metà invece avrebbe voglia di immergersi negli archivi di qualche procura, per capire se ciò che stimola il mio senso comune sia effettivamente stimolante o no.

Se comunque si volesse scrivere il romanzo, ecco la trama: l’agente viene sospettato di aver finto tutto; il direttore del giornale viene sospettato di aver corrotto l’agente per avere un falso agguato e trarne un vantaggio politico; alla fine si scopre che a pagare l’agente è stato l’ex procuratore: il quale, sapendo che l’agente aveva illo tempore simulato, per mettersi in luce e far carriera, un agguato, lo corrompe minacciandolo di rivelare tutto e gli fa organizzare un attentato fasullo al direttore del giornale. Ma per trovare un movente decente (e anche per evitare qualche grana giudiziaria, en passant), bisognerebbe inventare tre personaggi ben diversi da D’Ambrosio, Belpietro e l’agente Alessandro.

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14 Risposte to “Come si scrive un romanzo”

  1. giorgio fontana Says:

    giulio, una domanda forse un po’ off topic.
    sapresti consigliarmi (lo chiedo pubblicamente perché magari interessa anche ad altri) dei testi dove si discute di come i giornali “creano” l’opinione pubblica accumulando rilevanze ad hoc? insomma, testi sull’agenda setting? perché non ne trovo, dannazione, e la cosa mi interessa assai.

    grazie!

  2. Andrea Mattarollo Says:

    ciao Giulio,
    oppure: gli inquilini del palazzo dove abita il direttore dell’importante quotidiano per feroci contrasti decennali legati a problematiche condominiali, decidono di spaventarlo con un finto attentato per spingerlo a vendere l’appartamento e lasciare il condominio.

    L’attentatore non viene visto dai colleghi del poliziotto e da nessun altro, nè viene scorto dalle telecamere di sicurezza perchè è stato assoldato e coperto nella sua fuga dai condomini.

    Per GIORGIO FONTANA: ti suggerisco la bibliografia del mio compianto prof. di tecniche del Linguaggio radiotelevisivo, Mauro Wolf, ad es.
    http://tecalibri.altervista.org/W/WOLF-M_media.htm, oppure
    http://www.deastore.com/libro/teorie-delle-comunicazioni-di-massa-mauro-wolf-bompiani/9788845248412.html

    Ciao.

  3. missmartinab Says:

    Purtroppo credo che la maggior parte delle volte si dia ascolto al lato pigro del nostro cervello, consegnandoci così, mani e piedi, a chi confeziona le notizie. Ma la mancata riflessione personale sull’informazione sembra non essere l’unico problema.
    L’altro giorno sul blog di Loredana Lipperini ho letto un dato a dir poco inquietante. Non so come sia stata fatta questa stima ma Tullio De Mauro, parlando degli italiani, afferma che “il 66 per cento non è nella condizione di leggere un quotidiano.”
    Se non si capisce quel che se si legge, figuriamoci se poi ci si riflette.

  4. paperinoramone Says:

    @ Giorgio Fontana

    forse può essere utile questo:

    Michele Loporcaro, Cattive notizie. La retorica senza lumi dei mass media italiani, Milano, Feltrinelli, 2005, seconda edizione aprile 2006.

    C’è un film carino, L’inventore di favole, su una storia ( pare vera ) di un giornalista di “New Republic” che s’inventò parecchia roba

  5. Giulio Mozzi Says:

    Giorgio, un buon punto di partenza è appunto il libro del Wolf.

  6. Andrea D'Onofrio Says:

    Più che altro mi domando perchè nessun giornale si sia domandato come mai siano sotto scorta personaggi come Belpietro ed Emilio Fede cui, a parte le ovvie considerazioni sul valore di ogni vita umana, non si riesce a trovare un merito civile che sia uno e non sia stato posto sotto scorta un personaggio come Angelo Vassalo, sindaco minacciato dalla camorra che aveva chiesto aiuto alle istituzioni.

    Che la politica protegga le sue clientele lo capisco, che i giornali tacciano la cosa meno.

  7. Giulio Mozzi Says:

    E già che cisiamo, ricordiamo quel rompicoglioni di Marco Biagi.

  8. maestro1091 Says:

    A parte che nemmeno a Borsellino fu data una scorta adeguata e soddisfacente.
    Resta il fatto che Belpietro – e i soliti noti del partito dell’amore – hanno subito usato questo fatto a pretesto per la loro campagna moralizzatrice: in pratica non accusare più Silvio.
    Però al di là di tutto dubito che questo fatto sia falso.

  9. Giulio Mozzi Says:

    Mi sono limitato a notare che l’accostamento delle due notizie produce un particolare effetto.

  10. maestro1091 Says:

    Certo, ci mancherebbe altro.
    Anche a me ha prodotto un certo effetto.
    Ad esempio dubito fortemente che l’attentato a Berlusconi del 13 dicembre sia autentico.

  11. Giulio Mozzi Says:

    Non vedo ragioni per ipotizzare che l’attentato a Berlusconi del 13 dicembre scorso sia non autentico.

  12. maestro1091 Says:

    Magari visto nella sua integrità no, ma analizzando i singoli dettagli un sospetto sorge…

  13. andrea barbieri Says:

    Ho sentito D’Ambrosio intervistato in tv dire che all’attentato contro di lui non aveva mai creduto.

  14. Giulio Mozzi Says:

    Ah, è finita così.

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