Il diario di tutti

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Nel corso dell’anno scolastico 2009-2010 si è svolto nelle scuole superiori della provincia di Trento, a cura dell’Istituto per la sperimentazione didattica ed educativa (Iprase), un esperimento di scrittura del diario intimo, coordinato da Giulio Mozzi. Hanno partecipato all’esperimento 20 classi, con 18 insegnanti e 424 studenti e studentesse. Il lavoro è stato ora documentato in un Quaderno dell’Iprase prelevabile gratuitamente, intitolato Il diario di tutti, che contiene: due premesse, del direttore dell’Iprase Arduino Salatin e dello psicologo Gustavo Pietropolli Charmet, coordinatore dell’Osservatorio permanente sulla condizione dell’infanzia e dei giovani della Provincia Autonoma di Trento (vedi); la presentazione di Giulio Mozzi che si può leggere qui sotto; l’illustrazione del progetto e del lavoro fatta da Amedeo Savoia, responsabile del progetto Iprase Scuola d’autore; e un’antologia delle pagine di diario scritte dalle ragazze e dai ragazzi partecipanti all’esperimento.

Preleva il testo intero.

* * *

Nulla dies sine linea
di Giulio Mozzi

Perché una sperimentazione dedicata al diario

La scrittura è una pratica. E le pratiche, si sa, vanno praticate: bisogna far pratica, come si dice. L’artigiano che lavora il legno o la pelle o la creta guarda di buon occhio il figlioletto che, in un angolo della bottega, usando uno sgabello come tavolo, manipola gli avanzi delle lavorazioni, producendo sgorbi più o meno simili, almeno nell’immaginazione, agli oggetti o alle parti di oggetti prodotti dal babbo: va bene così, intanto si fa la mano, prende l’abitudine, si abitua gli odori delle colle, si taglia con le lame così poi sta attento, impara la resistenza di ogni materia, si addestra a intuire la relazione che c’è tra la materia data, la materia così com’è, e l’oggetto che se ne può cavare.

Nella scuola media superiore, per ragioni indipendenti dalla volontà di chiunque, c’è poco tempo per fare pratica della scrittura. Così che spesso gli unici momenti nei quali gli studenti sono veramente chiamati a scrivere, sono quelli nei quali la loro scrittura viene valutata. Il che, a pensarci bene, è assurdo: gli sportivi si allenano tra una competizione e l’altra, le massaie fanno da magiare tutti i giorni, gli avvocati studiano nelle pause tra le liti, e così via.

La sperimentazione dedicata al diario nasce da qui: dall’esigenza di inventare un modo per provocare i ragazzi e le ragazze a scrivere, magari un poco, tutti i giorni.

Niente correzione

Se venticinque studenti scrivono, anche se poco, tutti i giorni, è evidente che una correzione regolare è impossibile. Nemmeno Nembo Kid ce la farebbe. Ed è questo il busillis: che si può risolvere in un modo solo, nel più semplice e naturale: rinunciando sic et simpliciter alla correzione.

Si potrà comunque valutare il lavoro degli studenti: una valutazione a peso, o a metro, come si preferisce: hai scritto? Hai scritto tutti i giorni? Hai scritto tanto o poco? Bastano due chiacchiere e una sfogliata al quaderno, per capire se il soggetto si è impegnato o no, se ha creduto nell’impresa, se ci ha preso gusto nel far pratica, se la quotidiana scrittura gli è diventata un piacere, o un divertimento, o uno strumento per pensare, o uno specchio di sé, o una qualsiasi di queste cose: una qualsiasi, perché tutte, alla fin fine, vanno bene.

Se il primo passo, dunque, è la rinuncia alla correzione, il secondo è la rinuncia alla lettura. Ovvero: ai ragazzi e alle ragazze si propone una pratica di scrittura privata, non necessariamente segreta (benché gli adolescenti, com’è noto, vadano pazzi per la segretezza), ovvero una scrittura che può essere mostrata a chiunque, insegnante compreso, ma che non si è obbligati a mostrare a nessuno.

Un diario, pertanto.

Prof, ma di che cosa posso parlare?

Come noto, basta dire ai ragazzi: fate come volete, e quelli sono subito lì: prof, ma posso fare in questo modo? Prof, ma posso fare in quest’altro modo?

Una sperimentazione di scrittura quotidiana, privata, non valutanda, non può consistere in quindi in un invito a scrivere tutti i giorni, tout court, senz’altre indicazioni. Anzi, proprio in quanto libera, la scrittura va quanto mai guidata. Soprattutto, va fornita di contenuti.

Nella giornata di un adolescente vi sono, in media, tra i 4.361 e i 12.512 avvenimenti (come dimostra il solito studio statunitense). Il guaio è che le ragazze e i ragazzi, almeno così pare agli adulti, sembrano attraversarli con sovrana indifferenza, attenti solo a sé, alla propria mente, al proprio corpo, ai propri abiti e al proprio iPod. Nella sua veste di pilota all’oscuro (in quanto non legge) di un’esperienza di scrittura privata, l’insegnante può però proporre dei temi, delle attenzioni, delle tipologie di eventi, dei passaggi obbligati (in una giornata, inevitabilmente, prima o poi si mangerà, si dormirà, si andrà di corpo, si incontrerà qualcuno, eccetera). Ben cosciente che, poiché le suggestioni funzionano sempre, se suggerirà ai ragazzi e alle ragazze di tener d’occhio gli elefanti transitanti in città, inevitabilmente i ragazzi e le ragazze vedranno elefanti transitare per la città. Ovvero: l’attenzione e l’intenzione creano l’oggetto, l’oggetto appare ai sensi e alla coscienza perché l’intenzione e l’attenzione l’hanno tirato dentro.

Praticamente

L’insegnante dice: da oggi, ciascuno di voi terrà un diario. Prenderà un quaderno, ci scriverà sopra Diario, ed ecco fatto. Ogni giorno, possibilmente in un’ora precisa del giorno, ogni giorno alle sette di mattina appena svegli, o ogni giorno alle undici di sera prima di precipitare nel letto, o ogni giorno in corriera o in treno da o per la scuola, insomma: quando vi pare; ogni giorno ciascuno di voi scriverà una paginetta di diario, nella quale scriverà quel che gli pare. Io vi darò, ogni settimana, un tema; e voi scriverete su questo tema, oppure no. Io non leggerò niente, non leggerò mai quello che scriverete. A meno che non vogliate voi che io legga.

Prof, ma quanto dobbiamo scrivere?
Quanto vi pare.

Prof, ma proprio tutti i giorni?

Vi valuterò su questo. Chi scrive tutti i giorni, bene. Chi scrive uno sì e uno no, appena sufficiente. Chi scrive meno ancora, insufficiente.

Prof, ma se uno scrive tutti i giorni, ma solo una frase, vale di più di uno che scrive ogni tanto ma due pagine intere?
Vedrete: ciascuno di voi troverà la sua misura.

Prof, ma davvero lei non leggerà mai? Non ci correggerà?

No.

Quindi, prof, possiamo scrivere quello che ci pare.

È quello che vi ho detto. Solo, un giorno per settimana, vi chiedo di portare il diario in classe; di farmelo vedere, anche da distante, perché io possa capire se avete scritto tutti i giorni o no; e poi ci prenderemo un quarto d’ora per un esercizio di ricopiatura. Ciascuno di voi rileggerà quello che ha scritto durante la settimana; sottolineerà le frasi che gli sembreranno più importanti o interessanti o divertenti, e le ricopierà in una apposita sezione del quaderno.

Un’apposita sezione?

Sì: tipo in fondo. O, se usate un quaderno con gli anelli, ci mettete un divisorio.

E questo a cosa serve, prof?

Eh, vi serve perché vi rendiate conto, una volta ogni sette giorni, di quello che avete scritto.

E qual è il tema per la prima settimana, prof?

È: Diario delle persone che incontro per la strada e che mi sembrano strane.

Prof, ma ci potremmo scrivere dei libri. Altro che un diario.

Bibliografia minima

Questo schema di lavoro deriva, piuttosto alla lontana, da quello proposto da Ira Progoff in Curarsi con il diario, Pratiche 1996 (un volume che comincia piuttosto tranquillo, e da un certo punto in poi si perde nella ricerca del «sé cristallo» e di altre amenità New Age); accoglie alcune proposte del bellissimo Natalie Goldberg, Scrivere Zen, Ubaldini 1987; e tiene conto del pedagogistico Duccio Demetrio, Raccontarsi, Raffaello Cortina 1995. Curiosamente, buona parte della letteratura sulla pratica del diario appartiene all’area terapeutica o auto terapeutica. Ciò induce a usare il diario con una certa cautela: come uno strumento il cui uso può generare effetti fuor di previsione. D’altra parte, un insegnante che tutti i giorni entra in una classe di adolescenti è pronto ad affrontare qualunque cosa.

La letteratura sul diario di area squisitamente letteraria, invece, sta quasi tutta sul versante analitico. Libri come Fiction e diction di Gérard Genette, Seuil 1991, o Le pacte autobiographique di Philippe Lejeune, Gallimard 1984, sono ovviamente utili letture (e sono anche splendidi saggi), ma piuttosto indirette.

In genere troppo letteraria e peraltro creativamente scarsa, quasi avvilente, la manualistica diretta (come ad esempio Amico diario di Claudio Engheben, Mursia Scuola 2002, che pure non manca di buone idee e consigli utili).

Sull’uso narrativo del diario, ossia sui romanzi costruiti in forma di diario, poca la letteratura non impenetrabilmente specialistica: Le journal fictif dans le roman français di Valérie Raoul, Presses universitaires de France 1999, è semplice e interessante benché vecchiotto (l’introvabile edizione originale, in lingua inglese, è del 1980).

Com’è andata

La sperimentazione dedicata al diario, all’interno del progetto Scuola d’autore dell’Iprase di Trento, si è svolta tra l’ottobre 2009 e il marzo 2010. Ha interessato 18 insegnanti, 20 classi, 424 studenti.

Gli insegnanti si sono tenuti in contatto per mezzo di un forum aperto all’interno del sito dell’Iprase. Attraverso il forum venivano proposti e discussi i temi settimanali, attraverso il forum venivano discusse le difficoltà e le opportunità incontrate, attraverso il forum si rifinivano i particolari dell’impresa, si confrontavano le diverse soluzioni adottate, ci si scambiava tutto ciò che sembrava utile scambiarsi.

La sperimentazione è durata, in media, sedici settimane. Qualche classe, per insindacabile decisione dell’insegnante, l’ha fatta durare di meno; qualche altra classe, per insindacabile eccetera, l’ha fatta durare di più.

I temi, di settimana in settimana, andavano a toccare tre tipi di contenuti: l’osservazione del mondo esterno; le relazioni con altre persone (pari, adulti); la percezione di sé.

Il ruolo di propositore dei temi è stato ricoperto inizialmente da Giulio Mozzi, collaboratore dell’Iprase per questa sperimentazione, autore di un diario pubblicato in rete per vari anni (2002-2005, qui: http://www.giuliomozzi.com; 2005-2008: provvisoriamente offline) e poi antologizzato nel volume Sono l’ultimo a scendere e altre storie credibili (Mondadori 2009); poi, una volta impratichitisi, gli insegnanti hanno iniziato ad avanzare proposte proprie (o a fare di testa loro in classe, il che è uguale), finché fatalmente sono arrivate le proposte dei ragazzi stessi (tra le quali uno dei temi più belli: Diario delle brutte figure).

Pubblica correzione, e altro

Verso il termine della sperimentazione, alle classi è stato proposto un incontro con Giulio Mozzi, della durata di due ore (di un’ora in qualche classe). Per l’occasione le ragazze e i ragazzi erano invitati a rendere pubblica (eventualmente riscrivendola, modificandola eccetera: a loro piacimento) una pagina di diario (in qualche classe una settimana è stata dedicata al Diario pubblico, cioè a raccontare una qualunque cosa raccontabile in pubblico). In ciascuna classe Mozzi, ovviamente campionando, ha inscenato una correzione pubblica, mirando soprattutto a mostrare come e qualmente si sarebbe potuto incrementare, sia con aggiunta di particolari sia con più astuzia narrativa, la quantità di racconto contenuta in ciascuna di tali pagine. Questo perché, come tutti gli insegnanti sanno, l’età di mezzo è disposta più all’elucubrazione che alla narrazione: e nelle pagine di diario via via sottoposte alla lettura di Mozzi tale disposizione risultava evidentissima: scarsità di caratterizzazioni, prevalenza del dialogo indiretto sul diretto, abbondanza di ampollose premesse o conclusioni, e così via.

Un certo tempo, in ciascun incontro, è stato dedicato alla questione della differenza tra lo scrivere privato e lo scrivere pubblico; alla questione della relazione tra verità del racconto e invenzione narrativa; alla questione dell’incorporazione nel racconto di sentimenti, affetti e giudizi.

Gli insegnanti hanno provveduto, via forum, a mettere in comune i contenuti degli incontri.

Questo volume

In extremis abbiamo chiesto agli studenti, chi di loro volesse, un’ulteriore pagina di diario, eventualmente riscritta modificata eccetera, per confezionare questo libro. Che vuol essere una testimonianza del lavoro svolto (tanto); un’occasione per riflettere sull’opportunità o inopportunità di provocare gli studenti a scrivere privatamente; e un invito a gettare un’occhiata nella quotidianità dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze.

Alcuni di loro, né tanti né pochi, hanno preferito mantenere privata la loro scrittura nata privata. Scelta di coerenza e pertanto rispettabilissima.

Il Diario di tutti può essere prelevato, gratuitamente, dal sito dell’Iprase: qui.

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8 Risposte to “Il diario di tutti”

  1. alessandra Says:

    Molto interessante, l’esperienza. Leggerò e prenderò spunti. Grazie per il link.

  2. enrico Says:

    … penso che ci sia sempre un grande dono dentro la scrittura, tanto più se è condivisa e scambiata… un dono a due ingressi, per chi ne apre le porte, e per chi vi entra… grazie!

  3. vbinaghi Says:

    Detto da uno che nella scuola ci vive, e constata tutti i giorni quanto le capacità di scrittura siano in declino tra studenti che pure giungono a studi liceali, questo lavoro mi pare di un valore inestimabile.
    Qualcosa di simile faceva fino a qualche anno fa un mio amico, insegnante di Lettere in una Scuola Media del milanese, Edoardo Zambon. Anche da lì era nato un bellisssimo libro.

  4. Ulisse Says:

    Gran bel titolo (mi ricorda il “Diario del cielo” di Schoenberg) e significativa iniziativa, ma il perché non è mica chiarito (anche se, per ciò che per me significa scrivere, credo di poterlo intuire): far pratica di scrittura, perché? Interessante anche come un limite possa dare spunti: non riuscire a far le correzioni impone di riportar paro paro le bruttecopie – anni fa stampai per mio conto un diario di viaggio “Sarà-jevo?”) che per scelta riportava anche le strane/semplificative ortografie con cui fu scritto: il peso del manoscritto va perso, ma almeno si mantiene tutto il brulichio in cui nasce l'”originale”.
    CiaU

  5. ilcomizietto Says:

    Molto, molto interessante. Si potrebbe fare una cosa analoga con un blog o un forum?

  6. Giulio Mozzi Says:

    Presumo di sì: chi lo impedisce?

    Vien meno, però, un tratto importante: ossia la “segretezza” dei diari scritti dai ragazzi.

    Quest’anno tenteremo – in aggiunta alla ripresa di questo progetto – un “diario pubblico collettivo”, sulla scorta di queste due esperienze (la seconda è figlia della prima):

    Journal intime collectif,

    Diario collettivo.

  7. ilcomizietto Says:

    @giulio
    Io sto rimuginando un qualche cosa da fare per insegnare ai ragazzi l’uso della rete: i blog, i forum, i socialcosi e compagnia bella. So di ragazzini lasciati soli in balia della rete, come una volta si lasciavano davanti alla TV. Anche gli adulti hanno pochissima dimestichezza e/o coscienza di cosa stanno facendo e di come ci si comporta in rete.
    Fra le altre cose scrivendo in rete si impara anche a scrivere.

    ok, molte idee, ma ben confuse. 🙂 Spero di chiarirmele, prima o poi. 🙂

  8. Giulio Mozzi Says:

    Se vuoi che facciam quattro chiacchiere, magari con un caffè o una birra sul tavolo, sai dove e come trovarmi.

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