“Sebastiano e il mare”, di Melania Ceccarelli

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Sebastiano e il mare di Melania Ceccarelli è il quarto testo – un incipit – della Gettoniera di vibrisse. Mi scuso per il ritardo della pubblicazione (era prevista per il 10 giugno). Di sé stessa Melania Ceccarelli dice: “Ho 45 anni. Scrivo da poco più di un anno e mi piace molto. Attualmente mi occupo di programmazione sociosanitaria e mi sono sempre occupata di persone emarginate. Ho vissuto due anni in amazzonia brasiliana, che è lo sfondo dell’incipit che si chiama Sebastiano e il mare“.
L’incipit di Melania Ceccarelli in pdf è prelevabile qui.
Tutti gli altri testi della Gettoniera, nonché la spiegazione di che cosa sia la Gettoniera, si trovano qui.

* * *

Sebastiano e il mare
di Melania Ceccarelli

Quel grosso uccello nero, morto, in una pozzanghera di fango in mezzo alla strada è un urubù, della famiglia degli avvoltoi.
Sebastiano gli passa accanto e lo guarda di sfuggita mentre cammina lento, trascinando i piedi nelle ciabatte larghe. Ha un paio di bermuda verdi e una canottiera gialla che gli scende continuamente da una spalla. Le spalle e il torace sono magri, del colore del cioccolato chiaro, con una sfumatura di bruciato.
La sua larga faccia da indio ha dodici anni ma i suoi piedi almeno dieci in più. Quei piedi sporchi con la pianta callosa, chiara e spessa hanno fatto più volte quel circuito obbligato che sono le strade del centro di Rio Branco, alla ricerca delle lattine di alluminio – birra, coca cola – che, dopo essere state raccolte una ad una, gli fruttano alcuni centesimi al chilo. Si trovano nei cestini o direttamente buttate sui marciapiedi di bar, ristoranti e pizzerie di quei quartieri del centro dove ha a poco a poco imparato ad orientarsi.
Ma chi è Sebastiano, questo ragazzino che cammina stanco sotto il sole feroce del primo pomeriggio da solo, guardando continuamente in terra, per deformazione professionale? È il maggiore di sei fratelli e l’unico uomo adulto rimasto in famiglia perché suo padre è andato a cercare lavoro a San Paolo e sono cinque anni che nessuno lo ha visto più.
Bastiano non si lamenta.
Bastiano è orgoglioso di essere così importante per la sua famiglia e non lascerebbe a nessun altro il compito di portare a casa i soldi per dare da mangiare ai fratellini e neppure quello di aiutare sua madre a strizzare le lenzuola pesanti e bagnate dopo il secondo risciacquo che, Dona Jolanda, lavandaia scrupolosa e per questo apprezzata, non risparmia a nessuna.

Mentre cammina con gli occhi bassi, perlustrando il terreno alla ricerca delle lattine, ha imparato a far andare indietro il film dei ricordi, e rivivere le immagini della sua infanzia, quando gli altri fratelli ancora non c’erano. Gli anni quando sua padre era a casa e lui poteva vederlo e parlargli tutti i giorni al ritorno dal lavoro ai mercati generali. Quando sua madre la sera gli leggeva quelle favole bellissime che parlavano di Noè, Adamo e del Paradiso terrestre. Quei pochi anni erano stati i più belli della sua vita.
Sebastiano cammina sotto il sole per le strade di Cidade Nova con la sua bisaccia a tracolla e pensa a suo padre che si trova lontano. Chissà dov’era e cosa faceva. Forse aveva un’altra donna e un altro figlio.
Ormai di cose di sesso lui se ne intende un po’.
Con gli altri ragazzi del quartiere parlano spesso di sesso, amore e matrimonio. Dopo il bagno al fiume la sera, seduti sui gradini dell’emporio di Seu Anselmo, mentre qualcuno fuma, lui no perché sua madre lo ammazza se lo viene a sapere, parlano di ragazze: di quelle di cui sono innamorati e, soprattutto, di quelle con cui sono stati, raccontando i particolari più interessanti.
Finora Sebastiano ha imparato un bel po’ da quelli più grandi. Lui ascolta molto e parla poco, perché non ha niente da dire. Dentro di sé però pensa molto, per giorni e anche per settimane e, alla fine, solitamente tira fuori un pensiero suo, solo suo. A volte lo confida a sua madre, altre volte no, come in quel caso. È fatto così. Non sa mai che cosa pensare, sul subito. Gli servono sempre un po’ di giorni per formarsi un’opinione che poi però si tiene ben stretta, per sempre.
Riguardo a suo padre dunque si è fatto un’opinione precisa: è convinto che Josemiro abbia un’altra donna a San Paolo. Un uomo non può stare a lungo senza una donna, è una legge di natura, e su questo tutti i suoi amici sono d’accordo. Naturalmente, facendoci l’amore è quasi sicuro che ci abbia fatto anche un figlio. Questa idea di un altro fratello a Sebastiano non sembra troppo brutta perché i padri amano i figli tutti allo stesso modo, quante volte glielo aveva detto, proprio lui. E l’amore, poi, non si consuma.
Ecco perché Sebastiano è sicuro che suo padre, dovunque sia, lo ama e pensa a lui. Pensa di certo anche ai fratelli più piccoli e anche alla mamma mentre è a San Paolo, o da qualche altra parte; magari lavora in una fabbrica oppure nel Pernambuco in qualche campo di canna da zucchero. Lui lo immagina in fabbrica però, perché ha sempre amato le macchine: hanno tutti e due la passione per i motori. Suo padre sa anche smontare e rimontare il motore di una moto, qualche volta l’ha fatto, prendendo in prestito quella di Joao il moto taxista, proprio così, per divertirsi. Bastiano non ha fatto in tempo a imparare, e questo è un altro motivo per cui suo padre deve tornare.

Sebastiano svolta a destra e prende la strada che porta al fiume. C’è una lattina di coca – cola vuota in terra, una pepita che di solito non si lascia sfuggire. In quel momento però è stufo e non ha voglia di raccoglierla. Gli da un calcio, la lattina fa “sdeng” contro l’ inferriata che recinta una bella casa grande sulla sua destra. Nessuno è seduto in veranda, meno male: gli avrebbero certamente urlato contro qualche offesa.
Andando in giro tutto il giorno a Sebastiano capita spesso di essere scacciato, preso in giro o guardato di traverso. Cerca di non farci caso, come gli ha raccomandato sua madre quando si è confidato, un giorno che non ne poteva più.
«Ahi mamma, quegli sguardi cattivi: mi entrano dentro e mi ci fanno come dei buchi», le aveva detto una sera, quasi piangendo e vergognandosi di farlo.
Era successo che quel pomeriggio, mentre passava davanti al Cafè Restaurant Rio de Janeiro, il cameriere in piedi sulla soglia gli avesse sputato ai piedi e gli avesse urlato di non passare più lì davanti, sudicio com’era.
Lui ci era rimasto male, con questo malessere come una pallina nera che gli rimbalzava dentro e lo colpiva ogni tanto in una parte diversa del corpo. L’aveva quindi confessato a Dona Jolanda, mentre insieme strizzavano il sesto pesante lenzuolo matrimoniale, profumato e pulito. Lei aveva ascoltato in silenzio e, in silenzio, avevano steso il lenzuolo ai fili attaccati a due pali robusti, nel cortile dietro casa. Si erano poi seduti sui gradini di legno dell’ ingresso sul retro ed erano stati un po’ a guardare il fiume.
Poi sua madre l’aveva abbracciato e lui si era ritrovato schiacciato contro il suo seno. Sebastiano si era fatto schiacciare senza protestare, era da tanto che quel seno non era più per lui. Ne aveva una nostalgia che a volte gli faceva venire il mal di pancia. Con l’orecchio appoggiato al petto caldo e profumato di sapone di sua madre sentiva battere il suo cuore.
«Bastianino mio, senti ma sentimi bene», gli disse Dona Jolanda. «Non ti deve importare di quello che ti dice la gente qualunque, quelli che non conosci: devi stare a sentire solo quelli che ti vogliono bene e si preoccupano per te». Gli baciò i capelli: «D’accordo? Me lo prometti?».
Sebastiano, perso nel seno di sua madre, pensava che era una cosa facile a dirsi ma difficile da fare. Però certo non era una cosa sbagliata.
«Sì», disse. «Chi lo conosce il cameriere del Cafè Restaurant Rio de Janeiro?».
«Bravo!, chi è quel cretino di un cameriere? nessuno. Ecco chi è! E a noi quanto ce ne frega di quello che dice?», gli chiese guardando, da sopra la sua testa, il muro di panni colorati che ballavano leggeri davanti a lei.
«Niente», rispose Sebastiano, strizzandola in un abbraccio veloce, come di saluto e respingendola subito dopo perché iniziava a sentirsi troppo stretto.

Sebastiano è arrivato al fiume e ha iniziato la discesa dei gradini di legno che dal piano stradale portano giù fino all’acqua e che sono lì da talmente tanti anni da essere diventati una cosa sola con la terra rossa dell’argine.
Scende lentamente col suo carico di lattine schiacciate ingabbiate nella bisaccia che forma come un grosso ventre cresciuto di lato. Dall’alto dell’argine vede Josè, il traghettatore: sta aspettando che una donna grassa e tutta vestita di nero salga a prua. Josè è alto, robusto e muscoloso, tiene un piede sulla barca e uno sulla passerella di legno fradicio da dove la donna cerca di darsi uno slancio aiutata da un altro passeggero, forse suo marito, che è già sulla barca e che le ha preso una mano.
Sebastiano dall’alto vede bene la scena mentre scende un gradino dopo l’altro. Spera proprio che quella grassona finisca in acqua, sai le risate. Ma la cicciona fa un salto improvviso e riesce a salire senza cadere e neppure bagnarsi. Poi, subito si siede. A quel punto anche Josè si mette al suo posto e inizia a remare verso la riva opposta del fiume, allontanandosi lentamente.
Aspetto che torni, pensa Sebastiano, tanto oggi non sono in ritardo.
Il campanile della Chiesa di Sao Sebastiao, sull’argine opposto, dice che sono le tre e la scuola non inizia prima delle sei. Fa in tempo a farsi la doccia e a dormire un po’, se non ci sono troppi fratellini in casa a fare casino.

Sebastiano si mette ad aspettare seduto sulla riva, in un punto dove resiste ancora un po’ di erba pulita, non lontano da un cumulo di sacchi di immondizia in mezzo alla quale due cani stanno cercando il pranzo. Uno bianco piccolo e magro e uno nero grosso e massiccio. Quello bianco gli somiglia per la corporatura mentre quello nero è più simile a lui per il colore.
Quei cani lo rendono infelice, gli fanno venire voglia di piangere e non sa perché. Hanno fame, quello lo vede dalla rabbia con cui col muso spostano dal mucchio i rifiuti che non possono mangiare; forse si sentono anche soli. Spera che almeno siano amici tra loro, quei due cani così diversi.
Lui non ha amici, oltre Matteo, suo fratello nato due anni dopo di lui e Miguel, il suo compagno di banco. Non ha tempo per gli amici, non è come gli altri del quartiere che non fanno niente tutto il giorno, si alzano tardi e non aiutano in casa. Qualcuno non va più nemmeno a scuola. Nessuno lavora. I padri sono andati lontano a cercare lavoro e i figli non hanno speranze di trovare qualcosa da fare lì. Anche tra i ragazzi chi ha potuto se n’è andato, gli altri sono rimasti in attesa di qualcosa, in attesa che tornino quelli che sono partiti, in attesa di ricevere da loro notizie di altri mondi, in attesa. E nell’attesa qualcosa devono pur fare, un modo per tirare avanti bisogna pure che lo trovino. Sniffano cola.
Molti di quelli che abitano nella sua strada sono arrivati in città da piccoli, come lui, nessuno è nato lì. La maggior parte è nata in foresta, in qualche seringal o nelle fazendas più lontane. Talmente lontane che se qualcuno della famiglia si ammala bisogna vendere la casa per fare il viaggio verso l’ ospedale in città.
Lui se lo ricordava bene il suo viaggio, era durato tre giorni. Nessuno stava male, per fortuna. Solo che Josemiro aveva pensato che in città sarebbe stato più facile mantenere la famiglia e far andare i figli a scuola perché ignoranti come lui non dovevano essere.
Avevano viaggiato prima su un furgone e poi in barca. Aveva cinque anni e aiutava già a portare i pacchi che sua madre aveva preparato, legandoli stretti con le corde. Ricordava che aveva dormito su una coperta in terra, sotto l’amaca dove la mamma dormiva con Matteo, accanto al babbo che lo aveva tenuto per mano perché aveva paura che glielo rubassero, così aveva detto. C’erano altre famiglie sul barcone, degli sconosciuti era meglio tenere gli occhi aperti e non fidarsi.

I cani sono andati via. Si è voltato un attimo e non li ha visti più. Perlustra con gli occhi tutta la riva, si gira, forse sono risaliti: niente, non c’è ombra di quei due cani. Sono andati via veloci e silenziosi.
Intanto Josè ha finalmente toccato la riva opposta e sta facendo scendere i passeggeri.
Chissà se anche gli altri del quartiere avevano fatto un viaggio lungo e avventuroso come aveva fatto lui, quando era arrivato dalla foresta. Non ne avevano mai parlato. Era come se la loro vita fosse cominciata in città. E invece no, c’era anche prima e quella era stata la più bella. Perché era piccolo e perché c’era suo padre e perché, nella foresta, nessuno era povero e nessuno era ricco. Sebastiano non sapeva davvero se era meglio prima o se fosse meglio ora. Prima, quando viveva in foresta, non si era mai accorto di essere povero, e questo era positivo, non c’era discussione. Aveva da mangiare, da dormire, il fiume per giocare e lavarsi. Però era piccolo e non doveva ancora andare a scuola. La scuola non c’era dove abitava lui, la prima era a due giorni di cammino. Ma andare a scuola, era importante? bisognava andarci? Secondo i suoi genitori si, per forza. Ma sapere di doverci andare e non poterlo fare li aveva fatti sentire improvvisamente poveri, tanto da farli decidere di trasferirsi in città.

Tutti i suoi compagni di classe la notte annusavano la cola, dietro l’emporio. Lo facevano la notte tardi. Era una cosa sbagliata, lo dicevano tutti. A scuola ripetevano quasi ogni giorno che faceva male alla salute. Il Consiglio di Salute organizzava le campagne di prevenzione i cortei contro la cola e via dicendo.
Nonostante tutti i discorsi, però, molti lo facevano. E anche lui ci aveva pensato, qualche volta. Dicevano che dopo si stava bene, ci si sentiva leggeri, con la testa vuota. Che passava anche la fame. Sarebbe stato bello provare, la sua testa era sempre troppo piena e lo stomaco spesso vuoto.
Sebastiano sapeva bene però che cosa lo aveva trattenuto dal mettersi lì, sdraiato da qualche parte vicino al fiume, sotto ad una mangueira insieme agli altri e smettere di sapere chi era.
No, non la paura delle botte della madre.
Era stato il fatto che quelli che annusavano la colla, dopo, non avevano più la forza di fare niente. Se ne stavano a giornate sdraiati. Come avrebbe fatto lui che, invece, doveva pensare alla sua famiglia? Sebastiano aveva sempre qualcosa da fare, compiti che se non faceva lui rimanevano non fatti: portare a scuola i più piccoli, andare a cercare lattine, studiare un po’, andare al fiume a sciacquare i panni, a prendere l’acqua, andare a scuola. E la notte leggere le favole della Bibbia.

Josè fa toccare la riva alla barca. Un “toc” basso annuncia che è arrivato. Sebastiano si alza, pulisce alla meglio il fondo dei bermuda e salta sulla barca.
«Giorno», lo saluta Josè.
«Giorno», risponde lui. «Sai che risate se la grassona di prima cadeva in acqua».
«Già, mentre la tenevo ci pensavo anch’io. Almeno ci divertivamo un po’».
Josè è un tipo a posto, secondo Sebastiano. Non lo tratta mai male e, a volte, lo fa passare senza pagare. Si mettono a chiacchierare mentre aspettano altri clienti perché Josè preferisce fare l’attraversamento solamente con la barca a carico completo.
«È pesante la barca, quando è piena?», chiede Sebastiano.
«Eh, sì». Josè fa sicuramente più fatica di lui a guadagnarsi il pane.
C’è silenzio sull’argine in quel momento. Si sente solo il gorgoglio dell’acqua che sbatte sulla riva, il vento che arriva da oltre la curva facendo un rumore leggero a pelo d’acqua che diventa una specie di musica di campanelli tra i rami più alti degli alberi.
Sebastiano guarda verso il centro del fiume. Il mulinello di acqua verde e marrone che si agita nel centro è lì, come sempre, e impedisce a Josè di fare la traversata dritta. Ogni volta deve fare il giro largo e quindi faticare di più per evitare di finire nel gorgo.
«Sai Bastiano, stamani presto ho attraversato una gringa», disse Josè.
«Una gringa? Americana?».
«Non lo so. Era alta, bionda e bianca come un foglio di carta».
Chissà chi è quella gringa. Di bianchi proprio bianchi ne passano pochi dalla catraia di Josè.
«Dove andava, lo sai?».
«Alla chiesa. Mi pare che sia andata lì», rispose lui continuando a buttare l’occhio all’alto dell’argine per vedere se arrivavano clienti. Dopo un istante, spazientito, prende in mano i remi e dice: «Va bene, via andiamo. Non vale la pena aspettare. Vedrai che appena parto i clienti arrivano. Succede sempre così. E allora, aspetteranno che torni»-.
Poi impugna i remi con un unico movimento svelto e fluido e inizia a remare.
Visto che è solo sulla barca Sebastiano si sdraia tutto lungo a prua. Il vento gli soffia dritto in faccia. Chiude gli occhi. Annusa l’aria intorno come quando era piccolo e era capace di sentire l’odore degli animali che si avvicinavano a casa sua. Anche se aveva solo quattro anni era bravissimo a riconoscere il cinghiale selvatico, il ghepardo, la scimmia. Fiutare gli odori era stata la prima cosa che gli aveva insegnato suo padre, insieme a nuotare nel fiume. Il fiume era proprio sotto casa sua, marrone, largo il doppio di quello che stava attraversando.

Arriva a casa che sono le tre e mezzo appena, sente il tocco del campanile mentre si toglie le ciabatte. Scuote la suola per togliere il fango appiccicato e le mette in fila con le altre, fuori dalla porta.
Dalla conta delle ciabatte capisce che solamente due fratelli sono in casa, forse ce la fa a farsi una dormitina.
Entra. Adele e Mario, i due più piccoli, gli corrono incontro, e gli abbracciano le gambe.
«Ciao Bastiano, sei tornato», dicono insieme ridendo con la testa appoggiata sulle sue ginocchia e guardandolo da sotto in su.
«Dov’è mamma?», chiede lui abbassandosi e accarezzandoli distratto.
«È al fiume, ma torna presto. Noi stiamo in casa a giocare da soli senza aprire a nessuno».
Sebastiano sorride, si scioglie dall’abbraccio alle ginocchia e svuota la bisaccia in un grande cassone di legno che ha costruito lui stesso dentro casa, in un angolo, ben protetto. Non vuole che qualcuno gli freghi le lattine dopo tutta la fatica che fa per raccoglierle.
Poi prende in braccio Adele e la bacia su tutte e due le guance. Lei è la sua preferita e lui il suo. Quando la sera, sdraiati sul suo letto, le legge la Bibbia lei gli si stringe addosso; il calore di quel corpo piccolino e profumato, la morbidezza di quei capelli sempre arruffati, l’ esigua circonferenza del polso che misura con il palmo della sua mano, è tutta la tenerezza che Sebastiano riusce a raggranellare in quella sua vita da adulto senza esserlo.
«Puzzi, Bastiano», gli dice Adele mentre con tutte e due le manine sporche di terra gli tiene la faccia, schiacciandogli le guance.
«Eh, meu bem, lo so. È tutta la mattina che cammino sotto il sole. Lasciami la faccia dai, che vado a fare il bagno», dice lui e prende l’asciugamano dal chiodo vicino al suo letto.
«Vengo anche io», dice Mario.
«Anche io», dice Adele.
Quei due non perdono l’occasione di tuffarsi nella vasca di zinco che il loro pai aveva messo in un angolo del cortile, il giorno dopo il loro arrivo in quella casa e che era il posto dove facevano il bagno tutti i giorni, più volte al giorno.
Sebastiano sorride e dice: «Vi faccio fare il bagno con me solo se poi mi promettete che mi fate dormire due ore, prima di andare a scuola».
I due bambini si guardano un secondo. Sanno che è una promessa seria da fare perché Bastiano è sempre stanco e, come diceva la mamma, ora è lui il loro papà e devono rispettarlo.
Fecero la faccia seria e promettono.
I fratelli scendono i tre scalini sul retro, gridando, correndo e spogliandosi insieme.
Bastiano prende Adele e poi Mario, li alza sulla vasca e li tuffa dentro, subito dopo si infila anche lui nell’acqua.
Che bello stare a mollo nell’acqua fresca.
C’è quel vento leggero, quello che asciuga i panni e allevia un po’ la calura del pomeriggio.
Anche questa casa è vicino al fiume, dalla vasca Sebastiano vede la curva con le gameleiras alte, dalla chioma enorme e con le radici fuori dal terreno. Non conosce nessun altro albero con la chioma così bella, grande e piena di foglie come la gameleira sulla curva, vicino a casa loro.
Una barca piena di caschi di banane passa, si sente il rumore del motore, un ronzio, come di un ape arrabbiata che stia cercando la via d’ uscita da una finestra chiusa.
Fa alzare in piedi i fratellini e li insapona, poi si insapona per bene dappertutto. Prende il secchio lì vicino proprio per questo, lo riempe d’acqua e sciacqua via il sapone prima dai fratelli e poi da se stesso. Ridono quei due, mica hanno paura dell’acqua, sono nati praticamente dentro il fiume e hanno imparato a nuotare molto prima di imparare a camminare.
Quando Sebastiano lo ordina, senza fare storie, i due piccolini escono dall’acqua, poi esce anche lui, prende l’asciugamano e asciuga bene quei due pesciolini gocciolanti di acqua piena di scintille di sole sulla pelle scura. Poi, quando l’asciugamano è ormai fradicio, asciuga alla meglio anche se stesso.
«Via, ora. In casa», dice facendo la faccia seria.
Ridendo e spingendosi ma attenti a non cadere Adele e Mario salgono di nuovo i gradini. Entrano tutti e tre in casa.
«Ricordate cosa avete promesso?».
«Si, si: ti facciamo dormire, noi giochiamo coi fagioli».
«Ok», dice Sebastiano e chiude la porta a chiave per evitare che escano mentre dorme. Si stende sul suo letto, nudo com’è e mette la chiave sotto il cuscino. Si addormenta subito, senza accorgersene.

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42 Risposte to ““Sebastiano e il mare”, di Melania Ceccarelli”

  1. marcello Says:

    Non mi è piaciuto. C’è un incipit o una serie di incipit che non decollano mai e si smorzano in volo dentro descrizioni calligrafiche e compiaciute, la dove forse sarebbe stato più indicato un linguaggio secco, diretto, fatto di immagini crude e brutali, come immagino sia la vita e il mondo di bambino di una bidonville. Tutti questi continui rimandi a persone, fatti, ricordi spezzano la narrazione che alla fine non decolla. L’autrice mi ha detto così tante cose su Sebastiano e in così poco spazio da farmi perdere fin dall’inizio qualsiasi interesse e curiosità: sembra una figurina di carta, un santino da portafoglio con l’elenco dei martirii che ha sopportato e dei miracoli che ha fatto. Assurdi i dialoghi: non mi pare credibile che un bambino nato nell’inferno di una bidonville si esprima con “ahi, mamma ma che sguardi cattivi, mi fanno i buchi dentro.” Insopportabile poi la continua presenza dell’autrice nel racconto, e il tono lacrimevole di chi vuole suscitare una compassione forzata. L’autrice avrà anche trascorso due anni in Brasile, ma io la fiamma di questa esperienza, di questo mondo, dei suoi colori, dei suoi odori, dei suoi gerghi, nel racconto non l’ho sentita. Al contrario mi è parso più un prodotto nato durante un esercizio di laboratorio di scrittura, e per di più un esercizio neanche riuscito perfettamente.

  2. dmuriano Says:

    L’ho scaricato dieci minuti fa e ho pensato: lo leggo domani e, se mi piace, commento. Poi senza volerlo ho cominciato a leggere. Be’, l’incipit dell’incipit è veramente immaginifico. Difficile interrompere. E sono arrivato alla fine dell’incipit con una fame di storia e di emozione letteraria che non avevo da un po’. Questa voce narrante che parla veramente al lettore, nel gioco della finzione ma senza scaltrezze. Questo rapporto materno tra scrittore e personaggio. Questa pietas per gli innocenti, per i vinti. Questa promessa non maliziosa di racconto, senza ombre di colpi di scena un po’ mercantili (ma non ho dubbi sul fatto che acquisterei il libro). Mi fanno scrivere a quest’ora stralunata e sull’onda emotiva… (Non so “come”, ma so “quello” che sto scrivendo, ovviamente…)
    p.s.
    La necessità di qualche limatura qua e là (nei punti in cui, forse, il narratore dice troppo, e potrebbe alludere di più) è in fondo cosa marginale, la bellezza c’è già e si coglie.

  3. vibrisse Says:

    Un editore si è fatto vivo, chiedendo di leggere per intero il romanzo di Melania Ceccarelli – del quale “Sebastiano e il mare” è l’inizio. gm

  4. Ipanema Says:

    A me è piaciuto subito, fin dalle prime 50/100 parole. Un attacco vincente che prende, che conquista. Anche se non dirai qual è l’editore, mi avviserai quando sarà pubblicato? Questo lo vorrei leggere per intero.
    grazie. adc

  5. vibrisse Says:

    Non è detto che sarà pubblicato. L’editore ha chiesto di leggere il testo intero. Nient’altro. Non corriamo. gm

  6. remo Says:

    son contento che un editore si sia fatto vivo; non corriamo, giustamente. Ma è già qualcosa, o tanto.

  7. Antonio La Malfa Says:

    “gli altri sono rimasti in attesa di qualcosa, in attesa che tornino quelli che sono partiti, in attesa di ricevere da loro notizie di altri mondi, in attesa. ”
    Questo mi pare un punto nevralgico della narrazione, ben giocato. Distingue tra quelli che sono lì e quelli che sono andati via. E quel generico “in attesa” che non specifica nemmeno cosa. ci si abitua così tanto ad attendere qualcosa o qualcuno(il ritorno del padre, le notizie dalle città, soldi, turisti, l’ora del pranzo se ci sarà) che alla fine rimane solo l’attesa, magari dimenticandoci cosa. La narrazione procede giustamente lenta e placida, pare che quel “sole feroce del primo pomeriggio” blocchi i movimenti e i pensieri. E vedo molta umanità, molto senso in ciò che è stato scritto.
    Insomma, l’ho letto d’un fiato e mi ha messo la curiosità di sapere che cosa starà sognando Sebastiano, appena addormentato.
    I miei auguri all’autrice

  8. Lea Says:

    Un inizio noioso e dolciastro, non mi hanno convinto né nelle descrizioni né i personaggi, né il modo di raccontare, sono arrivata a fatica alla fine. Chissà magari il seguito può riservare sorprese, speriamo..

  9. marzia Says:

    Per me è BELLISSIMISSIMO! Basta… tutto qui.

  10. mauro mirci Says:

    Da questo inizio si intuisce che l’autore ha un’idea precisa della storia che vuole raccontare, e questo mi pare positivo. Una maggiore asciutezza del testo e l’eliminazione di alcuni periodi eccessivamente didascalici, a mio parere, darebbero più ritmo al narrato (vedi il primo commento, quello di Marcello, che però mi sembra getti via il bambino assieme all’acqua sporca).

  11. Francesca 68 Says:

    Veramente toccante incisivo e delicato. Anche questo è il brasile penso. Bello che escano comunque certi sentimenti. Si evince che l’autrice non ha voluto essere sdolcinata ma prepara sicuramnte ad una storia articolata, in bocca al lupo.

  12. Chiara Guidotti Says:

    Sono sempre quella della tastiera con gli accenti impazziti 🙂
    Leggere questo incipit mi ha fatto l’effetto che cerco in ogni romanzo: trasportarmi in un mondo lontano dal mio (e non parlo solo di spazio).
    E’ pur vero che ognuno ricerca nella lettura qualcosa di specifico e personale, quindi il mio piacere puo’ essere il fastidio di un altro, ma personalmente se avessi avuto il libro intero tra le mani ci avrei certamente fatto nottata. Detto questo da un punto di vista tecnico/strutturale si potrebbero apportare miglioramenti (a mio parere soprattutto tagli), ma la linfa c’e’! Oltre al’impiego che mi inchioda a questa tastiera senza accenti lavoro sui “libri degli altri”, vedo tanti testi e posso dire che sarei ben felice di seguire un romanzo cosi’ (almeno leggendo l’incipit). Certe volte, con davanti un libro perfetto mi chiedo: ma dov’e’ la storia? Qui l’ho vista immediatamente, dalla prima frase, e’ saltata su dalla pagina (in questo caso lo schermo 🙂
    Un grosso in bocca al lupo all’autrice, spero di leggere il libro per intero.

    Vorrei approfittare per segnalare a tutti gli appassionati di lettura un saggio dell’antropologa Michele Petit edito da Ponte alle Grazie, il titolo e’ Elogio della Lettura. Io l’ho trovato meravigliso, e’ stato come se l’autrice mi avesse letto nella mente… solo la mia opinione…

  13. matteo Says:

    Concordo con Chiara, la linfa c’è.

  14. cletus Says:

    Letto all’alba, stamattina, che ieri sera ero troppo stanco. Che dire ? E’ scritto bene, periodi brevi, linguaggio piano, non involuto. Piuttosto descrittivo, senza eccedere. Ti rimane, dopo che l’hai letto, un mix di tristezza e la sensazione (tutta soggettiva) che l’autore si sia come voluto trattenere.
    C’è un che di sottaciuto, che fa di tutto per restare in secondo piano, di sottofondo, ma che finisce per farsi sentire. Pippe mentali mie, dovute alla qualità del risveglio ? Testo dignitoso, e poi su tutto: credo che l’ambito di vibrisse condizioni molto. Se un testo è preso da un lavoro più lungo e “schiaffato” qui dentro, paga sicuramente qualcosa a quel concetto di congruo (di ora, qui, subito) che altri testi, sviluppati su lunghezze diverse, in genere più brevi, non scontano.
    Sapere che è un incipit, conforta. Ma toglie comunque qualcosa.

  15. vibrisse Says:

    Il post con l’incipit di Melania Ceccarelli è stato aperto finora 452 volte. Il testo in pdf è stato prelevato 50 volte. Ieri vibrisse è stato visitato 2.169 volte. gm

  16. Laura Costantini Says:

    Finora Sebastiano ha imparato un bel po’ da quelli più grandi. Lui ascolta molto e parla poco, perché non ha niente da dire. Dentro di sé però pensa molto, per giorni e anche per settimane e, alla fine, solitamente tira fuori un pensiero suo, solo suo. A volte lo confida a sua madre, altre volte no, come in quel caso. È fatto così. Non sa mai che cosa pensare, sul subito. Gli servono sempre un po’ di giorni per formarsi un’opinione che poi però si tiene ben stretta, per sempre.

    Letto e apprezzato. Tutto si può migliorare, ma quello che mi viene da dire dopo la lettura è che Melania ha saputo creare qualcosa di suo, solo suo. In un panorama letterario dove tutti imitano qualcosa o qualcuno, beh, non mi sembra poco.

  17. Carlo Capone Says:

    L’ambiente sudamericano è abbastanza ricostruito. Una volta, in scuola di scrittura, Danilo Manera, ispanista e docente alla Statale, stroncò un buon racconto ambientato a Buenos Aires perché la riproduzione di luoghi e atmosfere risultava poco credibile. Stando alle prime pagine del romanzo della Ceccarelli l’impressione è che cammini sempre a un passo dal luogo comune. Mi sembra che non precipiti mai sotto. Bisogna vedere la riuscita complessiva.

  18. francesco Says:

    A me piace.

  19. vibrisse Says:

    Il post con l’incipit di Melania Ceccarelli è stato aperto finora 659 volte. Il testo in pdf è stato prelevato 62 volte. Ieri vibrisse è stato visitato 1.546 volte. gm

  20. DE ROSA PELLEGRINO Says:

    Questa storia di giudicare i romanzi solo dagli incipit mi sconforta.
    Penso, infatti, che in tal modo si perdano grandi capolavori che, dopo aver preparato sapientemente il terreno, danno il loro meglio nel terzo finale: proprio là dove tutti gli altri si afflosciano.

    Comunque a me questo incipit piace molto.
    Inoltre, l’autrice, ha un modo di usare la puntaggiatura identico al mio. Perciò mi è anche simpatica.

  21. vibrisse Says:

    Hai ragione, Pellegrino. Io, ad esempio, al ristorante, mi rifiuto di scegliere sulla base del menu. Mi faccio portare tutti i piatti, li mangio tutti interamente, e solo allora – quando so esattamente com’è ciascun piatto – ordino. g.

  22. lorella Says:

    ora capisco la causa delle tue coliche renali!

  23. GabrieleG Says:

    Un buon incipit di un buon romanzo dovrebbe far venire la voglia, la necessità di proseguire, divorare il resto della storia. Vedo che a qualcuno ha fatto quest’effetto, a me no. Leggendo, mi affioravano dei ricordi confusi, ricordi di racconti letti a scuola decenni fa; scuola retta da preti e racconti di conseguenza.
    L’urubù morto prometteva bene alla prima riga, ma poi è scomparso nel didascalico “della famiglia degli avvoltoi”. Tutto è slavato, con colori da vecchia cartolina, pervaso da un’autocensura rassicurante che impedisce ad odori, suoni, colori e a tutta la vita di sfondare la pagina: Siamo nell’era del video 3D, ma la letteratura il 3D l’ha realizzato da tempo, probabilmente da sempre. Non tutta, ovviamente.

  24. lorella Says:

    signora Pellegrino, come invidio chi sa usare la punteggiatura!
    Sono un caso disperato,
    poichè credo che nell’universo ci siano due fenomeni inspiegabili:

    il mistero dei calzini in lavatrice: ne metto due, ne trovo uno!
    e il mistero della punteggiatura.

  25. rosa Says:

    E’ vero che un romanzo non si giudica dalle prime pagine, è anche vero che noi qui queste abbiamo e queste possiamo commentare.
    Non mi è piaciuto, mi spiace, ma proprio niente, ho faticato ad andare avanti, ho saltato dei passaggi, lo ammetto. Troppo, troppo tutto, descrizioni, pietà, aggettivi, virgole, sentimenti spiegati e portati al microscopio, poi tutto da cartolina, non posso pensare che il Brasile sia così, anzi meglio, anche se lo fosse, le storie che mi piace legegre sono altre. Questo è sicuramente soggettivo, mi piace Carver, mi piace Salinger, mi piace chi toglie e non aggiunge, chi toglie e dice tanto perchè è capace di evocare, se dici tutto non resta niente che ti porti su un altro piano, quello della letteratura.

  26. thechick Says:

    @DE ROSA PELLEGRINO: gradirei un esempio di capolavoro con un pessimo incipit

  27. dmuriano Says:

    I calzini e la punteggiatura hanno parecchio in comune: tutt’e due dovrebbero calzare decentemente, né troppo stretti né troppo larghi. Per questo non metterei le virgole in lavatrice…

    Vibrisse.
    Comunque, a proposito di Sebastiano e il mare: non è possibile avere qualche altra paginetta? Dato che, se ho capito bene, il romanzo è stato scritto…

  28. rosa Says:

    concordo con Thechick, dove sono i capolavori che hanno un pessimo incipit?
    l’incipit è tutto, è quello che leggi aprendo un libro in libreria prima di comprarlo

  29. Carlo Capone Says:

    Chiamatemi Ismaele……;-)

  30. cletus Says:

    …avevo una fattoria, in Africa.

  31. vibrisse Says:

    Esistono buoni romanzi che non sono capolavori.

    Nelle “Postille” di Eco al suo “Nome della rosa” trovate alcune buone ragioni per dare a un romanzo divertente e avventuroso un incipit noiosetto.

    gm

  32. francesco Says:

    @rosa: Se Le piace “chi toglie e non aggiunge” potrebbe provare la lettura degli haiku.
    Quanto alla “narrativa”, ci sono degli autori non proprio di secondo piano (che so, Balzac, Dostoevskij, Musil, e nel suo piccolo Foster Wallace) che nello scrivere molto hanno aggiunto, togliendo molto poco: ciononostante mi pare che sul piano della letteratura ci siano comunque arrivati, e senza ascensore.

  33. rosa Says:

    Questo è sicuramente soggettivo, mi piace Carver, mi piace Salinger

    Francesco io ho precisato che è soggettivo e che è quello che mi piace, penso questi debbano essere commenti relativi all’incipit della Ceccarelli, e io l’ho letto e non mi è piaciuto, penso sia lecito
    poi mi piacciono Balzac, Dostoevskij, Foster Wallace e aggiungo Rushdie, che aggiungono magistralmente
    non vedo però cosa c’entri con Sebastiano e il mare, qui per me ci sono cose di troppo, che rallentano e appesantiscono, semplicemente questo

    non capisco chi attacca posizioni diverse e si permette di dare consigli di lettura a mo’ di schiaffi, non piace il suo tono, io provo a leggere quello che ne ho voglia se permette

  34. vibrisse Says:

    Il post con l’incipit di Melania Ceccarelli è stato aperto finora 960 volte. Il testo in pdf è stato prelevato 74 volte. Ieri vibrisse è stato visitato 1.565 volte. gm

  35. francesco Says:

    @rosa: non intendevo in alcun modo essere offensivo, nè mi permetterei mai dare consigli di lettura -e meno che mai schiaffi. Se è passato questo me ne scuso.

    Il mio intervento era piuttosto volto a rispondere ad una sua affermazione (questa: “se dici tutto non resta niente che ti porti su un altro piano, quello della letteratura”), che mi sembra tuttora alquanto recisa e tutt’altro che soggettiva.
    Non condivido le affermazioni assolutizzanti, soprattutto in campo letterario, e la frase di cui sopra mi era sembrata tale: in base a questo ho portato degli esempi -stranoti e se vogliamo banali- di lettaratura non improntata al minimalismo. Solo questo.
    Se si è sentita offesa torno a scusarmi.

    Buona giornata,

    Francesco

  36. francesco Says:

    Neppure sugli haiku ero ironico: quelli ad esempio di Basho e di Issa Kobayashi sono una lettura meravigliosa, soprattutto per chi ama la letteratura per subtractionem.

  37. rosa Says:

    Francesco sono felice di aver frainteso
    tutto è davvero relativo, ed è bello che sia così
    accetto i consigli di lettura
    e sarei comunque felice se il romanzo Sebastiano e il mare venisse preso in considerazione per una pubblicazione
    a ognuno il suo romanzo

  38. elena Says:

    Sembra un libro pronto per essere pubblicato da Piemme. M’immagino già la copertina. A qualcuno certe storie piacciono. Ad altri no.

  39. paolazan Says:

    L’aveva quindi confessato a Dona Jolanda, mentre insieme strizzavano il sesto pensante lenzuolo matrimoniale, profumato e pulito.

    Il ‘lenzuolo peNsante’ è un lapsus calami?

  40. vibrisse Says:

    Ho corretto, Paola. (Almeno nel post). Grazie. g.

  41. thechick Says:

    non si pubblica più niente? finiti i gettoni? si passa alle schede? o ai cellulari?

  42. Caropon Says:

    Bei testi, sei un ottimo scrittore. Blog utile, bravi.

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