La Santa

by

di Veronica Tomassini

[Questo racconto di Veronica Tomassini, autrice del romanzo Sangue di cane da qualche giorno in libreria, fu pubblicato nell’“Officina” di Enrico Brizzi].

Veronica Tomassini

Era la festa della patrona e la città era piena di luce. Il vecchio ponte aspettava il venerato simulacro, la calca era impressionante, c’era odore di cero e di brustolini. Siracusa si accendeva come il fuoco d’artificio che irrorava la volta sul Porto Grande. I palloncini volavano in cielo, malgrado Altana li trattenesse con forza. Succedeva. Sfuggivano al controllo, propendevano verso l’alto. Altana alzava lo sguardo e li vedeva sfumare dietro una schiera di nuvole che coprivano la marina vetusta e annoiata. Da lontano si udiva la litania degli omaccioni con il fercolo in spalla, baldanzosi attraversavano il corso principale del quartiere storico, e la gente dietro ad acclamare.
I religiosi attendevano al corteo, le donne di borgata erano le più devote. Con i piedi scalzi e la tunica verde, recitavano l’orazione mantenendo fede alla grazia, alla promessa, al desiderio di penitenza.
Altana era musulmana. Lei apparteneva ai rom della ex Jugoslavia, con Sofia a braccetto si facevano tutti i giorni segnati in rosso sul calendario, percorrendo a mano tesa l’isolotto su cui Siracusa si affacciava discretamente. Sofia era tisica, aveva la pelle grinzosa, le orecchie flaccide, i lobi allungati dai pesanti sonagli che abitualmente indossava. Era vestita di azzurro Sofia. Era uscita dal convento di suore dove era costretta da mesi. L’enclave viveva in un campo paludoso, una vera bomba batteriologica, che sorgeva nella zona periferica. Era la terra di nessuno, dove non arrivava nemmeno la carità. Ed era per questo che occorreva adoperarsi e raggiungerla laddove la medesima poteva alimentarsi. Anche Giulia e tutti i Bellulihi erano stati divisi, negli istituti di accoglienza del capoluogo. C’era stato un violento temporale nel mese di agosto che aveva inzaccherato ulteriormente la vita di quei miseri. Quella mattina Altana dormiva con Mario, il figlioletto di cinque anni, si svegliarono con uno strano sibilo che attraversava l’aria. E l’aria era compressa e ingannevole. Suggeriva il disastro con labili lamenti che giungevano da fuori. Poi l’acqua irruppe, travolse la bicocca, spazzando tappeti e chincaglieria, bruciando la TV e l’impianto stereo di Skenden, il paranoico. L’uomo di Altana. Dieci anni da recluso per tentata rapina, poi l’attenuante, dopo il finto suicidio: il cucchiaino ingoiato che digerì ottimamente. E che invece dovette fare una grande impressione al giudice, talmente da spingerlo a scagionare il pover’uomo.

Continua a leggere il racconto.

Tag: ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...