I gesti interpretativi di Luca Zaia

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La mucca di legno è di Beatrice Pasquali

di giuliomozzi

Come al solito, questo articolo sarà lungo e noioso.

Luca Zaia, presidente della giunta regionale del Veneto, ha scritto in un suo post-it:

Esistono diritti universali e questi devono essere realizzati dalla politica nel senso di proporre gerarchie che aiutino tutti a vivere meglio. E’ esattamente la linea di quella parola d’ordine che sinteticamente abbiamo definito “prima il Veneto”. Non si tratta di dar luogo a egoismi e a particolarismi, ma di far nostro il compito che è dato alla politica dal contratto sociale: interpretare e realizzare la volontà del popolo.

Pezzo per pezzo:

Esistono diritti universali

Va bene. Si possono avere dei dubbi su questo? Sì. Tuttavia la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è, in pratica, una base comune quasi universalmente accettata (almeno a parole). Quindi: va bene.

Questi devono essere realizzati dalla politica

Può andare (benché, come a me pare ovvio, la “realizzazione”, cioè la trasformazione in realtà, dei diritti universali è un’operazione nella quale ogni persona è parte attiva: il diritto all’istruzione non è “realizzato” quando una legge dice che tutti hanno diritto all’istruzione, non è ancora “realizzato” quando ci sono le scuole, gli insegnanti, tutti i servizi relativi, eccetera; è “realizzato” quando, per dirla sinteticamente, il bimbo o ragazzino va a scuola volentieri – senza timore di essere vessato, maltrattato, etichettato ecc.).

nel senso

Arriva il gesto interpretativo. Attenzione.

nel senso di proporre gerarchie che aiutino tutti a vivere meglio.

Qui c’è una retorica che agisce per sostituzione. “Gerarchie” sta evidentemente per “priorità” (e su “priorità” non si potrebbe tanto discutere: sicuramente un lavoro della politica sta nel dire: facciamo prima questo, poi questo; investiamo ora di più su questo, di meno su questo: perché tutto insieme non si può fare), e “vivere meglio” sta evidentemente per “godere dei diritti che, in quanto universali, appartengono a tutti e a ciascuno”.
Ovvero: il gesto interpretativo annulla la battuta iniziale (“Esistono diritti universali”); la “gerarchia” è quella cosa in cui alcuni hanno più diritti e altri hanno meno diritti (ovvero: i diritti non sono universali; ad esempio, l’inferiore ha meno diritto di parola del superiore; il superiore può usare ciò che è dell’inferiore ma non viceversa; ecc.); si può “vivere meglio” (di come viviamo adesso) accettando di essere incasellati in una gerarchia, ovvero rinunciando a certi diritti in cambio di benessere.

E’ esattamente la linea di quella parola d’ordine

“Parola d’ordine” viene dal lessico militare. “Linea” viene dal lessico comunista. Entrambe le espressioni indicano qualcosa da cui non si può divergere: alla “linea” bisogna essere “fedeli”; se si sbaglia la “parola d’ordine” ci si prende una schioppettata. La “parola d’ordine” non può essere discussa: può essere solo ripetuta: “Sia lodato Gesù Cristo”, “Sempre sia lodato”; “Libera Cornovaglia“, “Cornovaglia libera“.

che sinteticamente abbiamo definito “prima il Veneto”.

Qui ci sarebbe un’ovvietà: la giunta della Regione Veneto si occuperà giustamente del Veneto. Ma dall’ovvietà discende che: se la giunta della Regione Veneto si occupa del Veneto, e non d’altro, che senso ha dire “prima il Veneto”? Prima rispetto a cosa? Dire “prima il Veneto” è abbastanza facile; manca l’elenco di cosa è secondo, terzo o quarto.
Nelle varie sedi in cui la Regione Veneto si troverà a confronto con altre Regioni, che senso avrà dire “prima il Veneto”? Se si tratterà – e si tratta sempre di questo – di distribuire delle risorse o degli oneri, che senso avrà dire “prima il Veneto”? Nessuno, considerando che altri diranno: “prima il Piemonte!”, “prima le Marche!”, “prima la Sardegna”, e così via; e una soluzione non solo non iniqua (cioè non basata su formule del tipo: “il Piemonte, dopo!”, “le Marche, dopo!”), ma probabilmente anche effettivamente realizzabile, si troverà solo quando questi urletti saranno messi da parte e si ragionerà non per urletti, ma per priorità nazionali (ovvero: condivise da tutti).

Non si tratta di dar luogo a egoismi e a particolarismi,

Per questa pratica di negazione dell’evidenza rimando agli esercizi di dialogo di qualche settimana fa (e magari anche all’articolo Ridefinire l’altro e negare l’evidenza). Faccio notare che solo un soggetto può dire “prima io!” e non “dar luogo a egoismi e a particolarismi”; e questo soggetto è “tutti”. Ma è evidente che Zaia, quando dice “prima il Veneto!”, non intende dire “prima tutti!”. E quindi? Come è possibile questo salto logico? Chi è, nella realtà, che può dire: io “voglio più di te, prendo più di te, ma questo non dà luogo a egoismi e particolarismi, perché si tratta di una gerarchia che aiuta tutti a vivere meglio”?
Risposta: il Padre. Quello con la maiuscola. Quello al quale scriveva Kafka.

ma di far nostro il compito che è dato alla politica dal contratto sociale: interpretare e realizzare la volontà del popolo.

Qui Zaia appare coerente: il contrattualismo è proprio quella teoria politica che mette a fondamento del tutto lo scambio di parte della propria libertà (ossia: del proprio diritto di libertà) in cambio di qualcosa. Vale la pena di ricordare che il contrattualismo non è l’unica teoria politica esistente. Fu un’arma concettuale importante ai tempi dell’assolutismo; oggi è un pochettino in disuso, anche perché, proprio perché postula i “governanti” come dati di fatto (re, imperatori), fa fatica a combinarsi con la democrazia (ma di questo parliamo un’altra volta).

Qui, piuttosto, abbiamo una domanda: se il contratto è tra “la politica” e “il popolo”, chi fa parte del popolo? Nella proposta di legge per lo Statuto della Regione Veneto pubblicamente sostenuta da Zaia c’è una certa confusione, funzionale alla divisione degli abitanti nella Regione in tre distinte categorie: semplici abitanti; popolo veneto; persone particolarmente legate al territorio (ne ho parlato qui).
Non è una questione di lana caprina. Se il contratto è tra “popolo” e “governanti”, e non tutti gli “abitanti” fanno parte del “popolo”, abbiamo degli abitanti che non partecipano al contratto. Che non sono considerati interlocutori. Che non esistono. Che non possono scambiare i loro diritti in cambio di qualcosa perché non hanno diritti da scambiare. Quasi degli iloti.

Tutto questo discorso, Zaia lo fa commentando, e dichiarando di accogliere, alcune cose dette dal patriarca di Venezia Angelo Scola durante un corso di formazione per gli insegnanti religione cattolica della scuola dell’infanzia e della scuola primaria (vedi). Nell’estratto dell’intervento che ho potuto ascoltare (potete anche voi) non ho trovato nulla di simile all’interpretazione offerta da Zaia. D’altra parte, non ho trovato traccia di smentite da parte di Scola.

* * *

Potete leggere un interessante bilancio dei primi 100 giorni di lavoro della giunta Zaia in questo opuscolo pubblicato dai Giovani Democratici Veneti. Preparatevi però a leggere cose del genere:

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29 Risposte to “I gesti interpretativi di Luca Zaia”

  1. fabio bussotti Says:

    Chi sciorina un linguaggio così rozzo e contraddittorio non tiene in nessun conto la democrazia, anzi, diciamola tutta, non sa nemmeno dove sta di casa. Per loro non esistono i Cittadini, esiste solo il popolo. E il popolo che loro invocano e vellicano con l’arma del contrattualismo non è mai formato da Cittadini. Mai. Penso con dolore alla scuola pubblica di Adro in provincia di Brescia dove muri e suppellettili sono stati timbrati dallo stesso simbolo di partito. Tutto in nome dell’intolleranza e del dio “Territorio” al quale si sta immolando l’idiozia contemporanea. Sono triste e non so come regire. Forse, devo farmene una ragione: in fondo, i fratelli Verri, per il presidente Zaia, sono solo due maiali maschi.

  2. boris Says:

    Buongiorno Giulio,
    Davanti a questi “gesti interpretativi” del Presidente della Giunta regionale del Veneto (“Governatore” è un’invenzione, dei giornali?) mi rifugio nel “senso di fastidio” di Andrea Zanzotto ( http://www.youtube.com/watch?v=ZxEd3LC_gbo ) e ripenso al 25 Aprile, che per me era un giorno speciale: c’era sempre un bel cielo limpido, si vedeva il Grappa e il Pasubio. Alla stazione passava la locomotiva a vapore e andavamo a vederla con la maestra della scuola elementare. Poi sono arrivati Loro, hanno seminato cemento dappertutto (il Veneto, tra tutte le regioni europee, ha il più alto tasso percentuale di cementificazione annuale, per numero di ettari consumati sul territorio totale) che adesso non serve più perchè trasferiscono la produzione Altrove e rimangono solo tanti capannoni in ricordo dell’avidità.

  3. Giulio Mozzi Says:

    L’importante non è, tuttavia, notare come questo linguaggio sia “rozzo e contraddittorio”.

    L’importante è capire come mai è vincente.

  4. fabio bussotti Says:

    Come mai vince? Vince perché viviamo in un Paese per vecchi che, facendosela sotto dalla paura e difendendo piccoli e grandi privilegi, non esita a farsi rappresentare dai peggiori. Infatti, c’è da chiedersi non solo come mai, ma cosa vince questo linguaggio vincente. Vado elencando: il consenso a tagliare i fondi alla cultura, alla scuola e alla ricerca. Vince l’idea che l’interesse di pochi (se non di uno solo) sia da preferire all’interesse di tutti. Vince l’idea che guardarsi l’ombelico sia meglio che capire e accogliere il mondo e la sua complessità. Vince l’approvazione all’intolleranza, alla limitazione della libertà in nome di un’altra divinità da adorare che è la “sicurezza”. Vince la diffidenza, se non l’odio, per chi è diverso (in che senso, scusi?). Dietro al linguaggio rozzo e contraddittorio vince un’idea rozza e arcaica. Quindi, come ha annuciato ieri il vincente Bossi, a ore verrà approvato il federalismo (altra divinità da adorare senza condizioni). Tutti pronti a festeggiare. Io mi sto già preparando. Ho messo isieme una decina di bestemmie “padane” da urlare a squarciagola nel momento del trionfo.

  5. enrico Says:

    caro Giulio, devo dire che se Internet e la blogosfera hanno un valore formativo, come penso lo abbiano, devo (dobbiamo) ringraziarti per il tuo esercizio di ascolto e di attività ermeneutica e critica: ce n’è davvero bisogno – così mi veniva da dire: 1, 10, 100 Giulio Mozzi (linguaggio politico) – sulla fascinazione leghista – e sui suoi motivi: io direi non abbiamo paura di ascoltare (mi viene sta prima persona plurale vagamente retorica…), oltre alle gerarchie leghiste e i proclami apparentemente rozzi e sconnessi ma in realtà percepiti come coesi e fonte di fiducia e identità (non ne ho dubbi), ascoltiamo dicevo – se ce ne viene la possibilità – la “base” di consenso leghista – per dirne una: non c’è proprio NESSUNO che frequenta Vibrisse e che vota o ha votato Lega – nessuno che si espone QUI? E che ci aiuta a capire di più? (non è questa una delle cose che possiamo fare? Comprendere?)

  6. enrico Says:

    … 10, 100, 1000 Giulio Mozzi?

  7. Ulisse Says:

    Come sempre, anche senza questo per me lapalissiano esercizio di lettura da prima media (una volta), lui e come lui gli altri della cricca possono dire e soprattutto fare letteralmente quel che vogliono – cioè praticamente tutto e il suo esatto contrario, anche quasi contemporaneamente o in immediata successione e via di seguito – proprio e solo perché di farlo hanno il potere!
    Controprova, senza possibilità di smentita: metti in bocca a un poveraccio, ossia che si provi lui a fare altrettanto e ecco che miracolosamente le leggi della lingua (non solo quelle, sia ben chiaro) tornano a valere e han senso.
    La Lega è un partito secessionista: incostituzionale. Perché gli s’è permesso d’esistere? Di più: come fa a dir prima “Roma ladrona” e poi finire a Roma, senza che nessuno dei suoi elettori si accorga delle balle di questi truffoni?

  8. luca t Says:

    La loro è una lingua antireferenziale, il loro non è leghismo (separano più che legare), ma surrealismo politico, in cui i fatti sono ostaggio della propaganda. Per politica si deve intendere non la difficile arte della convivenza, ma la gestione dell’esistente, che si limita solo a consentire l’occupazione di tutte le poltrone esistenti nella pubblica amministrazione, opponendo alla Roma ladrona un latrocinio distribuito sulle sedi locali, al clientelismo democristiano un clientelismo catto-padano. Eufemizzano l’apartheid e i privilegiati tacciono, riformulano una sorta di nazismo sostenibile e i cittadini del primo tipo, pur dicendosi cristiani, non trovano nulla di strano.
    Mettere un tetto di sei mesi alla cassa integrazione per i lavoratori extracomunitari. Garantire posti riservati ai milanesi sulla metropolitana. Impedire ai proprietari di affittare case a chi non è italiano. Le loro sparate razziste, più che annunci di pratiche da realizzare, sono strumenti di consenso intorno al rifiuto della minaccia dell’altro, in una cultura che non vede solo l’immigrato come nemico, ma anche lo stato, le regole civili, la stessa Costituzione. Il figlio dell’Umberto, ventiduenne pressochè analfabeta, è stato ricoperto di dodicimila voti e si becca più di diecimila euro al mese, la moglie ha preso montagne di euro per una scuola dall’ambigua natura. Ma sono semidei autoctoni, nè stranieri, nè romani. Dunque che c’è di male, il popolo profondo non protesta.
    Quando si tratta “di dar luogo a egoismi e particolarismi” va bene tutto.

  9. Giulio Mozzi Says:

    Ulisse, non credo che un partito, in quanto secessionista, sia per ciò “incostituzionale”, cioè vietato dalla Costituzione. L’art. 5 della Costituzione dice che la Repubblica è “una e indivisibile”: ma ciò non può essere usato per impedire a qualcuno, anche in forma organizzata, di chiedere una divisione.

    Resta la domanda: perché questa retorica, che fa largo uso del “dire tutto e contrario di tutto”, come dice Ulisse, e che è “antireferenziale”, come dice Luca, riesca a essere vincente.

    Nel 1993, quando la Liga Veneta per la prima volta si presentò alle elezioni (e prese il 7% nel Veneto, se non ricordo male) la retorica era molto più confusa. Non basta dire che costoro possono parlare così perché ci hanno il potere: il potere se lo sono conquistato dicendo queste cose. E per fregarglielo occorre – non solo, ma anche – inventarsi una retorica capace di fregare questa.

  10. enrico Says:

    che strano Giulio questo verbo (e come lo usi): “fregargli” il potere, “fregare” la loro retorica… sai che… boh mi stona… non so: sono d’accordo con la tua analisi, d’accordissimo (una cosa semplice dici, banale, ma anche sorprendente in ambienti che da questo orecchio non ci sentono proprio: il potere se lo sono conquistati dicendo quello che dicono: hanno un grande consenso)… ma quel verbo…

  11. Alessandra Says:

    Secondo me questo linguaggio rozzo e contraddittorio è vincente, perché purtroppo la maggior parte di noi è rozza, socialmente e politicamente analfabetizzata, culturalmente involuta. La contraddittorietà poi è una caratteristica intrinseca dell’essere umano.

  12. federica sgaggio Says:

    Non ho risposte veloci sul perché questa retorica – ma tutto quel che concenttualmente essa porta con sé, nascondendolo eppure rendendolo palese – riesca a vincere.
    Forse non ne ho proprio, di risposte.
    Però sono certa che il processo storico-politico che ci ha condotti fino a qui abbia radici ben all’indietro nel tempo, e che una sua tappa sia senz’altro stata la semplificazione brutale della realtà che venne socializzata ai tempi della cosiddetta tangentopoli, quando i giornalisti (per esempio) – invece di fare inchieste che potevano spingere i magistrati a indagare su qualcosa – hanno deciso di scrivere su ciò su cui i magistrati avevano già indagato o stavano già indagando.

    Lì diventò possibile dire – non del tutto ingiustificatamente – che la politica era ladrocinio e arricchimento.
    Lì diventò possibile accreditarsi come «buoni» in contrapposizione ai «cattivi».
    Lì diventò possibile percorrere orgogliosamente la scorciatoia dell’«addio ideologia, noi siamo gli onesti».

    Quando manca un percorso comune verso un obiettivo comune, cosa resta, se non le «parole d’ordine»?
    Cosa, se non la vaghezza di un’appartenenza che non si interrogherà mai sulla propria ragion d’essere?
    Cosa, se la politica doveva andar cestinata e bisognava dedicarsi alla «gestione» dell’«azienda Italia», bisognava propagandare l’ideologia (passandola però per concretezza metodologica) della «responsabilità» attraverso l’introduzione dell’idolo maggioritario?

  13. enrico Says:

    … valli bergamasche, il padre di un amico, una casona di montagna, semplice e ampia, i suoi volantini del Pci (da qualche parte, su un canterano, ancora “L’unità”) erano “diventati” i volantini della Lega (Roma ladrona ecc.) quasi senza soluzione di continuità: un desiderio e una esperienza di militanza politica aveva mutato improvvisamente segno (e quanto radicalmente) – come era stato possibile? Si respirava comunque un’aria di impegno politico, un lavorìo politico – ma come era stato possibile? (questo ricordo vale anche a “complicare” se non a contestare l’analisi di Federica della ascesa leghista nel segno della antipolitica…)

  14. Carlo Capone Says:

    Soffiare il potere alla Lega sarà impresa vana come lo è stato per 40 anni con la DC. Il Veneto è la regione più conservatrice di Italia, io non ricordo che abbia mai avuto una giunta progressista, ad esempio come il Piemonte. Sono chiusi, i veneti, con il paraocchi, più di ogni altro popolo italiano sono attaccati alle tradizioni del mondo contadino. Non a caso quando emigravano a Milano li chiamavano i terroni del Nord (però a Treviso nei primi 80 c’erano già le scritte sui muri tipo Forza Etna e ‘Avanti Vesuvio’) e nella Napoli dei 50 e primi 60 tutte le famiglie patrizie o agiate avevano la veneta giorno e notte, faceva chic.
    Questi attributi non contrastano, come si potrebbe scioccamente ritenere, con il progresso commerciale e produttivo cui hanno dato forma negli ultimi 20 anni. Non risulta che lo sviluppo presupponga un’apertura mentale di spicco e la laurea in economia. Al contrario bastano l’attitudine al lavoro, la pratica della sofferenza quotidiana, un sano strato di peli sull’addome, una buona dose di egoismo e soprattutto uno Stato che si fa i fatti suoi.
    In questo humus La Lega ha occupato lo spazio dell’ex partito di maggioranza sostituendo alla paura del comunismo l’avversione per il meridionale o l’extracomunitario e il sano terrore del divenire. Lo Stato, anzi la sua totale assenza, ha poi fatto il resto. Se a una terra da cui germogliano denari destini strade simili a tratturi ( ma non dovrebbe pensarci la Regione?), edifici scolastici scadenti , servizi socio assistenziali problematici è logico che l’ex contadino si incazzi più di altri. Egli ha sofferto la fame atavica, i suoi antenati morivano di pellagra e oggi che per la prima volta nella storia ha fatto i soldi vuole tutto, subito e gratis.

  15. Giulio Mozzi Says:

    Certo: i veneti sono contadini, i napoletani sono cordiali, i siciliani sono mafiosi, gli emiliani sono gaudenti, i torinesi sono falsi e cortesi, i genovesi sono tirchi, i romani so’ ‘sticazzi e mecojòni, Rovigo no me intrìgo, padovani gran dottori, vicentini magnagàti, eccetera.

    Non ne posso più di questa roba.

  16. Carlo Capone Says:

    No. Sono contadini che hanno fatto i soldi. E’ completamente diverso.

  17. fabio bussotti Says:

    Per fortuna che sugli umbri non esiste nulla. Anzi, gli Umbri non esistono proprio. Passate parola.

  18. Carlo Capone Says:

    Beh, ci sarebbe il biliardo di Foligno.

  19. fabio bussotti Says:

    Non esiste più da anni. Era il biliardo del Caffè Sassovivo. Adesso c’è una banca. Anche a Foligno “lu cento de lu Munnu” s’è spopolato. I giovani vanno a fare lo struscio al centro commerciale accanto al quale Fuksas ha costruito una chiesa (dice lui). In realtà è un blocco di cemento allucinante che con ogni probabilità sarebbe piaciuto ai padani.

  20. mauro mirci Says:

    Bussotti, come “sugli umbri non esiste nulla”? E Francesco d’Assisi, e Pinturicchio, e il lupo di Gubbio, e Brancaleone? Ecco, gli umbri sono medievali.

  21. Carlo Capone Says:

    Che poi (ci pensavo mentre seguivo Fabrizio Frizzi in I soliti ignoti su Rai1) il luogo comune va rivisitato. Ad esempio, ‘Piemontese falso e cortese’ può ben significare: ‘siamo civili ma non fessi’ .
    Tutta un’altra cosa, jà (che non è il sì tedesco).

  22. lorella Says:

    Una delle ” perle” di Luca Zaia:

    domanda: Presidente Zaia, lei è favorevole al nucleare?
    risposta: Si, ma fuori dal veneto.

  23. Giulio Mozzi Says:

    Lorella, in questo Zaia è concorde col resto d’Italia. Nessuno vuole vicino a casa centrali nucleari, discariche e inceneritori.

  24. lorella Says:

    Grazie Giulio per avermi rassicurato. Infatti, ho notato che anche il resto del mondo ha preso “come modello l’italia”, dispensando perle di saggezza su ogni argomento. Come ad esempio la risposta del Presidente Francese a proposito dell’espulsione dei Rom dai “suoi territori”.

  25. Giorgio Pozzi Says:

    Giulio, non credo che in uno spazio come vibrisse potrai trovare risposte a queste domande. Su un sito come questo sono tutti progressisti e illuminati (sia detto senza ironia), pronti a darti ragione perché probabilmente nessuno vota Lega. Se vuoi avere delle risposte secondo me devi frequentare luoghi dove si ragiona meno e si vive (o ci si lascia vivere) di più: le strade, per esempio, o meglio ancora i bar. C’è un sacco di saggezza popolare nei bar, basta solo saper ascoltare.
    Anche treni e pullman, che frequenti spesso, potrebbero darti delle soddisfazioni…

  26. Luca Tassinari Says:

    Ennesima variante dell’immarcescibile “leggi di meno e scopa di più”?

  27. Giulio Mozzi Says:

    Proprio ieri sera, Giorgio, uno al bar mi ha detto (parlavamo di tutt’altro): “Queste cose dovresti scriverle sul giornale!”. Ignorando che precisamente quelle cose, appunto, le avevo già scritte sul giornale.

    Simmetricamente tu, qui, mi inviti ad andare al bar…

    La verità è che io, come tutti, faccio la spesa in piazza e nei negozi e nel supermercato; frequento il bar dell’angolo e l’Alexander Pub in centro; viaggio spesso in treno; quando sono via, prendo i miei pasti in certi posti dove si spende poco; frequento per i miei lavori una quantità di persone; ne frequento altre per attività non lavorative; sono, in somma, una persona in carne e ossa. Non vivo mica nell’internet, e tanto meno nella società letteraria.

  28. paperinoramone Says:

    @ Giorgio Pozzi

  29. Giorgio Pozzi Says:

    Volevo solo dire, in risposta alla domanda di Giulio: «perché questa retorica, che fa largo uso del “dire tutto e contrario di tutto”, come dice Ulisse, e che è “antireferenziale”, come dice Luca, riesce a essere vincente?», che essere abituati a ragionare “di testa” credo non aiuti la comprensione di questi fenomeni. Ragionando o almeno ascoltando “di pancia” (e in questo senso mi riferivo ai bar e ai treni) probabilmente questa retorica diventa più intimamente comprensibile, più chiara, anche se più difficilmente comunicabile.

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