Chiara Arrighetti, “Un’oncia di rosso cinabro”

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Un’oncia di rosso cinabro di Chiara Arrighetti, edizioni Carta Canta, è arrivato a me per una via diretta: me lo ha messo tra le mani una persona che lavora in un’azienda dove un po’ lavoro anch’io, dicendomi: “Questo l’ha scritto un’amica mia. Vuoi guardarci?”. Siccome la persona – quella che mi ha messo tra le mani il libro, intendo – è persona che per varie ragioni stimo, ho detto: “Sì”. D’altra parte, il mio mestiere consiste nel leggere qualunque cosa mi capiti a tiro. O almeno nel provarci.
Dopodiché, mentre tornavo a casa in treno, un poveretto si è suicidato buttandocisi sotto. Siamo arrivati a Padova non alle otto e dieci, come previsto, ma quasi a mezzanotte. E a quel punto non solo avevo finito di leggere l’Oncia, ma me l’ero anche imparato a memoria.

Ora: non è gran che. E’ un romanzo storico, ambientato nel Quattrocento, protagonista il giovane allievo di una coppia di fratelli pittori, Francesco e Bernardino Zaganelli detti “i Cotignola” (dal nome del paese, in Romagna). Nel romanzo succede di tutto, e succede tutto quello che deve succedere: il giovane, Stefano, è uno che ha il dono della pittura; fa le scarpe (innocentemente, senza volerlo) a quello che era prima di lui l’allievo prediletto, Carlo; s’innamora di Luna, figlia di Bernardino. Ma in realtà Luna è figlia di Francesco, perché Bernardino è omosessuale e Diamante, sua moglie, è da sempre l’amante di Francesco. L’amore tra Stefano e Luna è naturalmente immediato, a prima vista; e naturalmente lei è bellissima eccetera eccetera. Bernardino ha la fissa dell’alchimia, e cerca di fare di Carlo il suo allievo, se non nella pittura, almeno nella disciplina segreta: Carlo ci sta, ma senza crederci e senza capirci niente, perché in realtà ha tutt’altre mire.

Poi càpita, un paio di volte, la peste; che risolve molti problemi.

Il finale è aperto: Stefano, che è stato ferito in una aggressione (e non sto spiegarvi tutto, sennò dovrei raccontare mezzo romanzo) ed è stato curato da Francesco in casa propria, come un figlio, deve fuggire, e fugge verso il Nord, la Germania, in una notte di neve (una bella scena, tra l’altro); Bernardino se n’è andato per i fatti suoi, e si scopre una microscopica pustola su una mano; Luna deve andare in sposa – è la dura legge della classe – a un uomo noioso, vecchio e brutto; Carlo tenta di vivere ricattando, ma i suoi ricatti non fanno paura a nessuno; Francesco e Diamante continuano a essere amanti. Vien voglia di immaginare subito un séguito: nel quale Stefano torni dalla Germania dopo aver imparato (magari dal grande Albrecht Dürer) l’arte dell’incisione; il marito noioso di Luna sia opportunamente morto, liberando così la possibilità di un matrimonio; Bernardino creduto morto da tutti non sia morto, e compaia in scena in un momento chiave; eccetera. Non so se Chiara Arrighetti lo scriverà, né se abbia voglia di scriverlo.

Il tutto è scritto accettabilmente, speditamente, soprattutto con i ritmi giusti. Ci sono delle cose che sfiorano il ridicolo: i pittori che, quando parlano di pittura, parlano un italiano quattrocentesco palesemente ritagliato da qualche trattato di pittura (c’è molto studio, dietro questo romanzo), e quando parlano d’altro parlano come se magna. Un paio di cose sulla peste che sono così manzoniane da fare addirittura tenerezza. Eccetera.

E la storia, in sé, è proprio una storia da romanzo rosa storico. Niente di che. Con un tasso di prevedibiltà che, per un lettore carogna come sono ormai io, è altissimo.

Eppure…

No; se mi domandaste: “Insomma, vuoi che comperiamo e leggiamo questo romanzo?”, io direi di no. A meno che non vi appassioni il genere, a meno che non vi appassioni il Quattrocento (ben descritto, anche nella vita materiale), a meno che non vi appassioni la Romagna (Cotignola è in provincia di Ravenna).

E tuttavia, se mi domandaste: “Ma questa qui, questa Chiara Arrighetti, secondo te, ce l’ha la stoffa?”, io mi sentirei di rispondere: che sì, che mi pare abbia la stoffa. Che il romanzo è quel che è, ma ci ha comunque tutti i tempi giusti, non c’è un errore di montaggio che sia uno: e questo non è poco. Che è un romanzo popolare, che è paraletteratura, chiamatela come vi pare, ma comunque una di quelle cose che per farla bisogna saperla fare. Non è un prodotto ingenuo.

E io, fantasticando, ogni tanto, mi immagino proprio quel sequel

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15 Risposte to “Chiara Arrighetti, “Un’oncia di rosso cinabro””

  1. mauro mirci Says:

    Però, che brutta cosa essere un lettore carogna.

  2. robertosnap Says:

    Più interessante la “Leggenda di Rosso Fiore”, se avessi avuto la pazienza di leggerlo.

  3. mbaldrati Says:

    Mi appassiona la Romagna, Cotignola è vicino ad Alfonsine, mio paese d’origine dove ho vissuto alcune vite.

  4. mino Says:

    @gm
    Certo che a te un po’ di potere ti ha proprio dato alla testa. La tua arroganza è penosa.

  5. Giulio Mozzi Says:

    Da quando in qua l’umiltà di leggere tutto quello che capita a tiro, e la disponibilità a prendere in considerazione ciò che è imperfetto e potenziale, sono diventati arroganza?

  6. mino Says:

    Vedi, spesso quando mi capita di leggere qualcosa di tuo c’è sempre questo parlare ex cathedra.

    Ti rispondo con lo Zingarelli:

    Arrogante dal lat. Arrogante (m) attribuirsi ciò che non ci spetta.
    (v. Arrogare)

    Confondi il tuo lavoro di editor con quello di scrittore. Le cose che dici, se hanno un qualche interesse, lo perdono nel momento in cui ti arroghi un diritto che nessuno ti ha dato se non te stesso. Che tu legga tutto quel che ti capita a tiro è un sacrificio che non ti ordina il lettore. Ed espressioni come “ Non è gran che” o “Ma questa qui, questa Chiara Arrighetti, secondo te, ce l’ha la stoffa?” vanno bene per una redazione, che considera affidabile il “tuo gusto”, ma nel momento in cui questo “tuo gusto” lo reputi prezioso a priori tanto da pensare di dovere pubblicare una recensione per un libro che non ti piace allora le cose che dici sono fastidiose, “incarognite” (come potresti dire tu).

  7. Giulio Mozzi Says:

    E infatti mi attribuisco solo ciò che mi spetta: un gusto. Con tutti i limiti evidenti della cosa. Non mi attribuisco la capacità di un giudizio assoluto. Il linguaggio colloquiale – “da redazione”, dici tu – è l’esatto contrario di un parlare “ex cathedra”; e serve ad avvisare il lettore dei limiti del discorso che sta leggendo.

  8. ludeangeli Says:

    Ma soprattutto io mi soffermerei sul poveretto che s’è buttato sotto il treno. Poveretto sì per forza, quantomeno per aver deciso d’ammazzarsi, ma anche un po’ carogna – lui, ecco, carogna – come tutti gli esegeti dell’atto privato in luogo pubblico.

  9. robertosnap Says:

    @giulio mozzi. La piccola perla che qualcuno non riesce a cogliere è proprio nella proposta di quel ‘sequel’ che tu hai buttato lì con noncuranza, e che rivela il tuo interesse a portare avanti l’opera (vedi ‘Il suicidio di Angela B.). Oppure chi ti scrive non ha fiducia nelle tue capacità, gusti a parte. I diamanti grezzi vanno scavati e riconosciuti, perchè non escono dalle viscere della terra già tagliati e belli lucidi. A meno che non ci si ritenga così bravi da non aver bisogno di nessuno.

  10. robertosnap Says:

    Ragazzi, Giulio è fatto così, o gli vuoi bene o lo odi, o lo pigli o lo butti, ma è un punto di riferimento per chi voglia scrivere. Ha sicuramente mille difetti ma sa quello che fa, e dedica tutto il suo tempo a quello che fa. Questa, naturalmente, è la MIA PERSONALE OPINIONE.

  11. maria Says:

    giulio mozzi, non ti conosco, ma da come ti esprimi sei semplicemente arrogante, tu che giudichi e stronchi tutti (mi sa che sia o un po’ invidiosetto o ti reputi un grande letterato)vorrei proprio leggere un tuo scritto …dovresti almeno essere al pari di eco per giudicare gli altri (oppure anche lui non ti piace?)

  12. Giulio Mozzi Says:

    Maria, l’elenco delle mie pubblicazioni è qui.

  13. ilaria Says:

    sig. mozzi. lei dice che ha “l’umiltà di leggere tutto quello che capita a tiro e la disponibilità a prendere in considerazione ciò che è imperfetto”, complimenti! grandioso esempio di senso di superiorità nei confronti del prossimo che si manifesta con un costante disdegno e si fonda sulla precisa convinzione di essere praticamente infallibile..l’importante è che ne sia convinto lei (solo lei però) e che in tal modo viva serenamente.le faccio notare che talvolta tale sua certezza vacilla, infatti il libro in questione da lei sconsigliato sta piacendo molto al pubblico e la seconda edizione sta andando esaurita, per fortuna che non tutti prendono le sue parole come infallibile oracolo. beh dirà lei…che vuoi che capisca il popolo bue?!

  14. Giulio Mozzi Says:

    Ilaria Maria, credo che per ritenersi infallibili sia necessario essere molto, molto stupidi.

  15. ilaria maria Says:

    dopo la sua risposta mi sta diventando già simpatico..già ne abbiamo tanti di infallibili dei che ci circondano e che ci hanno praticamente rovinato..il sapere che invece lei è umano come me mi consola!

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