Il corpo e il male

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di Demetrio Paolin

Circa un anno fa scrivevo un breve saggio per un convegno che si tenne, nel novembre del 2009, a Varsavia dal titolo Fiction, faction, reality: incontri, scambi, intrecci nella letteratura italiana dal 1990 ad oggi. In attesa degli atti, che dovrebbero essere pubblicati a breve, lascio qui il mio contributo.

Questa medesima nevrosi è comune ai protagonisti dei romanzi in questione. L’essere solo corpo e corpo dolente rappresenta la possibilità di assumere il mistero delle cose, di penetrare i segreti dell’essere e di riportare al lettore una particella di verità.

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4 Risposte to “Il corpo e il male”

  1. vbinaghi Says:

    Intanto, Demetrio, il tuo testo è molto bello e ha il pregio della sintesi, nel senso che rischia di formulare una definizione di letteratura, si espone alla verifica, non è poco di questi tempi, meriterebbe ben altro approfondimento che queste poche righe.
    Si potrebbe dire che ciò di cui parli è di una poetica dell’incarnazione, non come di una delle tante opzioni possibili per un’estetica del romanzo, ma come un appello dei tempi allo scrittore, che diventi un destino. Forse l’unico modo possibile per trascendere una civiltà dell'”inesperienza” e evitare di cadere nella sua ripetizione attraverso quella letteratura dell’inesperienza che è la fiction. Eppure, mentre mi sento di accogliere questa come una premessa, contesto che essa possa costituire anche una conclusione. Perchè non si può vedere il mondo se non salendo sulla croce (cioè assumendo pienamente la propria condizione carnale e mortale), ma è pur vero che il mondo visto dalla croce è, autenticamente, mondo. E in questo sta forse il senso laico della resurrezione: resurrezione del verbo dalla “località” che lo pronuncia, trascendenza del significato sul significante che lo incarna. Nemmeno a questo, credo, la letteratura può sottrarsi. Perchè la verità della letteratura e dell’arte in genere è antinomica (come diceva Florenskij): non può cogliersi se non passando attraverso le antinomie del vissuto e del rappresentato, dell’esperienza singolare e della sua portata simbolica universale. Per restare nel tuo esempio iniziale: non ero sotto le due torri, ma la vibrazione di quel crollo giunge fino a me e mi attraversa. Se di essa registrassi la pura inquietudine o l’orrore che mi trasmette, tradirei il messaggio profetico che essa mi affida.

  2. demetrio Says:

    valter intanto grazie e poi scusa se solo ora riesco a risponderti, causa problemi vari del mio pc.

    io credo che tu abbia in parte compreso il motivo segreto del mio saggio, ovvero non tanto e non solo una riflessione critica rispetto a una serie di romanzi che ho letto nell’anno 2009, ma proprio un bisogno di riflettere su cosa fosse per me il fare letteratura, l’essere scrittore e il modo di stare al mondo e di vederlo.

    Soprattutto mi colpiva come anche altri scrittori nei loro libri andavano ragionando su questioni simili.

    mi sembra molto interessante il tuo riferimento alla resurrezione, come “luogo” da dove vedere il mondo. Se dovessi trovare un luogo, al quale io pensavo mentre scrivevo il saggio, direi che è la sterminata pianura d’ossa di Ezechiele, che mi pare – al di là delle interpretazioni patristiche e del magistero della chiesa – lontana dalla ressurezione come la immagini tu.

    forse ho messo altra carne al fuoco, ma bene così.
    d.

  3. Enrico Macioci Says:

    Dei romanzi citati ho letto Vasta, Pugno, Paolin, Tonon, Falco. Alcune osservazioni.
    Non sono convinto (ma potrebbe essere invece, avanzo soltanto qualche riserva) che il non aver vissuto materialmente l’11 settembre c’impedisca di fornirne una rappresentazione narrativa esauriente e incarnata. L’11 settembre è uno di quegli eventi – come Auschwitz o la caduta dell’impero romano o la scomparsa dei dinosauri – che ha una portata antropologica universale, e che c’investe d’una carica emotiva talmente forte da consentirci una poetica che scavalchi tempi e luoghi. In più le televisioni ce l’hanno portato dritto a casa (è vero che tv significa inesperienza, ma l’11 settembre è stato un’esperienza dell’inesperienza, o meglio un’inesperienza fattasi esperienza). Ricordo come fosse ieri il volto di mia madre quel pomeriggio, il piccolo televisore in cucina che inconcepibilmente trasmetteva i grattacieli in fiamme e la gente sopra e sotto i grattacieli; ricordo lo sgomento immane e cattivo che provavo (soltanto il terremoto aquilano, che ho vissuto dal vivo, ha provocato in me uno sgomento maggiore); ancora adesso, se mi concentro, posso rivivere con la medesima, incandescente e incredula freschezza d’allora quei momenti di sbalordimento e distacco dalla realtà; come se il mondo quotidiano si fosse aperto e dalla crepa ne fossero usciti mostri che nessuno credeva esistessero davvero. Io penso che l’11 settembre sia oramai annidato nel nostro immaginario, e che in realtà spesso ne parliamo anche quando non ne parliamo affatto – non direttamente, almeno. Ho persino la sensazione che la distanza geografica e mentale possa permetterci di scriverne, per certi versi, con maggiore acutezza degli scrittori americani; allontanarsi da un evento così gigantesco è complicato anche per un grande scrittore; forse non è un caso che finora nessun romanziere statunitense sia riuscito a regalarci un’opera davvero decisa e decisiva sull’attentato (o così mi pare, ma posso sbagliarmi).
    Sull’equazione corpo uguale verità. Se la dimensione materiale/corporale non è l’unica dimensione esistente (e neppure la più importante) come sostengono tutte le più importanti tradizioni sapienziali, cristianesimo incluso; se insomma la massima che l’essenziale è invisibile agli occhi è una massima valida, allora forse l’equazione corpo/verità non è la sola valida (ma se Paolin non sostiene che sia l’unica valida, la mia obiezione cade). Flannery O’Connor, tanto per citare un esempio significativo fra i tantissimi, predicava la necessità d’irrorare la narrazione con la realtà, di riempire le pagine d’oggetti e vita concreta e sangue e carne, ma poi l’ethos e le risonanze interiori dei suoi racconti sono essenzialmente metafisici. Dopo di che, è vero che i romanzi citati da Paolin compiono un’operazione di concretezza e concretizzazione non indifferenti e a volte (come nel caso de IL TEMPO MATERIALE) d’impressionante pregnanza linguistica.
    Mi convince la contestazione a quanto afferma Covacich, e più in generale il ridimensionamento di parte dell’autofiction italiana. Se infatti talora l’io è un trampolino di lancio per aprirsi al mondo, talaltra diventa una scusa per chiudersi a riccio e sperimentare un tipo di scrittura compiaciuta da un punto di vista estetico e autoindulgente, ai limiti dell’incoscienza (della mancanza di coscienza cioè) da un punto di vista etico. E proprio il richiamo finale di Paolin (che ha scritto un libro terribile e senza sconti) all’impegno etico/estetico, che nelle storie citate si realizza a più o meno alti livelli, mi pare davvero pertinente.
    Un’ultima nota. Forse da noi mancano un UNDERWORLD, un GUERRA E PACE, un MOBY DICK o un 2666 perché non siamo abbastanza “grandi”, geograficamente e storicamente e mentalmente, per consentirceli. Forse siamo più melodrammatici che tragici o epici (a onta del new italian epic!).
    Mi scuso per la prolissità, ma l’argomento m’interessa e il saggio è assai bello.

  4. demetrio Says:

    Ciao Enrico. Intanto grazie per quello che dici e del libro e del saggio.

    due cose.
    Ovviamente non credo che la mia ipotesi di conoscenza sia l’unica e l’unica valida: ho voluto registrare una serie di narrazioni che facevano del corpo il luogo della conoscenza/consapevolezza del mondo.

    su questo discorso ad esempio dobbiamo procedere cauti sul dire che “la dimensione materiale/corporale non è l’unica dimensione esistente (e neppure la più importante) come sostengono tutte le più importanti tradizioni sapienziali”. L’idea di anima, spirito nella tradizione ebraica ad esempio è tarda, ed è quasi sicuramente un’idea greca che passa nell’ebraismo e nel cristianesimo. Anche nella primitiva religione cristiana il problema dell’anima non era posto come urgente, dato che le prime comunità attendevano la venuta, seconda e gloriosa, del Cristo e il loro problema era questo corpo (termini come la comunione dei santi e la resurrezione dei corpi hanno, secondo me, una notazione molto concreta che solo in un secondo tempo è divenuta spirituale).

    Sull’11 settembre, io dire che Don DeLillo ci è andato vicino con L’uomo che cade a scrivere un romanzo sul quel fatto. Ora anche io ho messo un episodio sull’11 settembre nel mio romanzo (episodio che la Maria Grazia Calandrone ha letto su Radio 3 proprio nel giorno dell’anniversario), ma secondo me è diverso raccontare il crollo dal provare a raccontare quel fatto partendo dalla narrazione, vera io ci ero andato, di una visita all’eliporto di Casale Monferrato.

    scusate la mia di lunghezza.

    d.

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