Politica o non-politica?

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di giuliomozzi

Due soldati italiani, Massimiliano Ramadù e Luigi Pascazio, sono stati ammazzati in Afghanistan. Come è successo altre volte, qualcuno ne ha approfittato per dire: andiàmocene da lì.

Ora, non è – mi pare – che sia di per sé deprecabile se alcuni reparti dell’esercito italiano partecipano a una missione internazionale. Tutti sono d’accordo – mi pare – che prima di usare le armi, per affrontare una qualunque crisi, vadano esperite tutte le possibilità non violente. E’ inevitabile peraltro – mi pare – che ogni decisione sul quando siano da considerare esaurite tutte le possibilità non violente, e non resti che passare all’uso delle armi, sia e resti controversa. Io sospetto che spesso le possibilità non violente vengano messe da parte non perché dimostrate inefficaci, ma perché poco convenienti sul piano economico e/o sul piano del consenso interno: e mi pare che questo sospetto ce l’abbiano in molti.

L’attuale capo del nostro governo dice (qui) che la missione in Afghanistan, e quindi la partecipazione a essa di alcuni reparti dell’esercito italiano, è “di fondamentale importanza” per “la stabilità e la pacificazione di un’area strategica”. La dichiarazione mi pare onesta: non finge che la missione abbia scopi umanitari; dice che la missione ha scopi di potere (e non ci sono dubbi sul per chi sia “strategica” quell’area).

L’attuale presidente del Senato dice (Ansa, qui) che “due soldati italiani [sono stati] uccisi dal terrorismo perché difendevano la democrazia e la sicurezza internazionale”, e questa dichiarazione è già più ambigua: perché, accoppiando “democrazia” e “sicurezza internazionale”, fa sembrare che si tratti di sicurezza per tutti (mentre si tratta della sicurezza di alcuni).

L’attuale presidente della Camera dei deputati dice che “è necessario stringersi intorno ai nostri militari e ribadire convintamente la determinazione a proseguire nel nostro impegno fino al conseguimento degli obiettivi della missione internazionale”, e per futile cautela politica non nomina tali obiettivi (né quelli nominabili né quelli innominabili).

L’attuale ministro degli Esteri dice che “la missione in Afghanistan è una missione fondamentale per l’Italia. Una missione di pace che continuerà”, e in questo modo dice una cosa vera e una cosa falsa: quella vera è che nel giudizio degli attuali governanti questa missione è “fondamentale per l’Italia” (ossia: per gli interessi dell’Italia), quella falsa è che la missione sia “missione di pace” (“pace” e “pacificazione di un’area strategica” sono cose ben diverse).

L’attuale ministro delle Riforme per il federalismo dice che “non possiamo scappare, la nostra sarebbe sentita dal mondo occidentale come una fuga difficilmente spiegabile. Il nostro paese non può andarsene da solo. C’é l’Occidente che si è impegnato a fermare il terrorismo”, e anche lui mescola cose vere, cose false e cose dubbie: perché è probabilmente vero, mi pare, che “non possiamo scappare”, mentre è probabilmente falso che sarebbe “difficile spiegare” al “mondo occidentale” questo andarsene (basta dire: se restiamo, perdiamo consenso; e tutti capiscono).

L’attuale minstro per la Semplificazione dice che “bisogna verificare se i sacrifici servono. Ma c’é una comunità internazionale, prendiamo le decisioni insieme a loro”, e così dice una cosa tremenda: gli eserciti “occidentali” sono in Afghanistan da un pezzo, i nostri governanti hanno ancora il dubbio che serva a qualcosa? E aggiunge: “Spesso abbiamo espresso perplessità sull’esportazione della democrazia, ma ogni decisione va presa insieme al resto [della “comunità internazionale”], non può essere unilaterale. Vedremo a livello internazionale”. Ma la “esportazione della democrazia” è uno scopo ancora diverso sia dalla “pace” sia dalla “pacificazione di un’area strategica”.

L’attuale segretario del principale partito d’opposizione dice che c’è “l’esigenza di una riflessione, di una discussione da fare in Parlamento, sulla missione”. E continua: “Certamente noi non possiamo consentire che i talebani sconfiggano l’intera comunità internazionale. Bisogna però che riflettiamo sull’evoluzione di quella missione così peraltro come sta facendo il presidente Obama che ha espresso l’esigenza di un atto di responsabilità del governo afgano, un coinvolgimento più diretto e impegnativo per le potenze confinanti. Quindi con la possibilità di una evoluzione rapida di quella missione che oltre a fronteggiare i talebani dovrebbe dare appoggio al governo afgano e via via garantire elementi ordinari di sicurezza. Di questo bisogna discutere in Parlamento”: il che equivale a dire che effettivamente non si capisce più quali siano di preciso gli scopi della missione e, conseguentemente, quali siano le linee d’azione opportune.

L’attuale capo di un piccolo ma vivace partito d’opposizione dice più esplicitamente: “Chiederemo che il governo venga a riferire in Parlamento e spieghi agli italiani la ragione, che noi riteniamo non più attuale, per la quale le nostre truppe devono restare in Afghanistan” (qui), dove resta peraltro da capire quale fosse la ragione attuale in un altro tempo, e non più attuale ora, e perché tale attualità sia decaduta.

L’attuale presidente della Repubblica manifesta (qui) “sentimenti di cordoglio, di commossa solidarietà e di intensa partecipazione al dolore”, ma non spende una parola per spiegare – ai familiari degli ammazzati e al popolo italiano – se e perché queste morti abbiano un senso.

Mi domando come ci si senta, a stare lì in missione in Afghanistan, o ad avere figli o mariti o fratelli in missione in Afghanistan, e sentir dire da fior di ministri che la missione ha un certo scopo, oppure un altro, oppure un altro ancora: e comunque bisognerebbe pensarci.

Mi domando se questi due nostri soldati siano morti – aggiungendosi agli altri – perché l’Italia ha una politica estera, o perché non ce l’ha.

Mi domando perché sia così difficile, per chi ci governa e per chi si oppone all’attuale governo, nominare gli scopi della missione in Afghanistan.

[Giusto l’altro ieri qualcuno mi diceva: è orribile, quando qualcuno viene ammazzato, stare lì a fare le fini analisi politiche. Sì, va bene: è orribile. E quindi?]

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17 Risposte to “Politica o non-politica?”

  1. vittorio Says:

    hai fatto come fare il gioco dello shangai, uno dopo l’altro hai tolto i bastoncini, lasciandoci in tensione e chissà se quello successivo qualcosa smuoveva ed invece no, la partita è finita, senza movimenti senza ragioni, non ci capisce chi ha vinto….
    v

  2. Gaetano Taverna Says:

    Io non credo alle missioni di pace fatte con le armi, io credo alle missioni di pace fatte con azioni concrete. Non credo di dire un’eresia affermando che in questi anni di guerra in Afghanistan hanno avuto più peso, dal punto di vista di azioni di pace e solidarietà, le ONG (es. Emergency) che le truppe internazionali. Ricordiamoci anche come è iniziata questa guerra e quali pressioni ci sono state affinché ogni paese europeo fosse presente con proprie truppe. Dicevo di Emergency: lo scorso mese, durante la prigionia dei 4 operatori italiani, ho incontrato alcuni medici di Emergency che sono stati per molto tempo in Afghanistan. Mi raccontavano della loro amarezza per le pressioni che ricevevano dal governo afgano (per principio Emergency assiste tutte le vittime della guerra, senza distinzioni, e questo, come sappiamo, non è tollerato dal governo locale). Ma anche dell’amarezza per la diffidenza e le espressioni poco solidali da parte dei nostri governanti e dei loro media (v. giornali)…

  3. vibrisse Says:

    Gaetano, l’attuale capo del nostro governo dice che lo scopo della missione è “la stabilità e la pacificazione di un’area strategica”. Quindi la missione internazionale in Afghanistan non è una “missione di pace”. Rispetto allo scopo della missione, così come sinteticamente indicato dall’attuale capo del nostro governo, la presenza e il lavoro di Emergency, nonché e la presenza e il lavoro di chiunque anteponga la vita e la salute delle persone al problema costituito dalla “instabilità” di quell’ “area strategica”, sono evidentemente dannosi.
    Il nostro attuale governo deciderà di modificare la sua politica (posto che ne abbia una) solo se:
    – si dimostrerà che, rispetto allo scopo di stabilizzare e pacificare un’ “area strategica” come l’Afghanistan, sono convenienti azioni diverse da quelle finora messe in atto;
    – si dimostrerà che la stabilizzazione e pacificazione di quell’ “area strategica” non presenta alcun interesse per l’attuale governo (o, addirittura, sono dannose), e quindi non conviene porle come scopo.

    E’ scandaloso che diversi membri dell’attuale governo, in un momento nel quale è evidentemente importante – poiché se ne sopportano i costi più evidenti alla popolazione, ossia perché soldati italiani vengono ammazzati – indicare gli scopi della missione e il loro valore, se ne escano a dire tutti una cosa diversa. Per uno importa la stablizzazione di un’area strategica, per l’altro importa la pace, per un altro ancora importa non fare una brutta figura, per un altro è da vedere se la missione ha un senso.

    gm

  4. demetrio Says:

    eppoi c’è la dichiarazione di La Russa, non quella di questa mattina, ma quella di ieri. che io ho letto su La Stampa (di oggi). in cui la morte dei due soldati è il prembolo generico per poi parlare di Siena Inter. (purtroppo non ho trovato un link a questa notizia)

    d.

  5. TempiModerni Says:

    Come hai detto tu, non mi sembra che sia poi così deprecabile.

  6. flavio marcolini Says:

    Preso atto della puntuale e illuminante disanima di Giulio Mozzi delle diverse dichiarazioni succedetesi anche questa volta di fronte ad altre due vite italiane che se ne sono andate per sempre, resta imperativa una riflessione purtroppo ancora attuale.
    L’unico modo per esprimere affetto e rispetto per gli tutti gli esseri umani uccisi in guerra è impedire che altri esseri umani siano uccisi. L’unico modo per impedire che la guerra continui a fare stragi è cessare di fare la guerra. Nella fattispecie, cessare la partecipazione italiana alla sciagurata guerra afghana. E adoperarsi per la pace, il disarmo, la nonviolenza, la smilitarizzazione di questo e degli altri conflitti che insanguinano il pianeta, per tornare finalmente al rispetto dell’articolo 11 della Costituzione della Repubblica Italiana che ripudia la guerra.
    Per evitare nuovi e più orribili massacri (per esempio quelli di civili inermi, dramma sul quale sovente non si riflette a sufficienza) è necessario ritirare le truppe dall’Afghanistan e chiedere la convocazione di una conferenza di pace sotto l’egida dell’Onu con la partecipazione di tutte le parti in causa.
    Ancora una volta, è necessario stare con tutte le vittime, contro tutte le guerre.

  7. Federico Platania Says:

    @Demetrio

    L’ANSA a cui ti riferisci è riportata (credo integralmente) qui:
    http://www.wittgenstein.it/2010/05/18/bisogna-essere-scemi2/

  8. vibrisse Says:

    Flavio, è indubbio che “l’unico modo per impedire che la guerra continui a fare stragi è cessare di fare la guerra”; così come è indubbio – ad esempio – che l’unico modo per impedire che tante persone muoiano di fame è dare a tutti il necessario nutrimento.

    Tuttavia, la guerra si fa. E a tante persone manca il necessario nutrimento.

    Se avviene questo, ci sono delle ragioni. Il problema è: convincere chi ha il potere che queste ragioni non sono buone.

    Poi, Flavio, immagina questo. Immagina che gli eserciti “occidentali” se ne vadano dall’Afghanistan. E che i capi dei governi “occidentali” chiedano “la convocazione di una conferenza di pace sotto l’egida dell’Onu con la partecipazione di tutte le parti in causa” (cioè, tra parentesi, senza la partecipazione dei governi occidentali tranne Usa e Spagna).

    Pensi che in quel preciso momento l’Afghanistan precipiterebbe nella pace?

    Pensi che in quel preciso momento i responabili degli attentati di New York e di Madrid – che hanno fatto migliaia di vittime, con le quali bisogna stare – verrebbero arrestati e processati dalle autorità Afghane, o da esse estradati in Usa o in Spagna?

    Pensi che in quel preciso momento Al Qaeda deciderebbe di abbandonare le azioni terroristiche per passare a quelle politiche?

    gm

  9. flavio marcolini Says:

    Per restare al tema, la guerra si fa finché non la si diserta. Chi la diserta e insegna a disertarla può convincere chi ha il potere che non c’è mai una ragione buona per fare una guerra, tanto meno una guerra che ha causato la morte di circa 30 mila civili (secondo fonti di informazione indipendenti dalle parti in causa).
    Provo a immaginare che gli eserciti “occidentali” se ne vadano dall’Afghanistan e che i capi dei governi “occidentali” chiedano “la convocazione di una conferenza di pace sotto l’egida dell’Onu con la partecipazione di tutte le parti in causa” (mi sfugge il motivo per il quale ne verrebbero esclusi, per esempio, le rappresentanze di Italia e Gran Bretagna). Penso che in quel preciso momento l’Afghanistan potrebbe cominciare a essere restituito alla sovranità di chi lo abita. E ciò potrebbe avviare un processo di ricomposizione delle fratture in seno alla società (civile e non) afghana, portando alla luce del sole ciò che in molti dicono già avvenga segretamente, cioè le trattative segrete fra i delegati delle opposte fazioni. Con la non irrilevante novità del ‘cessate il fuoco’.
    In quel preciso momento i talevani oltranzisti e Al Qaeda verrebbero chiamati a fare politica. Non vale la pena provarci?

  10. Gaetano Taverna Says:

    mah… sinceramente non credo che Al Qaeda in particolare voglia fare politica, il suo scopo è un altro. I paesi occidentali, soprattutto quelli europei, dovranno prima o poi fare i conti con questa guerra. Lo sanno perfettamente che la loro presenza non è quella di “presidiare” dei territori, ma fare la guerra ai talebani. E tutto ciò va a vantaggio del governo locale che si permette di fregarsene dei diritti umanitari, in nome della guerra.
    Mi spaventa, però, che nessuno parli delle condizioni di vita dei civili, di come sono costretti a sopravvivere con il rischio di finire in mezzo al fuoco delle armi. Ma la povera gente, quando muore, non fa notizia…

  11. vibrisse Says:

    Giustamente, Flavio, dici che solo chi diserta può “convincere chi ha il potere che non c’è mai una ragione buona per fare una guerra”. Ma chiedere che l’Italia si ritiri da quella guerra, significa chiedere che sia proprio il potere a “disertare” (disertare dalle alleanze, dai trattati internazionali, da sé stesso in quanto potere).

    Italia e Gran Bretagna non sono “parte in causa” con Al Qaeda e con l’Afghanistan, se non per la loro politica di potenza (cioè: sono lì per avere un pugno di morti da esibire sul tavolo delle trattative; e ciò non mi pare basti a farne “parte in causa”).

    Gli attentati di Al Qaeda sono stati fatti a New York (Usa) e a Madrid (Spagna).

    Si può certamente restituire l’Afghanistan alla sovranità di chi lo abita, ovvero – temo – alla guerra civile.

    Certo che è sano e giusto chiamare a “far politica” talebani oltranzisti e Al Qaeda. Dubito che si possa farlo senza un certo uso di forza.

    gm

  12. flavio marcolini Says:

    Un’obiezione, in coscienza. Non credo – come sostiene Giulio – che “chiedere che l’Italia si ritiri da quella guerra, significa chiedere che sia proprio il potere a “disertare” (disertare dalle alleanze, dai trattati internazionali, da sé stesso in quanto potere)”. No. Il potere negli affari internazionali può essere esercitato diversamente da come l’Italia lo ha inteso negli ultimi 20 anni. Qualche lezione di indipendenza ci è giunta in passato dalla Francia. Porre il problema di una strategia per la fuoriuscita (exit strategy, come si dice oggi) nonviolenta dal conflitto afghano significa disertare la guerra, non la politica. A meno di non dare ragione a von Clausewitz. Significa ridare voce alla politica e invitare gli altri interlocutori (ora confliggenti) a tornare a far politica. E’ triste che si pensi all’uso della forza – cioè della violenza – come necessità, visti e considerati i terribili risultati che si stanno conseguendo in quel paese.
    Anch’io “sospetto che spesso le possibilità non violente vengano messe da parte non perché dimostrate inefficaci, ma perché poco convenienti sul piano economico e/o sul piano del consenso interno”. Ripartirei da qui per provare a capirci qualcosa.

  13. salvatore talia Says:

    “Washington Post”, mercoledì 11 novembre 2009: “Although the war in Afghanistan began as a response to al-Qaeda terrorism, there are perhaps fewer than 100 members of the group left in the country, according to a senior U.S. military intelligence official in Kabul who spoke on the condition of anonymity.” Qui: http://www.washingtonpost.com/wp-dyn/content/article/2009/11/10/AR2009111019644.html

  14. vibrisse Says:

    “Porre il problema di una strategia per la fuoriuscita”, come dici ora, Flavio, è davvero indispensabile: tant’è che i governi coinvolti si pongono effettivamente il problema di una strategia per la fuoriuscita. Che questa strategia possa consistere nell’andarsene di punto in bianco e chiedere l’apertura di una conferenza internazionale, dubito assai.

    “Forza” non è sinonimo di “violenza”.

    gm

  15. flavio marcolini Says:

    Giulio, io scrivevo “porre il problema di una strategia per la fuoriuscita (exit strategy, come si dice oggi) nonviolenta dal conflitto”, dove l’aggettivo era e resta essenziale. E’ (sarebbe, visti i tempi che corrono) l’unica strategia equa e reversibile.
    Anche i governi coinvolti si pongono il problema di una strategia per la fuoriuscita dal conflitto? Non so. Per ora le cosiddette forze della coalizione occidentale hanno lanciato una terribile offensiva, preceduta dalla eliminazione di fonti neutrali come accaduto con la chiusura dell’ospedale Emergency di Lashkar Gah.
    Quanto poi al fatto che – in questo contesto – “forza” non sarebbe sinonimo di “violenza” (posizione costantemente sostenuta dal ministro della difesa del governo della Repubblica italiana nei talk show in questi giorni di lutto che pur imporrebbero un supplemento di informazione e riflessione), richiamo mestamente alla memoria i frequenti bombardamenti sui civili che da anni seminano il terrore in quello sfortunato paese.

  16. vibrisse Says:

    Nei giornali si legge che i governi coinvolti si pongono il problema di una strategia per la fuoriuscita dal conflitto (“exit strategy”: espressione coniata da militari del Pentagono durante la guerra in Vietnam, dice Wikipedia).

    Se io dico che dubito che si possa fare una certa cosa senza un certo uso di forza, e tu capisci che io ritengo necessari i bombardamenti sui civili, la nostra conversazione è terminata.

    gm

  17. flavio marcolini Says:

    Naturalmente quando scrivevo “exit strategy, come si dice oggi” intendevo stigmatizzare la pervasività della lingua inglese anche dalle nostre parti. Nulla più.
    Poi, è vero che nei giornali pubblicati nei paesi occidentali si legge che i governi coinvolti si pongono il problema di una strategia per la fuoriuscita dal conflitto. Purtroppo quello che i testimoni vedono sul campo è tutt’altro. Per approfondire si può fare un giro sul sito http://it.peacereporter.net.
    So bene, Giulio, che tu non ritieni necessari i bombardamenti sui civili; pensavo non ci fosse nemmeno bisogno di arrivare al punto di doverlo scrivere. Quello che mi inquieta invece è il fatto che tu dubiti “che si possa fare una certa cosa senza un certo uso di forza”, laddove la certa cosa è – io credo – porre fine con giustizia (la giustizia giovannea) al conflitto. Nei tuoi scritti, in volume e non, ho sovente apprezzato (più sommessamente, ho creduto di imparare) fra l’altro l’ineludibile correlazione fra mezzi e fini nelle azioni umane.
    Grazie comunque della disponibilità al confronto, che trovo immutata nel tempo.
    Io ho già troppo occupato questo spazio con i miei interventi. Se non ci sono novità, per me la conversazione può dirsi terminata, con il rammarico di non aver saputo coinvolgere altri interlocutori su un tema che giudico ineludibile.

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