“Qualcuno era un po’ grasso”, di Mattia Filippini

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Ecco il secondo testo della Gettoniera di vibrisse. Si tratta di un inizio di romanzo. L’autore è Mattia Filippini. “Mattia Filippini – dice lui stesso – ha 25 anni e vive a Bologna. Studioso e ammiratore degli scrittori emiliani, collabora con diverse riviste sulle quali ha pubblicato racconti (La luna di traverso, Lunarionuovo, prossima- mente Tèchne di Paolo Albani). Gestisce la rivista online Teflon e scrive recensioni per Colla“. In fondo trovate il link per prelevare il testo in formato .pdf. Un’avvertenza: il romanzo è a più voci, i nomi tra parentesi quadre indicano quale voce parla da quel punto in poi. I “capitoli” sono da ritenersi interni alle voci stesse. (In un libro stampato tutto questo si capirebbe al volo; nel “foglio continuo” del post la cosa è meno intuibile; per questo ho ritenuto opportuno spiegare). Buona lettura. gm

Tutti i testi della Gettoniera sono qui.

prime pagine del romanzo
Qualcuno era un po’ grasso
di Mattia Filippini

Il problema dell’umanità è che i folli e i fanatici sono estremamente sicuri di loro stessi, mentre le persone più sagge sono piene di dubbi. (Bertrand Russell)

C’è un’ignoranza, ma un’ignoranza tale, che se si raggruppa un buon numero di persone e le si mette tutte in un posto, se c’è bel tempo, tutta la loro ignoranza la si può vedere dallo spazio. (Palmiro Fingozzi)

[Nanni]

L’estate ho la netta impressione che sono un fantasma oppure che non ho più un corpo. È una sensazione che si accresce man mano che agosto avanza, raggiunge il suo massimo a ferragosto, poi dopo sciama via via dentro un altro concetto di esistenza, fino alla latenza di settembre. C’è un’attesa continua, quasi una rappresentazione dell’idea che ho della morte, stare ad aspettare per un tempo infinito in un posto come un ricovero o dentro una vasca in cui si galleggia. Per un nevrotico insofferente come me l’unica speranza è trovare qualcosa da fare, scaricare le energie in eccesso, fare di corsa tutto il portico di San Luca in salita e in discesa. Purtroppo ho una gamba rotta.

Invidio un po’ quello sciatore famoso austriaco che a un certo punto della sua carriera era talmente dopato che se rimaneva fermo moriva. Allora, negli alberghi dove andava a stare prima delle gare, il suo allenatore si portava sempre una ciclette con la quale questo atleta poteva continuare a pedalare nella stanza senza mai fermarsi, in una specie di fuga continua.

Soprattutto è nei fine settimana che tocca affrontare la nullità infinita dell’universo. Ti metti a leggere, ma in poche decine di minuti raggiungi la saturazione, cominci a saltare le parole, poi le righe, poi i capoversi, le immagini del testo ti si mischiano nella testa, non ne puoi più. Ti metti a fare chiamate in giro, a sentire persone che hanno sempre le domeniche più organizzate delle tue, lo senti dalla voce che hanno quando rispondono alle tue domande, che hanno le chiavi di casa in mano, le valigie pronte, il rubinetto del gas già chiuso. Il peggio è trovare le segreterie telefoniche dove prima non c’erano, vengono dei sussulti e dei magoni pensando che qualcuno ha delle novità, invece tu niente, sembra di avere a che fare con delle persone in differita. Poi scenderesti volentieri in cortile a fumare una sigaretta e a tirare delle cannonate fortissime con il pallone contro il muro, se avessi un cortile e soprattutto se avessi una mobilità.

Allora vengono quelle voglie di rinnovamento, per esempio cambiare la posizione dei mobili per far sembrare tutto nuovo invece non è vero. Oppure l’opposto, stare a casa per sempre in uno stato di afflizione eterna, una specie di purgatorio fai-da-te, chiudere tutte le ante, far finta di essere partito per le vacanze.

Uno dei passatempi di questa estate-purgatorio chiuso in casa con la gamba rotta, è il solitario elettronico che c’è nel mio computer. Al solitario elettronico non sai mai quello che ti capita. Ci son delle partite che le perdi in partenza per via del fatto che le carte che ti servono sono sotto i mazzi e non puoi andare a prenderle come quando giochi al tavolo. Una regola del solitario elettronico è che non puoi barare al solitario elettronico. Ci son delle partite invece che le vinci facilmente, in quattro e quattro otto, allora ti senti veramente forte ne vuoi fare un’altra. Poi ci sono quelle che sono di livello medio-difficile in cui devi calcolare precisamente le conseguenze di ogni singola mossa, finché non arrivi ad un punto che sei consapevole che se la fai, quella mossa, allora perdi la partita. Poi, dopo, la fai. E perdi. Non sai il perché. Allora, pensavo, il solitario elettronico magari è una metafora della vita.

E precisamente è la metafora di tutte quelle decisioni scriteriate prese con l’umido che si accumula tra le quattro mura della tua personale galera, con un’aria che non ossigena a sufficienza il cervello, e delle persone che sembra che si siano dimenticate di te, non passano a trovarti. C’è una specie di strategia della dimenticanza che agisce imperterrita nella loro mente, è come il sottile strato di polvere che si deposita sui mobili, copre il ricordo che hanno dei poveri disgraziati immobilizzati a casa, li lascia a marcire.

Quando mi son rotto la gamba tutti a telefonarmi, a chiedermi come stavo, se mi serviva qualcosa, nessuno però ha avuto il coraggio di venirmi a suonare alla porta come fanno i testimoni di geova, i miei conoscenti. Allora mi mettevo ad apprezzare i testimoni di geova poi mi rendevo conto che ero messo male, anzi malissimo. Volevo iscrivermi a qualche setta tipo Dietrology.

Dicono che a Dietrology drogano l’aria per convincerti a far le cose che vogliono loro. Vai ad una loro riunione, dicon Ti facciam fare un po’ di yoga, che fa bene, lo yoga, metton della musica rilassante, accendono degli incensi odorosi, invece ti drogano. Ti fan firmare delle carte, degli assegni, dai l’approvazione a tutto fai per sempre parte di loro nei secoli dei secoli. Son comunque più onesti dei miei conoscenti.

[L’osservatore]

A me mi piace guardare. Mi metto nel mio angolo, davanti alla finestra, non mi interessa cosa succede, basta che guardi. Per esempio, nella casa dove stavo prima, c’era sempre un via vai di gente, io stavo seduto nell’angolo vicino alla finestra, guardavo le facce di quelli che passavano.

E di solito eran degli uomini vestiti di nero, tutti con un fare serioso, che entravano in casa e facevano un sacco di salamelecchi alla persona di cui ero ospite, le prime volte qualcuno portava anche qualcosa da mangiare, dei biscotti, un riso freddo o dell’insalata di pollo, ma non veniva molto apprezzato. Nessuno era lì per mangiare.

[Nanni]

Se c’è un ragionamento che faccio per passare il tempo è quello sul peso specifico dei pensieri che la gente produce guardando fuori dai finestrini dei treni, se messi nell’acqua galleggiano o vanno a fondo, perché sicuramente pesano, i pensieri, lo dice la termodinamica, che è una specie di regola dell’equilibrio universale per tenere in piedi tutto il cosmo, che nulla va perso e che tutto si trasforma in qualcosa d’altro. Bisognerebbe avere una bilancia precisissima e metterci sopra una persona e pesarla. Poi prendere nota del peso, farla scendere dalla bilancia, dirle di pensare a qualcosa di molto impegnativo, per esempio a un problema matematico avanzato, poi ripesarla e registrare. Poi si fa la differenza fra le due annotazioni si scopre quanto pesa un pensiero.

Mi è tornata in mente una cosa simile che aveva scritto Daniil Charms, mi capita spesso, di fare dei pensieri di plagio. Scriveva Charms, che un uomo era andato a dormire credente e si era svegliato che era ateo. Per fortuna, nella stanza di quell’uomo c’era una bilancia medica decimale e quest’uomo era abituato a pesarsi tutti i giorni. Così la sera si era pesato ed era 4 pud e 21 funt, la mattina dopo, dopo che si era svegliato ateo, 4 pud e 13 funt. Guarda un po’, aveva pensato, la mia fede pesava intorno agli 8 funt.

Solo, il problema di questi pensieri specifici fatti sul treno è che appena c’è un sobbalzo o arriva una stazione subito si disperdono, come se fossero appoggiati su un’impalcatura posticcia, e ci si sveglia stupefatti come da un sonno ipnotico oppure si ritorna a giocare col telefonino, sottraendosi a quel movimento universale che è il pensare per tornare a foderarsi di nuovo nella solitudine più bieca.

Star soli, per esempio svegliarsi a pancia in su in un letto a due piazze, con le gambe le braccia aperte, tener via tutto lo spazio possibile, può sembrare bello. La solitudine in sé può sembrare un fatto positivo a volte, comincia che magari pensi a ritagliarti il tempo per te stesso, a riprenderti le abitudini tutte tue. Poi però ti viene in mente che tu come persona ti fai schifo, e i pensieri spietati son lì che arrivano con la rincorsa, ti saltano addosso.

Oppure mi vengono in mente un sacco di cose sulla povertà, per esempio che nei romanzi, soprattutto nei romanzi russi, mi ha sempre colpito il fatto che i poveri sono descritti con questo particolare, che gli mancano parecchi bottoni. Invece se devo pensare ai romanzi italiani che parlano della povertà, questa situazione è sempre descritta col fatto che le persone mangiano solo pane sordo, come si dice dalle mie parti per dire senza niente. Si vede che ai russi interessa di più la dignità del vestire e della persona che quella del mangiare.

Poi suonava il telefono, tiravo su era Simoni, di nuovo. Mi puoi passare Barbara? mi diceva. Barbara non c’è più, è andata via, gli dicevo. Ah, diceva lui come uno che fa finta di non sapere e che aveva appena fatto una brutta figura.

Almeno così ero sicuro che Barbara non era da lui.

Mi viene una distrazione, a sentir queste telefonate pretestuose, una specie di deviazione del flusso di ragionamento, che mi viene in mente il mio incidente. Quello che facevo di solito era prendere i mobili dal magazzino dei Traslochi, imballarli e caricarli, per portarli nella case a schiera nuove. Li sistemavo secondo il vigente senso estetico il divano davanti alla tivù. Stavo mettendo una libreria nell’appartamento di una signora che si lamentava perché non le piaceva come la collocavo, non le andava bene come la luce colpiva gli spigoli e le ombre che proiettava, allora mi estraniavo cercavo di convincermi che ero fortissimo come quelli che si cospargono di olio e diventano dello stesso colore del pollo al forno e fanno vedere i muscoli che sembra che scoppino da un momento all’altro che fanno delle facce altamente idiote praticamente imperscrutabili, muovono le labbra come per dire qualcosa di molto figo invece non dicono niente, cosa vuoi che dicano, e hanno delle ridicole mutandine con le pailette che scompaiono fra le cosce. Mi è venuta una distrazione e la libreria mi è caduta sulla gamba, poi dopo non proiettava più ombre, la signora era soddisfatta, un’altra gamba sacrificata al feng shui.

[L’osservatore]

C’è questa follia diffusa, la mattina, sulla via Emilia, che mi pare che la gente va in guerra. Tutti che suonano e urlano o picchiano le mani sul volante, che è come se si devono caricare per affrontare un conflitto quotidiano. Fanno un’accelerata di un metro, un metro e mezzo, poi si fermano e suonano.

La loro vita mi sembra che sia regolata prevalentemente da due flussi: la mattina da destra verso sinistra vuol dire che vanno e dicono delle bestemmie vispe; la sera da sinistra verso destra vuol dire che tornano e dicono delle bestemmie stanche.

E tutte queste auto piene di bestemmie che vanno e che vengono passano sempre davanti ad un graffito che dice 051 solo Bologna, chissà se si accorgono.

[Nanni]

Poi, la mattina passa mio fratello Giacomo a farmi una sorpresa, mi porta in un negozio di animali. Il conciliabolo della mia famiglia deve aver deciso che, data la mia situazione attuale, mi farebbe bene avere un animale da compagnia. Che a ben vedere, è voler sancire in maniera definitiva la morte civile di una persona, associarla automaticamente a un’idea di menomazione.

[Palmiro Fingozzi]

Capitolo 1

C’è un’ignoranza, ma un’ignoranza tale, che se si raggruppa un buon numero di persone e le si mette tutte in un posto, se c’è bel tempo, tutta la loro ignoranza la si può vedere dallo spazio.

Per esempio, questa ignoranza la si scorge nella sua completezza nel modo di viaggiare che si è diffuso negli ultimi dieci anni. Andare in aereo è un fatto che se una persona ragionasse a mente lucida non può altro che essere una cosa fasulla: ti fanno sbrigare tutta una trafila snervante per abbassare la tua soglia di attenzione, ti prendono e ti mettono assieme ad un altro centinaio di persone all’interno di questo tubo asfittico.

Ti fanno credere che i finestrini siano veri finestrini. Invece sono schermi. Proiettano dei paesaggi che cambiano e si muovono, il decollo, l’atterraggio; ancora più facile è un viaggio notturno: in questo caso servono solo delle banali luci disposte secondo un ordine teso a riprodurre le vie delle città.

La realtà dei fatti è che il teletrasporto è stato inventato, ma non vogliono che si sappia. Dentro quel tubolare di metallo ti inducono a pensare che il tempo passa, per esempio con un sudore appiccicaticcio che si stende sulla fronte delle hostess o con gli odori di mandria che vengono diffusi. Invece, pur non sapendolo, sei già arrivato a destinazione. Istantaneamente. Ti fanno rimanere seduto quel tanto che basta a far passare due, tre ore, in base alla meta prevista.

Per verificare questo fenomeno è necessario usare il criterio di falsificabilità teorizzato dal famoso Popper. Una teoria, per essere controllabile e scientifica, deve essere falsificabile: secondo logica, dalle sue premesse di base devono poter essere deducibili le condizioni di almeno un esperimento che la possa dimostrare integralmente falsa alla prova dei fatti.

Dunque, ogni tanto, un gruppo di potere prende una struttura metallica in lamiera con le sembianze di quella che la credenza comune ritiene essere la forma di un aereo, e la fa schiantare contro una montagna. In seguito i mass media danno notizie in continuazione sul fatto, in modo che sembri che gli aerei cadano tutti assieme ed in continuazione: se un mezzo non è sicuro deve essere per forza reale. E questa è la simulazione.

La simulazione è il processo per cui la gente comune viene plagiata. È una sorta di finzione totale completamente aderente alla realtà e che si batte per sostituirla. L’ultimo plagio che è stato soggetto dei miei studi è il libro “Smettere di fumare”. Venduto in ogni libreria, nelle edicole, nelle stazioni, questo libro apparentemente dà alcune indicazioni su come terminare la dipendenza dalle sigarette. Il suo scopo è però un altro.

[Nanni]

Quando Barbara era venuta a star da me ero partito con una convinzione che pensandoci adesso era una convinzione un po’ ingenua, che può aver dentro chi non ha ben presente come funzionano le cose, cosa aspettarsi di concreto da una situazione del genere. Solo, sono convinto che lei già lo sapeva non ha voluto dirmi niente per non farmi un torto. Poteva anche farmelo, questo torto.

L’amore, poi, per me, non so se c’è, pensavo. A me sembra che la mole di complicazioni che si accumula su questo atteggiamento assurdo sia nettamente sproporzionata rispetto al guadagno che si ottiene, l’amore ci rimane schiacciato sotto. Queste complicazioni a me fan venire in mente il rugby, in cui ci sono delle forze in attrito nel campo che sembra che da un momento all’altro scoppia tutto e poi le regole non capisci niente.
Oppure l’amore, se uno ci tiene proprio a sapere come funziona, bisogna che si chieda a qualche matematico, perché mi pare anche che sia difficilmente afferrabile come tema, non mi sembra che ci siano dei casi limite dentro i quali si può dire Questo è amore, e fuori dai quali dici No, questo non è amore. Per esempio, una volta il mio collega Simoni, mi ha raccontato che era al ristorante nel tavolo vicino a lui c’era una coppia, un uomo e una donna, sembravano intimi, molto affiatati. Simoni continuava a guardare lei, che era fotogenica. Poi la donna si era alzata per andare in bagno, e Simoni il lussurioso aveva fatto quello che il maschio fa quando una donna si alza per andare in bagno le guarda il culo. E il suo compagno apparentemente si accorgeva, lo stava a guardare ma non diceva nulla. Strano, pensava Simoni, strano. Poi la donna in questione usciva dal bagno con camminata suadente, Simoni era appostato lì che la guardava di nuovo. Il compagno supervisionava, non si scaldava, lei si risiedeva al tavolo, parlottavano. Poi a Simoni gli portavano da mangiare, si sfregava le mani nel gesto tipico dell’avido, l’ avido. Mangiava a quattro palmenti, si sporcava anche un po’ di sugo la cravatta e si dimenticava della donna. Poi, dopo, quando aveva finito di ingozzarsi come un maiale, pagava e usciva dal ristorante, dove lo aspettava l’uomo che stava seduto al tavolo con la donna, che gli metteva una mano sulla spalla, Simoni si spaventava anche un po’ perché pensava ad un manrovescio, invece l’uomo con fare amichevole gli proponeva duecento euro per una notte con la compagna. Simoni, che è un filosofo etico, gli rispondeva dopo un attimo di esitazione È troppo, cazzo. Ecco, pensavo, l’amore, poi, per me, non so se c’è, ha tutta l’aria che non c’è, sembra il marketing.

La prima volta che l’ho incontrato, Simoni, ero dai Traslochi, una mattina che faceva freddo. Avevano cambiato i turni, me l’ero trovato fra i piedi che faceva il capetto. Mi han detto che scrivi, mi fa. Sì, gli ho risposto. Scrivo pure io, m’ha detto. Bene, gli ho risposto. Poi sono andato a impilare degli scatoloni vuoti, lo tenevo d’occhio, guardavo come si muoveva. Sembrava che anche lui mi teneva d’occhio, mi faceva dei sorrisi che si vedeva da un chilometro che eran finti, ho pensato che era un emissario dei Dietrology mandato per controllarmi. Poi, prima di staccare mi dice Stasera faccio una lettura al circolo Arci di vicolo del Broglio, se vuoi venire vieni. Va bene, gli rispondevo. Intanto pensavo Cagone. Lo guardavo che si metteva il cappotto, prendeva la sua borsa in pelle, uscivano lui, il suo ego e l’unto che aveva sulla fronte, a braccetto. Cagone. C’era qualcosa che mi puzzava.

Poi sono andato, alla sua lettura, in incognito. Lui stava in piedi in mezzo alla stanza, coi suoi ricci scomposti, che in realtà ha quattro capelli, il suo faccione ben rasato ma unto sulla fronte, la camicia, la giacca, sorridente. Aveva il suo libro aperto in mano, gesticolava. E leggeva Dovevo inoltrare questo messaggio a tutte le persone di Bologna che figuravano nella mia rubrica. Ci tengo però a precisare che questo non è un favore disinteressato che faccio a un amico, bensì un gesto di generosità che faccio a voi, miei cari, i cui cuori sono oppressi da tonnellate di avido cemento, armato o no.
Io ero scandalizzato, avevo già voglia di uscire dall’anonimato e palesarmi come un essere urlante e sbraitante. Invece niente.
Fatti non foste a viver come bruti! continuava, Questo è l’ultimo avamposto degli insoddisfatti sobriamente pretenziosi!
Poi volevo iniziare a slacciarmi le scarpe per lanciargliele in faccia. Invece niente.
Non le colonne d’Ercole attendono il vostro passaggio, non Ulisse scorteravvi incauto e coraggioso verso l’infinito viaggio dell’uomo. È dunque fonte di grande virtù per la mente allenata imparare, poco a poco, prima di passare attraverso le cose visibili e transitorie, così che in seguito sia in grado di abbandonarle dentro di sé!
Adesso qualcuno si alzerà e gli spaccherà la faccia, pensavo nel mio travestimento che quasi saltava. Poi effettivamente si alzava una donna e pensavo Ci siamo, invece niente anche lì, questa donna diceva che lo conosceva lei, Simoni, che scrive delle poesie bellissime, su dei fazzolettini di carta, che poi è talmente modesto che non le fa mai leggere a nessuno, il modesto, bisogna sottrarglieli con l’inganno, i fazzolettini, da casa sua.
Saranno pure usati i fazzoletti di carta, sicuro, pensavo io nel frattempo.
Tutti applaudivano, neanche uno sbadiglio, o un piccolo gesto di turbamento o di noia. Niente. Poi notavo in un angolo un incenso acceso e allora capivo. Era tutto fin troppo chiaro. Mi coprivo, il naso, la bocca, con il bavero del cappotto. Il professor Fingozzi dice che i complottatori bruciano delle droghe allucinogene per asservirti al loro volere, è scritto al capitolo 2. I loro tentacoli erano dunque arrivati anche lì.

[Palmiro Fingozzi]

Capitolo 2

Il decondizionamento dal fumo porta l’ignaro compratore a conoscere la catena del fumatore: una persona dà una sigaretta perché ha coscienza che quando ne sentirà bisogno, qualcun altro gliela restituirà. È una specie di complicità segreta tra fumatori. Il libro spinge a diventare l’anello mancante della catena, a calarsi nel ruolo di sabotatori.

Basta guardarsi attorno nelle città, per scoprire la genuinità di questa teoria. I sabotatori girano per le strade fermando i passanti e chiedendo loro una sigaretta. Ma se si potesse vedere oltre l’angolo dietro cui svoltano, si potrebbe notare che non la fumano, bensì se la mettono nel tascapane.

Fare il sabotatore è un mestiere che richiede una particolare concentrazione, per via del fatto che nelle città c’è una concorrenza spietata nella richiesta di sigarette. Bisogna avere un aspetto rassicurante per passare davanti a tutti i malintenzionati con le facce lombrosiane che vogliono fumare gratis. Si devono raccontare delle storie accattivanti che facciano sentire il fumatore medio solidale con la situazione del richiedente, per esempio che tua moglie ti ha lavato le sigarette assieme alla giacca, bisogna avere una pazienza.

I sabotatori si troveranno ben presto completamente risucchiati nel cercare di inventare queste sceneggiate. Tutto questo spreco di inventiva, come vedremo successivamente, ha il solo scopo di eliminare dall’universo quantità di energie negative considerevoli, per riportare in parità la bilancia cosmica e portare le scelte comuni in una specifica direzione.

In seguito arriva la bolletta del telefono che spinge tutti i plagiati che ho avuto modo di intervistare a farsi venire dei dubbi ipocondriaci sul numero di telefonate eseguite e di cui non hanno memoria. Hanno chiamato il padre, i fratelli, gli amici anche quelli più lontani, per consigliare loro un libro che li faccia smettere di fumare. Tutti, credendo nella buona fede del soggetto in questione, correranno a comprare il libro. A quel punto sarà troppo tardi.

La diffusione capillare del manuale è inarrestabile ed esponenziale. La confusione in cui cadono i plagiati aumenta la probabilità di essere colpiti dalle onde emesse dai dispositivi neuroelettronici controllati dai dietrologisti. In questo modo e grazie all’impiego massiccio di droghe allucinogene durante le loro adunate mascherate da incontri di yoga, la personalità viene plasmata, la coscienza soppiantata. Si diventa burattini nelle mani di una potenza spietata. […]

[Nanni]

Al negozio di animali m’è venuto uno scetticismo che mi si è imbalsamato sulla faccia, non andava più via. Cosa hai? mi chiede mio fratello Giacomo, Hai le lune? Tutti i cani abbaiavano, i gatti miagolavano, i serpenti sibilavano, nel negozio il venditore fumava una sigaretta dietro al bancone e sfogliava un giornale. Mi guardo attorno e l’unica cosa che vedo sono vetrine di animali sporche come quelle che ci sono alle poste dietro le spalle di quelli seduti che aspettano il loro turno, con l’unto delle loro teste incrostato sulla vetrina. Poi in un angolo ho visto l’unico animale che non faceva rumore, non stava neanche in una gabbia, sembrava non gliene fregava niente della situazione, ho detto a mio fratello: Voglio quello.

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131 Risposte to ““Qualcuno era un po’ grasso”, di Mattia Filippini”

  1. LAMERIKANO Says:

    ha un senso

  2. lorella Says:

    Gentile Signor Mozzi, frequentando questo blog ho capito che :

    Io non sono una scrittrice, e probabilmente neanche una lettrice, però prima di arrendermi all’evidenza, farò un giro in cerca di blog dove si respira un’aria meno angosciante.Mi perdoni se Le sembrerò scortese, ma provo la stessa noia da EEG piatto di quando mi aggiro nella sezione autori italiani delle librerie, dove mi trovo circondata da povere storie di provincia, piene di sfigati, aspiranti suicidi, disoccupati cocainomani, che vagano per pianure padane nebbiose o piovose. Ottimi per tenere “la gente” lontana dalle librerie. Grazie dell’ospitalità Lorella

  3. vibrisse Says:

    A proposito del concetto di “gente”, vedi qui (in particolare dal punto 4 in poi). gm

  4. Starra Says:

    non credo e non mi pare che sia una chiusura di “provinciale autolesionismo” a tenere i lettori lontani dalle librerie. Non credo e non mi pare, del resto, che si stia “lontani dalle librerie”. Se mai è una incontrollabile euforia formale (camp), perfettamente inserita nel circuito della leggibilità “nazionale”, a tenere i buoni libri lontani dalle librerie. E da lettori che preferiscono esperienze confermative e palliative.
    Che ne pensate?

    più tardi leggerò il racconto… il commento era a margine, astratto.

  5. Starra Says:

    leggi “vittimismo” e sinonimi per “autolesionismo”

  6. lorella Says:

    Caro Giulio, ti darò del tu come tu fai confidenzialmente con me.
    Punto uno Io pago il “canone rai”. Perchè non pagarlo è una scelta “tafaziana”
    Punto due non esiste il canone rai, se tu l’avessi pagato avresti visto che i pagamenti sono gestiti dall’agenzia delle entrate,quindi è una tassa di possesso che copre tutti gli apparecchi televisivi posseduti dalla stessa persona. tali importi vengono ridistribuiti come contributo per la comunicazione, anche a sostegno dell’editoria, e probabilmente anche nel tuo stipendio c’è una piccolissima parte dell’abbonamento che annualmente e lealmente io pago.
    Punto tre tu non mi conosci e non puoi sapere che io faccio parte di quella gente che crede sia un diritto guardare Annozero, Ballarò ecc., ma soprattutto credo che sia un DOVERE della rai dare informazione, con trasmissioni che rappresentano il maggior numero di punti di vista “della gente”.
    Punto quattro la gente che ritengo stia lontana dalle librerie è proprio quella “gente”, che applaude la Santanchè e legge Feltri, e poi va a votare, per questo crede sarebbe più utile una strategia o linea editoriale che cercasse di far capire “alla gente” che la democrazia è uno stile.. di vita. Lorella

  7. vibrisse Says:

    Lorella, del canone Rai – qui, ora – non m’importa nulla. M’importa far notare che l’espressione “la gente” andrebbe usata con un po’ di cautela. Nient’altro. gm

  8. lorella Says:

    Quello che intendo e che forse purtroppo non riesco a spegare, perchè come ho già detto non sono una scrittrice, è che ritengo che l’editore, abbia lasciato spengere quella scintilla che dovrebbe accompagnare le sue scelte, che invece sono solo fonte di calcolo, voci senz’anima per ripianare i bilanci una volta nel “dare” e l’anno successivo nell'”avere”. Che impoerta se 70% dei libri resta invenduto e va al macero? Nessun problema basta accordarsi con chi si occupa della raccolta e del riciclo dell’invenduto. Come nel gioco delle tre carte. Ma se stiamo giocando ditelo, così mi diverto anch’io. Lorella

  9. vibrisse Says:

    E questo, che c’entra col romanzo di Mattia Filippini? gm

  10. Starra Says:

    Certo che stiamo giocando, ahimè. Ho risposto fuori tono, prima. Se il discorso era questo sono amaramente d’accordo. Ma la parte di colpa degli editori (che decidono a livello macroscopico cosa arriva in libreria) in fondo è minima… è un circolo vizioso (l’editore ascolta cosa vuole la gente – rieccola! – ; la gente vuole cosa dà l’editore – in termini di maggioranza numerica dico). E, a mio modesto parere, solo una rinascenza della critica letteraria (se fuoriesca finalmente dallo specialismo accademico o dall’inverificabile soggettivismo) può spezzare.

  11. Starra Says:

    spezzare, dovevo dire, questo cerchio degradante

  12. lorella Says:

    Giulio,
    c’entra. Perchè la maggior parte “degli abitanti del pianeta terra”,( spero che la difinizione sia meno azzardata del termine gente)a mio modesto parere ,sembra non rendersi conto di vivere in un non – luogo, un Truman show, un matrix, dove la gente (tutta) recita incosapevolmente una parte che gli è stata assegnata da altri, come un ladro che getta un osso ai cani da guardia per distrarli, e mentre loro si azzuffano lui ruba.

  13. holits Says:

    dopo Cornia e Nori e quegli altri là della via Emila, e dopo tutti quegli altri che sono venuti dopo a imitare Cornia e Nori e quegli altri là della via Emila, ecco, ancora un altro che viene dopo a imitare tutti quegli altri che sono venuti dopo a imitare Cornia e Nori e quegli altri là della via Emila, ecco, per dirla alla maniera loro, stufa un po’.

  14. veronica Says:

    letto quasi del tutto. direi alla signorina lorella che la letteratura deve molto alla provincia. senza la provincia, quel tedio di sfigati e di distese nebbiose, dove acclamano “sfigati, disoccupati, aspiranti suicida”, non avremmo avuto le conclusioni rivoluzionarie, pacate e sul bastione di guerra, dei grandi generali. una rivoluzione elegante, antiborghese, penso a Fenoglio, Moravia, Pratolini. Penso che la sigorina lorella dovrebbe sedersi sotto gli ippocastani e ascoltare l’uggia di un silenzio che pasteggia i pensieri, lo faceva Fenoglio. va là che enfasi. tutto qui. Buzzati sapeva di provincia pure raccontando di una Milano pigra, con i suoi falansteri, il suo grigiore stantio, le sue balìlla, nuovi e vecchi inferni. Pagine di letteratura. Dovrei rivedere il senso, cioé chiederei signorina lorella, di cosa dovremmo parlae quando parliamo di letteratura. mi piace proprio Mattia Filippini.

  15. lorella Says:

    Chiedo scusa ai frequentatori di questo blog.Mi ero illusa che internet potesse connettere la gente e la non-gente.L’autore del romanzo è bravissimo niente da dire, ma l’odore tristezza nostrana per me rimane, e sembra che sia l’unico modo accettabile per esporre concetti a volte anche scomodi, volevo solo dire che credo non sia l’unico. gentile signora Valeria, non sono in grado intellettualmente di dare indicazioni di sorta. Ma ho l’impressione di aver lisciato”contro pelo” il divano di velluto di un salotto snob. Lorella

  16. lagentestamale Says:

    Non entro nella discussione, tematiche come “la gente (tutta) recita incosapevolmente una parte che gli è stata assegnata da altri” e roba simile, mi sembrano categorie stantie di interpretazione e costruzione del reale, quindi non mi interessano.

    Rispetto al testo, mi è piaciuto. L’ho trovato molto scorrevole e sono arrivato alla fine senza accorgermene. Alcune riflessioni sono davvero azzeccatissime e interessanti (al momento il mio personaggio preferito è palmiro, in assoluto), come la parte sugli aerei spiegata con la falsificazione di Popper. Comunque, mi piacciono il metodo e l’idea: costruire una rete di riflessioni pareggiando i “livelli di cultura”.
    Il tutto, partendo dal presupposto che, personalmente, non sono un grande amante, per esempio, di Nori. Qui mi pare ci sia qualcosa in più. Più profondità di analisi.
    Il solo dubbio che mi rimane è: è possibile parlare del quotidiano, per esempio, senza fare accenno – che so?- a facebook o ai social network? Tipo, al posto del solitario?
    Però, in realtà, queste sono solo le prime pagine. Aspetto di leggere il seguito.

    A.

    A.

  17. Starra Says:

    Molto bello davvero il pezzo del solitario elettronico. Complimenti.

  18. andrea barbieri Says:

    Lorella ciao.
    Anche se non condivido il tuo giudizio, è assolutamente legittimo che a te il testo pubblicato non piaccia perché lo trovi noioso, eccetera.
    Però c’è una considerazione molto concreta che tu potresti fare e secondo me non hai fatto. Questo spazio della ‘gettoniera’ serve a fare quello che facevano una volta – fino a 4-5 anni fa – le riviste di letteratura che andavano avati su base volontaristica, tipo Maltesenarrazioni o Fernandel insieme ad altre. Era su quelle riviste che si faceva pazientemente scouting, che si costruivano piccole comunità di lettori-scrittori. Poi è arrivato un terremoto nel mercato dell’editoria, le riviste hanno chiuso perché non era più possibile arrivare alla distribuzione in libreria.
    E’ stato un grande impoverimento, e a me pare che nessuno, fino a questa ‘gettoniera’, si sia posto il problema di ricostituire comunita di lettori-scrittori in cui coltivare forme di scrittura. Ora abbiamo questo luogo che funziona sempre su base volontaristica col lavoro di Mozzi.
    Ecco, magari tu non scrivi, io nemmeno, però questo spazio è una cosa buona, civile. Quindi un po’ di gratitudine non guasta.

  19. andrea barbieri Says:

    Preciso una cosa. le riviste come Maltesenarrazioni e Fernandel (di cui sopravvive sul web l’iniziativa ‘trentarighe’ curata eroicamente da Michele Governatori), ‘Tina (che credo sopravviva in forma più che fioca), FaM (credo abbia chiuso), Il semplice (chiuso da secoli), facevano un lavoro soprattutto su racconti. Erano, al contrario dello scouting che realizza un editore, delle ‘palestre’, e sono state ottime palestre perché hanno tirato su gli autori pubblicati oggi.

  20. lorella Says:

    Signor Andrea, e questa strage che Lei descrive, non Le dice niente?

  21. veronica Says:

    e poi, la provincia è stata il neorealismo. giusto per dire.

  22. vibrisse Says:

    Invito a intervenire, se possibile, sul testo di Mattia Filippini. gm

  23. Morgana Says:

    Questo inizio di romanzo mi piace moltissimo! Leggerei tutto il romanzo.

  24. Antonio Says:

    Mi intrometto nella discussione, neanche tanto in punta di piedi, per dire che ho creduto di capire gli interventi di Lorella, fin quando mi è parso di intravedervi una sorta di “disgusto” per il genere di testi finora scelti per la Gettoniera e, più in generale, per quello che si trova in giro nelle librerie, negli scaffali degli italiani. Nel senso che magari, per dirla brutalmente, non gliela si fa proprio più, mentre si legge un libro, a doversi sentire come sul lettino dell’analista o, appunto, in casa con una gamba spaccata, col naso schiacciato contro i vetri umidi della finestra, o in giro persi nella fosca bruma, come il fantasma di quel soldato che neanche aveva capito di essere morto. Questa sulla “strage” delle palestre cosiddette, invece, proprio non la capisco. O, meglio, la capisco e non la condivido. Perché è in posti come quelli che germogliano le idee, così come in ogni altro posto dove si possa avere la benedetta fortuna di essere contraddetti. Tanto premesso, Mattia Filippini non mi è dispiaciuto. Per questo adesso mi stampo il pdf e me lo rileggo a casa, dopo la merenda ai bambini.

  25. vibrisse Says:

    Magari, sul “genere di testi” scelti per la Gettoniera, potremmo discutere quando ne saranno stati pubblicati più di due. gm

  26. mauro mirci Says:

    Mettiamola così: la prosa fila, ma se fossi in libreria sfoglierei ancora un po’ a metà libro e un po’ alla fine per capire dove vuole andare a parare la storia e, soprattutto, se la storia c’è (sono all’antica: senza trama non mi piace).

  27. mattiafilippini Says:

    Grazie a tutti, sia che l’incipit sia piaciuto, sia che non sia piaciuto. Il piacere di vedere un testo alle prese con il giudizio delle persone è un’ottima prova. Dire che imito Nori e Cornia è in parte vero, sono i miei maestri, così come (e più) Cavazzoni e Benati. Ma penso che bisogna andare oltre a questo, spero che si veda che dietro c’è uno studio, un po’ di gavetta, come si dice, e tanta lettura. Credo che Giulio Mozzi abbia messo il mio incipit per questo motivo.
    @ Mauro: la storia c’è.

  28. enricomazzardi Says:

    Premetto che conosco bene l’autore, M. Filippini.

    Questo il mio pensiero: Nori o non Nori, Cornia o non Cornia, la voce del buon Filippini è comunque distinguibile, le tematiche trattate pure.
    Siamo proprio in cerca di parentele come al solito?
    Perchè non parlare piuttosto di declinazione?
    Giusto per essere precisi, e meno ritriti per una volta tanto.

    Detto questo: fosse un libro lo prenderei, almeno in prestito.

  29. andrea barbieri Says:

    E’ vero che Mattia Filippini racconta dal punto di vista di quelli del Semplice, ma, mi sembra, lo fa sentendolo davvero importante, senza per forza volerli imitare. Infatti quello che ha scritto – a parte che è scritto molto bene – ha una sua bellezza, è un mondo interessante quello dei suoi personaggi e anche divertente, come la faccenda del teletrasporto o di Dietrology. Insomma il suo testo per me è buono.

    Se dovessi pensare a un libro, aspetterei, perché Filippini è bravo ma – secondo me – occorre ancora un po’ affinché trovi un punto di vista narrativo suo, cioè che nessun altro potrebbe avere al posto suo.

  30. matteo ciucci Says:

    Una copia perfetta di Nori, molto piacevole, stile Nori perfetto.

    Alcune citazioni: “Mi è tornata in mente una cosa simile che aveva scritto Daniil Charms, mi capita spesso, di fare dei pensieri di plagio. Scriveva Charms, che…” -> “penso che Charms sia uno degli autori che mi ha influenzato di più…” (P. Nori, Pubblici Discorsi).

    oppure il tema del teletrasporto:

    “La realtà dei fatti è che il teletrasporto è stato inventato, ma non vogliono che si sappia” -> ne: “I Malcontenti” di Nori, uno dei protagonisti, Giovanni, è proprio un appassionato di teletrasporto.

    Insomma, dato che “l’imitazione non è una limitazione” 😉 complimenti a Mattìa. Sulla trama, ho la curiosità di chi vorrebbe leggere oltre e i dubbi di Mauro e Andrea.

    Ciao,

  31. mattiafilippini Says:

    @ matteo ciucci: grazie. La citazione da Charms è corretta, anche se è tratta da “Disastri”. Ma la seconda sul teletrasporto non lo è; considera che tutto questo (soprattutto le parti manualistiche del prof Fingozzi) è stato scritto più di un anno fa, molto prima dei Malcontenti. Il teletrasporto sta a cuore anche a me. Ti ringrazio ancora.

  32. Lea Says:

    Nonostante si possa intuire lo sforzo di una scrittura che copre tante pagine come suppongo essere questa, non ho trovato particolare interesse nella lettura di questo inizio di storia. La facile confidenza cercata con il lettore, come qui ho percepito, non mi comunica una maggiore verità o sincerità, al contrario mi infastidisce come fa chi cerca un’attenzione a buon mercato. Purtroppo anche il dipanarsi degli eventi non mi avvice.

  33. Alberto De Poli Says:

    io adoro la provincia e tutte le sue sfumature fatte di individui e quindi non posso che adorare una scrittura piacevole come questa. Bravo Mattia, stai pur sicuro che davanti allo scaffale passa anche gente come me, felice di leggere sorridendo. Son curioso di leggere il proseguo e non vedo l’ora di scoprire il tuo prossimo personaggio femminile…scommetto si chiamerà Lorella.
    adesso vado a pesarmi, sono pieno di pensieri.

  34. paolazan Says:

    BUUHHHUUUAAAHHHH …allora sono finita in partenza! mi vedevo già come una novella uga cornietta (di lui il maestro non scordo la storia dei tortellini e dei quadretti in brodo..), così come in passato mi sono sentita (e ho pubblicato su base locale praticamente puntiforme) una vera domenica starnona! non me ne va una dritta! grazie grazie lo stesso per l’intrattenimento vivace e vivido, Pa

  35. mauro mirci Says:

    @ Matteo: no, non ho dubbi sul testo, per il semplice motivo che è un inizio di romanzo che mi sembra parta bene, ma del quale non conosco lo sviluppo. E’ un po’ poco per avere dei dubbi. Dico solo (a Giulio Mozzi, che ha pubblicato) che per farsi un’idea di un testo bisognerebbe leggerne di più, anche solo assaggi. Leggere solo l’incipit può bastare, al massimo, solo per stuzzicare la curiosità. Che ne so: prendete Clive Cussler. Scrive incipit straordinari, ma alla lunga viene fuori Clive Cussler (bello? brutto? fate voi; per me è insopportabile). Oppure prendete l’incipit de “Il pendolo di Foucault”. Insopportabile, pesantissimo, ma poi viene fuori un romanzo, a mio parere straordinario.
    E questo è quanto.

  36. thechick Says:

    a me della Gettoniera piacciono i commenti sopra ogni altra cosa… certo andrebbero sistemati un pò, fatto qualche taglio qui e lì, ma ne verrebbe fuori un libro straordinario….

    anche perché si vede l’impegno: è tutto un fiorire di citazioni (anch’io ci sono cascato), di prosa ricercata…. il mio autore preferito finora è fiorella.

    Mattia Filippini lo metto nella top 5

  37. Livio Romano Says:

    Io leggevo questo incipit e pensavo “‘sto ragazzo sarà emiliano”. Poi: “Sto ragazzo è uno SCRITTORE emiliano”. Poi: “Sto ragazzo è uno SCRITTORE EMILIANO STRALUNATO”, un “narratore delle pianure”, un conta storie (conta con la “o”) da bettola come Cavazzoni o Celati o Tondelli. Di cui Nori è solo l’ultimo discendente, insieme, chessò, a Giuseppe Caliceti. Ok. Apro Google, scrivo Mattia Filippini, e vi leggo: “Ha 24 anni e vive a Bologna. Studioso e ammiratore degli scrittori emiliani, collabora con diverse riviste sulle quali ha pubblicato racconti (La luna di traverso, Lunarionuovo…)”. Lune. Il lunario del paradiso. La voce della luna. Appunto. Mi pìace! Mi piace molto! Sarò il primo a comprare questo libro. Davvero bravo. Mattia, sentiti ABBRACCIATO da un terrone emiliano.

  38. giovanni caputo Says:

    La scrittura di Filippini è stitica. Costipata da temi già letti il secolo scorso, ruminati e riproposti sotto forma di scrittura creativa.

  39. marcello Says:

    [Se questo intervento vi pare confuso, leggete la “risistemazione” che lo stesso Marcello ne fa subito sotto. giulio mozzi]

    Ioa te, visto che qui è riportato solo un incipit del tuo romanzo e non posso sapere se questo svilupperà un intreccio avvincente o no. Tuttavia, ti confesso, ora come ora faticherei a trovare la voglia di continuare oltre nella lettura. Non per demeriti tuoi, sia chiaro, ma più per i gusti miei, quelli di un s non sono la “gente”, sono solo un lettore (e un saltuario”contastorie” privo di talento) non rappresento niente se non me stesso. E dico questo: per favore, voi scrittori o aspiranti tali, datemi una storia, una trama, un intreccio. Non ne posso più di leggere di poeticissime riflessioni interiori, di interminabili flussi di coscienza, di struggenti ricordi di infanzia/adolescenza. C’è un mondo al di là del pianerottolo, ci sono persone che fanno cose terribili, cose magnifiche, persone che tramano, amano, odiano, viaggiano, inventano, distruggono. Fatemi sognare, spaventare, piangere, incazzare. Decrivetemi personaggi formidabili, fate dire loro cose memorabili. Spiazzatemi con toni, temi, colori vivaci, violenti, provocatori, azzardati. Se non ci riuscite, pazienza. Ma non spegnetemi con le mezze tinte della quotidianità più banale e ordinaria, pensando che diventi speciale solo perchè siete voi a scriverne. Perchè ho l’impressione che chi aspira a fare letteratura alta spesso abbia così tanta paura a confrontarsi con tutto ciò che sta oltre il pianerottolo di casa? Detto questo, bravo Mattia, scrivi molto bene. Le riflessioni di cui sopra non sono dirette necessariamente emplice consumatore che va in libreria ogni 15 giorni, nella speranza di trovare qualche onesto contastorie che sappia trascinarlo in un’avventura, un dramma, un mistero, un amore, piuttosto che in un ombelico. Saluti.

  40. marcello Says:

    Ci dev’essere stato qualche errore di trasposizione del mio precedete messaggio. Provo a ricomporlo in maniera leggibile, scusate:
    Io non sono la “gente”, sono solo un lettore (e un saltuario”contastorie” privo di talento) non rappresento niente se non me stesso. E dico questo: per favore, voi scrittori o aspiranti tali, datemi una storia, una trama, un intreccio. Non ne posso più di leggere di poeticissime riflessioni interiori, di interminabili flussi di coscienza, di struggenti ricordi di infanzia/adolescenza. C’è un mondo al di là del pianerottolo, ci sono persone che fanno cose terribili, cose magnifiche, persone che tramano, amano, odiano, viaggiano, inventano, distruggono. Fatemi sognare, spaventare, piangere, incazzare. Decrivetemi personaggi formidabili, fate dire loro cose memorabili. Spiazzatemi con toni, temi, colori vivaci, violenti, provocatori, azzardati. Se non ci riuscite, pazienza. Ma non spegnetemi con le mezze tinte della quotidianità più banale e ordinaria, pensando che diventi speciale solo perchè siete voi a scriverne. Perchè ho l’impressione che chi aspira a fare letteratura alta spesso abbia così tanta paura a confrontarsi con tutto ciò che sta oltre il pianerottolo di casa? Detto questo, bravo Mattia, scrivi molto bene. Le riflessioni di cui sopra non sono dirette necessariamente a te, visto che qui è riportato solo un incipit del tuo romanzo e non posso sapere se questo svilupperà un intreccio avvincente o no. Tuttavia, ti confesso, ora come ora faticherei a trovare la voglia di continuare oltre nella lettura. Non per demeriti tuoi, sia chiaro, ma più per i gusti miei, quelli di un semplice consumatore che va in libreria ogni 15 giorni, nella speranza di trovare qualche onesto contastorie che sappia trascinarlo in un’avventura, un dramma, un mistero, un amore, piuttosto che in un ombelico. Saluti.

  41. Gabriele Says:

    Grigio. Sapore di cenere. Sono le sensazioni che mi ha lasciato la lettura di questo testo ben scritto e un po’ sgrammaticato. Sarà che odio le sigarette, ma proprio non mi ha convinto.
    Mattia, innanzitutto vorrei capire una cosa: perché scrivi con questo stile? Si capisce che sai l’italiano e allora perché insistere con quei “poi, dopo”, quella abbondanza di “che” e con quei congiuntivi che gridano vendetta? Vuoi fare il moderno? Hai 24 anni, più moderno di così che vuoi? Oppure vuoi farti complice del lettore con poco sforzo?
    E questo era il grigio.
    Il sapore di cenere viene dalla storia, dalla solita vita vissuta passivamente e navigata a vista, con lo sguardo perso nel vuoto, senza un obiettivo. Va di moda? Forse, ma che noia!
    Non tutti hanno in famiglia una storia esaltante da raccontare e allora è meglio cercarsela fuori.
    Sono sicuro che puoi scrivere cose (che io giudicherei) buone.
    Spero che perdonerai la franchezza di un tuo futuro ammiratore.

  42. vibrisse Says:

    Mattia Filippini scrive (qui): “…spero che si veda che dietro c’è uno studio, un po’ di gavetta, come si dice, e tanta lettura. Credo che Giulio Mozzi abbia messo il mio incipit per questo motivo”.

    No, il motivo non è questo. Se Mattia vuole farsi i complimenti da solo, è pregato di non metterci in mezzo il mio nome.

    Ho pubblicato questo inizio di romanzo perché mi sembra che, nonostante lo studio, nonostante la gavetta, nonostante la tanta lettura, mi pare che il testo viva di un immaginario suo proprio.

    giulio

  43. vibrisse Says:

    Il post con l’inizio del romanzo “Qualcuno era un po’ grasso” è stato aperto finora 831 volte. Il testo in pdf è stato prelevato 36 volte. Nella giornata di ieri vibrisse è stato visitato 2.266 volte. gm

  44. Alcor Says:

    Io proporrei a Filippini di togliere tutta la “maniera” che gli deriva dai suoi maestri, e vedere che cosa resta, credo che sia semplice e rapido, perché è una maniera in fondo superficiale che si risolve in inserti come questo: “dicon Ti facciam fare un po’ di yoga”, o nel rifiuto del congiuntivo, senza però che nel testo questa oralità simil-dialettale produca qualcosa di nuovo e pensato, dietro a questa maniera c’è una voce, mi pare, dal poco che ho letto qui, che potrebbe essere autonoma.

    Non commento mai i testi poetici o letterari postati nei blog, perché è davvero difficile giudicare da inserti tanto brevi il lavoro di persone che non si conoscono, ma qui l’autore è così giovane e la vernice ammirativa così palesemente aggiunta che vorrei spingerlo a osare e lasciarsi alle spalle il suo brodo di cultura. Si sentirà magari un po’ solo e isolato, sulle prime, ma se è uno scrittore, non vedo altra strada.

  45. il pavone Says:

    tolta la maniera, tolto lo studio “a me mi” viene in mente un famosissimo incipit: “Sei già stato qui. Sì che ci sei stato. Sicuro. Io non dimentico mai una faccia.”

  46. andrea barbieri Says:

    @ Alcor
    “la vernice ammirativa” sarebbe l’imitazione di Cornia, Cavazzoni, Nori ecc.?

    Ma a me non sembra ‘imitazione’, mi sembra che lui si sia detto: il punto di vista di Cornia, Cavazzoni, Nori ecc. è buono per vedere il mondo. Quindi si sia calato in quello sguardo con la sua personalità, producendo un suo mondo, suoi personaggi. Non è una ‘vernice’, è il suo mondo poetico.
    Certo Cornia, Cavazzoni, Nori ecc. si sentono ancora. Ma Filippini è bravo c’è una qualità della scrittura e del lavoro che ci fa sopra: certamente troverà una voce che può essere soltanto sua. Posso dire che il primo libro di Nori giace impubblicato in un forziere fernandelliano, e per il primo libro di Cornia sono serviti anni e riscritture. Ma non era questione di ‘vernice’, era questione di portare a maturazione il loro mondo poetico, trovare la forma, la voce definitiva per esprimerlo.

  47. Antonio Says:

    Concordo con l’idea di fare della Gettoniera, con i testi scelti da GM e i commenti dei lettori, un libro, che riuscirebbe di estremo interesse. E permettetemi di segnalare l’intervento odierno di Marcello, estremamente efficace e ben scritto: la metafora dell’ombelico (che non mi sembra una citazione) è proprio notevole.

  48. thechick Says:

    se si fa il libro, vorrei esserne co-curatore. in fin dei cnti l’idea è stata mia

  49. vibrisse Says:

    Esiste un progetto della Gettoniera, databile al 30 aprile 2008 (poiché quel giorno alle 11.21 lo spedii come allegato a un’email), nel quale già si accenna alla possibilità di farne poi un libro. gm

  50. Antonio Says:

    Per GM:

    credo proprio che il libro si dovrebbe fare, perché da ogni testo selezionato per la Gettoniera si avviano cento altre storie, cammini, rivoli di idee.

  51. vibrisse Says:

    Io ci andrei cauto. Ho pubblicato finora solo due pezzi. Lasciamo tempo al tempo. gm

  52. Alcor Says:

    @ barbieri

    no, con “vernice ammirativa” non intendevo imitazione, anzi, la parola “imitazione” non mi è neppure venuta in mente, intendevo proprio vernice, che è una cosa di superficie, e ammirativa perché gli deriva, mi pare dall’ammirazione che prova per quelli che considera i suoi maestri.

    Quanto al “punto di vista”, io penso che ognuno debba avere il proprio, perché leggerlo, altrimenti? Tra Petrarca e i petrarchisti, tra Marino e i marinisti, tra Gadda e i suoi nipotini, tra Bernhard e i suoi devoti c’è differenza, giusto? tanto che dei capostipiti ricordiamo il nome, mentre degli “isti” sappiamo che sono tanti.
    Personalmente preferisco una piccola voce autentica e autonoma a una (necessariamente piccola) voce epigonale.

  53. thechick Says:

    e così scopriamo che la gettoniera è stata creata (anche) per ricavarci un libro….

    mi sa comunque che la data su un’email non è buona per datare un’idea… al contrario della data su una pagina web….

  54. danielemuriano Says:

    Che bell’impasto di suoni, di ritmi e di invenzioni. La pretesa (tenue) di immedesimazione da parte di chi legge pare funzionare, soprattutto quando si convogliano attenzioni e proiezioni in una situazione (vedi: il solitario) che in poche righe si scioglie nell’universale.
    Non mi pare che l’autore ricicli stilemi, o meglio non mi pare che le somiglianze imputategli (e amputategli, da qualcuno) siano così distintive e distinguibili e non piuttosto una serie di precetti e varianze largamente condivisi da decenni.
    Credo che Mattia Filippini abbia quel talento del ‘saper dire il vero’ che non molti scrittori hanno e che di là dallo stile e dalla voce di volta in volta adottata lo porterà lontano. (Chi parla della necessità di uno scrittore del possedere ‘una’ voce è rimasto forse un po’ indietro.)
    Buone invenzioni e buona fortuna a Mattia.

  55. andrea barbieri Says:

    Alcor, se non è una imitazione, perché non provi a dire in cosa consiste concretamente quella cosa che chiami “vernice ammirativa” così possiamo capirlo tutti?

  56. enpi Says:

    @Andrea Barbieri

    ciao! volevo “risponderti” sul blog che hai linkato qui [stazione di smistamento], per non intasare i commenti.
    ma, non essendo possibile, ti rispondo qui, su questo:

    “Questo spazio della ‘gettoniera’ serve a fare quello che facevano una volta – fino a 4-5 anni fa – le riviste di letteratura che andavano avati su base volontaristica, tipo Maltesenarrazioni o Fernandel insieme ad altre. Era su quelle riviste che si faceva pazientemente scouting, che si costruivano piccole comunità di lettori-scrittori. Poi è arrivato un terremoto nel mercato dell’editoria, le riviste hanno chiuso perché non era più possibile arrivare alla distribuzione in libreria”

    be’, Andrea, per fortuna – in questo momento specifico – non è più vera questa cosa. c’è un grosso fermento, in Rete e non solo.
    evito di fare nomi, ché potrei dimenticarmi qualcuno, ma le riviste – negli ultimi tempi – sono in buona salute.
    so di darti una notizia lieta.

    enrico

  57. melania Says:

    avrei voluto scrivere le cose che ha scritto Marcello ma siccome le ha scritte già lui dico solo che sono d’accordo.

  58. paolazan Says:

    Son tornata a casa dopo una giornata in trasferta, che serve anche a disintossicarsi dal pc, ne ho bisogno, e ho trovato nella posta tutti gli avvisi dei nuovi commenti. Mi sono spaventata. Nel frattempo in treno non avevo resistito e mi ero appuntata su un minuscolo foglio ora tutto baganato dalla pioggia queste parole ormai datate: l’intervento dell’autore mi è parso come una giustificazione e non ha giocato a suo favore, peccato. le ampie letture, la gavetta, i maestri: tanta bella roba ma alla fine quel che interessa è il benessere che trasmette e che procura la lettura, c’è o non c’è ed è soggettivo lo dimostrano i commenti uno bianco uno nero due neri uno bianco. prevale la bocciatura ma i favorevoli sono molto positivamente infervorati, affettuosi e perfino soccorrevoli… forse perché a un certo punto si è scatenato un certo livore. che non porta buono, non nel senso di fortuna. va oltre l’analisi la critica la stroncatura legittime ed è inutile.
    certo che non mi rassegno facilmente: le mie starnonate di quindici anni fa e le mie corniettinate di oggi forse hanno un valore. se sono emiliana non posso cancellare un vissuto, un’atmosfera respirata per anni che lascia tracce indelebili come tutti i mezzi di coltura vissuti e respirati da chiunque. la piemontesità, la napoletanità avranno altri connotati. se c’è una narrativa con prerogative regionali, lasciamo che sia. se emoziona coinvolge stupisce e si diffonde, diventa patrimonio di tutti. l’Italia ha 150 anni ma non li dimostra… ora che la mia casa è un’altra regione magari mi de-emilianizzo un po’, mi europeizzo anche già che ci sono e vediamo se tiro fuori qualcos’altro! grazie ancora per l’occasione di confronto e per l’intrattenimento sensibile e vibrante come vibrisse, Pa

  59. paolazan Says:

    bagnato, non baganato! non è dialetto, è solo un refuso! sorry, pa

  60. Alcor Says:

    no, @barbieri, non “provo a dire”

    l’ho già fatto e mi pare chiaro, inoltre me lo chiedi solo per polemizzare, e del resto mi pare che tu sottovaluti la capacità di comprensione degli altri qui che mi avessero eventualmente letta

  61. vibrisse Says:

    Thechick, scrivi (qui): “E così scopriamo che la gettoniera è stata creata (anche) per ricavarci un libro”. Dove tu abbia trovata questa informazione, io non lo so. Nel documento che citavo qui si accennava alla possibilità di farne un libro; e la si scartava.

    Scrivi poi: “mi sa comunque che la data su un’email non è buona per datare un’idea… al contrario della data su una pagina web…”. C’è la testimonianza di chi l’ha ricevuta, ci sono delle agende con una riunione nella quale si è discusso della cosa, eccetera.

    Suvvia, Thechick: hai avuta un’idea sensata, e l’hai avuta in fretta: e di questo ti si dà atto. gm

  62. vibrisse Says:

    Veramente, Alcor, nemmeno io ho capito che differenza tu intenda porre tra “vernice ammirativa” e “imitazione” (stilistica).

    Poi magari ci spieghi come fai a conoscere le intenzioni (“me lo chiedi solo per polemizzare”) di Andrea Barbieri: sei forse collegata a un microchip ficcato nel suo cervello?

    Suvvia: un buon modo per non bisticciare è non attribuire ad altri l’intenzione di bisticciare.

    gm

  63. vibrisse Says:

    Il post con questo inizio di romanzo di Mattia Filippini è stato aperto finora 1.234 volte. Il testo in pdf è stato prelevato 46 volte. Ieri vibrisse è stato visitato 1.961 volte. gm

  64. Alcor Says:

    @gm

    a- intenzioni di Barbieri

    sono anni che lui e io ci incrociamo in rete, se non ho un microchip, ho una certa esperienza, anche l’esperienza, benché meno avanzata tecnologicamente è uno strumento di conoscenza non disprezzabile.
    poiché cerca materia di polemica con me ogni volta che vede risplendere il mio nick, ho sviluppato una certa sensibilità per i suoi toni quando mi interpella, quel suo “così possiamo capirlo tutti” (tu pensi che lui abbia un microchip nella mente di “tutti”?) è una delle sue modalità pre-combattive

    del resto, mi darai atto che poteva rivolgersi – prima che a me – a questo commento:

    “holits Dice:
    10 maggio 2010 alle 09:57
    dopo Cornia e Nori e quegli altri là della via Emila, e dopo tutti quegli altri che sono venuti dopo a imitare Cornia e Nori e quegli altri là della via Emila, ecco, ancora un altro che viene dopo a imitare tutti quegli altri che sono venuti dopo a imitare Cornia e Nori e quegli altri là della via Emila, ecco, per dirla alla maniera loro, stufa un po’.

    -b vernice versus imitazione

    ditemi che cosa c’è di non chiaro, che sono io a non capire come si possa non capire, sapendo che cos’è l’imitazione

    [tra sé e a parte: – Cara @Alcor, bene hai fatto finora a non commentare mai i testi altrui, flagellati e torna alla vecchia maniera]

  65. Alcor Says:

    PS

    ripensandoci, potrebbe forse aver qualche interesse a capir meglio l’autore, in questo caso mi sentirei in dovere, ma privatamente, perché è un mio errore aver commentato qui e mi sento tenuta a porci rimedio, nel caso

    se davvero vuole, la mia mail è lalucedialcor@katamail.com, se mi dà un cenno, mi ci dedicherò entrando nei dettagli

  66. Luca Tassinari Says:

    La vernice ammirativa sta all’imitazione come l’imitazione sta alla riproduzione in serie: va:i=i:rs, da cui si deduce che la vernice ammirativa è uguale al quadrato dell’imitazione diviso per la riproduzione in serie. Stando la riproduzione in serie al denominatore, è ragionevole inferire che tanto più un oggetto è riconoscibile come riproduzione in serie, tanto più sottile sarà la patina ammirativa che lo ricopre. Viceversa, più un oggetto ne imita un altro, più mani di vernice avrà su di sé.

    Il Don Chisciotte imita l’Orlando Furioso fino a citarlo espressamente fra le sue fonti, quindi non è esente da una certa patina ariostesca, cosa questa che non inficia l’autonomia e la grandezza dell’opera.

    Concordo pertanto con Alcor quando sostiene che il lacerto filippiniano ha su di sé una mano di vernice ammirativa per la banda degli ipercolti emiliani, da Cornia a Nori, da Cavazzoni a Benati, ma non sottoscrivo il suo invito a rimuoverla, poiché il suo stesso essere riconoscibile come consapevole vernice ammirativa immunizza il Filippini dal virus della mera riproduzione seriale.

  67. Maria Adele Cipolla Says:

    vorrei capire se le opere pubblicate in questa sezione sono scelte (al di là dei criteri iniziali) o se vengono inserite in base all’ordine di arrivo.

  68. vibrisse Says:

    Maria Adele: come è spiegato qui, io seleziono i testi. Finora ne sono arrivati più di un centinaio.

    Alcor: non capisco che cosa tu intenda (e la spiegazione di Luca Tassinari non mi soccorre…) per “vernice ammirativa”. Lì per lì pensavo che tu intendessi “imitazione” (stilistica). Ma evidentemente non è così.

    Se cerco via Google “vernice ammirativa”, non trovo nessuna ricorrenza. Si tratta dunque di un’espressione infrequente, o addirittura rara, o magari appositamente inventata da te. Spero pertanto che tu capisca come si possa non capire. Potrebbe essere un’espressione eccellente, ma non mi è chiara.

    Per il resto, lo so che tu sei aliena dal polemizzare. Non ho mai incontrata in rete una persona paciosa quanto te.

    gm

  69. Antonio La Malfa Says:

    Una scrittura piacevole ed ironica, una buona presentazione dei tre personaggi che parlano di sé in modo del tutto naturale non facendo sentire la mancanza della voce narrante, ed inoltre questo inizio mi ha messo la giusta curiosità di leggere il resto della storia.
    Un appunto exta-testo. Mi ha infastidito l’intervento dell’autore. L’autore dovrebbe avere il buon gusto di lasciare libera la propria creatura, il suo testo, senza difenderla o spiegarla, lasciando i lettori sovrani di dire la propria opinione.
    Un caro saluto

  70. Alcor Says:

    @gm

    mi dispiace che l’espressione che ho usato possa risultare oscura, non mi sembra però così fondamentale da fare qui – per spiegarla – un’analisi del testo di Filippini, a meno che, come ho detto, non sia lui a volerne sapere di più. Ho anche detto che mi dispiace aver commentato, se si commenta un testo, ed è per questo che non lo faccio mai, bisogna entrare nei dettagli, non tanto per gli altri commentatori, ma per chi viene commentato, per questo sono a sua disposizione. Perciò, di nuovo, mea culpa.

    Quanto alla mia paciosità, mi pare di notare nel tuo commento una sottile vena di ironia che però si basa su una tua impressione, tra l’altro virtuale. Io polemizzo anche volentieri, una prima volta, in un determinato thread, con uno o più commentatori che non la pensano come me, sempre che mi interessi l’argomento e che offra materia alla discussione, se però nel tempo diventa l’unica modalità, tendo a sottrarmi, mi stufo e ci do un taglio, non mi appiatto per anni dietro l’angolo aspettando che arrivi un determinato commentatore per polemizzare. Sono di natura astenica, benché dialettica.

    In rete – ahimè – è come nella vita, c’è gente con la quale si polemizza ma anche ci si intende, anzi, c’è gente con la quale si polemizza duramente per amore dell’argomento e sulla base della stima reciproca, e c’è gente con la quale si capisce che c’è solo la strada della polemica fine a se stessa, magari per antipatie di virtual-skin, e io sono contraria all’eterno ritorno dell’uguale.

    Perciò lascerei il campo, se sei d’accordo.

  71. lorella Says:

    volete che vi dica due paroline in pubblico o in privato ? vari signori lagentestamale alias alessandro busi (si sono quella che si chiama come la cuccarini e che non riuscivi a far star zitta), antonio sparzani,alberto de poli,transeuropa edizioni, la signora antonella o alcor:
    quando pubblica il libro mattia filippini il 10 giugno’?
    Complimenti signor Mozzi proprio una bella cricca!

  72. lagentestamale Says:

    Grande lorella, era un sacco che qualcuno non mi minacciava con la formula delle due paroline!
    Sì, è innegabile che lei si chiami come la Cuccarini, ma anche come la Zanardo (autrice del bel documentario il corpo delle donne), oltre che come una mia collega, persona squisita.
    Detto questo, credo che dire “io c’ho provato a riportarli a discutere sul testo”, non sia riassumibile con zittire. Penso che l’iniziativa della gettoneria sia interessante per poter leggere autori emergenti (termine che non mi piace, ma non me ne vengono altri), ma anche per poter dare feedback agli autori, positivi o negativi che siano. Al contrario, mi è parso che i suoi commenti fossero senza collegamento con il testo di Mattia. Ora, a lei piace così? Libera di fare. Ritiene che la mia impressione sia sbagliata? Libera di ritenerlo.

    A questo punto, però chiudo e mi scuso per questo mio commento di risposta, in quanto fuori tema rispetto al testo proposto.

    A.

  73. Alberto De Poli Says:

    Va benissimo in pubblico se i miei soci sono d’accordo, vuoi vedere che magari proprio le prossime due paroline andranno ad arricchire il fantomatico libro di recensioni? Non riuscirei a farmene una ragione.
    In quanto al mio giudizio sullo scritto di Mattia è semplicemente sincero, far parte della cricca con transeuropa e gm non sarebbe per niente male, ma purtroppo mi limito a dare giudizi alla gratis con tanto di nome e cognome.

  74. lorella Says:

    vorrei ringraziare e salutare i signori commentatori:

    NON in ordine di apparizione o di importanza.

    1)ANTONIO LA MALFA SI FIRMA ANCHE CLETUS SOCIO ASSOCIAZIONE VIBRISSE LIBRI

    2)ALBERTO DE POLI E AMICO DI MATTIA FILIPPI

    3)ALESSANDRO BUSI MESCHI ALIAS LAGENTESTAMALE ecc..AMICO DI MATTIA FILIPPI

    4)LUCA TASSINARI CONSIGLIERE DIRETTIVO E VICE COMITATO LETTURA LIBRI VIBRISSE

    5)ANDREA BARBIERI SOCIO VIBRISSE LIBRI

    6)MAURO MIRCI ”

    A TUTTI VOI GRAZIE E COMPLIMENTI PER LO SHOW!

    DIMENTICAVO! AUGURI A MATTIA FILIPPI CHE USCIRA’ IN LIBRERIA
    IN UN’ANTOLOGIA BORN To WRITE IL 30 GIUGNO.

  75. Alberto De Poli Says:

    Sono esattamente “amico” da ieri dopo aver letto questo suo scritto, se amico si intende avergli chiesto l’amicizia su fb, ma a quanto pare la nostra showgirl è mal informata, almeno sul sottoscritto, nulla toglie che spero di diventarlo presto un amico di Mattia. è facile scrivere lorella e rimanere nascosta dietro alla nebbia dell’anonimato.

  76. mauro mirci Says:

    @ Lorella, non per polemizzare, ma perché ci tengo (nel mio piccolo ne sono orgoglioso): sono anch’io socio di vibrisselibri. E, giusto per correttezza: Antonio (Toni) La Malfa non è Cletus.

  77. Antonio La Malfa Says:

    In un primo momento avrei voluto commentare tutto questo affermando seccamente che io sono in realtà Stanislao Moulinsky, l’acerrimo nemico di Nick Carter nonché genio di travestimenti, buttandola esclusivamente sulla risata. Che potrebbe andare bene, ma preferisco aggiungere qualcos’altro, pensando che dall’altra parte del monitor c’è una persona a cui la giornata può essere andata storta per tanti motivi.
    Cara Lorella, che ti ho fatto di male? Perché tanto livore?
    Io sono io e Cletus e Cletus, onorabilissima e simpaticissima e competente persona nonché amico, è Cletus. Ho partecipato alla bellissima esperienza di Vibrisselibri leggendo alcuni testi e ho scritto dei commenti a riguardo. Ma. Che cosa c’entra tutto questo con l’incipit del romanzo in questione?
    Ho scritto un commento su questo testo senza lasciarmi influenzare da nessuno. E non conosco l’autore di questo testo.
    Un caro saluto
    Antonio La Malfa

  78. vibrisse Says:

    Ma, Alcor, che cosa intendi con “vernice ammirativa”?

    Lorella, hai scoperto l’acqua calda: ossia che a questa discussione partecipano anche alcune persone che si conoscono da anni. Ti pare una cosa scandalosa? vibrisse esiste dal 2000: è naturale che nel corso di dieci anni tra alcuni frequentatori nascano delle conoscenze o delle amicizie (o anche antipatie). O no?

    Vibrisselibri non c’entra nulla con la Gettoniera, che è un’iniziativa mia personale. I soci di vibrisselibri non ne sapevano nulla – prima che io l’annunciassi qui. I soci di vibrisselibri non partecipano alla scelta dei testi.

    (Cletus e Toni La Malfa non sono la stessa persona. Non abitano nella stessa città. Fanno due mestieri diversi. Uno è alto e l’altro è basso).

    Che alla discussione partecipino anche persone che conoscono Mattia Filippini (io non lo conosco, abbiamo parlato al telefono pochi minuti quando l’ho avvisato che avrei pubblicato questo suo testo; ho scoperto domenica, dopo aver pubblicato questo suo inizio di romanzo, di conoscere una persona che non l’ha mai visto di persona, ma che ha scambiato con lui qualche email), mi pare una cosa naturale. Se tu venissi pubblicata qui, Lorella, troveresti scandaloso che un tuo conoscente intervenisse per dire se ciò che legge gli pare interessante o no? Io non lo troverei scandaloso.

    Apprendo da te che Mattia Filippini sarà pubblicato un una antologia. Io non lo sapevo. Auguri.

    Lagentestamale e altri: Gettoniera, per piacere. Non Gettoneria.

    giulio mozzi

  79. vibrisse Says:

    Il post con l’inizio del romanzo “Qualcuno era un po’ grasso” è stato aperto finora 1.648 volte. Il testo in pdf è stato prelevato 50 volte. Nella giornata di ieri vibrisse è stato visitato 1.917 volte. gm

  80. Maria Adele Cipolla Says:

    Chiunque scrive senza riuscire ad essere pubblicato vive in vari modi la propria frustrazione. L’impulso più frequente è quello di prendersela con le case editrici che ti hanno rifiutato, poi con chi è già riuscito a pubblicare (ma se ha pubblicato quello, perché non io?), poi con le cricche di scrittori, poi con le cricche delle scuole di scrittura, poi con i circoli letterari. In questa gara al rancore può essere coinvolto anche un blog come questo, che offre il proprio lavoro gratuito per promuovere tutti coloro che non hanno ancora avuto accesso alla pubblicazione. Mi riferisco ad alcune critiche fra i commenti di questo post. Lo so, è dura sentirsi ignorati, ma pubblicare è come vincere alla lotteria, può dipendere da molte variabili, fra le quali il saper scrivere e avere delle storie interessanti da raccontare.

    PS: Io non appartengo ad alcuna cricca (anche se come altre centinaia di persone sono amica di Giulio Mozzi su FB)

  81. Alcor Says:

    @ giulio mozzi

    @ gm

    io non ci credo che tu non capisca quello che intendo dire, ma insisti tanto che mi è venuto il dubbio, perciò:
    con “vernice ammirativa” intendo la presenza – nella scrittura di questo pezzo – del tono “emiliano” “orale” “antiintellettuale”, apparentemente ingenuo e svagato che si riscontra spesso anche se in modi diversi negli scrittori che Filippini ammira, e che è addirittura impressionante se si ascoltano parlare Cavazzoni e Nori, che sembrano usciti dalla stessa matrice. Questo tono tuttavia è pennellato qua e là nel testo in modo tanto superficiale che sembra una prima mano di vernice e basta una grattatina con l’unghia per toglierla via.
    Ti faccio un esempio, ma solo della prime due pagine, perché anche pensando che non mi hai capita, mi resta il dubbio e mi sento presa per i fondelli.
    Se nelle prime due pagine togli o correggi [purtroppo qui da te non ho corsivi grassetti colori, evidenziatori, perciò devi cercare i punti] queste poche “spie di emilianità” (si capisce, “spie di emilianità”?):
    1° riga: “che sono”
    poi: “magoni”, “cannonate fortissime”
    “Ci son delle partite …,per via del fatto che” “Ci son delle partite invece che le vinci facilmente” “Poi dopo, la fai”
    se le correggi, nulla poi, rileggendo, ricorda più da dove viene, in tutti i sensi, Filippini.
    Certo una frase come questa invece:
    “dicon Ti facciam fare un po’ di yoga, che fa bene, lo yoga, metton della musica rilassante, accendono degli incensi odorosi, invece ti drogano. Ti fan firmare delle carte, degli assegni, dai l’approvazione a tutto fai per sempre parte di loro nei secoli dei secoli. Son comunque più onesti dei miei conoscenti.” andrebbe corretta un po’ più a fondo, ma anche qui, in un lampo e con poca fatica.
    Tolta questa vernice superficiale, il testo di Filippini perde l’apparente svagatezza, la finta semplicità ecc. che evocano subito nel lettore i suoi maestri (e per quanto mi riguarda con un certo fastidio, perché uno va bene, due anche, ma poi stucca, di recente su Zibaldoni ne ho letto un quarto, o quinto, e ho sperato nella Liguria) e diventa il testo di Filippini.
    Perché ammirativa? Perché la mia impressione è che nasca da giovanile ammirazione per i maestri e non da intima necessità, se nascesse da intima necessità non sarebbe così facile correggerla, prova te a correggere Celati, Cavazzoni o Nori, lì questo tono, pur con le debite differenze, è intrinseco, costitutivo, qui no, qui è un omaggio, mi pare. E probabilmente un omaggio istintivo, adesivo, quasi inconsapevole, ma superficiale, perché la mano di Filippini, tolte queste spie e corrette queste poche frasi, ha un andamento completamente diverso.
    Perché dico che non si tratta di imitazione? perché l’imitazione è un progetto volontario e complesso – non quasi inconsapevole come a me sembra qui – e con qualcosa di fastidiosamente contraffatto e morto, che qui non sento, Filippini non adotta una scrittura non sua, ma la punteggia qua e là con questi omaggi superficiali.

    Ok?

  82. Alcor Says:

    Propongo poi un referendum per cassare definitivamente dai blog letterari la parola “cricca”, lasciamola alla vicenda Anemone.

  83. lorella Says:

    Gentile Signor Mozzi,sono dispiaciuta e contenta allo stesso tempo.
    dispiaciuta perchè ho notato che al mio primo commento, la non gente, con le virgolette, quella che guarda santoro ecc. di cui anch’io faccio parte, che dovrebbe essere più aperta, disponibile al confronto ecc, quella non gente dicevo, si è comportata come la gente.Mi sono incazzata come una pantera,quando io che non avevo offeso nessuno, ero lo zimbello di una conversazione tra alcuni commentatori: che dovevo stare zitta, che se proprio mi scappava, era megio che andassi “a cagare”, piuttosto che commentare su vibrisse,perchè da una che si chiama come la cuccarini non ci si può aspettare nient’altro, con conseguenti risatine da immaturo adolescente. spero comprenderà che leggere ” il tuo prossimo personaggio femminile scommetto si chiamerà Lorella” mi ha, diciamo infastidito.Se Lei gentilmente rileggerà i miei commenti, vedrà che ho espresso solo il mio punto di vista, e mi dispiace notare che nonostante tutti i distinguo tra gente e non gente, le Santanchè e i Feltri sono dovunque.La conseguenza è che me la sono presa con tutti. comunque sono contenta di aver portato un po’ di animazione a questo blog, che state tranquilli da oggi ritornerà al suo tran-tran. Un caro saluto Lorella

  84. Maria Adele Cipolla Says:

    credo che un blog letterario dovrebbe lavorare per l’ampliamento del vocabolario piuttosto che per la cancellazione di alcuni termini. Detto questo, “touche”, destiniamo “cricca” alla vicenda Anemone.

  85. andrea barbieri Says:

    @ Alcor
    Mi hai messo in grado di capire cosa intendi per ‘vernice ammirativa’ e ‘imitazione’.
    Entrambe operativamente sono imitazioni di elementi stilistici, ma la prima, essendo “un progetto volontario e complesso” è strutturale al testo, quindi non può essere levata; la seconda, essendo “un omaggio istintivo, adesivo, quasi inconsapevole, ma superficiale” è per così dire un ‘decoro’, qualcosa che non è davvero congruo al testo e può essere levato senza nulla togliere alla struttura.

    C’è una debolezza nel mescolare a un dato che troviamo esclusivamente nel testo (l’imitazione stilistica strutturale o decorativa) anche un elemento psicologico (la consapevolezza o non dell’imitazione stilistica) cioè un dato che troviamo – attraverso il famoso microcip cerebrale? – nella testa dell’autore. Ma così chiarita può essere un’osservazione utile. Vedi che non avevo cattive intenzioni a chiederti di chiarire.

  86. Alcor Says:

    [la seconda, l’imitazione, è un progetto volontario e complesso, non la prima]

    non ho mai pensato che avessi “cattive intenzioni”, ma le “tue” intenzioni

    sì, c’è una debolezza nel mescolare elementi che si trovano esclusivamente nel testo e l’elemento psicologico, anche perché io Filippini non lo conosco, ma derivo l’elemento “psicologico” che preferirei chiamare qui ambientale o anche culturale, dalla presentazione e dal commento di Filippini stesso, oltre che dal testo, però resta una debolezza anche se non ho scritto un saggio ma un semplice commento per chiarire il termine che avevo usato.

  87. andrea barbieri Says:

    Sì esatto, per sbaglio ho invertito le definizioni.

  88. vibrisse Says:

    Alcor, grazie per la risposta. Adesso ho capito.

    Hai scritto: “io non ci credo che tu non capisca quello che intendo dire”. E perché mai?

    Lorella, non preoccuparti: questo blog è “animato” anche senza di te.

    Peraltro, mi pare che nessuno ti abbia intimato di stare zitta e, soprattutto, nessuno ti ha mandato “a cagare”. Gli scherzi sul nome invece sono assai sgradevoli (e a me sgraditi).

    giulio mozzi, al volo dal Salone del libro di Torino

  89. Alcor Says:

    perché ti faccio più prensile di quanto tu non ti dichiari, ma ovviamente è una mia presunzione, non un dato

  90. Antonella Burlini Says:

    Per favore: non diventiamo come ‘amici-santoro-rai-mediaset-isoledeifamosi-‘ecc.! Luoghi dove si urla. Quella è televisione (di oggi), questo è un blog.
    Ricordatevi che: “Il media E’ il messaggio”.
    Basta urlare, sparlare, usare parole come violenze verbali anche indirette. Vorrei sentir parlare di letteratura, critiche pulite e razionali, non gente che spia google come fosse il buco della serratura.
    Sei su Internet, quindi esisti ecc.
    Pensate sia possibile avere uno stile da biblioteca o da libreria anche in un blog o dobbiamo finire per forza a usare gli stessi formati televisivi?
    Ogni media ha il il suo formato; non credo si debba limitare quello del blog se ci si auto-regola, ci si disciplina, ci si controlla.
    Non mi interessa ricevere tanti commenti su: le lorelle ongiuriate, gli alcor, i nomi e i cognomi detti o nn detti. Io sono qui per la letteratura, per la lingua italiana.
    Chiedo, gentilmente e se sarà possibile, in caso di incipit e brani di romanzi ricevere un’idea del “dopo”.
    Riguardo al pezzo di Mattia Filippin, riconosco la buona scrittura, ma non una delle mie letture preferite.
    Grazie

  91. danielemuriano Says:

    Posto che gli interventi di Alcor sono sempre puntuali e interessanti, anche se spesso (per me) non condivisibili, vorrei dire una cosa, anche se a bassa voce, su questa cosiddetta vernice ammirativa (o imitazione non pedissequa): l’intervento di “editing selvaggio” proposto da Alcor sulla voce di Mattia Filippini, intendo proprio l’applicare quella procedura lì, per linearizzare, potrà anche essere esteticamente efficace, ma è una mutilazione. Alla resa dei conti nessuno sa (microchip a parte) quale sia la Vera Voce di Mattia Filippini. In poche parole la siddetta vernice è un elemento costitutivo della voce di qualunque scrittore, spesso non come placcatura, a rivestire un ipotetico gioiello di autenticità, ma partecipando a tutto l’impasto sonoro, immaginifico, retorico: sia nel momento della formazione dello scrittore (quando è più visibile, e il confronto con il modello è possibile) sia nella adultità (quando si è trasformata in qualche cos’altro, recidendo il legame apparente e visibile con il modello). Ne è quindi l’elemento germinativo, fecondante, contaminante che sposta la percezione dello scrivente in avanti, verso un traguardo che non conosce ma che ha intuito essere un suo obiettivo. Capisco che, per chi non avesse pratica della scrittura, per così dire, nella sua piena concrezione, potrebbe essere di non facile comprensione. Ma gli esempi sono davvero tanti, anche nella nostra letteratura, di evidente germinazione e poi separazione a partire da un modello.
    In sostanza: l’intervento chirurgico per il quale Alcor si vuole prodigare mi pare controproducente non tanto per il testo, quanto per l’autore.
    Ovviamente a mio modo di vedere. (Non faccio nomi di autori a sostegno poiché non desidero spingere questo intervento in un terreno di caccia alle pulci.)

  92. Alcor Says:

    forse dovrei procurarmi un interprete, è evidente che a me pare di essere chiara e non lo sono, mi succede quasi solo in rete, però mi succede e dovrò pensarci su

    @danielemuriano

    non mi viene in mente neppure alla lontana di proporre un editing al testo di Filippini, né selvaggio né delicato, e non propongo interventi chirurgici o di altra natura, non volevo linearizzarlo, bensì dimostrare quello che ho già detto sopra e che non ripeto per non essere noiosa e ridondante, non l’ho neppure sezionato, in verità, per mancanza di tempo, ma se l’avessi fatto sarebbe stato solo per capire com’è costruito ed eventualmente perché, non per cambiarlo, l’invito che ho fatto a Filippini nel mio primo commento non era indirizzato a modificare il testo, ma un invito ad analizzarlo per analizzarsi, tutto qua, perché forse (a mio esclusivo e fallibile parere) neppure Filippini sa ancora bene qual è la vera voce di Filippini, e a venticinque anni sarebbe più che legittimo, naturale, quasi ovvio.

    Poi mi è stato chiesto di spiegarmi e l’ho fatto sula base delle due pagine di testo.
    Adesso che Mozzi e Barbieri dicono di aver capito spero proprio che non si apra un altro fronte:-)

  93. Alcor Says:

    sulla base

  94. cristiano prakash dorigo Says:

    quando leggo Alcor la capisco quasi sempre e sono quasi sempre d’accordo con quanto scrive. quando leggo Giulio Mozzi capisco quasi sempre quello che dice e alcune volte sono d’accordo con lui, altre no ( mi sembra, la sua, una guerra al pressapochismo linguistico). quando leggo Andrea Barbieri capisco quasi sempre, e quasi sempre percepisco un qualcos’altro di poco trasparente ( forse la sensazione è quella di uno che vuol dare una lezioncina volendo sembrare umile). è inutile sottolineare che “sembra” e “percepisco” sono mie interpretazioni.
    Cristiano

  95. ludeangeli Says:

    Alla gente piacciono gli scrittori, mica i libri. (I libri sono sempre e comunque più impegnativi – e: si possono solo leggere)

  96. giovanni caputo Says:

    Per Alcor: “Bisogna pensarci sopra.”
    Benedetto Croce, L’estetica come parenetica dell’etica.

  97. cletus Says:

    Ho finito il toner della stampante e a sera sono cosi stanco che a tratti mi do del lei. Mi riprometto di stampare codesto scritto e di leggerlo debitamente. Con colpevole ritardo leggo solo ora la sequenza dei commenti, in ispecie quelli a firma Lorella, nei quali mi si tira in ballo quale nom de plume di Antonio La Malfa.
    Ora, io, signora Lorella, non sono Antonio La Malfa.
    Certo, ha tutto il diritto di dubitarne, ma credo di poterlo affermare per una discreta serie di motivi. Intanto il lessico. Al contrario del mio alter ego, come ella stessa potrà appurare spulciando anche fra i commenti meno recenti qui in vibrisse, la qualità del suo eloquio è di gran lunga superiore alla mia.
    Abbiamo altri studi alle spalle, differenti percorsi. Lui, brillante laureato alla Sorbona, io diplomato alla scuola radioelettra, per corrispondenza.
    A lui sono toccate l’ebbrezza di amori fugaci e trasgressivi sulle rive della Senna, opportunamente sovvenzionato dagli sforzi economici della sua famiglia. A me, per sbarcare il lunario, friggere il pesce in rinomati ristoranti del litorale romano, con un’unica fidanzata (che poi mi mollerà causa i forti miasmi che la mia cute tutta emanava dopo un turno in cucina a friggere lattarini e calamari per fior fior di commercialisti dei Parioli, venuti a godersi la frescura del mare).
    Toni La Malfa, in altre parole, signora Lorella, sta a me come la cometa di Halley alla possibilità che questo diventi un paese serio. Me ne dolgo, certo. Di Toni La Malfa, vorrei l’autovettura, forse la magione in cui abita, e finanche la famiglia. Sebbene viva in altra città, sarei anche disposto a trasferirmi, non foss’altro per la vicinanza con la residenza di una fata che ho recentemente conosciuto. Ma è un dettaglio, quest’ultimo, che certo non mi impedirà di porle un’ultima, sconsolata, domanda:
    “C’ha da fa domenica ?”

  98. Alessandra Says:

    Non conosco molti autori emiliani. Ho letto Cavina che ammiro tantissimo, ma mi pare che Càsola Valsenio sia in Romagna. Comunque sia non credo che Mattia abbia ‘copiato’ nessuno. Certamente sarà stato influenzato; ma chi quando scrive, non sente l’eco delle letture fatte, di quelle preferite? Scrivere è anche commemorare, rendere omaggio, fare dichiarazioni d’amore agli autori che più ci appassionano. Non c’è niente di male e non se ne può fare a meno. Certo ci si deve poi emancipare, si deve maturare, lasciare la casa natale e diventare autonomi. Ma a me Mattia sembra abbastanza autonomo. Le sfumature mi ricordano un po’ il Mozzi di Fantasmi e fughe, a tratti; e poi questo altalenare di voci, mi fa venire in mente l’Ondedei, pensa un po’, ma rarefatto, filtrato. Che devo dire, a me queste storie di sfigati piacciono da pazzi. Sarà perché sono una sfigata? Sarà, perché a me, leggere le storie dei belli, bravi, ricchi e innamoratissimi e ricambiati, mi mette acidità. Ah, e comunque questo annotare piccoli fatti quotidiani, gesti, frasi, mi conforta. Mi dà la sensazione di poter contenere il tempo. Contenere, poterlo gestire, far sì che tutto della vita, anche le cose più banali, non passino come rumori di sottofondo. Bravo Mattia, mi sei garbato!

  99. mauro mirci Says:

    E poi, caro Cletus, c’è anche un fatto: alcuni testimoni attestano che tra te e Toni non c’è identità.
    Certo, anche i testimoni potrebbero essere nickname di Toni, e Toni stesso, essere un alter ego di Giulio Mozzi. Tutti i commentatori di Giulio Mozzi potrebero essere alter ego di Mozzi, a ben pensare. Anche Lorella, perché no?, potrebbe essere un nick di Mozzi. E Mozzi stesso, insomma… vero!, lo abbiamo visto, ci abbiamo parlato, qualcuno ci ha pure dormito insieme, quasi nello stesso letto. Ma chi ha mai dato un’occhiata ai suoi documento (ammesso che non fossero falsi, ed è possibile falsificare documenti al punto che, mi consta personalmente, un parmigiano, con accento fortissimo, ha assunto l’identità di un napoletano). Io so che, sui documenti, il nome è Giulio e il cognome Mozzi. Lo so. Non chiedetemi come (potrei spiegare, non è un segreto, ma non importa), ma io stesso non sono credibile, in quanto possibile alter ego di Giulio Mozzi da Padova. E allora la verita: Giulio Mozzi è un mio alter ego. Non esiste. Giulio Mozzi è siciliano, lavora in municipio e si chiama Mauro Mirci. Poi ha inventato le sue identità alternative. Trattasi di un’aberrazione della personalità multipla, sindrome ben nota, sin dagli albori, a tutti i frequentatori di blog.

  100. andrea barbieri Says:

    Mi è venuta in mente una cosa. Nori, Cavazzoni, Cornia, Albani, Celati, Mammi eccetera scrivono pensando a una lingua parlata – infatti la lettura pubblica fa parte del processo di scrittura (per esempio avete mai notato Nori prendere appunti a seconda delle reazioni del pubblico). E’ una lingua parlata ispirata a una cultura dei ‘semplici’ ai limiti dell’analfabetismo (un loro punto di riferimento è ‘La scoperta dell’alfabeto’ di Malerba).
    Sembra che si calino nei panni di un ‘semplice’ e in questa immedesimazione sacrifichino volontariamente l’autorialità. Infatti le loro voci possono confondersi, hanno inventato l’autore collettivo Learco Pignagnoli, e nell’ultima rivista, L’accalappiacani, i pezzi non sono firmati e sono difficilmente attribuibili.
    E se l’obiettivo di questa scuola emiliana in fondo non fosse ottenere una voce propria, ma ‘de-autorializzarsi’ per diventare ‘il semplice’?
    Se fosse così, dovremmo pensare che anche la voce di Filippini segua questa strada, che uniformarsi a una sorta di ‘voce emiliana’ in cui si confondono vari autori sia il suo progetto di scrittura.

  101. cletus Says:

    Cosa chiediamo ad un testo ?
    Con quale predispozione d’animo ci accingiamo a leggere ?
    Questo della Gettoniera, depurato da pensieri laterali, è un bel laboratorio.
    C’è un testo (purchè scritto da un absolute beginner) e ci sono i commenti dei lettori.
    Ognuno lo interpreta come vuole.
    Queste sono le mie impressioni:
    La scrittura è spedita. Frasi secche, ben costruite. In modo da non far percepire l’eventuale studio che le presiede. Al di là della forma è al contenuto che guardo e francamente trovo che questo “inevitabile” collage di periodi toglie un che di congruo o continuità alla comprensione della costruzione. Una tara inevitabile, dove il mezzo (un lit-blog) tradisce la propensione alla prova-tassello. Ma una tara comunque significativa, che inficia la possibilità di un giudizio che vada oltre l’aspetto formale della prosa, impedendo una comprensione, come si dice, a tutto tondo.

  102. ChiaChia Says:

    Io penso [(IO penso, trattasi di opinione personale scevra da qualunque pretesa di oggettivita’) scusate le vocali con l’apostrofo invece che con l’accento, ma scrivo e lavoro su un PC con tastiera inglese] che un autore giovane dovrebbe tentare di raccontare di mondi a lui lontani. Non parlo solo di mondi in senso fisico, ma in senso lato, mondi come storie, uomini, ambientazioni a lui poco noti, se non estranei.
    Il lavoro che faccio mi mette in contatto con moltissimi autori esordienti e nei testi che leggo e che cerco di esaminare rilevo sempre un grosso scarto tra il mondo che l’autore vorrebbe raccontare e quello che poi mette su carta… non so se mi spiego, e’ come se l’idea originaria, luminosa finche’ e’ nella mente dell’autore, perda vitalita’ una volta trasferita sulle pagine, risultando magari gradevole, ma piatta, meccanica, bidimensionale. Forse questo dipende proprio dal fatto che la maggior parte degli esordienti tende a partire dal proprio vissuto, dalle proprie esperienze, ispirandosi alla propria famiglia, amici, fidanzati, al proprio ambiente. Questo porta a fare un lavoro di “trascrizione” piu’ che di scrittura, limitando la creativita’, l’invenzione dei personaggi, l’immaginazione, magari lavorando molto sulla forma e finendo col fare esercizi di stile. Si e’ (com’e’ ovvio) talmente sicuri di se’ nel raccontare cio’ che ci e’ famigliare che nel 99% dei casi il risultato e’ banale, magari carino ma banale. Se invece di guardare intorno a se’ (o peggio dentro di se’) si prova a spaziare nell’ignoto, nei pensieri e atteggiamenti di personaggi del tutto nuovi, spesso ne guadagna il “respiro” della narrazione che risulta vitale, dinamica, salta fuori dalle pagine.
    Credo proprio che per un esordiente sia piu’ salutare partire dall’altro, dal lontano e solo dopo, quando ha imparato a domare la sua scrittura, a condurla dove lui desidera e non dove essa tende ad andare, solo allora si puo’ passare al personale, al vicino, al famigliare o addirittura all’interiorita’. Con questo non voglio dire che non esistano le dovute eccezioni… fortunatamente non ci sono schemi e regole fisse nell’espressivita’. Ne’ voglio incoraggiare un esordiente ad ambientare il suo romanzo al Polo Nord senza averlo mai visto nemmeno in cartolina, ma semplicemente a fare delle esperienze quotidiane scintille, spunti per far lavorare l’immaginazione, per calarsi nei panni di qualcuno che e’ lontano dal proprio se’. Una universitaria benestante dovrebbe chiedersi cosa si prova a essere una barbona della stazione Termini, magari andarci alla stazione a vedere come quella barbona vive, mangia, come guarda lo spazio davanti a se’, quante rughe ha sotto gli occhi, come sono le sue unghie e da li’ partire a immaginare la vita di quella donna. Una squattrinata lavapiatti dovrebbe provare a immaginare la vita di un’ereditiera che non saprebbe distinguere il detersivo per il bucato dall’anticalcare… C’e’ poi un’ultima cosa che mi sembra frequente: il nostro vissuto ha bisogno di decantare come un buon vino. Non si puo’ scrivere la storia della propria vita a 35 anni perche’ la maggior parte delle esperienze vissute non sono state metabolizzate, non se ne e’ ancora capito il senso, non si e’ distaccati. E credo che scrivere richieda, paradossalmente, distanza. Per colmare quella distanza saremo spinti a lavorare sui dettagli, a scavare, a immaginare, a CREARE 🙂
    Se dovessi trovare il limite di questo inizio di romanzo, il limite che da’ origine agli altri limiti che magari hanno riscontrato alcuni lettori, ognuno a seconda della propria sensibilita’, direi che e’ quello di cui ho appena scritto. Se dovessi trovare un pregio e’ che leggendo ho provato simpatia, per Nanni. Considerando che l’attaccamento dei lettori ai personaggi e’ una delle cose essenziali per la riuscita di un’opera direi che Mattia e’ sulla buona strada.
    Mi scuso nuovamente per gli apostrofi impazziti e anche per eventuali refusi, ma sto scrivendo di nascosto dal lavoro e non ho tempo di rileggere.

  103. art Says:

    …ma nessuno è curiso di sapere quale animale ha scelto Nanni? io da morire! si potrebbe avere un’anticipazione?

    Io leggo libri appena posso perchè in questo modo mi sembra di poter vivere più vite e di arricchire la mia di esperienze, riflessioni ed emozioni.

    Provo molta ammirazione per chi riesce a farti sentire parti di te che diversamente potrebbero restar sopite. Un bravo scrittore è colui che riesce a farmi intuire, sentire o immaginare mondi che diversamente mi passerebbero accanto senza che io me ne accorga.

    Mi pare che Mattia Filippini abbia queste capacità e per questo lo ringrazio.
    Se poi penso che ha solo 25 anni credo che abbia molto da regalarci.
    Grazie – Art

  104. Carlo Capone Says:

    Gli scrittori americani, di solito, guardano le immense praterie. Quelli italiani il vicino di casa in canottiera, in genere.

  105. paolazan Says:

    Ovverosia: l’ombelico degli altri, per confrontarlo col proprio?

  106. Chiara Guidotti Says:

    Che peccato, oggi pomeriggio avevo scritto un commento che poteva davvero incastrarsi con gli ultimi due post, ma devo aver toppato qualcosa perchè non è stato pubblicato 😦 Forse era troppo lungo o forse è perché ho scritto nella casella del nome ChiaChia invece del nome e cognome?

  107. Carlo Capone Says:

    Ma no, una semplice questione di vedute.

  108. melania ceccarelli Says:

    devo ammettere che per una neofita, quale io sono, frequentare questi commenti fa passare la voglia di scrivere anche una cartolina di auguri…

  109. vibrisse Says:

    Chiara, il tuo commento non è stato pubblicato immediatamente perché era la prima volta che inserivi un commento in vibrisse. La cosa è spiegata anche nella colonna dei link, a destra.

    Carlo, scrivi: “Gli scrittori americani, di solito, guardano le immense praterie. Quelli italiani il vicino di casa in canottiera, in genere”. Non penso sia trascurabile il fatto che in Italia non ci sono “immense praterie.

    gm

  110. vibrisse Says:

    Il post con l’inizio del romanzo di Mattia Filippini “Qualcuno era un po’ grasso” è stato aperto finora 2.380 volte. gm

  111. Antonio La Malfa Says:

    Chiara, io penso che tu abbia scritto un commento stupendo.

  112. Maria Adele Cipolla Says:

    Anch’io trovo molto bello l’intervento di Chiara. I suoi consigli sono condivisibili e mi piacerebbe aggiungere alcune riflessioni. La scrittura autoreferenziale è una tentazione alla quale è difficile resistere all’inizio del nostro percorso, nel mio caso però limitava la qualità della narrazione e non riusciva mai ad accontentarmi. Così ho cercato di trasferire sulla scrittura ciò già avevo applicato nell’arte e artigianato (il mio reale mestiere), cioè riuscire a divertirsi nel creare, astraendosi il più possibile dalla propria storia. Creare senza pensare al prodotto finale (ed eventuale successo) ma riuscendo a provare emozione durante la scrittura. Così i miei personaggi, pur restando verosimili nell’ambiente della narrazione (almeno secondo il mio giudizio), erano delle entità a se stanti che mi indicavano i risvolti della propria storia. Ad esempio un personaggio ha preteso un outing, ed anche se inizialmente non avevo pensato a lui come omosessuale alla fine ho dovuto dare dignità a questa esigenza. Da quel momento ho iniziato a divertirmi nel vivere con i miei personaggi e finalmente è diventato facile individuare per ognuno di loro i minimi risvolti del carattere e della storia vissuta. Questo aveva asilo nella mia testa ed eventualmente nei miei appunti ma non nel mio romanzo, così ho tagliato ogni ridondanza, ogni spiegazione. Ritengo infatti che non bisogna togliere al lettore il piacere della scoperta, che è l’unica cosa che lo spinge ad andare avanti. Il mio suggerimento è quindi quello di non buttare niente di ciò che si scrive, ma ad un certo punto considerare questo materiale come blocco di appunti per la scrittura futura, in cui i nostri personaggi si muoveranno con disinvoltura. Per il resto le mie riflessioni sono quelle di chi non è mai riuscita a distribuire ciò che ha scritto, ma continua da amare la scrittura, considerandola necessaria per la propria vita. Ognuno a questo mondo dovrebbe avere il diritto a non inseguire la fama, piuttosto a desiderare di condividere ciò che si scrive, che è un’altra cosa.

  113. Chiara Guidotti Says:

    Grazie mille a Giulio Mozzi per l’informazione e a Maria Adele e Antonio La Malfa per aver apprezzato il mio commento 🙂

    Sono d’accordo con te Maria Adele soprattutto quando parli di condivisione… dal mio punto di vista un “artista” (pittore, musicista, cuoco, insomma chiunque coltivi una qualsiasi forma di arte) ha non solo il diritto ma anche il dovere di condividere il suo lavoro, di donarlo e renderlo fruibile agli altri. Altrimenti a cosa servirebbe il suo talento?

  114. vibrisse Says:

    Cfr. Mt 25, 14-30. gm

  115. alcor Says:

    ah, i banchieri!

  116. cletus Says:

    o i talenti ? (in tutti i sensi)…

  117. Chiara Guidotti Says:

    C’è una parola che mi ha colpito rileggendo la parabola dei talenti, la parola è: paura. L’ultimo servo ha un solo talento d’accordo, ma potrebbe farlo fruttare fino ad arricchirsi anche più degli altri due compagni. Invece di tentare si lascia sopraffare dalla paura, lo dice proprio:”Signore, ho avuto paura” e nasconde il denaro. Non si tratta di incapacità ma di timore o addirittura inconsapevolezza; il servo non ha nemmeno tentato, ha solo rinunciato, anzi forse non ha nemmeno rinunciato perché non è arrivato nemmeno a essere consapevole di avere le stesse, o forse maggiori, potenzialità degli altri. La mia opinione è che un artista sia colui che individua il suo dono (qualunque esso sia), lo coltiva, pensa a chi potrebbe essere utile oltre che a se stesso e quindi lo offre agli altri. Lo dà in pasto al mondo. Spesso quando faccio una scheda di lettura chiedo all’autore del romanzo quanto e come ha pensato ai lettori durante la stesura del suo libro, non per “compiacere” il pubblico, non per asservirsi, ma per capire se il suo lavoro è rivolto a migliorare la vita e/o a far passare un paio d’ore piacevoli (a volte le due cose coincidono) a chi lo leggerà. Se non pensi agli altri tanto vale scrivere un diario. Se pensi agli altri solo perché vuoi sentirti dire bravo tanto vale far leggere il tuo libro solo a chi ti vuole bene e dirà che funziona.
    Credo sinceramente che lo scambio sia il significato di una qualunque opera d’arte, il dare e ricevere che si amplifica a ogni ritorno come una palla che acquista sempre maggiore velocità a un nuovo rimbalzo tra due giocatori. C’è quella scena del film “Stand by me – Ricordo di un’estate” dove Chris dice a Gordy a proposito del suo scrivere:”Tutte quelle storie che ti vengono in mente! E’ come se Dio ti avesse dato qualcosa e ti avesse detto tieni questa è roba tua non sprecarla, ma i ragazzini sprecano sempre tutto se non c’è qualcuno a stargli dietro.”
    La paura, ma anche la poca umiltà sono i peggiori nemici per coltivare i nostri talenti, la prima ci blocca, la seconda ci impedisce di migliorare.
    Grazie per lo spunto, è piacevole per me confrontarmi su questi temi in un momento in cui ho poche occasioni per farlo (e si sente, visto che strachiacchiero) 😀

  118. Maria Adele Cipolla Says:

    grazie Chiara del tuo strachiacchierare. Anch’io ne ho bisogno in questo momento, che è un passaggio necessario alla mia età. Mi chiedo se la scrittura potrebbe aiutarmi ad affrontarlo. Non so ancora cosa farò dei miei pensieri di questo periodo, ma mi piacerebbe riuscire a convogliarli in qualcosa di costruttivo, per me ma soprattutto per altri che in futuro si troveranno nella stessa fase di passaggio. Come dici tu c’è però qualcosa che riesce a trasformare le nostre vicende da “diari personali” a “storie esemplari” (che come le parabole servano da esempio). Parlare solo di se può essere una rovinosa tentazione, ma non riuscire a parlarne mai indica la paura di scoprirsi, altrettanto dannosa. Nel mezzo c’è la capacità di trasformare le esperienze vissute in parole donate al prossimo. Si tratta di un’arte di cui pochi sono dotati, ma bisogna tentare.

  119. enricomazzardi Says:

    Mi ha addolorato scoprire stasera, dopo una giornata di lavoro, di essere stato escluso dalla mitragliata di accuse di Lorella.
    Perché non mi sono preso la mia dose di illazioni?
    Perché escludermi dal novero degli imputati della conventicola?
    Non faccio parte pure io di una certa qual cricca, in un certo senso, pur lato?
    E sì che ho lodato Filippini, e mi sono da subito dichiarato suo conoscente.
    Ora rilancio: conosco pure Alessandro Busi, ai più noto come “il Meschi”.
    Lo ammetto, sì, li conosco entrambi.
    Fatemene una colpa.
    Non vi chiedo molto.
    Ho i polsi curati, la fedina candida, violentatene la purezza: sono pronto.

    Eclissata la (*) parentesi lorelliana: ho trovato molto interessante il commento di Alcor del 13 maggio, quello delle ore 9 e mezza, e altre cose qua e là.

    E.M.

    *(Riempire con un aggettivo a scelta del lettore. Suggerimenti: pietosa, penosa, discutibile, trascurabile, fondamentale -da intonare calcando la parte centrale della parola, a sottolinearne l’ironia-, imprescindibile -da sillabare con esplicito sarcasmo-, purpurea -da sfoggiare con disinvoltura: un tocco di nonsense non guasta-.)

  120. vibrisse Says:

    Enrico, se i tuoi interventi sono di questo livello, bene fa Lorella a ignorarti. gm

  121. vibrisse Says:

    Il post con la prima pubblicazione della Gettoniera, “Tagliole per cb” di Vittorio Ondedei, è stato aperto finora 2.578 volte. Il post con la seconda pubblicazione della Gettoniera, “Qualcuno era un po’ grasso” di Mattia Filippini, è stato aperto finora 2.683 volte. In testi in pdf sono stati prelevati, rispettivamente, 113 e 60 volte. gm

  122. enricomazzardi Says:

    Gentile Giulio Mozzi,
    sono cresciuto pensando che ogni discorso abbia un suo doppio più leggero e apparentemente più sciocco.
    Non pensavo però che una piccola dose di giocosa e innocua ironia fosse così male accetta nel suo sito.
    Tant’è: ne prendo atto, con dispiacere.

    E.M.

  123. vibrisse Says:

    L’ironia è gradita. Il dileggio no. gm

  124. enricomazzardi Says:

    Non è nelle mie corde dileggiare, quindi gradirei si chiudesse qui questa triste parentesi, peraltro sempre più fuori argomento.

    E.M.

  125. Maria Adele Cipolla Says:

    Tanto per scavalcare la triste parentesi e ritornare in argomento, posso dire che ho letto l’incipit di “Qualcuno era un po’ grasso” di Mattia Filippini e mi è piaciuto molto il suo stile. E’ bello confrontarsi con chi è lontano da noi, per età e per scrittura, giusto per essere contaminati dalla varietà, capire in quanti modi diversi si può scrivere, svecchiare il proprio modo. Questo mi sembra lo scopo della gettoniera. Grazie e attendo il prossimo contributo.

  126. Chiara Guidotti Says:

    Grazie a te Maria Adele,

  127. Chiara Guidotti Says:

    Grazie a te Maria Adele,
    alla prossima! 🙂

  128. vibrisse Says:

    Certo, Enrico, certo: il “dileggiare” non è “nelle tue corde”. Si vede benissimo. gm

  129. fabrizio veronesi Says:

    Forse l’animale sarà un pappagallo? Mi piacerebbe che fosse così … perchè alla fine ogni lettore ha bisogno della “sua” storia.
    Condivido alcuni momenti di fastidio “autoreferenziale” come pure la teoria del “decanter”. Però bisogna ammettere che in questo testo ci sono lampi di genialità decisamente godibili. E’ ammirabile il gioco caparbio dell’intelligenza di questo “ragazzo” che si dipana tra dotte citazioni e sarcastici squarci di cruda quotidianità. Io gradirei un poco più di lirica (cuore) e un poco meno di testa … ma forse questo verrà, dando spazio al testo. E’ normale che l’incipit metta un poco di tensione. Dove continua il romanzo?

  130. luca Says:

    Io comunque non getterei dalla finestra Mattia Filippini né il suo incipit. Trovo che Nanni sia fin troppo noriano, ovvero che non mi aggiunga niente di nuovo a qualcosa che posso aver già letto altrove, mentre il Fingozzi mi sembra possa essere sì portatore di una narrativa diversa. E quindi aspetto il seguito, che leggerò volentieri.
    Detto questo: anche io conosco Mattia Filippini, cui ho già detto queste cose di persona. Ma non mi sembra un delitto: ci sta che due persone che condividono una passione si possano conoscere, no?
    Luca

  131. dianaosti Says:

    vorrei contattare l’autore. come posso fare?
    diana
    http://www.generazionerivista.it

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