La linea bianca

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Cammina lungo la linea bianca con Sabrina Ragucci

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29 Risposte to “La linea bianca”

  1. Ulisse Says:

    Beh, non è che sia poi questa novità. Piuttosto, anch’io (di notte, molti anni fa) camminavo sì sulla linea bianca, ma della mezzeria: in statale, a Mira…
    CiaU

  2. andrea barbieri Says:

    Musica per il suo cammino

    🙂

  3. cletus Says:

    nell’ottica di blog monotematico, sta bene. Unica pecca: perchè disabilitare i commenti ? (libera la responsabile di adottare la policy che crede, ma davvero, privarsi dei commenti, anche laddove questi fossero pochi o quasi inesistenti, non lo so, ma lascia un che di inconcluso: l’hai pubblicate, molte le hai scattate anche tu, d’accordo, alcune – visti i soggetti – sono davvero carine: ma perchè impedire di commentarle agli altri ?).

    In questo senso, avevo tentanto anche io un tormentone: gallerie d’Italia, si chiamava. Erano riprese di tunnel girati a bordo della macchina con la colonna musicale che c’era in quel momento in autoradio, cd, o minidisc che fosse.
    Su Youtube, se non l’hanno rimosso, c’era il canale di uno pazzo per i treni. Decine di filmati sul passaggio di treni (conosceva al dettaglio addirittura i modelli delle locomotive) nelle più sperdute stazioni di provincia. Un grande.

  4. cletus Says:

    fra le più inusuali suggerisco questo scatto preso dal blog del buon Antonio La Malfa.

    stante la tipologia degli animali ritratti, dubito si tratti dei dintorni di Chiesina Uzzanese.

  5. flavio ventura Says:

    con tutto il rispetto ma non c’entra. Il lavoro di Sabrina Ragucci è un’altra cosa. Intanto, a mio avviso, e per come conosco il suo lavoro, non è interessata all’inusuale. Usa il blog ma non è una blogger. È un’artista. E quello è un lavoro politico che persegue da anni dal finestrino sì, ma con una tecnica specifica, costruita per sembrare semplice e accessibile. Infatti la fotografia di Antonio La Malfa, se uno guarda attentamente, è molto, molto diversa. Sabrina usa il mezzo molto consapevolmente, con talento e anni, molti anni di ricerca (la fotografia di questo tipo è innanzitutto colta poi costosa, impegnativa e prevalentemente autofinanziata. Per capirci, Ghirri è morto con i debiti. E Sabrina appartiene a quella scuola; Credo che lo abbia anche conosciuto da studentessa, ma questo poco importa). In sostanza non può essere in nessun modo scambiata per una blogger.
    Cito da quello che dice Sabrina stessa: “Linea Bianca riscrive il transitare, il sostare delle persone che si incontrano e incrociano lungo gli spostamenti, non più viaggi, ma tragitti. Donne, immigrati, lavoratori, anziani, cani al guinzaglio, ciclisti amatoriali, in bilico lungo la Linea Bianca. Un’umanità che sopravvive sul bordo, lungo il filo, anche quando la linea manca, scompare consumata.”
    La linea bianca è solo una piccola parte del suo lavoro, potrebbe definirsi la sua presenza in rete, credo intenzionalmente non abbia sito che descriva altri lavori. Negli ultimi anni l’ho vista sempre meno timida ad alcune lezioni in Accademie/Università e la sua statura è quella di Paul Graham non di Antonio La Malfa. Un caro saluto, Flavio

  6. cletus Says:

    Flavio Ventura, è vero, non avevo notato che alle alci, Antonio La Malfa, avesse chiesto di mettersi in posa.

  7. vibrisse Says:

    Mi limito a notare, nell’intervento di Flavio (il cui senso condivido), un uso curioso del linguaggio:

    “Sabrina usa il mezzo molto consapevolmente, con talento e anni, molti anni di ricerca … . In sostanza non può essere in nessun modo scambiata per una blogger”.

    Dal che parrebbe di dover dedurre che, per essere un blogger, non basta farsi un blog: bisogna anche essere poco consapevoli, non avere talento, non fare ricerca, e improvvisarsi.

    🙂

    gm

  8. cletus Says:

    …azz…è il mio identikit !!!

  9. Fabio Carpina Says:

    Faccio notare a Flavio e a Giulio (che però sono sicuro lo sanno già molto bene) che se c’è differenza tra il lavoro di uno e di un altro, questa differenza deve essere nel risultato, nell’opera, e che l’uso consapevole, il “talento” e la ricerca non sono la differenza, ma semmai la causa di quella differenza. Cioè, in parole povere, si può dire senz’altro che la foto di Sabrina Ragucci è molto diversa da quella di Antonio La Malfa, ma se si vuole spiegare quale sia la differenza non si può dire: “la ricerca, il talento, l’uso consapevole”. Si deve invece dire… qualcosa che io non so, perché in materia di arte visiva di qualunque tipo sono totalmente ignorante e insensibile – mio limite personale – , ma che attiene all’opera – che so, all’immagine, al soggetto, alla riuscita tecnica, ecc. – . E che ci sia una differenza tra la fotografia di Sabrina Ragucci e quella di Antonio La Malfa, io lo vedo, anche se non so assolutamente esprimere in che cosa consista appunto per i miei limiti personali di cui sopra. Poi, una volta che si sia detto quale sia la differenza, se ne può indagare le cause, che saranno, magari, la ricerca, la consapevolezza tecnica, ecc. ecc.
    Sbaglio?

  10. federica sgaggio Says:

    In che modo l’uso consapevole del mezzo produce cose esteticamente più belle?

  11. Fabio Carpina Says:

    @federica
    non so se la tua domanda era rivolta a me, ma in ogni caso devo dire che non mi pare nessuno abbia parlato di “esteticamente più bello”. Credo che l’uso consapevole del mezzo sia qualcosa che ti permette di raggiungere, o di avvicinare, l’obbiettivo che ti eri prefissato. Se non ti sei prefissato alcun obbiettivo, l’uso consapevole del mezzo non ti serve a nulla, e se ottieni risultati li ottieni, più o meno, per caso.
    A tale proposito, un piccolo apologo personale: mi è capitato, per lavoro, di scattare letteralmente migliaia di fotografie tutte più o meno negli stessi luoghi. Riguardandole mi sono reso conto che alcune di queste erano “belle”. Ho selezionato quelle secondo me migliori, e le ho fatte vedere ad alcuni amici, tra cui qualcuno che a differenza di me ha un po’ di occhio per la fotografia. Qualcuno mi ha detto “belle, quelle foto”, e io ho risposto che sì, ero d’accordo. Qualcuno mi ha anche detto “bravo”, al che invece ho risposto che non ero bravo per nulla. Le foto le avevo scattate con tutt’altro obbiettivo in mente che l’estetica: quelle che avevo selezionato, dopo, alcune decine tra migliaia, erano anche esteticamente pregevoli, ma solo per caso. Non credo che saprei rifarle, se mi ci mettessi consapevolmente; mentre magari un fotografo professionista sarebbe in grado di farle senza problemi: ma magari non vorrebbe farle, quelle stesse foto…

  12. flavio ventura Says:

    la fotografia non è una scienza, nemmeno la letteratura è una scienza. Da qualche secolo nemmeno la filosofia è una scienza. Quando diciamo che un testo letterario è qualitativamente valido? Ci sono alcune regole grammaticali e qualcosa che ci sorprende nella modalità di saperle usare. Ci sono cose che sopravvivono a tutto questo, persino ai critici. E poi appunto ci sono i critici, i teorici, gli storici che sistematizzano. Anche i critici, i teorici, gli storici sono influenzati della loro formazione culturale e il giudizio è un giudizio di parte (giustificato e sostenuto), non è scienza. Anche i critici, i teorici, gli storici sono influenzati dal tempo in cui vivono.
    Io non sono un critico, e questo è un commento non scientifico.
    Una bella fotografia? Ma cos’è una bella fotografia, se non conosci la grammatica, come fai a dire che una fotografia è bella, per il sentimentalismo imperante?
    Come distingui la differenza tra il lavoro di un artista fotografo con quello di un altro artista fotografo? Ci sono capacità differenti anche tra gli artisti. Non tutti hanno le stesse qualità. Li distingui con il sentimento? Non sai dire perché ma le fotografie di Luigi Ghirri ti piacciono, e ti piacciono perché lo consideri un professionista? Uno che usa bene la macchina fotografica? Ghirri non può essere un intellettuale, uno che ha speso la sua vita per trovare la sua fotografia?
    Sì, l’uso consapevole del mezzo non basta, ma è una parte importante del processo. Dante sapeva che cos’è un endecasillabo e poi qualcos’altro e c’era l’influenza dei suoi riferimenti letterari, c’era il suo essere uomo politico, etc.
    Sì, ci sono alcune faccende che hanno a che fare con la retorica del mezzo (ora non saprei dire perché ritengo che Giulio Mozzi sia uno dei più bravi scrittori italiani, eppure lo penso in relazione alla letteratura italiana che conosco, una miscela di scrittura accurata, le cose che scrive e il modo in cui mi induce a immaginarne altre, a volte ad avere paura, insomma per alcune ragioni e altre faccende emozionali).
    Quindi in linea generale, e per lo spazio di un commento, potrei dire, come ho più o meno sentito a Brera da Sabrina a una studentessa che ci sono alcuni elementi:
    uno, ci sei tu che fai la fotografia con la tua storia e i tuoi riferimenti culturali. Due, il mezzo. Tre, l’oggetto o realtà o mondo. Quattro, l’imponderabile commistione del tutto. E tutti hanno importanza. Non devi sottovalutare il mezzo che hai deciso di usare solo perché sei un’artista.
    La grammatica è molto importante dice Italo Zannier, la fotografia è linguaggio e come tale ha una grammatica.

    In Italia, patria delle lettere ex povera, ex analfabeta, ex fascista (mentre in America c’erano Walker Evans, Ansel Adams in Italia si moriva di fame, le questioni dell’arte e della fotografia erano prevalentemente per pochissimi) facciamo ancora oggi della cattive scuole in rapporto alle arti visive.

    La parola “professionisti della fotografia” richiama non tanto all’arte ma ad uno che fotografa bicchieri per il catalogo dell’Ikea. Sopportiamo poeti italiani che si millantano fotografi in collane di pregio letterario con quattro fotografie digitali (la fotografia è linguaggio, è intenzione di dire con quel mezzo, e tutto contribuisce alla sua sostanza. La filosofia e la qualità della stampa sono parte integrante del linguaggio, sono il tutto nell’insieme e tanto per cominciare dobbiamo essere capaci di vedere se vogliamo fare) e invece ci stupiamo ancora della meccanicità fortunata del mezzo. “Questa è una bella foto!” è sufficiente per alcune fotografie nel cassetto, benissimo, va benissimo, possiamo anche fare un blog. Abbiamo tutti ottime fotografie nel cassetto. Sono belle le nostre fotografie. Forse abbiamo anche diari e romanzi, ma questo non fa di noi tutti artisti fotografi o eccellenti scrittori. Possiamo non essere interessati alla tecnica di scrittura di Wallace ma sappiamo per certo che sarà stato scrupoloso e che avrà avuto attenzioni al testo invisibili alla nostra lettura e che magari saranno stata causa d’insonnia. Io comune lettore, so solo che è un buon lavoro
    Perché penso che il lavoro di Sabrina Ragucci sia buono? Perché si sostiene nell’accumulo e nella qualità. Ho visto alcune mostre, molte sue fotografie, ho visto cataloghi, ho sentito parlare qualche critico che ha spiegato i suoi riferimenti culturali visivi e non, ho ascoltato altri fotografi, artisti, architetti, scrittori che apprezzano il suo lavoro e qualche suo intervento. In fotografia, come nel mosaico e come in letteratura un’immagine sintetica si forma solo per accumulazione (e in quello che decidiamo essere la Qualità). Chi decide cosa è la Qualità? Ad oggi non si è trovato un sistema migliore dell’Editore, qualcuno disposto a pagare per farti fare una mostra e un catalogo e qualcuno che (de)scriva che tu sei un autore. Di sicuro ci sono bravi scrittori e artisti che non appartengono al “sistema convenzionale”. Ad oggi chi ha usato un blog per farsi conoscere -ed era bravo secondo i canoni apprezzabili anche da una qualunque casa editrice – quando ha pubblicato, quasi sempre, ha smesso di avere un blog nello stesso modo in cui ce lo aveva prima. È entrato contento nel “sistema convenzionale”.
    Non è l’uso consapevole del mezzo a rendere le immagini o le parole esteticamente più belle e se l’ho lasciato intendere, è solo che non mi so spiegare. L’uso consapevole del mezzo, insieme alla consapevolezza di quello che si vuole dire e all’imponderabile mistero della bellezza cercata e qualche volta trovata e insieme all’intenzione certa e perseguita negli anni, a costo della vita: fare solo quello. Per quanto ne so e per le persone che conosco e per come procedono, esse fanno solo quello, pensano inutilmente all’arte e lo fanno nella bellezza che ci è dato di comprendere con gli strumenti e le capacità che hanno a disposizione.

  13. cletus Says:

    Premetto: non sono un esperto di fotografia. Certo, ho i miei bei volumi (qualche strenna regalata da qualche amico: su tutte un catalogo della Magnum) sono un volgare utilizzatore finale. Lo dico per sgombrare il campo da qualsiasi dubbio di confutazione della dotta spiegazione che ho appena letto di Flavio Ventura.

    Ciò detto, e anche per chiuderla qui, se Mozzi segnala un blog sul quale si trovano delle foto, e (ripeto, ai miei occhi inesperti) individuo come tema unificante (apprezzandolo) quello della linea bianca, da qualche fottuto angolo del cervello mi parte un link che mi connette ad una foto, vista proprio qualche giorno fa, sul blog di un amico (Antonio La Malfa).

    In ossequio a quella forma (idiota, d’accordo, ma sostanzialmente innocua) di gioco che mi pervade, condivido il link pubblicandolo in un commento qui.

    Punto. L’elemento unificante è stata la linea (è vero mi sono speso anche in futili interrogativi, come quello di chiedersi perchè l’autrice del blog avesse impedito i commenti in calce alle stesse).

    Non pensavo che una semplice provocazione potesse dar luogo ad una discussione, peraltro interessante, intorno all’arte della fotografia (non sarà una scienza, ma un’arte credo che si possa chiamare).

    In ogni caso, per un cinestetico come il sottoscritto, dopo aver letto questo thread sento che cambierà il mio approccio (fin qui prettamente emozionale) nel modo di valutare uno scatto.

    Fuor di ironia, a me di tutte quelle pubblicate sul blog Linea bianca, piacciono sopratutto quelle popolate da soggetti strani. Sono foto scattate da bordo di un veicolo, che si suppone in movimento, e in quanto tali inficiate o meglio impreziosite forse proprio da questo da disturbo che conosco classificato come “Mosso” o “in movimento”. Dovrebbero piacermi di meno per questo ?
    No, di sicuro, se la valutazione (ripeto) è essenzialmente emozionale. Resto però persuaso che è pretestuoso chiedere in cosa si distinguano sul piano della qualità, dall’altra, ad esempio, con le renne di La Malfa.

    E torno al punto: ma era necessario stabilirlo questo codice ? Vista sopratutto la sua forte arbitrarietà.

  14. flavio ventura Says:

    @Cletus davvero non è un fatto personale. Lei mi è virtualmente simpatico. È solo un approfondimento per differenze. Il codice è (chiamiamolo così): non accostiamo due cose differenti pure se ci paiono uguali o se lo facciamo cerchiamo di capire perché e quali sono le differenze. Con la letteratura lei non lo farebbe ne sono certo. È un po’ la storia delle mele e delle pere. Sì, c’è una linea bianca ma una lavora per accumulo di senso e di qualità formale, c’è un senso “politico”. L’altro fa una istantanea curiosa, bella fotografia da cassetto. Alla renna manca un ramo delle corna. Non voglio dire molto della foto ma faccio un esempio: le renne ci mostrano il buco del culo ma non c’è vera intenzione, pare un casuale punto di vista, il buco del culo delle renne davanti a noi, non credo il fotografo abbia voluto essere offensivo (voi vi meritate solo il buco del culo delle renne) o grottesco nei nostri confronti, semplicemente non c’è controllo del mezzo, dell’inquadratura, la capacità di scartare qualcosa che non è riuscito nel risultato. È la foto, strana e carina, improvvisa, sgranata, e inquadrata senza pensare e non scartata in quanto no riuscita nella sua vera potenziale forza. La sorpresa di vedere due renne sulla strada. Non c’è la persistenza della linea bianca, inseguire e creare il senso della realtà nella fotografia, ecco, due “Renne” in questo Mondo, linea bianca. La fotografia è una superficie. Antonio La Malfa non ci ha pensato prima e non ci ha pensato dopo. Probabilmente non gli interessa. La sua fotografia non è parte di un processo che riguarda la vita di Antonio La Malfa. Non si può sommare. Ma è carina anch’io la mostrerei ai miei figli e la metterei sul mio blog se ne avessi uno.
    Veramente non è una contestazione personale volevo dire questa cosa: non si può sommare. Un saluto.

  15. cletus Says:

    Provo a sostituirmi ad Antonio La Malfa, con scarse possibilità di riuscita: (lui è alto, magro, slanciato, ha potuto studiare alla Sorbona, al contrario di me che sono brevilineo, fisico da pugile in pensione, aduso all’assunzione di alcol e di droghe, diplomato per corrispondenza alla RadioElettra di Torino, malato per le donne), e provo a contestare questo passaggio, Sig. Flavio (anche lei virtualmente non mi è ostile). “La sua fotografia (di Antonio La Malfa, ndr) è parte di un processo che riguarda la vita di Antonio La Malfa”.

    Nel momento in cui La Malfa scatta la foto si trova, ovviamente, non in Lunigiana, ma a bordo della sua bicicletta, in territorio scandinavo, alla volta di Capo Nord. Non ho idea di quali possono essere stati i suoi processi mentali, nè detta tutta, mi interessa più di tanto. Prendo atto che deve trovare curioso, agli occhi di un cittadino italiano residente in alta Toscana, vedere la specie di quadrupedi deambulare serenamente a bordo strada, come due vecchi hooligans di ritorno da una partita a freccette nel pub all’angolo. Estrae la digitale e scatta. PUNTO. Ha solo fatto uno scatto, e a me, come fruitore, del resto può importarmi relativamente. Intendo: non mi tange conoscere i suoi intenti, ho questa foto, ritrae gli animali ai bordi di una strada. C’e’ una fottutissima riga bianca. Dipendesse da me, che ho animo socializzante, e fosse stato mio il blog di Sabrina Ragucci, le avrei dato senza alcuna remora ospitalità. E’ il tema, che mi interessa: la dannata riga bianca, sulla quale si spendono le esistenze, le più diverse, ognuna portatrice di una storia, nell’attimo in cui, nella nostra focale, tangono (suona male: sono tangenti) alla linea (che sembra essere eterna per definizione) che delimita una strada. C’e’ un mondo dentro, Sig. Flavio, lei non lo legge ?

  16. Antonio La Malfa Says:

    Caro signor Cletus, la ringrazio per la sua segnalazione. Le racconterò come è andata. Da anni avevo intenzione di fare quella foto, ce l’avevo proprio qui, nella mia testa(lei non può vedermi adesso, ma con l’indice della mano destra sto toccando la mia tempia). Una notte ho sognato una Musa; ella mi guardava, era radiosa, e mi disse: “Tu, caro uomo inconsapevole, hai una missione: un giorno fotograferai il posteriore di due renne. Le riconoscerai per il fatto che una di esse avrà un corno spezzato. Ma che fatica romperglielo.” Sono partito da Genova con una nave cargo che aveva come ultima destinazione Capo Nord, il nord che c’è nella mia testa, e ho fatto molti debiti per imbarcarmi. Avevo con me solo una idea e una macchina fotografica. Durante il viaggio ho lavato i piatti per poter mangiare e mettere qualcosa da parte per la mia permanenza. Dopo tre settimane sono sceso a Hammerfest, e da lì ho cercato la via del nord. Ho seguito una strada e una linea bianca. Avevo con me la mia macchina fotografica e la mia idea. Sono arrivato in un posto che emanava energia, a un centinaio di chilometri da Capo Nord, e lì mi sono fermato. Sono rimasto fermo due giorni e due giorni(il sole non tramontava mai) e mi sono cibato di muschi e licheni, e alla fine le ho viste. Loro. Le due Renne. Ho iniziato a scattare. Ho scattato, scattato, scattato(avevo lo zaino pieno di batterie), il mio è un processo di accumulo. Di fronte, di lato, di dietro. Ho corso con loro. Sono entrato in empatia con loro. Vivevo come una renna, mi hanno accettato. Il distacco da loro è stato straziante, mi ricorderò sempre dei loro abbracci, infatti ho una ferita al volto determinata dalle effusioni della renna con il corno rotto. Sono tornato sulla mia strada, sulla mia linea bianca. Tornato a casa il processo di accumulo era esaurito, e, così, inconsapevolmente, come solo un vacuo blogger può fare -ah, mi sono medicato la ferita al volto con delle steril strip perché i lembi della ferita erano laceri e io non sopporto gli aghi, quindi niente punti – forte del mio processo di accumulo, ispirato dalla Musa, ho scelto. Lo scatto dell’addio, mosso, sgranato dalla mia mano rotta dal pianto, dalla forte emozione. Le renne che tornano sulla loro strada, che non si voltano indietro. Tutta quell’energia.
    E ho scelto.

  17. Fabio Carpina Says:

    @Flavio Ventura
    Io però mi permetto di insistere.

    “uno, ci sei tu che fai la fotografia con la tua storia e i tuoi riferimenti culturali. Due, il mezzo. Tre, l’oggetto o realtà o mondo. Quattro, l’imponderabile commistione del tutto. E tutti hanno importanza. Non devi sottovalutare il mezzo che hai deciso di usare solo perché sei un’artista.”

    Benissimo, benissimo. Tutto questo, però, sta temporalmente prima e al più durante lo scatto; spazialmente sta, per così dire, dentro la testa del fotografo, e “dietro la superficie” della fotografia… Sono tutti elementi che concorrono a creare la foto.
    Però, DOPO, c’è la foto: la pura e semplice superficie colorata. Quella, deve dire tutto quello che ha da dire; quello che conta deve essere tutto lì; o se non è proprio tutto lì, deve stare nel confronto tra quello che è lì e quello che è altrove (foto dello stesso autore, foto di altri autori, ecc.), cioè in come quell’oggetto lì (la foto) interagisce col mondo.

    Mi ripeto (lo faccio solo perché non mi pare di aver avuto risposta): se c’è differenza, la si deve poter indicare lì, sulla superficie colorata. Potrà ben essere la grammatica, ma che sia la grammatica espressa, effettivamente presente (la posizione della riga bianca, o del soggetto rispetto ad essa, le tonalità di colore, il rapporto della singola foto rispetto a un “pattern” definito da n altre foto). Alla fine, deve essere qualcosa che è stampato sulla carta o visualizzabile sui nostri video, non qualcosa che è nella testa o nelle mani dell’autore. Quello che è nelle mani e nella testa dell’autore è la causa di queste differenze, non è, in sé, la differenza.
    Ripeto: sbaglio? Se sì, dove?

  18. andrea barbieri Says:

    Carpina usiamo la logica.
    Può esistere un’opera senza autore? No.
    Quindi prima bisogna capire bene l’autore, altrimenti non c’è opera. Dobbiamo capire, ad esempio, chi ha conosciuto, in cosa ha grande tecnica, a chi è superiore, quanti soldi non ha, eccetera.
    La bellezza dell’opera, essendo l’opera un’opera umana, viene dedotta dalla valenzìa dell’autore. Grande autore, grande opera. Piccolo autore, operetta.

    La Malfa è forse un valente autore? No, è soltanto umile blogger.
    Chissà perché, magari coi punti del supermercato, La Malfa è andato in vacanza al Polo nord o quasi. E al Polo nord per forza che incontri animali strani!
    Invece un vero autore, tecnicamente anzi grammaticalmente preparato, sa trovare i suoi soggetti nei paraggi, non deve confidare in abnormi latitudini e longitudini, come il La Malfa che resterà in eterno umile blogger.

  19. vibrisse Says:

    Andrea, scrivi: “Può esistere un’opera senza autore? No”.

    Ma può esistere un’opera del cui autore non si sa nulla, tipo l’Iliade.

    E scrivi anche: “…il La Malfa che resterà in eterno umile blogger”. No. Toni La Malfa è un grande artista: non della fotografia, ma della bicicletta.

    Federica, domandi: “In che modo l’uso consapevole del mezzo produce cose esteticamente più belle?”. Non so rispondere. Faccio una constatazione: chi fa cose che mi sembrano belle, di solito mi pare che sappia quello che fa. (Questa non è una risposta alla domanda).

    Poi: una singola foto de “La linea bianca” è irrilevante. Rilevante è la ritualità del fotografare una certa cosa in un certo modo (come rilevante è fare, come fa Toni La Malfa, certi viaggi in un certo modo). Rilevante è, ad esempio, fotografare soggetti irrilevanti (mentre Toni La Malfa, fotografando – come ragiona Cletus – un soggetto che ritiene rilevante, fa una foto irrilevante).

    Le foto de “La linea bianca” appartengono a un modo di fare arte che viene comunemente definito “arte concettuale”. L’ “arte concettuale” non intende necessariamente produrre – può produrli occasionalmente – oggetti “belli”. L’ “arte concettuale”, diciamo così, “fa pensare”.

    Le fotografie de “La linea bianca” – ciascuna delle quali, in sé considerata come “cosa”, mi pare irrilevante – mi “fanno pensare” nel momento in cui mi immagino il farle come un’operazione rituale. (Così come io, anni fa, ho fotografato migliaia di volte il cielo; e poi, più recentemente, ho fotografato migliaia di volte la televisione).

    giulio

  20. andrea barbieri Says:

    Ah, ma non ho mica detto che l’autore deve esistere realmente. E’ sufficiente l’esistenza nei discorsi, nelle immaginazioni. Di omero abbiamo biografie e ritratti.
    Comunque era ovviamente sarcasmo verso le parole davvero infelici di Flavio Ventura sui blogger, e la sua costruzione curricolare dell’artista.

    Secondo me le fotografie della Linea bianca sono lì a raccontare come le persone si rapportano a un piccolo confine, una piccola convenzione, e come il corpo, lo sguardo, i pensieri siano orientati da quella piccola convenzione. Credo che far pensare questa cosa sia utile. Credo che sia necessaria una ‘grammatica’ e dei valori formali come in ogni racconto. Credo che sia sbagliato incastonare questo lavoro nell’arte, credo che sia meglio considerarlo senza pomposità un piccolo racconto, un esercizio dello sguardo (come in tanti altri modi hanno fatto blogger e scrittori) che ognuno può portare avanti e spostare in altri campi.

  21. flavio ventura Says:

    @ Andrea Barbieri
    Perché non posso incastonare nell’arte un’artista? E un blogger in un blog? E se ho parlato di differenze curriculari non è colpa mia se in effetti ste differenze ci sono, anche se so benissimo che non sono i curricula a contare in rete come nell’arte. Io non mi offendo se dopo avere studiato molti anni, supponiamo alla Accademia di Belle Arti in Francia o a New York (non alla Sorbona, per carità), l’unica cosa che posso fare è insegnare neanche tanto splendidamente al Liceo Artistico e in qualche Accademia scalcagnata in città o in Provincia e magari invitare ai miei corsi artisti a parlare con gli studenti.

    Non ho detto che questo specifico Blog descriva l’artista (tra l’altro, nel dettaglio non è così – ho parlato di sua presenza in rete con la “Linea Bianca” e lei stessa nella spiegazione di ciò che è la Linea Bianca ribadisce che non è rappresentativo del lavoro dei fotografi presenti nel Blog). Questo specifico luogo “Linea Bianca” è/sta nella categoria di ciò che indicava Giulio Mozzi: “Così come io, anni fa, ho fotografato migliaia di volte il cielo; e poi, più recentemente, ho fotografato migliaia di volte la televisione.” Un modo di utilizzare il mezzo con un’idea che ci porti da qualche parte. (Questo mi piace del mezzo blog, posso esprimere una preferenza?)
    Quello che ho detto, in malo modo e senza le capacità di analisi e sintesi di Giulio Mozzi, è che non si può sommare il tema della Linea Bianca ad un esperienza di diario in rete (meglio di blogger?). Non penso di dire niente di scandaloso e di offensivo, altrimenti perché la rete tutta non si è offesa delle esperienze tipo babsi jones, una volta pubblicate da Rizzoli, sparite dalla rete e cancellato il Blog. Qui, come nel caso di Giulio Mozzi, il discorso è inverso, una o più persone che fanno cose interessanti da molti anni e che utilizzano un mezzo da altrettanti molti anni, né più né meno nella forma di un Blog ma non sommabile allo stravagante, inusuale, incontro con due renne (e spero di non suscitare di nuovo l’ironia e la permalosità di chi non può accettare di non sapere cosa sia la “grammatica visiva”, lo diremo a Italo Zannier. Tra l’altro, io pur avendo dato un esame con Zannier non sono un artista fotografo, e non so nemmeno fare le fotografie, pace all’anima mia e neanche so scrivere, né voglio pubblicare un libro eppure mi ostino a leggere la rete e ad intervenire nell’ambito e nei limiti delle poche cose per le quali mi sono fatto un’opinione supportata da alcuni, sempre comunque manchevoli, studi.
    Cordialità. F.

  22. andrea barbieri Says:

    Mi pare che lei abbia un’idea di blog un po’ strana. Sono anni che gli scrittori stanno in rete attraverso i blog. Sono anni che ciò che esce in volume si somma a ciò che scrivono in rete, per dire.
    La fotografia delle renne ha qualcosa di comico, disneyano o donchisciottesco, che nel blog della Ragucci non si trova. Bisogna anche ricordare che il mondo dell’arte determina un ‘gusto’ che influisce sulle opere (la grammatica, l’ispirazione eccetera). Ciò che è ‘cool’ per il mondo dell’arte non mi pare proprio estraneo alle immagini della Ragucci. Per questo motivo mi sembra sbagliato insistere sull’aura artistica, mentre mi sembra utile prenderle come esercizi di descrizione di comportamenti. Che non è affatto sminuirle. Mozzi per esempio ha scritto alcuni bellissimi libri, ma anche piccole descrizioni del territorio, che non sono ‘un’opera d’arte’ ma hanno una grande forza proprio perché insegnano a vedere e raccontare. Alla fine sono utili e belle.

  23. flavio ventura Says:

    @Andrea Barbieri, ho l’impressione lei non sappia di cosa stia parlando. “Ciò che è ‘cool’ per il mondo dell’arte non mi pare proprio estraneo alle immagini della Ragucci”. Nello specifico non è cool il blog e non sono cool le immagini della Ragucci e di molti altri che lavorano in quella direzione da moltissimi anni in silenzio (e che temo lei non conosca). Se l’è presa per le mie opinioni sui blog? Il fatto che sia diversa dalla sua (la mia opinione) non la è per forza di cose “strana”. Non credo nella superiorità degli scrittori mai, figuriamoci se sto a pensare che hanno blog da anni come ad un fatto in sè, li leggo e se non mi interessano smetto. Stimo molti scrittori italiani di questi anni che scrivono in rete da molti anni e pure altri che non scrivono affatto. Le assicuro che ci sono persino molti scrittori che si lasciano volentieri influenzare (a loro dire) da “quest’arte”, sono abbastanza furbi credo, dal momento che la loro superiorità in Italia sarà sempre scontata, considerata la prevalenza della parola. In ogni caso noto che facciamo a non capirci e comincio a credere sia inutile continuare.

  24. Sabrina Ragucci Says:

    La linea bianca è un flusso ininterrotto. Non rappresenta che quello che è. Non metterei queste immagini, ora e così, in un libro o in una galleria perché non ho pensato né realizzato la linea bianca per questo. Il mio lavoro è sì altra cosa dalla linea bianca ma non credo che questa considerazione sia utile alla discussione sui blog.

  25. cletus Says:

    sono in vacanza e scrivo da una postazione di fortuna. Ho letto la sequenza dei commenti, e della precisazione della sig.ra Ragucci.

    Vorrei solo ringraziare per lo spunto narrativo. Non mi interessa qui, l’ho già detto parlare di qualcosa che non conosco (la grammatica, i canoni, i processi di accumulo). Limito volutamente l’osservazione delle foto della Linea bianca, al mio orizzonte (già detto, da neofita) e ne estraggo, laddove ai miei occhi inesperti appaiono scatti presi al volo da macchine fotografiche situate su un veicolo in movimento, quindi il festival della casualità. Non ne parlo come un elemento che inficia la loro portata. Ma non mi bevo nemmeno chissà quali studi sulla luce, la posizione, il tempo di apertura dell’obiettivo.

    Ecco, è questo che secondo me rendo difficile accettare le dotte teorie qui esposte dal sig. Ventura. Ripeto, dal momento che SONO in rete, anche bene su un blog, indicano /a meno di tendenza solipsistica dell’autore, che sono li per CONDIVISIONE, quindi anche dei commenti, positivi o no che essi siano.
    E tanto mi basta. Non trovo che il fatto di trovarsi su un blog “monotematico” piuttosto che su un catalogo d’arte editato su pregiata carta patinata, le rendano esenti da commenti (peraltro, ma e’ una sua libera scelta, disabilitati li sul suo blog)). Buone vacanze a tutti.

  26. andrea barbieri Says:

    Scrive Ventura:
    “”Se l’è presa per le mie opinioni sui blog? Il fatto che sia diversa dalla sua (la mia opinione) non la è per forza di cose “strana”.””

    No guardi non è questione di opinioni ma dati oggettivi. Sui blog di scrittori, disegnatori e narratori per immagini vengono caricati contenuti che si sommano al loro lavoro extra-blog (romanzi, mostre, graphic novel eccetera). E’ così da anni.

  27. Sabrina Ragucci Says:

    @Cletus (anch’io scrivo da un luogo di passaggio)
    ma se dice di non sapere perché parla di:
    “il festival della casualità. Non ne parlo come un elemento che inficia la loro portata. Ma non mi bevo nemmeno chissà quali studi sulla luce, la posizione, il tempo di apertura dell’obiettivo.” Come si permette di parlare di festival della casualità, oltretutto in termini tecnici, senza sapere cosa significa la parola casuale in un linguaggio specifico, in fotografia?

  28. cletus Says:

    perché, lo ripeto, ad un assoluto ignorante di fotografia, come il sottoscritto, alcuni degli scatti che sono sul suo sito, dalla cornice dei quali si intravede il parabrezza, tali appaiono, scattati cioè di passaggio, con l’auto in movimento.
    Punto. Se poi non è cosi, amen, ha ragione Lei.

    (eventuali svarioni grammaticali sono da attribuirsi a tastiera Mac)

  29. andrea barbieri Says:

    Sabrina Ragucci, le sue fotografie sono belle (quelle che vedo nel suo sito http://sabrinaragucci.wordpress.com/) e Linea Bianca è un progetto interessante. Se vuole intervenire, non faccia come Flavio Ventura che parla di tutto, meno che delle immagini. Ci spieghi che cos’è per lei la ‘casualità’, se c’entra o non con le sue fotografie. Cos’hanno di bello per lei i volti, i corpi, le cose. Come fa un triciclo a diventare bello, su quali elementi lavora per trasformarlo in qualcosa su cui lo sguardo si ferma.
    Condivida, spieghi con semplicità.

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