Del modo di fare le domande

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di giuliomozzi

Antonio Moresco ha proposto in questi giorni, nel sito Il primo amore, due domande. Entrambe portano una rubrica: Sugli attacchi da sinistra a Roberto Saviano. La prima domanda è:

Perché oggi, dopo gli attacchi di Emilio Fede e Berlusconi, è proprio la sinistra ad assumersi la responsabilità di delegittimare Roberto Saviano?

La seconda domanda è:

Perché in questi anni ogni posizione forte, in tutti i campi, viene automaticamente considerata “di destra” da una certa sinistra?

Riflettendo su queste due domande, mi sono fatto altre due domande:

E’ vero che oggi, dopo gli attacchi di Emilio Fede e Berlusconi, è proprio la sinistra ad assumersi la responsabilità di delegittimare Roberto Saviano?

E’ vero che in questi anni ogni posizione forte, in tutti i campi, viene automaticamente considerata “di destra” da una certa sinistra?

Prima domanda

Se la prima delle domande di Antonio Moresco (e quindi la prima delle mie, che la ricalca) fa riferimento al saggio di Alessandro Dal Lago Eroi di carta, pubblicato dalla casa editrice indubbiamente di sinistra manifestolibri, credo che la risposta alla mia domanda possa essere solo: “No, non è vero”: perché il saggio di Alessandro Dal Lago, a mio giudizio, fa tutto fuorché “delegittimare Roberto Saviano”.

Se il mio giudizio è giusto, allora la domanda di Antonio Moresco non ha ragione di esistere. Ma il mio giudizio può essere sbagliato. Quindi la domanda ulteriore è: il saggio di Alessandro Dal Lago “delegittima” effettivamente (o: tenta effettivamente di “delegittimare”) Roberto Saviano? E: posto che effettivamente il saggio di Alessandro Dal Lago “delegittimi” Roberto Saviano, quali sono i suoi argomenti? Sono buoni argomenti? Sono argomenti che possono essere discussi?

(En passant: alludere a un saggio senza nominarlo, descriverlo brevissimamente come un “attacco” anziché come un lavoro critico, attribuirgli l’intenzione di “delegittimare” Roberto Saviano: tutto questo, questo movimento retorico qui, non è forse un movimento retorico descrivibile come “tentativo di delegittimare Alessandro Dal Lago”?).

Forse, però, Antonio Moresco non si riferiva al saggio di Alessandro Dal Lago; o si riferiva non solo al saggio di Alessandro Dal Lago. Ma io, che leggo la domanda, e che non trovo nella domanda riferimenti precisi (“la sinistra” è un’espressione assai generica), come posso capire di che cosa, di chi, di quali interventi, di quali prese di posizione, eccetera, esattamente Antonio Moresco sta parlando?

Seconda domanda

La seconda domanda (e quindi la seconda delle mie, che la ricalca), pone problemi d’altra specie. E’ sufficiente, ad esempio, che una sola “posizione forte” non venga “automaticamente” considerata “di destra” da “certa sinistra”, per sostenere che non è vero che “ogni posizione forte, in tutti i campi, viene automaticamente considerata ‘di destra’ da una certa sinistra”?
E’ sufficiente che una sola “posizione forte” venga sì considerata “di destra” da “certa sinistra”, ma non “automaticamente” (ovvero: che venga considerata “di destra” dopo lungo e approfondito dibattito), per sostenere che non è vero che “ogni posizione forte, in tutti i campi, viene automaticamente considerata ‘di destra’ da una certa sinistra”?
(E, nei due casi, se una sola non basta, ne basteranno due? Ne basteranno quattordici? Ne basteranno 6.381? Ovvero: è possibile usare l’iperbole senza esporsi a fin troppo facili demolizioni?).

Esiste poi il problema di capire cosa sia una “posizione forte”. Una “posizione” è “forte” per ragioni di metodo (ossia perché è posta con forza), o è “forte” per ragioni di pensiero (perché è posta con argomenti solidi e abbondanti), o è “forte” per ragioni di merito (perché è posta su una questione importante, magari al di fuori dell’agenda che la chiacchiera mediatica tenta di imporre ecc.)?

Poi: esisterà, immagino, un certo numero di “posizioni forti” che sono effettivamente “di destra”, e che è perfettamente sensato considerare tali (“automaticamente” o no). Oppure nel discorso brevissimo di Antonio Moresco dobbiamo intendere che una “posizione forte” è, in quanto “forte”, anche giusta?

E quindi: perché, e per quali sue caratteristiche, la “posizione” di Roberto Saviano viene proposta da Antonio Moresco (implicitamente, per mezzo della rubrica) come esempio di “posizione forte”?

Quanto, infine, alla “certa sinistra” (che sarà, presumo, un sottoinsieme della “sinistra” citata nella prima domanda), ci si può domandare che cosa, chi, quali raggruppamenti, quali fondazioni, quali persone, quali giornali eccetera siano, per Antonio Moresco (e quindi debbano essere, per noi che leggiamo) “certa sinistra”.

Ultime domande

Concludo con un’ultima coppia di domande:

E’ possibile in Italia formulare un discorso critico senza essere accusati di fare il gioco di qualcuno o di avere secondi fini? (Se sì: come?).

E’ possibile in Italia formulare un discorso critico senza fare effettivamente il gioco di qualcuno o favorire al di là di ogni intenzione i fini di qualcuno? (Se sì: come?).

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42 Risposte to “Del modo di fare le domande”

  1. Gaetano Taverna Says:

    Ciao Giulio.
    Purtroppo sono proprio le tue domande finali – a parer mio – a centrare la questione. Dico “purtroppo” perché sta diventando nauseante (e sto usando un eufemismo), la strumentalizzazione che viene fatta puntualmente su ogni intervento, critico o meno che sia, che abbia impatti diretti o indiretti con le nostre sedicenti “personalità della politica”. Che la strumentalizzazione venga fatta dai “politici” stessi, beh… rientra nel loro stile… deprecabile, ovvio, ma non più sorprendente.
    Quello che sorprende, almeno a me (ma forse perché sono un ingenuo nato…) è che persone di cultura, giornalisti di peso (e non mi sto riferendo a Emilio Fede), caschino facilmente nella trappola della strumentalizzazione, che poi non è altro un modo per portare l’attenzione verso se stessi…
    Tra l’altro, se le tue domande finali le riferissimo anche su altre questioni, le risposte sarebbero ugualmente evidenti. Ad esempio, sulla questione della Chiesa (o non coinvolgimento) nella gestione dei casi di pedofilia di alcuni prelati.
    Grazie Giulio per questo post.

  2. Alessandram. Says:

    chiedo perdono ma non ho potuto fare a meno di notare, e comunque forse sbaglio:
    “Poi: esisterà, immagino, un certo numero di “posizioni forti” che sono effettivamente “di destra”, e che è perfettamente sensato considerare tali (“automaticamente” o no). Oppure nel discorso brevissimo di Antonio Moresco dobbiamo intendere che una “posizione forte” è, in quanto “forte”, anche giusta?”
    nel discorso di g. allora: “posizione forte di destra”= sbagliata
    “posizione forte giusta”= di sinistra
    cioè, una posizione forte dici, può essere anche di destra e quindi non necessariamente giusta. giusto?

  3. vibrisse Says:

    Alessandra: suppongo che una posizione forte possa essere anche di destra; e suppongo che probabilmente Antonio Moresco non considererebbe “giusta” una posizione “di destra”.
    Ma ho l’impressione che in quel brevissimo testo di Moresco “forte” e “giusto” finiscano col coincidere.
    gm

  4. sergiogarufi Says:

    già, curioso che chi si è fatto bandiera del parlar chiaro, dell’accusare con nomi e cognomi (tipo “lettere a nessuno”), poi finisca con queste allusioni criptiche che vogliono dire tutto e niente. se non ci si vuole invischiare in polemiche strumentali basta tacere. non sarà una “posizione forte” ma è sempre meno debole dell’intransigenza allusiva.

  5. vbinaghi Says:

    Una proposta alla Magritte.
    Ritratto di Saviano (seduto, in piedi, come si vuole) con tanto di cornice.
    E sotto la scritta: “Questo non è Saviano”

    Infatti di Saviano vivo o morto non credo importi più niente a nessuno. Ci avete dato e ridato, fans e denigratori, per trasformarlo in icona mediatica, e adesso il suo peso specifico è quello di Mike Bongiorno.
    Perchè, notoriamente, “medium is message” o, come preferisco dire io, la televisione è un Re Mida all’incontrario: trasforma tutto quello che tocca in nulla.

  6. vibrisse Says:

    Mi piacerebbe, Valter, Sergio, se qui si restringesse la discussione al modo di fare le domande. gm

  7. dmuriano Says:

    Una obiezione.
    Avendo letto parecchio di quel che Moresco ha scritto, credo di aver capito una cosa a questo proposito. I modelli di letteratura, di scrittore, di intellettuale che Moresco ha in mente, e che ovviamente prova (credo riuscendoci) ad incarnare, hanno a che fare con la capacità di “spostare”, di “oltrepassare”, di “sfondare” questa nostra realtà (non cito ma quasi). Non ho qui Lettere a nessuno, dove questa idea è ben argomentata e attraversa tutto il libro. Lo scrittore è colui che, con le parole, fa. Ma, al contrario ad esempio di quanto afferma Austin con la sua famosa teoria, separare la parola da ciò che la parola fa, non è possibile. Almeno, non senza “depotenziare” la parola stessa. Il suono, il significato, l’effetto e la portata sociale della parola sono parte della parola. Il testo – così come lo vogliono i semiologi, come fatto linguistico –, staccato dal resto, non esiste. L’intellettuale, lo scrittore, perfino il critico, dovrebbero cogliere o riprodurre parole nella piena potenzialità della parola, e non in modo “letterale”, staccato. Questo, mi pare, vuol dire avere la capacità di “spostare”, “oltrepassare” etc.
    Nel caso di Saviano, è evidente che il libro Gomorra, restando in questa idea di letteratura, è difficile separarlo dal corpo del suo autore, dalla potenza e dagli effetti che si sono ottenuti, dallo “spostamento” che è avvenuto con la pubblicazione. Non so se questo significhi avere un’idea olistica della scrittura, e della lettura. E’ certo però che un intervento di tipo diverso sul testo, letterale, come quello di un critico, teso a decostruire il tutto, può portare, in quest’ottica, a un “depotenziamento” (nel senso che ho specificato più sopra) di Gomorra e dunque a una delegittimazione del suo autore.
    Se mi sono dilungato ad esporre (magari male, in modo impreciso) la poetica di un altro, è perché in gran parte la condivido. Nel mio piccolissimo piccolo, è ovvio.

    Ma tornando alle domande riportate e riformulate qui, mi pare che, nonostante l’abilità logico-linguistica dell’estensore, il senso delle domande di partenza non sia stato affrontato, ma piuttosto sia stato ridotto a una critica formale degli enunciati.
    Sicuramente non “la sinistra” intendendo “tutto l’elettorato di sinistra” cerca di delegittimare Saviano. Però è vero che è strano (è l’implicito della domanda, mi pare) come intellettuali che si fanno sostenitori di battaglie politiche intense e verbose (contro l’autoritarsimo democratico di questo Primo Ministro, per esempio) siano anche impegnati a minare con i loro strumenti, spesso ostentati come assoluti e infallibili, la credibilità di Saviano in quanto scrittore. Non parlo del libro di Alessandro Del Lago, che francamente non ho letto e non leggerò nel breve, ma di tutto un risentimento che in rete, e sulla carta, mi pare di cogliere nei confronti del “martire-Saviano”, del “marketting-Saviano”, del “non-è-uno-scrittore-Saviano”, da parte di persone che, un momento prima, si erano scagliate con tutto il corpo (spesso virtualmente) contro il Premier e la famosa deriva culturale. Più in rete, che sulla carta, va bene. Però è abbastanza strano.
    In generale credo che gli “avversari” di Saviano (di destra e di sinistra) lo siano per questioni di potere (o di risentimento verso il potere, che Saviano sembra avere ottenuto). Dal Premier, da Emilio Fede e compagnia bella, a qualche commentatore un po’ astratto e apocalittico di N.I. Una questione di potere. Una invidia, forse, del potere. Chi sa.
    Questo mi pare il senso (almeno quello più utile, per me) che si può ritagliare intorno a quella domanda.

  8. vibrisse Says:

    Certo, Daniele: da un articolo che s’intitola “Del modo di fare le domande”, che cosa vuoi aspettarti se non una “critica formale degli enunciati”, o poco più?

    Scrivi: “E’ certo però che un intervento di tipo diverso sul testo, letterale, come quello di un critico, teso a decostruire il tutto, può portare, in quest’ottica, a un ‘depotenziamento’ (nel senso che ho specificato più sopra) di Gomorra e dunque a una delegittimazione del suo autore”.
    Questo risponde, almeno in parte, alla mia ultima domanda.
    E quindi: dovremmo allora rinunciare a un discorso critico su questo autore?

    Scrivi: “Non parlo del libro di Alessandro Del Lago, che francamente non ho letto…”. Dunque, se – se – Antonio Moresco alludeva al saggio di Dal Lago, tu non sai di preciso di che cosa si sta parlando. Se invece Antonio Moresco alludeva ad altro, il problema è capie cosa è questo altro. Tu parli di

    “..un risentimento che in rete, e sulla carta, mi pare di cogliere nei confronti del “martire-Saviano”, del “marketting-Saviano”, del “non-è-uno-scrittore-Saviano”, da parte di persone che, un momento prima, si erano scagliate con tutto il corpo (spesso virtualmente) contro il Premier e la famosa deriva culturale”.
    Su questo “risentimento”, possiamo fare un discorso critico?
    E se possiamo fare un discorso critico su questo “risentimento”, come facciamo a farlo senza fare anche un discorso critico su Gomorra e su Roberto Saviano?

    Una volta era bello pensare che non ci fosse nulla su cui non si potesse aprire una discussione.

    Scrivi: “In generale credo che gli “avversari” di Saviano (di destra e di sinistra) lo siano per questioni di potere”. In partciolare, sei in grado di nominare un avversario di destra e un avversario di sinistra, e di spiegare almeno per sommi capi qual è la “questione di potere” che c’è in mezzo?

    giulio mozzi

  9. Alessandram. Says:

    @vibrisse: chiaro, grazie.

  10. federica sgaggio Says:

    Fai bene a chiedere che ci si concentri sul modo di fare le domande.
    Ma come tu stesso vedi, quando si parla di Roberto Saviano tutto diventa più difficile.
    Come se si stesse sempre tacendo qualcosa che però l’interlocutore dovrebbe capire: che si è invidiosi, che si sta parlando di questioni di potere, che si è/non si è abbastanza antiberlusconiani per poter parlare…

    Mi è incomprensibile, per esempio, perché si parli di risentimento.

    Alla prima delle tue (due ultime) domande a me viene da rispondere che è molto difficile fare un discorso critico senza essere accusati di fare il gioco di qualcuno.

    Quanto alla seconda, non so.
    È strettamente dipendente dalla prima, però (che novità, eh? Non ci avevi pensato): il fatto è che più marginale è la voce che tenta di fare un «discorso critico», più facile è che essa non venga accusata, perlomeno pubblicamente, di essere una voce di «risentimento», di «strumentalizzazione».
    Se vieni sostanzialmente ignorato, forse, puoi farlo. E questo apre ad altre domande.

  11. vibrisse Says:

    Federica, scrivi: “Se vieni sostanzialmente ignorato, forse, puoi farlo. E questo apre ad altre domande”.

    Ovvero: se abbia senso farlo, essendo – e sapendo di essere – sostanzialmente ignorati. Mi pare di sì.

    Come mi pare che se a uno succede di passare di colpo dalla condizione di “sostanzialmente ignorato” a quella di “perennemente mediatizzato”, l’occasione sia da non perdere. Occasione difficilissima da gestire, per carità. E il modo in cui viene gestita può essere analizzato. Ma c’è una differenza di sostanza tra l’osservare, e l’analizzare, e il tentar di capire, quello che succede a una persona in quella condizione; e tra l’osservare, e l’analizzare, e il tentar di capire quello che quella persona effettivamente dice.

    In una conversazione al telefono, all’inizio di tutto, mi capitò di dire a Roberto Saviano: “Sei diventato un perfetto prodotto mediatico. Devi decidere se accettarlo o no, ed è una scelta difficilissima”. Poiché m’immagino – non pretendo di sapere: mi immagino – quanto difficile sia stata, e sia ogni giorno, la sua scelta, non mi azzardo a giudicarla. Spero solo che lui stia bene, e che alla fin fine tutto questo faccia bene all’Italia. Non per questo penso che sia inopportuno tentar di descrivere scientificamente il meccanismo nel quale è oggi incastrato: anche perché non si tratta di capire lui, ma come funziona l’immaginario nazionale.

    giulio mozzi

  12. demetrio Says:

    per provare a ragionare sulle ultime due domande, quelle che poni tu, giulio. Mi ricordo la recensione di Paolo Di Stefano a Una tragedia negata in cui sostanzialmente diceva: perché perdere tempo ad analizzare dei testi, se questi testi sono formalmente burtti?

    L’idea stessa di un’analisi testaule di un libro contemporaneo, fatta secondo crismi filologici, retorici viene scartata.

    L’analisi dello stile è materia di studio su testi cinquecenteschi con qualche breve incurisione sui poeti laureati (mi viene in mente Isella sui Mottetti di Montale).

    Quello che fa Del Lago è un tentativo, non so quanto riuscito, di provare a fare un discorso critico su di un testo scritto, utilizzando gli strumenti della critica letteraria.

    Le domande come le ha poste Moresco mi paiono condurre ad un punto cieco. Quello in cui se muovi una critica ai testi di Saviano, muovi una critica alla sua persona e alle sue terribili scelte (che come dici giustamente te non siamo neppure in grado lontamante di immaginare né di giudicare).

    Questo atteggiamento, di cui le domande di Moresco mi paiono una sorta di figura, finisce per rendere sterile qualsiasi approccio e discorso letterario sui testi. (lo stesso discorso si potrebbe fare su Moccia, sarebbe interessante leggere un saggio di critica letteraria che analizzi senza pre-giudizi i suoi testi per vedere cosa ne viene fuori).

    d.

  13. alcor Says:

    un successo così grande a un’età così giovane è un’enorme iattura, anche se è solo un successo letterario, e questo giovane uomo ha avuto in più la grandissima sfortuna di essere stato assunto come autorità morale, chiamato a dir la sua su troppe cose che non possono essere ancora nella sua esperienza, anche letteraria, criticare il fenomeno e criticare il libro si dovrebbe poter fare, ma purtroppo, come dice @dmuriano sopra, è difficile separare il corpo dell’autore dal libro, anche per l’autore ormai, più che un fenomeno che riguarda l’immaginario nazionale è un fenomeno che riguarda l’immaginario planetario, comunque sia Saviano è in una situazione difficilissima, che può sembrare di privilegio solo superficialmente, il mio augurio è che riesca a sganciarsi prima o poi dal fenomeno Gomorra, occupandosi magari di problemi altrettanto cruciali altrove, in altre parti del mondo, visto che è nato come giornalista, per ora è prigioniero

    quanto alle domande di Moresco, anche a mio parere sono mal poste, ma le leggo come domande dettate dall’amicizia, l’unica cosa che mi lascia davvero sempre stupita, quando leggo certe prese di posizione che coinvolgono i concetti di destra e sinistra, nel caso Saviano, è che sia stato considerato un autore “di sinistra”, i suoi modelli di scrittura non pescano lì, ed era abbastanza chiaro leggendo il libro, senza aspettare che lui li elencasse, pretendere che sia di sinistra per difenderlo mi sembra una debolezza

    ma che ci sia anche una certa soddisfazione non proprio limpida, in certe reazioni, mi sembra altrettanto evidente, è umano, certo, che cosa non è umano? bello però, no

  14. vibrisse Says:

    Immagino anch’io, Alcor, che le domande di Antonio Moresco siano anche “dettate dall’amicizia”. Questo non impedisce di guardarle, e di accorgersi che sono “mal poste”, come dici tu, o addirittura, come sembra a me, purtroppo invischiate nella stessa retorica di “delegittimazione” contro la quale, evidentemente, esse sono state poste. gm

  15. vibrisse Says:

    Di nuovo. In questo articolo di Giovanni Spadaccini, che descrive un programma televisivo qualsiasi (lo vedo ora in “Il primo amore”), a un certo punto si legge: “Perché nessuno riesce a vedere la truffa che si nasconde dietro questi spettacoli e il male e la menzogna che spargono nell’aria?”. Il guaio è che non è vero che nessuno riesca a vedere la truffa che si nasconde dietro questi spettacoli eccetera: un sacco di gente la vede benissimo e, cosa su cui si dovrebbe riflettere, gli sta bene così.
    L’altro giorno, in treno, avevo accanto tre signore: che per tutto il viaggio da Milano a Padova hanno parlato di programmi televisivi, per tutto il viaggio hanno manifestato il loro disgusto, il loro schifo, usando una retorica più elementare ma non dissimile da quella di Giovanni Spadaccini. Era evidente che quei programmi sono tutta la loro vita.

    gm

  16. andrea barbieri Says:

    Mi hanno dato l’impressione di domande scritte per chi la pensa come l’autore, perché i presupposti non sono spiegati e non c’è nessuno sforzo per dimostrare ciò che si dice.
    E’ un po’ ciò che accadeva con le domande che Nazione Indiana ha rivolto a Mozzi sulla responsabilità dello scrittore: come il lancio di un ritornello la cui chiusura era affidata all’intervistato.

    Magari ciò che pensa Moresco è tutto vero, sarà certamente così. Però bisogna ragionare su ciò che le parole producono concretamente, se si vogliono cambiare le cose. Bisogna rendere persuasivo e condivisibile il discorso costruendolo in modo il più possibile trasparente, verificabile. Questo serve anche a chi scrive, perché è l’autore il primo a doversi mettere in discussione: le sue parole possono essere tranelli anche per lui.

    Concentrarsi di più sulla costruzione di ciò che si scrive è un lavoraccio che va fatto assolutamente.

  17. dmuriano Says:

    Vibrisse:

    Scrivi “Certo, Daniele: da un articolo che s’intitola ‘Del modo di fare le domande”, che cosa vuoi aspettarti se non una ‘critica formale degli enunciati’, o poco più?”
    Provo a dirla diversamente. Dal chirurgo mi aspetto che faccia un intervento chirurgico. Ma se il chirurgo mentre taglia e opera si accorge, che so, che il paziente ha nella pancia un mondo, magari un’occhiatina al mondo, anche se l’intervento è allo stomaco, non al suo contenuto, mi aspetto che gliela dia (….anche senza occhio clinico, ma così, per curiosità.)

    Scrivi “Questo risponde, almeno in parte, alla mia ultima domanda.
    E quindi: dovremmo allora rinunciare a un discorso critico su questo autore?”

    Mi pare che tutti siano liberi di fare un discorso critico. E che tutti siano liberi di rilevare (nel modo in cui ognuno lo ritiene) ciò che questo discorso critico implica, produce o, secondo certi, delegittima.

    Scrivi “Dunque, se – se – Antonio Moresco alludeva al saggio di Dal Lago, tu non sai di preciso di che cosa si sta parlando. Se invece Antonio Moresco alludeva ad altro, il problema è capie cosa è questo altro. Tu parli di”
    Se Moresco alludeva solo al saggio di Del Lago non so di preciso di cosa sta parlando. Il mio infatti non è un discorso “di preciso”.

    Scrivi “Su questo “risentimento”, possiamo fare un discorso critico?
    E se possiamo fare un discorso critico su questo “risentimento”, come facciamo a farlo senza fare anche un discorso critico su Gomorra e su Roberto Saviano?”

    Su questo “risentimento” stiamo facendo un discorso (poco) critico. Su Saviano è stato fatto un discorso critico. Non capisco questa rigidità: un discorso critico si deve commentare obbligatoriamente con un discorso critico? La tua posizione, mi pare, è quella di chi non vuole si commenti un discorso critico con un discorso di tipo diverso (o anch’esso critico, nelle intenzioni di chi lo pronuncia, ma a partire da una visione del mondo diversa). Sbaglio?

    Scrivi “In partciolare, sei in grado di nominare un avversario di destra e un avversario di sinistra, e di spiegare almeno per sommi capi qual è la “questione di potere” che c’è in mezzo?”
    Questione di potere. Potere scrivere su un giornale, esprimendosi su questioni di rilevanza comune, avendo una risonanza internazionale, non è esercizio di un potere? Potere condurre o essere l’ospite principale in una prima serata televisiva? Ora, persone che hanno lavorato per decenni nella televisione senza ottenere questo successo o questa credibilità (cioè potere) possono avere invidia della condizione di apparente privilegio di cui gode lo scrittore Saviano? Poi, persone che hanno forti velleità intellettuali e non hanno alcuna autorità, nelle cose della cultura, possono avere invidia di Roberto Saviano?
    Invidia: “L’invidia è un sentimento nei confronti di un’altra persona o gruppo di persone che possiedono qualcosa (concretamente o metaforicamente) che l’invidioso non possiede (o che gli manca). “(Wikipedia)

    Quanto ai due esempi richiesti (un avversario di destra e uno di sinistra), non li ho dati. Gentili saluti.
    D.

  18. federica sgaggio Says:

    Davvero: ma perché «risentimento»?
    Non è possibile semplicemente che uno non sia d’accordo?

    @Giulio: sì. Una cosa è il rispetto per le scelte, infatti. Altra cosa è il diritto di discutere di ciò che Saviano dice o scrive.

  19. Enrico Macioci Says:

    La prima domanda di Moresco presuppone che Dal Lago delegittimi Saviano, ma leggendo su minima et moralia l’articolo in questione di Dal Lago – apparso anche sul Manifesto – a me non pare. Purtroppo Saviano è argomento caldo, ogni virgola una mina anti-uomo. Discutere di Saviano con oggettività (nell’articolo da me succitato Dal Lago lo fa) è ormai quasi impossibile.
    La seconda domanda di Moresco è mal posta per i motivi che dici tu, Giulio. Ovvero è troppo generica, e questo la rende davvero debole.
    Sulla tua prima domanda, Giulio, la mia sensazione è che no, non sia possibile. Il clima intellettuale avvelenato non lo consente.
    Sulla tua seconda domanda invece credo che sì, sia possibile, intendendo la domanda come rivolta più alla sfera individuale che alla collocazione o cornice sociale in cui un’attività speculativa opera. Dunque se una persona si comporta sempre secondo coscienza e dice con onestà ciò che pensa io credo (ingenuamente?) che non potrà, se non per qualche rara combinazione, favorire più di tanto sempre tizio o sempre caio; l’oscillazione delle umane vicende fa sì che un pensiero sufficientemente attento e rigoroso non cada sempre dalla medesima parte. Non favorire (nel concreto) nessuno? Non fare il gioco di nessuno? Forse non è possibile, ma la buona fede a mio modo di vedere annulla il “peccato”.
    ps: io personalmente trovo bizzarro che Saviano abbia assunto così tanta autorità – specie poi autorità culturale; ma ci risiamo: cos’è, cosa significa oggi autorità culturale?
    pps: Moresco in letteratura ha una posizione “forte” – ovvero ha un’idea oltranzista, estrema, titanica, tragica e quasi eroica dello scrivere. Che qualcuno sappia, è considerato di destra da una “certa sinistra”? E se sì, da chi?

  20. francesco Says:

    per Giulio.
    Provando a rispondere su se sia possibile affrontare criticamente il tutto che è Saviano, dico: dipende dai fini.
    Sto discutendo animatamente con un mio amico su fb, e il mio amico appartiene alla schiera degli “inopportunisti”: quelli che – date le condizioni politiche attuali in termini di predominanza del potere mafioso in tutte le sue declinazioni – vedendo Saviano come un contraltare da non bruciare, ritengono inopportuno fare le pulci ad una delle poche voci in grado di coinvolgere una grande massa su temi quali il potere mafioso. “Fare le pulci” esprime il sentimento di fastidiosa ripulsa di queste persone, per alcuni “benaltristi”. Costoro ritengono inopportuno questo, al momento: il “fare le pulci”, dico. Questa categoria di persone affronta la questione in termini di funzionalità politico-mediatica del simbolo Saviano. La vulgata è: “Non rompete, ci manca solo che destabilizziamo Saviano”. Il fine di costoro, o meglio, il loro primario interesse, è la spendibilità dell’icona mediatica Saviano. Siccome Saviano, tacendo o riducendo la sua sovraesposizione, rischierebbe di cadere nell’oblio, condizione perfetta per la sua eliminazione fisica, queste persone ritengono dunque inopportuno erodere anche un solo grammo della forza mediatica di Saviano. Il quale, per di più, trattando argomenti d’inevitabile impatto politico, viene tirato per la giacchetta da chi lo difende in modo interessato: brutalmente dicendolo, “Saviano ci serve”. Le sue parole suonano autorevoli, e questa autorevolezza può essere spendibile anche per questioni tipo la legge bavaglio ed altre faccende che riguardano la battaglia politica contingente italiana. Saviano non c’entra: c’entra chi, appunto, lo tira per la giacchetta.

    Poi ci sono quelli che sì, pensano si possa criticare Saviano sempre e ad ogni costo, isolando l’uomo dalla sua opera. Costoro non calcolano minimamente l’impatto che può avere la critica del testo sulla forza del simbolo Saviano, sul suo depotenziamento e sul piano inclinato sul quale può pericolosamente scivolare l’uomo. Immaginano che con la critica mossa da buona fede e competenza si possa distinguere, chirurgicamente, la condizione personale dalla critica letteraria. Ragionano alimentati dalla buona fede e, sovente, da un interesse eminentemente letterario, indisponibili a rinunciare ad un sacrosanto diritto – quello di critica, appunto – perchè c’è chi strepita che non va fatto. Costoro affrontano la questione in modo “atomistico”, come se due atomi d’idrogeno e uno di ossigeno non dessero l’acqua. Il loro fine – o meglio, interesse primario – è analizzare nel merito un’opera, o anche un meccanismo – quello retorico e mediatico del simbolo Saviano – senza volontà di denigrazione. “Che c’è di male?”, si dice. Niente, a mio avviso si deve poter fare. A patto da avere l’accortenza di essere cristallini nell’esercitare la critica, in quanto, se chi la esercita è in buona fede, gli avvoltoi che volteggiano in cielo aspettando che qualche preda esca dal rifugio, quelli non lo sono. E per avvoltoi intendo – non è necessario fare i nomi – quella truppa di persone interessate politicamente a demolire Saviano, marciando sulla buona fede di chi ha tutt’altri fini. Gente pronta ad accorrere al minimo segnale “fertile”, interessati a sparare un titolone ad effetto o a rallegrarsi – intimamente e no – per le prime avvisaglie di cedimento. Mia personalissima opinione: non è affatto vero che chi critica Saviano debba essere per forza di cose mosso da rancore, astio o invidia. Saviano non è Dio – tranne per coloro che lo ingessano trattandolo da santino da lustrare, attaccato al cofano dell’auto, mummificato e inoffensivo.
    Nel merito del libro di Dal lago non entro, non avendolo letto, facendo una sola considerazione marginale: “Eroi di carta”, traducibile dalle mie parti come uapp ‘e cartone (fantoccio), non è certamente un titolo che lasci prefigurare una volontà critica cristallina e sana. L’autore, se non altro, come minimo, doveva e poteva considerare che la porta piccola attraverso cui vuol passare chi affronta un argomento così delicato (che tocca il politico, il letterario, il nostro immaginario e le retoriche che utilizziamo), è appunto moooolto piccola, piccola assai. Serve prudenza, per non rinunciare a un diritto inalienabile, vista la situazione come si configura specificamente nel caso Saviano. E per non avere il rimorso di aver prestato, seppur involontariamente, il fianco al nemico.

    E’ la porta piccola attraverso cui mi auguro possiamo passare tutti.

  21. cletus Says:

    Azzardo un parallelo, per restare allo spunto di Demetrio.
    Sarei curioso di conoscere, se ci sono state, le reazioni a A SANGUE FREDDO di Truman Capote, dove per reazioni intendo elementi di critica letteraria.
    Vale la pena citare che il testo gli valse (un meritatissimo) Pulitzer.
    Con Gomorra, pressappoco, abbiamo anche noi una sorta di romanzo-verità.
    Lasciando da parte il diktat di “non parlare delle cose che non ci fanno fare bella figura all’estero” che trovo, prim’ancora di tutto, un fulgido esempio di provincialismo, forse è a partire dalla “novità” di questo modo di narrare che si sviluppa poi tutto il resto. Traslando (più o meno) volutamente dal testo per concetrarsi sull’autore. In un ambito come Vibrisse sarebbe più interessante concentrarsi su quest’aspetto. Il resto è materia da rotocalchi.

  22. alcor Says:

    E’ un paragone che non si può fare, quello tra Capote e Saviano, Capote era già un personaggio famoso, quando è diventato ancora più famoso per A sangue freddo, e soprattutto era uno scrittore riconosciuto per almeno un paio di bellissimi libri che erano letteratura tout court.

  23. federica sgaggio Says:

    Francesco mi sembra dire – magari sbaglio – che Saviano si può criticare, ma con estrema circospezione e, soprattutto, limitandosi alle questioni di interesse letterario.
    Io penso, invece, che si possa dissentire anche col senso politico-sociologico di alcune delle cose che fa Saviano, senza rancore, senza intenzione di delegittimarlo, e senza volerlo isolare.

  24. alcor Says:

    mi viene in mente una domanda supplementare, perché oltre a mettere sotto il vetrino (legittimamente) le modalità pubbliche della rappresentazione di Saviano, non si mettono sul vetrino con la stessa appassionata attenzione le modalità della rappresentazione di Grillo o di Di Pietro?

    E se sono state messe sul vetrino, perché non lasciano una traccia consistente nella memoria?

    Mi pare evidente [a me, ovvio] che questa attenzione è legata al successo improvviso, al fatto che si tratti di uno scrittore, e che finora non abbia intenzione di scendere in politica, il pacchetto mediatico che è stato confezionato è fatto di molti ingredienti difficilmente separabili

  25. alcor Says:

    la Capacchione, per dire, sotto scorta anche lei come molti altri, non è diventata un simbolo nazionale forse perché ci vogliono molti ingredienti per diventarlo

    quando si vuol fare l’analisi di un simbolo e del suo funzionamento bisogna essere analisti accorti, leggerò appena ho tempo il libro di Dal Lago

  26. Giovanni Spadaccini Says:

    Gentile Giulio Mozzi,
    i rilievi che lei fa al mio articolo sono corretti, tanto che è lei stesso ad intuire che quella frase è una mossa retorica, perché presa alla lettera farebbe di me un veggente isolato in un paese di teste vuote. Ed infatti il problema è proprio questo: è il paese delle lamentele e mai della protesta.
    Un saluto.
    Gi.S.

  27. francesco Says:

    Per Fede.
    Mi capita di dissentire soprattutto relativamente a questioni socio-politiche, con Saviano. Ma entrare a gamba tesa, apostrofandolo come “fantoccio”, è tutt’altro dal dissentire, anche vigorosamente e polemicamentre, con Saviano.
    Chi ha ucciso Fava, Falcone, Don Peppe Diana e altri ha usufruito anche – anche – del clima di intorbidimento (si dice così?) creatosi intorno a loro. Ora: non sono di quelli che Saviano parla e qui tutti a fare sisì con la testolina. Gli imputo uno sguardo perennemente eterodiretto dal filtro della camorra (comprensibile, fino a un certo punto) che lo porta a legare ragionamenti alla camorra anche quando non c’entrano molto…
    Però mi sembra ugualmente importante mantenere la lucidità di stare sempre all’erta, perchè le critiche (non rancorose, d’accordo) possono essere piegate e manipolate strumentalmente da chi ha altri fini.
    Stabilito questo – stabilita cioè la consapevolezza di dove viviamo, di cosa hanno fatto alle persone sopra citate, di quanta astuzia è stata usata appoggiandosi a critiche fatte da chi aveva solo divergenze d’opinioni – viva la critica.

  28. federica sgaggio Says:

    Sì, Francesco. Capisco cosa vuoi dire. Fantoccio è veramente troppo.
    @alcor: per Di Pietro e Grillo è successa una cosa analoga, invece.

  29. alcor Says:

    non direi, non sono diventati simboli, se non per brevissimi momenti, penso a Di Pietro quand’era magistrato, sono sentiti come uomini di parte, impegnati politicamente, ma non contro un “soggetto” che rappresenta trasversalmente “il male”, sono pari in questo loro impegno a molti altri, perciò (mi rispondo da me) si possono criticare nella normale dialettica della critica politica, alla quale non si sottraggono

  30. federica sgaggio Says:

    Ho un’opinione diversa.

  31. vibrisse Says:

    Invito a dare un’occhiata a questo articolo di Severino Cesari (uno dei due direttori della collana einaudiana Stile libero), apparso ieri nel quotidiano “il manifesto”. gm

  32. alcor Says:

    Non avendo letto il libro di Dal Lago mi è difficile commentare le confutazioni che ne fa Cesari. [Ma conoscendo un po’ questo paese mi piacerebbe sapere se ci sono stati altri “incontri” tra Cesari e Dal Lago, e qual è il coinvolgimento di Cesari in questo caso, emotivo? editoriale? civile? vai a sapere, nessuno qui da noi è un giudice terzo, sulle cose contemporanee, chiusa parentesi] Confuazioni che però mi confermano – anche nell’enfasi – che si è verificato, nel caso di Saviano un cortocircuito che ne fa un simbolo trasversale & mediatico.
    Se non ci sono confutazioni “scandalose” della Capacchione è perché la Capacchione non è esposta mediaticamente, ma non è certo meno in pericolo di Saviano.
    Se non ci sono confutazioni “scandalose” di Di Pietro è perché fa politica (e non mi pare proprio in pericolo:-))
    Questa esposizione mediatica è una “furberia”? organizzata a tavolino? non credo, non almeno da Saviano in prima persona, le cede, certo, forse anche per paura di essere lasciato solo, la nutre, certo, ma anche qui, perché?
    Per analizzare il fenomeno Saviano bisognerebbe poter analizzare, con calma, sia Saviano che le modalità con cui è arrivato a diventare un simbolo, che le sue caratteristiche personali che hanno reso così “naturale” per una buona parte del paese, giornali in primis, farlo diventare tale, e poi però anche, e qui insisterei, bisognerebbe analizzare il paese. Non che siamo diversi dagli altri, penso a Lady Diana, però è interessante rileggere le parole di Moresco, quell’insistenza sulla “forza”. Evidentemente noi abbiamo bisogno di simboli “forti”, senza neppure chiederci che cosa voglia dire “forti”. Si intende vitali? Abbiamo bisogno di simboli forti perché ci sentiamo deboli, abbandonati, sulla via della decadenza definitiva?

    Ma si possono fare pubblicamente queste analisi, ora? Io ho i miei dubbi, nessuna analisi verrebbe letta, neppure se lo fosse in modo plateale, come un’ analisi neutrale, verrebbe immediatamente arruolata in uno dei due schieramenti, pro e contro. E come ho detto, una buona parte delle critiche contro l’uomo, non sono cristalline, c’è anche invidia, c’è anche fastidio per la sovraesposizione, c’è fastidio per l’eccesso di successo “letterario” per un libro che non tutti considerano un’opera di grande valore letterario, io per esempio sono decisamente tra quelli.

    In tutto questo, voglio ripeterlo, io vedo Saviano soprattutto come una vittima, avrà quattro puntate in Rai, d’accordo, ma – scorta e pericolo a parte – è questo che voleva dalla vita, o arrivato a questo punto non gli resta altro che continuare? Cosa farà da grande? il giornalista rai? non so, mi pare che navighi a vista, e forse non ha altra scelta.

  33. alcor Says:

    scusate la lunghezza e la verbosità, mi sono distratta

  34. federica sgaggio Says:

    Che tono, quello di Cesari.
    Che tono.
    Altre cose ragionevolmente criticabili Saviano le ha dette e le ha scritte, eccome.
    Mamma mia, siamo veramente alla frutta se occorre scomodare l’armamentario della rancorosa ostentazione di serenità. Indipendentemente dai contenuti che si esprimono, vedere quest’enorme dispendio di energie difensive, una specie di catenaccio in cui quel che interessa è – chiedo scusa – che non facciano gol i «nemici», e non fare gol noi, mi deprime tremendamente.

  35. cletus Says:

    @ alcor, prendo per buoni i tuoi distinguo, quanto agli autori. Mi riferivo però alle loro opere, tentando un azzardatissimo accostamento.
    A sangue freddo, prendendo spunto da un fatto di cronaca realmente accaduto, ne amplifica in senso letterario (quasi involonatariamente, verrebbe da dire) i contenuti. Gomorra, è la storia che in pochi hanno avuto il coraggio di raccontare. Cosa c’è di sbagliato ?

  36. alcor Says:

    @ Cletus
    niente di sbagliato, se parli solo da un punto di vista letterario, ma qui mi pareva che fossero in gioco altre cose, il libro di Saviano è uscito quasi subito, a me pare, dal fatto puramente letterario, se si potesse restare solo su quello la discussione non si infiammerebbe come si infiamma, e se ne potrebbe dire bene o male a seconda dell’idea che ognuno di noi ha della letteratura

  37. vibrisse Says:

    Alcor, domandi: “qual è il coinvolgimento di Cesari in questo caso, emotivo? editoriale? civile? vai a sapere”.

    Saviano ha pubblicato un cofanetto (dvd più libro) nella collana diretta da Cesari (con Paolo Repetti), e almeno un racconto in una antologia pubblicata sempre in quella collana.

    gm

  38. vibrisse Says:

    A Giovanni Spadaccini (qui) risponderei con le parole di Andrea Barbieri (qui). gm

  39. alcor Says:

    ah ecco, non lo sapevo

  40. alcor Says:

    no, invece lo sapevo, ma me l’ero dimenticato, c’era stata una polemica -nei miei ricordi un po’ confusa – con Consolo, che ruotava intorno a quel cofanetto, non ricordo se Consolo si era effettivamente ritirato dall’operazione perché disapprovava gli autori letti da Saviano o se gli avevano attribuito erroneamente una posizione così radicalmente ostile a certe letture

    devo dire che sono autori, quelli citati da Saviano – Evola a parte – che ho letto anch’io, mi pare difficile schivarli, se si vuol conoscere la cultura europea

  41. Raffaello Says:

    Grazie per aver scritto in maniera così lucida, e in risposta ad un autore che lucido non è (quasi) mai.

  42. vibrisse Says:

    Ho scritto a proposito di due frasi. Non dell’opera intera di Antonio Moresco. gm

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