Giuseppe Aloe, “Lo splendore dei discorsi”

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Lo splendore dei discorsi di Giuseppe Aloe era un libro che mi tendeva gli agguati da mesi. Lo incrociavo ovunque, in tutte le librerie, sempre bene in vista, benché l’editore Perrone sia un editore piccolo piccolo. Lo comperai finalmente un mese fa, all’incirca, a Vicenza, in una libreria dove ce n’erano sei copie. Domandai al libraio: “Ma com’è che ne avete una piletta, di questo libro qui?”. Il libraio corrucciò la fronte, guardò il libro come se non l’avesse mai visto prima; poi consultò la macchina. “Ce ne abbiamo sei copie da tre mesi”, disse poi, “e questa è la prima che vendiamo”. Fece spallucce. “Si vede che dietro questo titolo c’è stata… una grossa spinta”.
Fattostà che il libro, io, lo avevo memorizzato per il titolo, suggestivo, e per la copertina, che mi pare splendida. Non so a voi. Quella foto lì, di Enda Bowe, e tagliata in quel modo, e così elusiva… Elusiva come forse l’autore stesso, pensavo. E in effetti, cercando l’autore lì dove ero quasi sicuro di trovarlo, ossia in FaceBook, trovai una foto di riconoscimento decisamente elusiva. La riprendo qui senza remore, benché FaceBook sia un luogo privato, perché – come tutte le foto di riconoscimento di FaceBook – appare a chiunque cerchi in rete immagini di Giuseppe Aloe.

Tra l’altro l’editore, evidentemente convinto del valore del romanzo in sé e di Giuseppe Aloe come autore (è al terzo libro con Perrone), mi mandava ogni tanto, con molta discrezione, dei piccoli segnali: l’hai letto? Che te ne pare?
Ebbene, l’altro giorno mi sono messo a leggerlo; in treno, andando a Trento. Restando un po’ deluso dall’attacco sentenzioso (“Le grandi organizzazioni criminali non si fondano sulla brama di potere. Sul denaro o sulla forma di attrazione erotica che il crimine eserciterebbe sulle donne. Queste sono solo conseguenze di una complessione molto più radicata. E’ la vanità il punto di partenza di ogni crimine e di ogni sistema criminale”), trovando che l’attacco del secondo capitolo, nella sua semplicità, poteva funzionare molto meglio come inizio dell’intero libro (“Era una domenica come un’altra. Di maggio, sicuramente, era bel tempo. Camminavamo senza far rumore. Mia figlia davanti. Noi leggermente dietro. In silenzio. Non riesco a ricordare il motivo di quell’uscita. Forse solo una divagazione domenicale. Un modo per tenersi lontano dai guai”, dove ciò che mi eccita è quel dubbio nel ricordo espresso, negandolo, dall’avverbio sicuramente), trovando poi che l’attacco del terzo capitolo, come inizio del tutto, sarebbe stato meglio ancora: sia per la forza dell’evento, sia per l’immagine: “Quando mi dissero, e me lo disse uno dei medici che entrava e usciva dalla sala operatoria, con la faccia da ragazzo invecchiato precocemente, che nostra figlia era morta, io vidi davanti ai miei occhi che le cose si smontavano. Da sole. Grattacieli, ponti, pale eoliche, palazzi, magazzini, sale operatorie, ospedali, muri divisori, cortili. Prima il rivestimento esterno…”. Poi forse l’immagine è un po’ tirata in lungo, ma ha la sua forza.

La storia, ve la racconto al volo. C’è questa buona famiglia: lui, lei, la figlia. Quelli del capitolo due. La figlia, bimbetta, s’ammazza sull’altalena. Così, per nulla, in quella domenica sicuramente di maggio. La madre, dopo qualche giorno, comincia a paralizzarsi: prima il piede sinistro, poi la gamba, l’anca, il braccio… E poi il piede destro, la gamba, l’anca, il braccio… Nel giro di poco è completamente immobile. Il marito la assiste. I medici non sanno cosa fare, la donna non ha niente. La porti al mare, la allontani dalla casa dove vivete sempre, la distragga: dicono cose così, i medici. E l’uomo fa. Hanno giusto una casa al mare (perché sono benestanti, lui è a capo di un importante studio di progettazione). Porta la moglie a spasso, in carrozzella, sulla battigia. Le fa prendere il sole. La donna comincia a gridare.

Durante un pomeriggio di calma piatta, eravamo sotto l’ombra della quercia, lei iniziò a emettere un grido acuto e breve. Netto. Un bel grido pulito di chi, affettando il pane, distratto da un pensiero molesto, si tagli anche la sommità del pollice.
Ad intervalli di un paio di minuti, mia moglie emetteva un grido. Sembrava non fare nessuna fatica. Solo il collo denunciava uno sforzo, anche si entità minima. Si allungava di poco. Gridava e riprendeva la sua posizione di sempre. Poi gridava di nuovo e ritornava calma. Poi di nuovo ancora. Anche di notte. Nel sonno. Ogni due minuti. Un grido di intensità minore, come un breve richiamo all’ordine.

L’uomo decide di far morire la moglie. Un giorno, in settembre, nella spiaggia ormai deserta, la posa sulla battigia, le dà un bacio in fronte e la spinge in acqua.
E qui, a pagina 41, succede qualcosa che non va. Due funzionari di polizia vanno a trovare il nostro uomo.

E’ stata una mia distrazione, dissi mentre gli offrivo una bevanda. L’ho lasciata sulla battigia come facevo di solito e me ne sono andato a fare una corsa. Quando sono ritornato non c’era più. Per rafforzare il concetto allargai le braccia. I due sembravano sul serio colpiti dalla mia narrazine. Sapevano chi ero. Avevano studiato il caso. Prima la figlia ora la moglie. Glielo leggevo sulla fronte. Stesero un rapporto ufficiale che lessi e firmai e si congedarono, chiedendomi di non lasciare la città, così dissero: la città, prima che il caso fosse chiuso. Li rassicurai, non avevo intenzione di andare da nessuna parte.

Per quanto il nostro uomo nonché voce narrante possa essere – e, visto cosa gli è capitato, possiamo permetterci di immaginarlo – un po’ fuori di testa, per quanto possiamo immaginare che le cose non siano andate proprio così (quel “li rassicurai” è un segno preciso), eppure: che la cosa passi liscia in questo modo – il nostro uomo resta libero, non sembra ci sia nessun clamore sulla stampa – è piuttosto improbabile. Per i giornali, la storia sarebbe appetitosissima. Si potrebbe riaprire il dibattito sull’eutanasia. Eccetera.

Ma andiamo avanti. Nelle pagine precedenti abbiamo appreso che il nostro uomo ha uno svago: il tiro a segno. Frequenta un circolo. E’ bravo. E nel settimo capitolo prende la pistola, si apposta tra le dune, e ammazza un nudista sessantenne. Uno mai visto prima. Dopodiché va a una festa, rimorchia una bella donna e se la scopa con l’allegria di chi ritorna alla vita. Ma alla festa conosce anche un tale, uno che fa il simpatico di mestiere: il Brunetti. Il quale, nel giro di venti pagine, arriva a fare una proposta. Io faccio parte di un’organizzazione criminale, gli dice, un’organizzazione che fa affari e soldi, compra, vende, eccetera; e ogni tanto ha bisogno di ammazzare qualcuno: vuoi essere il nostro killer?

Sì, risponde il nostro uomo.

Il guaio è che tutta questa parte del romanzo, da subito dopo l’ammazzamento del nudista (pagina 52) fino a pagina 207 dove mi sono fermato stremato (il romanzo ha 251 pagine) mi sembra insostenibile, addirittura ridicola. Il nostro uomo ammazza a ripetizione (“In sei mesi ne stesi più di venti. Ventidue per l’esattezza”, p. 138), sempre nella stessa città, in modi improbabili e rischiosissimi. Le vittime – che lui talvolta addirittura arriva a frequentare – sono sempre persone importanti della finanza, dell’economia, della politica, del notabilato in genere. Roba che un qualunque governo manderebbe l’esercito. E intanto lavora nello studio di progettazione, incontra decine di volte il Brunetti, gli telefona anche dal luogo del delitto (p. 169), eccetera: fa, insomma, tutto ciò che farebbe il più deficiente degli assassini. Quello che vuole farsi prendere ad ogni costo. E invece nessuno lo piglia. E invece la città continua la sua vita come niente fosse. E a me, mentre leggevo, saliva l’irritazione. Si può raccontare una storia nella quale avvengono eventi improbabili. Ma un qualche tipo di credibilità, la tua storia deve averla. Oppure fai una storia deliberatamente incredibile (come il Furioso o un romanzo fantasy), ma mi sembrava più che evidente, leggendo, che non era questo l’intento di Giuseppe Aloe.

Alla fin fine: questo è un romanzo nel quale, secondo me, c’è tanto da buttare. E tuttavia, se penso a che cosa sarebbe potuta essere questa storia, se mantenuta nei suoi limiti. Se penso che bel racconto è, tutto sommato, quello che si conclude con l’ammazzamento del nudista. Insomma, se penso questo e se penso quello, e se la conclusione della storia (con un atto di bontà paradossale) mi pare risibile, se la storia che s’intreccia alla principale da un certo punto in poi, la soria del ragazzo Kafka, della quale qui non vi dico niente, mi sembra insensata; e tuttavia prendo la mia decisione, e un momento fa ho ordinati gli altri due libri di Giuseppe Aloe pubblicati da Perrone. Perché c’è qualcosa, in quest’uomo che non conosco, in questo libro che mi sto rigirando da un po’ di giorni, che comunque mi affascina.

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43 Risposte to “Giuseppe Aloe, “Lo splendore dei discorsi””

  1. Giacomo Giubilini Says:

    Premetto che mi è venuta voglia di leggere le prime 52 pagine. Ma poi ne resterebbero ancora 199, con sei mesi di omicidi e 22 delitti, che tu dici essere pagine insostenibili. Tutto troppo. Come finirlo per non sentirsi in colpa? Ho deciso pertanto di non comprarlo ma di prenderlo alla biblioteca comunale. Non c’è, non esiste, non sanno chi sia né l’autore né il romanzo. Rimarranno ancora cinque copie sullo scaffale della libreria di Vicenza e 75 euro nelle tasche dei tirchi lettori mancati. E dove finiranno quelle cinque copie invendute?Perché non regalarle alla biblioteca comunale della mia città? 5*52=260 pagine belle per tutti. Esattamente 9 in più di quelle dell’intero libro. Un guadagno pazzesco che si può spiegare solo con lo splendore dei discorsi.

  2. giadep Says:

    mi fermo a non leggere la “trama”. Però la curiosità s’è desta.
    Prendo nota. saluti, Giampaolo

  3. lordbad Says:

    Ciao Blogger 🙂

    Sono contento di aver letto il tuo articolo. Ho iniziato dicendo: è un recensione onesta? Una leccata o una distruzione, entrambe poco obiettive?
    L’ho trovata una recensione onesta che spiega le ragioni che ti hanno spinto all’acquisto (dalla copertina alla curiosità in generale) a quelle (soprattutto quelle) che ti hanno spinto alla lettura (i primi capitoli) per poi demordere.
    Purtroppo di romanzi scritti male ce ne sono tanti. Per ora mi fido del tuo giudizio.
    Dire che concordo con te su tutto quello che hai scritto sarebbe disonesto: dovrei leggere anch’io il libro e farmi una mia opinione. Ma dal momento che la tua analisi mi appare lucida, e senza secondi fini, e visto che ho certamente libri migliori di questo nello scaffale, bè non leggerò mai questo libro. Anche perché la trama non fa per me.

    Ma c’è un passo sul quale non sono d’accordo, e tengo a sottolinearlo:

    “Si può raccontare una storia nella quale avvengono eventi improbabili. Ma un qualche tipo di credibilità, la tua storia deve averla. Oppure fai una storia deliberatamente incredibile (come il Furioso o un romanzo fantasy), ma mi sembrava più che evidente, leggendo, che non era questo l’intento di Giuseppe Aloe.”

    Bene, leggendo questo passo ho avuto come l’impressione che il genere fantasy, l’appartenenza a questo genere, giustificasse ogni tipo di inverosimiglianza dei contenuti della scrittura, della trama. Cosa con la quale non concordo affatto. Della serie “posso scrivere ciò che voglio, tanto è fantasy” Ma no! Assolutamente no. Le regole leali della verosimiglianza valgono anche in quel caso, se chi scrive non è un truffatore e chi legge non è un babbeo.
    Cosa c’è di più inverosimile di un drago? Ma, esempio banale, non posso far passare il drago in un tunnel più stretto di lui e non dire che fa rumore, o fa qualche danno. Ci siamo capiti? 🙂 Volevo dire questo in quanto sono un appassionato del blog fantasy in Italia per eccellenza, guidato da Gamberetta, e fermo da un certo periodo ormai. gamberi.fantasy.org Facci un salto, anche se non ti appassiona il fantasy. Inoltre ti invito a visitare il mio blog http://vongolemerluzzi.wordpress.com/ per quanto per ora abbia contenuti molto “generalisti” a un’occhiata superficiale.
    Grazie per l’attenzione, e buon lavoro. Lordbad

  4. Maurizio Says:

    Caro Giulio,
    la tua recensione mi intriga e per colpa tua acquisterò il libro. Lo metterò nella lista dei libri in attesa di lettura.
    Penoso il libraio(o meglio il commerciante di libri).

  5. pessima Says:

    No, io invece non lo compro, il libro: perchè dovrei spendere soldi, ancora, per una “cosa” che poi non mi piace? (bella quella tua annotazione su sicuramente)

  6. Giulio Mozzi Says:

    Lordbad, certo che anche in un romanzo fantasy vale il principio – uso una parola che non tocca la questione del credibile o dell’incredibile – della plausibilità. Ciò non toglie che ci sono narrazioni che chiedono al lettore di essere credute, e narrazioni che non lo chiedono.
    La plausibilità di un romanzo fantasy si fonda non sul riferimento al mondo dell’esperienza, ma sul riferimento all’universo delle narrazioni fantasy.
    L’esempio del drago è sensato; ma posso fornire un controesempio. Nel “Gargantua e Pantagruel” di Rabelais, Gargantua è un gigante. Tuttavia le sue effettive dimensioni sono molto vaghe: in una pagina è alto come un campanile, nella successiva entra senza difficoltà in un’osteria…

  7. Carlo Capone Says:

    Io invece acquisterò:
    – “Come funziona un romanzo”, di James Wood, critico del New Yorker, edito da Mondadori
    – “Inventare il mondo. Teoria e pratica del racconto”, di Ferruccio Parazzoli (Garzanti)

  8. lordbad Says:

    @ Giulio Mozzi

    Hai ragione! Il controesempio che offri è valido, ed è segno che comunque ci siamo capiti. In verità il problema è che gran parte delle narrazioni fantasy italiane degli ultimi anni è roba scritta con i piedi, ammesso e non concesso che con questa nobile parte anatomica non si possa scrivere comunque meglio.

    Basta che non si cada nel solito discorso abusato da molti scrittori del c.d. fantasy odierno: faccio quello che voglio, due tette, un drago, un belloccio ed ecco il fantasy. 🙂

    Il fantasy fintato che dà per scontato un certo universo fatto da alcune leggi fisiche che conosciamo può essere “creduto”. Infatti parliamo di verosimiglianza, non di realismo. Non devo credere che esista il drago, ma voglio onestà da parte dello scrittore. Gargantua è un’opera storia ormai intoccabile. Ma alla luce della qualità degli ultimi fantasy, dobbiamo stabilire delle regole molto precise, che poi sono sempre le vecchie reogle della narrazione che siano in grado di stabilire un rapporto leale tra scrittore e lettore: un ottimo motivo per spendere soldi e tempo nella lettura. Se leggi qualcosa di Gamberetta quando avrai tempo capirai ancora meglio: sottoscrivo in pieno ogni sua tesi. A presto, è stato un piacere.

  9. Giovanni Says:

    A proposito di Splendore… Dei Libri.
    Conosci/conoscete questo?

    http://bookshelves.tumblr.com/

    saluti e grazie per le continue ottime provocazioni
    Gv

  10. luca t Says:

    Sulla questione della plausibilità. La maggior parte del fascino che la lettura de IL TEMPO MATERIALE ha sprigionato per me era proprio l’indigeribilità di quei dodicenni sovracerebrali e iperconcettosi …

  11. Giulio Mozzi Says:

    “Il tempo materiale” di Giorgio Vasta è interessante anche per questa ragione. Dato il presupposto, ossia che quei dodicenni siano “sovracerebrali e iperconcettosi”, tutto è coerente, ossia plausibile.

  12. mauro mirci Says:

    Be’, ma che c’entra il libraio (che secondo Maurizio sarebbe “penoso”)?

  13. Giacomo Giubilini Says:

    Mi permetto a tutti di consigliare due libri e due autori scoperti quest’estate che, per mia colpa, non avevo mai letto e che ho trovato estremamente importanti, soprattutto se si parla di verosimiglianza. Autori diversissimi tra loro, sia per scrittura che per stile che per finalità, ma entrambi direi proprio esemplari. Uno di chiama Delfini, l’altro Rocco Carbone. I libri? Sono i racconti del primo e “L’assedio” il penultimo romanzo del secondo.

  14. robertosnap Says:

    A questo punto vi consiglio ‘Dieci’ di Andrej Longo, edito da Adelphi, dieci racconti scritti in una lingua per metà napoletana, serrati e pieni di tensione. Io l’ho letto in un fiato.
    N.d.r.: non prendo la provvigione sulle vendite.

  15. federica sgaggio Says:

    Ci sono slittamenti di implausibilità che devastano tutto l’impianto di una storia; e ce ne sono altri, più clamorosi, che riescono a sembrare pietre preziose.
    La differenza non è solo nel modo in cui una storia è condotta, ma anche negli occhi di chi la legge.
    Per i miei occhi, gli slittamenti di implausibilità che uccidono ogni cosa sono quelli in cui si percepisce la necessità di farvi transitare una tesi.

  16. Giulio Perrone Says:

    Caro Giulio,
    sono convinto che le critiche, se mosse con intelligenza e garbo, sono sempre utilissime per crescere. Quindi, nonostante non condivida la tua posizione, ti ringrazio sinceramente per aver letto e analizzato così dettagliatamente il libro di Aloe, autore a cui, come hai giustamente notato, sono legatissimo. Posso anzi anticiparti che ai tre libri già pubblicati, l’anno prossimo seguirà un quarto su cui intendo investire ancora di più come penso debba fare un editore che crede seriamente in un suo autore.
    Quello che mi sento di dire ai lettori è di approfittare per scaricare gratuitamente l’incipit del romanzo (http://giulioperroneditore.it/sites/beta.giulioperroneditore.it/files/incipit/aloe%20incipit.pdf) e farsi personalmente un’idea. Poi decidere se leggerlo o meno.
    Grazie ancora per lo spazio che hai deciso di dedicare a “Lo splendore dei discorsi”
    Giulio Perrone

  17. Anna Maria Ercilli Says:

    Non so, tutto questo sangue…per raccontare un tipo patologico o il non senso del racconto. Che abbia un senso?

  18. Anna Maria Ercilli Says:

    Confesso che non mi piace giudicare il lavoro di nessuno, se non letto, questa illazione, sul tipo patologico, è una leggerezza… ogni lavoro merita essere letto.
    saluti

  19. Maurizio Says:

    Mauro chiedi cosa c’entra il libraio ?
    E’ superfluo spiegare in questo blog, considerato il livello culturale dei partecipanti, il ruolo del libraio nella promozione del libro.
    Il commerciante di libri in questione primo non sapeva di avere il libro nel negozio e poi senza aver letto nemmeno una recensione (non dico di averlo letto) esprime comunque un giudizio.
    Giulio ha acquistato il libro solo “perchè gli tendeva gli agguati da mesi”, un altro avrebbe rinunciato.
    Un mio amico gestisce una ferramenta che ha più di ventimila articoli e sa consigliare ai clienti l’uso di ogni tipo di oggetto che commercia.
    Giulio cosa c’entra un libraio ?

  20. saverio fattori Says:

    Non ho letto ancora Aloe, ma penso che come spesso capita si tratta di un problema di gestione dei “mortammazzati”. Libri che tengono, una scrittura matura, a volte brillante… poi all’improvviso arrivano loro. I MORTAMMAZZATI. Spesso arrivano ingiustificati, copiaincollati. Scazzati. Sono i danni del noirismo a tutti i costi. Gli omicidi nel mondo reale calano di anno in anno. I killer professionisti sono pochini, assassini seriali cercasi, per lo più tutto si risolve in ammazzamenti per amori non corrisposti, eccessi d’ira. Materia poco interessante per chi si occupa di fincion. Quindi da dove arrivano tutti questi mortammazzati? E perché accanirsi… Nei libri fanno danno soprattutto quando arrivano improvvisi e non richiesti, da una certa pagina in poi. Omaggi. Quando lessi GOLA di Lancaster i mortammazzati scesero piano piano, l’autore cambiò registro, e da guida al saper mangiare, al saper stare al mondo, mi ritrovai sbalzato in un genere noir ben gestito e giustificato, da vertigini. Anche gente come Parazzoli riesce a farti sprofondare in un mondo altro in pochi capoversi. E tutto, miracolosamente, “tiene”. Mi sa che non ci sono ricette certe, né regole. Col talento vero tutto va comunque a posto.

  21. mauro mirci Says:

    Maurizio, dato l’alto livello culturale dei commentatori, e intimorito dalla tua chiamata di Mozzi a giudice della vicenda, me lo sono copiato proprio. ““Ce ne abbiamo sei copie da tre mesi”, disse poi, “e questa è la prima che vendiamo”. Fece spallucce. “Si vede che dietro questo titolo c’è stata… una grossa spinta”.
    Ecco, dato per scontato (e non lo è), che la discussione sul libro sia iniziata e finita così, mi spieghi dove, esattamente, il libraio “esprime comunque un giudizio… senza aver letto nemmeno una recensione”: quando dice di avere sei copie da sei mesi, quando dice che è la prima che si vende, oppure quando, addirittura, suppone una “grossa spinta” (il mio livello culturale è bassettino, ma immagino parli del distributore) per il fatto di avere ricevuto tante copie di un libro poco noto, di un autore poco noto, di un editore “piccolo piccolo”?

  22. Giulio Mozzi Says:

    Eh, Maurizio, in una libreria possono esserci ben più di ventimila “articoli”. E per di più in continua rotazione. E’ normale che il libraio non li conosca uno per uno.

  23. giuseppe aloe Says:

    cari, allora. Mozzi dice la sua. giusto. è la cosa giusta da fare. avendo letto il libro ne parla a dovere (bene o male non interessa). gli inglesi dicono che per giudicare il budino bisogna mangiarlo. invito a leggere Lo speldore dei discorsi, prendetelo nelle biblioteche se proprio non volete comprarlo. in alcune c’è, eccome. poi ne riparliamo.
    grazie a tutti

  24. Alessandra Says:

    Ho letto qualcosa di Aloe. Poche pagine, anche del suo primo testo perroniano. Mi sono sembrate belle. Ma erano solo poche pagine. Può darsi che fossero bei vestiti addosso a brutti manichini. Resta il fatto che poi, quelle pagine, non mi hanno fatto venire voglia di leggerne altre, di leggerle tutte.

  25. Maurizio Says:

    Mauro ma per caso fai il libraio 🙂

  26. mauro mirci Says:

    Maurizio, no, ma in genere i librai mi stanno simpatici.

  27. valeria Says:

    io ho letto lo splendore dei discorsi,anzi me lo sono bevuto quel libro.in certi punti forse si inciampa ma complessivamente lo trovo illuminante.
    io l’ho amato,alcuni passaggi sono leggeri come voli in altalena altri sono sassolini che ti si infilano in tasca e te li senti tintinnare mentre fai altro…
    consiglio a tutti di comprarlo e leggerlo.
    il ragazzo kafka,l’alienazione della moglie, la cattiveria sottile che ha il pretesto per emergere, le scintille di parole che fanno falò a fine pagina…

    Mozzi dice la sua,sbagliando

  28. valeria Says:

    A questo punto non vedo l’ora di leggere il quarto libro…grazie Perrone 🙂

  29. vibrisse Says:

    Io ho detta la mia, Valeria, argomentando. E le ultime parole del mio pezzo sono: “C’è qualcosa in questo libro che mi affascina”. gm

  30. michele Says:

    “Non è successo niente”, mi è piaciuto è un bel libro sebbene non stiamo disquisendo di uno scrittore che potrà vincere il nobel. Speranzoso e attratto dalla copertina ho acquisto pure lo splendore dei discorsi che…beh tuttaltro che uno splendore. La prima parte ancora regge ma da metà in poi è privo di senso non è né carne né pesce…insomma una delusione. Forse lo scrittore è partito con un’idea ma poi si è infilato in un tunnel e la storia arriva a tratti ad essere davvero priva di senso. Anche il linguaggio a tratti ricercato non è efficace. Insomma diamo ad aloe il beneficio del dubbio e aspettiamo il suo prossimo romanzo con la speranza che non abbia già sparato tutte le sue cartucce. Piuttosto ho visto che l’autore ha circa 50 anni e la sua produzione appare recente. Scrittore vero o l’ennesimo ambizioso imprestato al mestiere? Ai posteri l’ardua sentenza.

  31. Giulio Mozzi Says:

    Oh, si può essere “imprestati” al “mestiere di scrittore” (cioè: campare di una professione, un lavoro dipendente, un mestiere), e nel contempo essere “scrittori veri”. Il più delle volte è così.

  32. michele Says:

    Hai ragione Mozzi. Ma come sai meglio di me nelle librerie puoi trovare qualche capolavoro alcuni libri validi altri passabili taluni decenti talaltri improponibili. Se lo splendore dei discorsi fosse stato il primo libro di aloe sarebbe stato pubblicato? Io credo di no ma magari sbaglio. Io ritengo che non ci si possa inventare un mestiere da un giorno all’altro. E così vale per quello dello scrittore. Ma sia chiaro è un discorso generale. Ripeto “non è successo niente” era un libro ben scritto e gradevole. “Lo splendore dei discorsi” proprio no. Ma questo naturalmente è il mio giudizio che non pretende di essere universale.

  33. Nicola Says:

    Il tuo parere è assolutamente lecito Michele ma appunto non universale. A mio parere Lo splendore dei discorsi è un libro straordinario bello quanto, se non più di, Non è successo niente. Tra l’altro a ben cercare in rete per esempio su anobii.com mi sembra che la maggioranza dei lettori la pensi in questo modo.
    http://www.anobii.com/books/Lo_splendore_dei_discorsi/9788860041593/0149ea4e7b63037a6a/

  34. Giulio Mozzi Says:

    Michele, a una domanda ipotetica come la tua semplicemente non è possibile rispondere.

  35. Giuseppe Aloe Says:

    Caro Michele, ti voglio rispondere solo sulla parte del tuo intervento che riguarda il mio stato anagrafico. Leggiamolo: «Piuttosto ho visto che l’autore ha circa 50 anni e la sua produzione appare recente. Scrittore vero o l’ennesimo ambizioso imprestato al mestiere? Ai posteri l’ardua sentenza». Ora, è chiaro che nel tuo pre-giudizio è già inserito un giudizio, che però non ha alcuna base argomentativa. Se uno avesse la pazienza di leggere Pascal, o se proprio non riesce almeno Karl Popper, riuscirebbe a capire che i giudizi, almeno fino al punto di avere tutta la materia sotto mano, neanche si formulano. I giudizi o i pre-giudizi. Ragionare in questo modo è evidentemente fuorviante, entra in un contesto, come dire? glamour. E’ qualcosa buttata lì.
    Chiedo scusa a Mozzi per aver usufruito di questo spazio per una questione che tende ad essere personale.
    un saluto

  36. michele Says:

    Caro Aloe non te la prendere. Mi sono limitato a fare un’osservazione ma devo avere toccato un nervo scoperto. Evidentemente o ti sei dedicato alla scrittura di recente o se lo hai fatto dal liceo hai combinato pochino. Pascal e Popper non fanno per me hai ragione. Ma contestualizzare il glamour con i giudizi o i pregiudizi è risibile. In bocca al lupo per il tuo prossimo romanzo.

  37. luca Says:

    Buonasera scusate l’intrusione. Da quello che ho capito la maggior parte di voi scrive per lavoro o per diletto. Io no invece. Io mi occupo di altro ma ho letto oltre un migliaio di libri tra noir, thriller, gialli o presunti tali. Ho letto anche l’ultimo lavoro di Aloe a dire il vero l’ho scelto perché affascinato dal titolo e dalla copertina. Bene non sono un critico ma dico semplicemente che non mi è piaciuto (non lo ricomprerei nemmeno). Ripeto non sono un critico ma solo un ottimo cliente delle librerie. Dunque non mi permetto di eprimere un giudizio diciamo “tecnico” sulla capacità dell’autore. Dico solo che ho letto qualche libro peggiore di questo ma molti altri che erano di un altro pianeta. Direi che è semplicemente questione di gusti. Lo spledore dei discorsi non rientra tra i miei. L’ho prestato a un amico: non lo ha ancora terminato ma mi ha detto che non lo entusiasma. Ma noi siamo solo dei profani (che però hanno letto, leggono e leggeranno molto ancora). Ciao.

  38. Giuseppe Aloe Says:

    Caro Michele, di nuovo una tua frase: «Evidentemente o ti sei dedicato alla scrittura di recente o se lo hai fatto dal liceo hai combinato pochino». Sei caduto di nuovo nell’errore di giudicare senza conoscere. Ci noto un tono di immotivato livore. Non capisco. Vabbe’. Comunque grazie per gli auguri

  39. michele Says:

    Ti sbagli aloe. Ho letto proprio ieri una tua intervista web dove tu stesso dicevi che i tuoi lavori sono stati respinti per anni perché (ma a posteriori) non erano degni di esserlo. Quindi è vero che prima di incontrare Perrone hai combinato pochino. Ho letto due tuoi romanzi e il primo l’ho trovato gradevole ben scritto. Sul secondo mi sono già espresso a sufficienza.

  40. Giuseppe Aloe Says:

    Mah! che dirti. Ti lascio nelle tue certezze

  41. michele Says:

    Certe cose le hai dette tu…rileggi l’intervista. Comunque le mie sono opinioni rispettabili anche se è probabile che ad altri lo splendore dei discorsi sia piaciuto. A meno no. Non è successo niente invece mi è piaciuto e l’ho ribadito. Non ci vedo niente di strano. Ciao.

  42. francesca Says:

    Rispondo a Luca: il giudizio dei critici e addetti ai lavori è importante. Ma ti assicuro che per un editore (piccolo come il mio caso) la cosa che interessa davvero sono le vendite. Se la critica boccia una tua creatura ma in libreria va a ruba a me va benissimo. Proprio la gente come te che fa della lettura una hobby è quella che mi interessa. Gente che passa da un romanzo a un altro e qualche volta ne legge due o tre in contemporanea. Perché il vero successo è quello del botteghino. Esattamente come al cinema. Continua a leggere Luca. E prosegui sui vari forum ad esporre le tue opinioni senza timore di essere tacciato di superficialità dai critici. Perché il vero metro dell’editore (come al cinema del produttore) è quello del volume delle vendite. E sono proprio i successi di certi romanzi che ti permettono di investire sui nuovi talenti.

  43. Giulio Mozzi Says:

    Va bene. Mi pare che questa discussione vada incarognendo. Perciò la blocco.

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