Veronica Tomassini: “Adanna”, un racconto

by

di Veronica Tomassini

[Il romanzo di Veronica Tomassini, Sangue di cane, Laurana Editore, sarà in libreria il 10 settembre. Questo racconto, Adanna, è stato pubblicato nel dicembre del 2009 in Kumà, rivista dell’Università “La Sapienza” diretta da Armando Gnisci, Tahar Lamri, Maria Cristina Mauceri e Nora Moll. E’ possibile scaricarlo in pdf qui].

Era una storia di donne. Parlava di donne, sì insomma ce n’era una che svettava in copertina. E la copertina era assai misera. “Carta povera”, dissi. L’uomo mi guardò.

“Capisci?”.

“Capisco”, ripeté. Mi pareva sorridesse troppo. Lessi meglio, “The Trials of Adanna”, “Cos’è trials?”. L’uomo sedette sulla panca di pietra sotto l’albero di fico. Alzò gli occhi sulla penombra che dai rami pendeva mollemente sulla sua fronte lucida di nigeriano. “Trials, non so, voi dite specie di processo”. Alzò la mano e agitò stancamente l’aria infastidito dagli insetti che evaporavano dal tronco grigio, ficcato in un buco di terra, lo chiamavano orto, nella casa di accoglienza. Ed era un orto, anche se mancavano le patate dal Congo. C’erano melanzane, c’erano lattughine, c’era un albero di fico e sotto stava un uomo, di nome Innocent. “Così saresti uno scrittore”. “Sì” disse. “Sono novelle di mia gente”. “Già, novelle morali mi spiegavi. Voglio dire, morali in che senso? Adanna che cerca? C’è un mistero, ok, poi immagino ci piazzi un bel colpo di scena, un ricongiungimento, non so, l’esule, il redivivo dello sbarco e l’amore africano, un amore colore dell’ambra. Questa che svetta, che si agita, va’ che moine”. Osservavo la copertina. Asciugai il sudore dal viso con la mano libera, con l’altra tenevo il libro.
“Tu ‘rabiata e parli sempre veloce”, disse l’uomo.

Mi tese il palmo, voleva il libro, il suo, la copertina era una sfoglia, una magra avvilente sfoglia di carta logora. La donna in copertina doveva essere Adanna, chi sennò? Ma un libro è un libro, un libro è grosso, lo prendi su e quasi ti viene voglia di cospargerlo di granuli di incenso e fiori di limone, un libro si sostiene come un vassoio, un libro ha una quarta di copertina con la foto dell’autore. L’uomo gentilmente prese il suo libello, non lo sarebbe, lo dico io. E dico anche che era talmente smilzo, con i colori acidi in copertina sbiaditi persino, da ricordare un brutto quaderno delle elementari, un quadernino per i temi, classe seconda, dunque parliamo di uno scarto di almeno una trentina d’anni. “Via, Innocent, è superata ‘sta roba. Mi sembra un numero di Selezione prima maniera, quella che mi dava da leggere il nonno”.

L’uomo mi parve sorridesse troppo. “Beato te”, sospirai, spiando indispettita la sua pazienza. L’uomo ora guardava oltre la palizzata, dietro la quale i ragazzini del quartiere si sfidavano a calcetto. Urlavano, l’uomo ascoltava stupito. “Chiudi la bocca Innocent”. L’uomo non badava a me. “Hei, Nigeria, che è, non si gioca a pallone dalle vostre parti?” risi scioccamente. Risi e per pudore e scioccamente tolsi lo sguardo. Chiamai Stella, Stella di Agrigento, Stella iscritta a legge. Stella, vié, Stella traduci, trials, cacchio significa, sul serio, fammi il piacere Stella. L’uomo allungava il suo testone riccioluto, un capitello fregiato, su un corpo ossuto e forte, verso il cicaleccio dei ragazzini del rione. Sorrideva, sorrideva sempre. Stella amabilmente leggeva con una pronuncia perfetta l’inglese dell’uomo seduto nella penombra dell’albero di fico. The prized of a wicked aunt…the prized so…

Traduci Stella. Su, da brava. Gli occhi sbucavano di tanto in tanto da giù, tabernacoli a spiovere, al di qua di una pashmina abilmente annodata in testa. “Siete tutti uguali voi sovversivi e fatela ‘sta rivoluzione”, sbottai. “Il problema è che i sovversivi non credono, non considerano l’incommensurabile”, precisai stizzita. Stella smise di leggere. “Quale rivoluzione, abbiamo bisogno di uno stato sociale”, disse con gravità. “Comincerei da qui, da uno stato sociale”, concluse. L’uomo tornò a noi, sorrideva l’uomo, Stella leggeva un volumetto rilegato, non era la storia di Adanna.
“Sì, siete irreprensibili, ragionevoli, ma a messa, ci andate a messa la domenica?”. L’uomo sorrideva. “Sì, io vado”, disse. “Io sono cattolico”, disse. E’ una provocazione, rimuginai. Eccola lì, ora ti cucino io. “E Celestine, che mi dici di Celestine?”.
L’uomo sorrideva sempre. “Celestine pentecostale, Celestine è partito”, disse. Stella alzò le maniche della camiciona di iuta, monumentale, adiposa, sgranò gli occhi a spiovere sotto la pashmina, fissò me e poi l’uomo sotto l’albero di fico e poi di nuovo me: “Sai, non ho molte risposte dalla mia su certe questioni, sul destino di certe questioni. Ma ti dico, questa è gente che è stata provata col fuoco. Stanno in un canile, la chiami casa questa qui?”, e lanciò l’indice grassottello verso le costruzioni prefabbricate, alle spalle della canonica. “Potrebbero appendersi ad una fune, potrebbero farlo, ne avrebbero il diritto. Innocent, vai, sparati Innocent. Diceva il poeta Jaromil, hai letto Kundera no? Diceva Jaromil, il poeta, che il destino aveva smesso di costruire le sue stazioni ad un certo punto, a lui sembrava così, immagina. Immagini?”. Annuii con perplessità. Sì, il poeta, poddarsi. L’uomo si alzò in piedi scansando un rametto dispettoso con una buffa rotazione del capo. Simile ad una gazzella, brevi e agili falcate, l’uomo raggiunse la canonica, sparendo nel retro della casa di mattoni ad un piano.

“Dove è andato?”, mi rivolsi a Stella. Stella leggeva ancora, a voce bassa. “E’ matto?”, aggiunsi irritata. Mi sedetti sulla panca sotto l’albero di fico, pigiai sulle tempie, avevo voglia di piangere.

“Che hai?”, mi chiese Stella venendomi accanto. Aprì la borsa di corda e tirò fuori le cartine da arrotolare col tabacco grezzo. Ne fece una per sé e una me la offrì in segno di pace. Fumammo, osservando i bambini che giocavano col pallone di cuoio, tirando calci e ridendo con la pancia. Mi accorsi di piangere, con gusto, in silenzio. “Se io non potessi fare la vita che faccio – osai – bé io mi ammazzerei Stella. Io ho paura dell’aereo e soffro il mal di mare. Se io non avessi avuto questa vita, io non so, sarei morta di viltà”.

“Innocent faceva il giornalista come te, era la firma di punta dell’Easterin Pilot di Onicha”, la donna con la camiciona di iuta parlava con dolcezza senza smettere di guardare i mocciosi del rione.

“Dove è andato?”, chiesi con un’agitazione piena di rimorso.

“Innocent aveva appena presentato la seconda edizione di The disowned girl”.

“Aveva?”.

“Aveva sì, perché l’indomani era già sul carro verso il Niger. Fuggiva, bella, fuggiva da perseguitato. Ti dice niente la parola libertà, democrazia, ti sembrano pippe di ex girotondini, di smidollati sinistroidi con la fissa delle canne?”. “Bò, Stella. Parlate troppo. Arrivate al dunque allora, fate cacchio qualche cosa. Solo parlare, parlare. Lo so, cacchio, lo so, gli ultimi due sbarchi per il giornale li ho seguiti io; a Portopalo sono andata, cento cazzo di chilometri, andata e ritorno, per cinquanta schifose righe. C’era una, sai Stella, una che si chiamava Jasmine e aveva buttato il neonato, manco fosse mondezza. Ma no, non è come da noi, quello era l’agnello sull’altare, era primipara pensa, ploff, aveva buttato il neonato nel canale di Sicilia. Lo so, Stella. Questa, questa Jasmine, mica piangeva, mica si è ammazzata dopo”. Mi tenevo le tempie.

“Fanno male?”.

“Sì, Stella, leggi Innocent, leggi”.

Passò una luna.

Nel centro di accoglienza l’ingresso era sbarrato. Pensavo ad Innocent. The Trials of Adanna l’avevo in tasca, misera logora copertina, l’avevo di nuovo io. Sfogliando le pagine sentii i polpastrelli farinosi, mi accorsi che era sabbia quella che avevo radunato, di pagina in pagina. Nel patio laterale, opposto al cortile con l’albero di fico, materassi impilati uno sull’altro davano la misura di quel che stava per accadere. Il sacerdote scuoteva la testa animosamente discutendo con un volontario, compagno di Stella, socio fondatore dell’associazione Migranti, nata nel centro e nel centro probabilmente prossima a morire. Il sacerdote non sentiva ragioni, il sacerdote era stufo marcio di quel canile, dove ad ogni randagio si serviva il rancio, sempre uguale, pasta marchiata Cee e pomodoro marchiato Cee, come ad un cane la sua scodella. Il sacerdote era stufo marcio di tutti i Celestine o gli Innocent incontrati, ché poi diceva facevano branco, come i randagi, diventando pericolosi. Il sacerdote aveva a noia i materassi sventrati e puzzolenti, aveva a noia tutti gli occhi incrociati, impauriti, neri neri neri. Troppo neri neri neri. Aveva a noia il peso allo stomaco, la pietà, la tenacia dei giusti. Ora ad affondare era il suo barcone. La pietà era un pedaggio mai quieto, la pietà ha sempre fame. E così il prete aveva un debito inestinguibile da onorare. Il prete era stufo marcio.

Innocent addentava una mela sotto l’albero di fico. Mi vide e mi sorrise. Gli corsi incontro estraendo dalla tracolla un foglio scritto a penna. “Hei, ascolta”, gli sedetti accanto. “Ascolta, ragazzo. Senti, senti che pace, lui è Milan Kundera, senti che dice”. Stirai il foglietto strappato al mio notes d’ordinanza. “Senti: […] Jaromil era colmo di quel paesaggio, del dolore dei sopravvissuti, e si sentiva riempito da tutto questo come da un albero che fosse cresciuto dentro di lui […]. Già, è così, ti piace?”.

L’uomo sorrideva addentando la mela. “Uno scrittore è sempre uno scrittore, giusto?”. L’uomo mi guardava con gli occhi neri neri neri. Non sorrideva l’uomo con gli occhi neri neri neri. Ci raggiunse Stella nel frattempo con la solita pashmina e la camiciona di iuta, sporca e pregna di fumo.

“Giustissimo”, convenne, trattenendo uno sbadiglio, aveva appena raccolto l’oracolo della saggezza, facendosi spazio sulla panca tra me e l’uomo nigeriano: “Tanto questi finiscono tutti uguali, tutti vù cumpra. Se Innocent avrà fortuna, l’anno prossimo te lo ritrovi in spiaggia con un mantello di lenzuola che tenterà di vendere alla signorotta perbene in vacanza nell’ottimo Resort”. L’uomo sputò il torsolo, poi lo sotterrò ai piedi dell’albero di fico. Mi venne in mente il liberiano che sorreggeva Jasmine, la donna dello sbarco, quella che aveva seppellito il figlio nelle acque del canale di Sicilia. Aveva vent’anni, pressappoco, lo intervistai sfoggiando stupide domande, del tipo cosa farai domani? Come vedi il futuro? nel mio stupido inglese del cacchio. Il liberiano aveva ancora fiato, la lingua spessa, rivoli di acqua salmastra agli angoli della bocca. “Farò l’africano”, ammise, senza provocazione, senza recondite ragioni, senza un fiotto d’anima che il viaggio in mare gli aveva sequestrato, rendendo ogni pezzo di carne umana solo carne umana, tradita da bisogni primitivi che tutto possono, che molto possono sulle risorse dello spirito. Inutile schermaglia, carne e spirito, inutile schermaglia. Mentre Jasmine, nascosta dentro il suo petto, trascinava i piedi informi, neri neri neri. Nel suo paesaggio vuoto scorgeva appena l’agnello sull’altare, l’agnello del sacrificio, che aveva labbra viola e piedini rigidi, avvolti nel foulard. Allora credetti di vederlo anche io l’agnello della salvezza e dell’espiazione, il debito onorato del padre, il velo nero del lutto, il piviale della morte. Jaromil il poeta era quieto e pago di quel paesaggio che del dolore dei redivivi faceva briciole di stelle, corolle di fiori, al contrario di Jasmine che aveva occhi neri neri neri, che scrutava avanti senza curiosità. Tragica e inane.
L’uomo oziava sotto l’albero di fico, Stella rullava la sua sigaretta di tabacco grezzo. Io non avevo altro da dire, se non un avanzo di una storiella africana che raccontava di un colibrì: il colibrì ebbe la meglio sugli animali della foresta, tanto che alla morte del loro re, il maestoso Leone Fhuur, lo elessero sovrano. Un piccolo colibrì, che fu forte in astuzia e umiltà insieme, volando sul dorso di un’aquila, orgoglioso sul trespolo del sole, più in alto, più in alto di ogni altro animale della savana, spiava dabbasso distante, ma mite. E invece dissi all’uomo: “Vedi, la scrittura fluida di Kundera penetra nella sostanza delle cose, il germe di una rivoluzione europea, la rivoluzione socialista, è un tarlo a posteriori, continua a mungere una rivelazione perenne, la sua stoltezza. Mi garba, accidenti, non inciampa mai, perfetto, magmatico se vuole, è tutta qui la sostanza delle cose. Ogni verità ingannevole si schiude ferocemente e così i suoi errori storici che vengono a scaglionarsi nelle nostre rive, da occidentali, vedi, noi paghiamo ancora, paghiamo il prezzo”.

“Nero, adesso quel prezzo, oggi come ieri, è anche nero, è africano”, considerò Stella.

“Cara, abbiamo aperto le frontiere. Lo abbiamo fatto senza filtri, i vostri ismi sono ributtanti, nella accezione migliore, non avercela. Buonismo e relativismo, ecco fatto, vai a spiegarlo agli zulù, vai. Ce ne sono sai? Ora però tornano indietro. Oh, se la giocassero la partita, sono politiche interne, la vacuità dei vostri pregiudizievoli slanci innacquati di bene comune e fratellanza cosmica produce solo rogne e basta”. Com’è che non indossi il tarbush? Era lì sulla lingua la domanda, Innocent non ha il tarbush. Bah, è cattolico, dice. Stella succhiava con le labbra la lordura dalle mani. “Sei fuori, ragazza”, si limitò a dire, finendo il suo personalissimo manicure.

L’uomo teneva d’occhio il volo di due cornacchie. Mi alzai dalla panca, insofferente, pulendomi di fretta il retro dei pantaloni. Nelle orecchie mi urlava il pianto muto di un neonato, colava a picco, dietro una scia di bolle buie, violacee, verdi, azzurre. Era un gioco. Colava a picco come la barchetta di carta che fendeva le acque di un rigagnolo prima di raggiungere la pozza e capovolgersi, come la barchetta dei cartoni che mi piacevano ancora. Ma era un neonato-vascello ad impensierirmi, un neonato vascello che avrebbe solcato i miei omissis, che avrebbe rubato il mio sonno, il sonno del giusto, io lo ero, giusta. Io capivo molto, scrivevo il mio pezzo sullo sbarco e non un aggettivo in meno, casomai due di più, sissignore. Mai una condanna, un se di disapprovazione, mai.

“Ma è vero che ti chiamano sporco negro?”, chiesi di botto, con uno scetticismo di posa, ma tutto in me era una posa. Innocent fece segno di sì con la testa.

“Dai, siamo davvero così idioti? Siracusa è così idiota? Banale, via, sembra la scena di quel film di Spielberg, con Whoopi Goldberg”.

Il colore viola, vero”, asserì Stella, “a me invece viene in mente la storia di Cecil Williams” soggiunse.

“Perché non parliamo e basta, senza citazioni da manuale, ce la fai?”, proseguì Stella scocciata. “Wole Soyinka, per esempio. Premio Nobel, guarda un po’, nigeriano. Uno dei massimi scrittori contemporanei, ha molto in comune con Innocent. Perseguitato, in esilio, condannato in contumacia alla pena capitale per aver osteggiato furiosamente, nei suoi scritti, la dittatura di Sani Abacha”.

“Soyinka difende suo amico, Ken Saro Wiwa”, disse timidamente l’uomo. Zittivo per ignoranza, per educazione. Presi il notes e appuntai due cosine. “Cheen saaro…vi..doppiavvu a”. Comunque non avrei fatto che una cinquantina di righe, con foto, se Innocent autorizzava, tanto andava via, tempo niente, smantellato il centro, andava via, il prete era stufo marcio.
“Innocent tu sarai ancora uno scrittore”, giurò Stella volgendosi verso l’amico, “puoi esserlo anche qui, in Italia, sai esiste un genere che si chiama letteratura della migrazione e i suoi autori maggiori sono del Nord Africa, sono loro i pionieri, ma ci sono tanti africani neri… e poi da tutto il mondo, perfino dalla Siberia”. Stella era soddisfatta, le brillavano gli occhi. Ed era un brillìo diffuso, di pupille, cornee d’avorio, con al centro un puntino nero nero nero. Pupille-vascello, scrutavano il nero, giù giù, giù, vagavano ignare, curiose, cercavano luce, violacea, azzurrina, verde, e poi ancora giù giù giù, verso il nulla, il silenzio tentacolare dell’abisso, le pupille-vascello. L’uomo si stirò sulle gambe, prese un bigliettino dalla tasca e lesse, stavolta lui: “Oceanomare di Baricco, conosci?”. Stella saltò sulla panca un altro po’, battendo i pugni sulle gambe. “E’ il mio preferito” esultò.

“No, io non l’ho letto, mi spiace”, dissi mogiamente, non mi diedero retta, affatto. Oceanomare, lo notai in scaffale nella libreria del centro, bianca, copertina bianca, dentro una cornice azzurra. Bella, bellissima copertina, osservai. Giù, buttala, Innocent, molla, via, giù, nel fondo, Innocent, giù giù giù, dove confabula il silenzio, dove dorme il neonatovascello, abbandonalo Innocent, è solo un romanzo, lascia che si dimentichi di te, lascia che la scrittura segua il suo abisso, lontano, lontano, lascia la presa, Innocent. Giù. Era mezzogiorno, le campane della chiesa avvertirono il rione. Stella non la finiva di ciarlare.

“Hai da fare oggi?”, propose con eccitazione. “Andiamo in libreria, te lo regalo io Baricco, ti aiuto a tradurlo, ti insegno io, ok?”.

“Forse oggi vado questura”, si schermì pacatamente l’uomo e sorrideva, sorrideva sempre.

“Ah, già, poi c’è il problema di stasera, qui non si dorme, intesi? Chiuso, il prete c’ha dato un taglio, intesi?”. Non la finiva di parlare, era stanca di parlare. L’uomo sedeva sotto l’albero di fico. E Stella cianciava: “Se mi chiama il tizio di Cassibile, domani hai una giornata di lavoro. Si tratterebbe di patate, è la stagione, sorry. Sarete in dieci, cinque sei cassette a testa. Si può fare. Venti euro sono pochini, ma non abbiamo trovato altro”. Stella parlava e mentre parlava faticava e mentre faticava dimenticava Baricco, i pugni sulle gambe, la traduzione. Ma l’uomo non dimenticava Oceanomare. L’uomo sorrideva sempre col biglietto che girava e rigirava tra le dita. Vedemmo passare il prete, attraversare il cortile, trascinare un vecchio secretaire, dietro di lui c’era il sagrestano con in mano una coppia di candelabri. L’uomo si voltò attratto dal vociare animato di un gruppo di ivoriani, litigavano, uno di loro teneva in mano un mocassino con la suola aperta. Innocent la disperazione è il castigo dei dannati, Innocent bruciare di impazienza è il castigo dei dannati. Innocent però vuole scrivere una storia, lo dico io, la storia di un uomo del suo paese che ha rubato 3 miliardi di nara e l’ha fatta franca, Innocent vuole scrivere una storia per il prestigioso tabloid di Awka, Nigeria.

“Dimmi, cosa significa essere un libero pensatore da rifugiato, da sbarcato, da clandestino, da sporco negro”. La verità ingannevole produce orti ingannevoli, come quello del prete dove ci sono le lattughine e non le patate del Congo. La verità ingannevole induce a domande ingannevoli. Altrimenti avrei chiosato sul pezzo: ne valeva la pena?

* * *

Passarono due lune.

L’uomo sedeva sotto l’albero di fico. Stella rullava l’ennesima sigaretta. L’uomo conservava il suo sporco libro in una sporca sacca. Aprì Oceanomare e lesse ad alta voce. A Stella vennero le lacrime. A me no. Schiacciai una mosca sul mio braccio, la presi al primo colpo. Ecco, pensai, magari questa aveva famiglia, che sappiamo noi? Che sappiamo noi quale deserto ha attraversato? Lo dico io quale, la nostra ostilità. Ecco tutto. Guardami Innocent, non sorridere per favore, mi dai sui nervi, per favore. Innocent sedeva sotto l’albero di fico, poi mi accorsi di un fatto strano, Innocent arrossiva. Mai visto niente del genere. Le campane suonarono due volte. Stella spense la cicca sul vaso di gerani vuoto. Innocent sorrise, oh, amava Baricco, e leggeva con zelo, e la sua voce aveva un suono innocente, un suono vascello.

Dedicato a Celestine Emmanuel, 28 anni, scrittore nigeriano.

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2 Risposte to “Veronica Tomassini: “Adanna”, un racconto”

  1. mauromirci Says:

    “Farò l’africano.” Bellissimo.

  2. Carlo Capone Says:

    Un bel racconto, forse in alcuni punti un po’ retorico.

    Però “mogiamente” mi piace, anche se non l’ho mai sentito.

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