“Tagliole per cb”, di Vittorio Ondedei

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Ecco il primo racconto scelto per la Gettoniera di vibrisse. L’autore è Vittorio Ondedei, il titolo è Tagliole per cb. Di sé stesso, Ondedei dice: “Scrivo molto, soprattutto per lavoro: questo mi fa frequentare le parole ed i modi in cui si legano fra loro e, dato che c’è di mezzo il lavoro, anche che cosa corrisponde ad esse nel mondo. Anche se ormai non sto lì a distinguere più di tanto”.

In fondo al racconto trovate il link per prelevarlo come documento in Pdf. Buona lettura. gm

***

Tagliole per cb
di Vittorio Ondedei

cb ha colto 8 volte il bersaglio del tempo, cercando indifferentemente di dare soddisfazione alla sua mano destra e alla sua mano sinistra, occhio rapido occhietto livido: cb aveva avuto 6 figli, ma li aveva venduti tutti.
cb gli piaceva rotolare nei prati d’estate. cb da piccolo sapeva fare volare anche gli aquiloni, oltre agli aeroplanini dello zio Ettore.
I rami che avevano catturato l’aquilone del 18 brumaio sono stati giustiziati a Natale dello stesso anno e le salsicce erano buonissime. e ha detto allo zio Ettore che le dita nel naso non le aveva messe mai, adesso le mette, ma zio Ettore ti giuro le dita nel naso non le ho messe mai e se anche fosse, avrebbe comunque con tanta tranquillità giustiziato quei rami, che non avendo narici non sanno dove infilare le dita e cb capì anni e anni dopo che i rami non hanno neanche le dita, gliel’avevano detto però.

Va bene, sto scherzando. Ma credo ormai sia il caso di affrontare la questione dal suo lato sotterraneo. Non è più evitabile un’assunzione globale del soggetto, considerando il fatto che in certe giornate, non so perché, ma piove.
Adesso mi devo impegnare: cb da piccolo era esperto nella presa in carico dei compagni più lenti, più lenti vuol dire che non andavano alla stessa velocità degli altri e meno che meno alla velocità di cb che con quello sguardo quel naso quel modo di incedere sicuro fra i banchi le panche delle chiesa i corridoi i bagni tra gli asciugamani gli attaccapanni i cappotti le strisce di pavimento bagnato, non passare lì che ho dato lo straccio e lui lì appena appena con un piedino giusto per guardare l’impronta in controluce e nessuno s’accorgeva e più giù un’altra impronta e così giorno dopo giorno, questa era la sua scuola e lui era indubbiamente portato per aiutare i compagni più lenti, eh già, la sua era una velocità particolare non era una questione di sapere le cose la matematica la geografia, la sua era un’aderenza un complotto che stabiliva con la realtà la lasciava penetrare in profondità e se la lasciava gironzolare dentro come un cagnolino un’iguana addomesticata pronta a correre ad ogni suo richiamo e questo era quello che la maestra chiamava “sei bravo”, lui invece lo chiamava “vieni qui dai”, realizzava velocissimo contatti cellulari scariche elettriche muscoletti in vibrazione e abbraccio, perché cb non era un bambino come gli altri, il suo motore, quello che sempre in funzione gli pompava l’aria necessaria a spostare i pensieri le figure le idee i numeri, il suo motore era un segreto che nessuno sapeva: era un segreto che non poteva svelare nemmeno lui a se stesso e questo garantiva che non si esaurisse mai, che desse energia a tutto il motore e quello che la maestra chiamava “ma quante cose sai” lui lo chiamava ” vorrei che non finisse mai”.
Quella degli amici lenti è una storia che ogni tanto cb si diverte a raccontare e sposta i particolari di qua e di là anticipa le vicende sposta i banchi gli incontri i risultati delle partite di calcio i giochi con le femmine le biglie intorno all’albero i pali delle altalene le capriole il dondolo legato le botte della catena sul palo di ferro, più in là di lì non potrai mai andare, una nave che non parte mai e non sa proprio perché hanno proprio preso un dondolo così grosso se ti prende ti spacca la faccia, e le botte con quelli più grandi, poi lei seduta non sente bene ecco perché è così buona di te mi piace il pollice l’occhio destro e poi c’erano le patate lesse schifose la cacca addosso, sai suora io soffro di mal di fegato e chissà che puzza e urlava forte babbo babbo babbo nel bagno piccolo che odorava di mele non aveva fatto in tempo dietro la porta di legno in piedi a guardare su e piangere: altissimo, un bagno altissimo, e lui lì in piedi quel giorno gli è dispiaciuto gli dispiaceva ogni giorno che non poteva stare con lei che il tempo finiva che lei torna a casa presto e lui lì, e poi l’anno dopo è tornato e c’era un’altra stava vicino a lei adesso: lui era grande, lei adesso fa la commessa. cb faceva l’aiutante e aveva pazienza, tutto lì, chissà perché lo faceva.

Allora, buona volontà, questo è l’inizio della storia di cb: se sarò bravo abbastanza se la racconterò tutta potrò controllare le sue apparizioni e guarire dalla mia malattia. dai.

cb da piccolo ha fatto un viaggio molto avventuroso di quelli che non si scordano mai, è andato fino alle montagne di burro seguendo i flussi di unto che scorrevano giù per i canali le valli i fossi le strade gli scoli dei muri e davanti alle montagne cb ha cantato fino a finire il fiato e non si era mai sentito così solo come quella volta e voleva tornare indietro, piccolo umano di fronte ad immense sollevazioni di burro grigio odoroso in liquefazione e perenne ricondensazione tra correnti freddissime e improvvise scomparse di qualsiasi soffio, l’aria che si rinchiude in se stessa che inizia a sparire ad essere sempre di meno, poca fra spazi di vuoto che risucchiano i pensieri, portano via i sentimenti diceva mia nonna, e lui lì piccolo e solo ad allungare le mani fino a dove poteva e immergerle nel burro estrarle guardarle immergerle sfregarsele sul viso lentamente lasciando che il burro si raddensasse in minuscole colline, goccioline sulle guancie le orbite le narici le orecchie il mento le labbra e poi giù a terra a cercare un po’ di fango o erba o fiori, che non fosse tutto solo burro e la fine l’aveva sentita vicinissima, se lo ricordava sempre, la fine vicina. Ma si poteva sempre correre giù rifare la strada il viaggio mettere tutto lì, fra i ricordi i pezzetti profumati e morbidi tutto in fila sulle mensoline decorate, baci ai parenti mi raccomando vai piano non ti dimenticare di noi lo specchietto retrovisore le scarpine appese il dentino al collo la collanina il braccialetto la polvere sul cruscotto, cb è corso giù senza respirare con le mani protese in avanti sbattendo sulle cose in sosta infilandosi fra i vuoti d’aria fino a dove non si sentiva più l’odore di unto e si era ancora soli, ma meno.
E poi cb scoprì che da quel viaggio non era tornato più, nonostante tutto.

Mi spiace, cerco di essere sincero ma faccio quello che posso, quello che mi viene più che altro. Io posso scrivere di cb. Ma non so bene cosa. Mi ricordo di cos’è vivere a cavallo di scariche elettriche discontinue, quanto sia difficile fare la doccia senza sapere quando l’acqua calda diventerà improvvisamente gelata e tu sotto senza pietà ad aspettare quello che non vuoi che arrivi, ma arriva.
Sono sei giorni che sto chiuso qui dentro a sagomare di parole il corpo intermittente di cb, metto tagliole tolgo tagliole, cercando di non farmi troppo male.

A 16 anni cb era proprio un bel ragazzo, alto slanciato biondo moro atletico pulsante calciatore amico di amici che il tempo ha ridotto in cenere. Si avvicinava a tutti ed era gentile, precipitava a terra sgambettato ed era gentile, senza pietà. Decise più volte di scomporsi in molecole pensanti che vagando per il mondo lo germinassero di sapere e affetti, ritrovando in migliaia di piantine di lenticchia la ragione per vivere ancora un giorno, ancora una settimana. Quella sera infatti era caldo e la terra era dura, caderci faceva male. È stato tutto un attimo. Prende la palla e cade. Sgambetto. Tocca terra e migliaia di molecole si diffondono per lo spazio immenso oltre i limiti a cui arrivano le preghiere e la polvere, giù a terra mille volte di seguito in una volta sola, petto suolo petto suolo petto suolo. Non si scompose, si dissolse. Poi si alza, un sorriso, docile docile, perché l’hai fatto che cosa ti ho fatto. Rallenta tutto, scarto di velocità tra la caduta e il sorriso ed è di nuovo primavera.

Ho raccontato questo perché l’ho visto, in qualche modo. Ancora uno sforzo e avrò finito, ancora poche parole e non ci saranno più dubbi: come una statua di ghiaccio al freddo cb risplenderà perfetto tra i riflessi delle luci e i raggi che penetrano e si rifrangono in lui, infrangibile. cb è l’idolo del futuro, l’unico che possa permettermi.

E certo che non avrei trovato nient’altro di più accoglien-te, una rete verde taglio medio sprofondata nella terra ad accogliere rinchiudere uno strano obelisco di cemento senza porte aperture finestre contatore inutile incontrollabile, forse radioattivo, come me lì sprofondato nella rete sagomata sulla mia schiena curva giovane, eravamo in due ma il peso era tutto il mio. Ma cosa dico. Io non mi ricordo di tutto questo, lo so perché me l’ha immaginato cb, cb appoggiato alla rete fino a che è buio e adesso fa davvero paura tutto e perché siamo venuti qui, l’uscita oltre il posto con più ombra del solito le canne gli alberi i sentieri battuti dalle ruote l’erba che cresce in pace.
C’erano le zanzare e cb si faceva venire le bolle pur di stare lì alla rete e di sicuro qualcuno tra l’ombra non voleva che stessero lì, loro, tramava e c’aveva pure cagato lì alla rete, chiaro, no? cb metteva in gioco anche le bolle e quelli ci cagano, ma non l’avrebbero raccontato a nessuno, la potenza d’apparizione di cb ancora fresca d’inespe-rienza semplice, dono di natura istinto di penetrazione nelle vite altrui, tac! in piedi fra gli alberi la sagoma che rende la luce intermittente, andiamo via, non la passerai liscia e lui è comparso lì con la bici a guardare fisso e niente sarebbe stato lo stesso. cb contava le bolle e i corpi, soffiava fra gli alberi con la forza di un fiato infinito tutte le foglie per aria, l’erba schiacciata parallela alle nubi, è iniziato tutto da qui dalle nubi inclinate come l’erba, e i vestiti che si strappavano via la pelle il sangue dappertutto, neanche il tempo di vederlo tra le fessure dei denti che decidono il tono del sorriso, in piedi a soffiare via quelle facce che ne faceva già a meno tranquillamente, andiamo via, sì, non torniamo più qui, no. A che fare poi, tutto è andato a finire dopo da un’altra parte.

Adesso va molto meglio, va così se capisco cosa sto facendo, stuzzicadenti in piedi uno appoggiato all’altro e la caduta che si ripete ogni volta uguale punture uno all’altro senza lamenti senza modo per stare vicini, punte sopra e sotto come pioggia che va da sotto in su e l’ombrello non serve a niente e poi anche così, con ‘sto vento, sto in piedi al cancello e tutto questo l’ho già vissuto ma non mi importa. Ho un compito da svolgere, io.

Liberateli tutti hanno detto. Io correvo un po’ di qua e un po’ di là per non sudare e non ci riuscivo mi scioglievo lento e sapevo che prima o poi tutto smetteva. Ho detto tutti, dal primo all’ultimo, e quelli tutti in fila cantic-chiando chi a destra chi a sinistra del carro. Mi fermo che non ho più fiato riverbera tutto, il sole è anche davanti benché brilli in cielo da dietro, ma il cielo tondo ce lo facciamo noi con i nostri occhi sennò è piatto, oblungo, trapezoidale, svoltolato in cerchioni concentrici stratificazioni di aria che a togliergli la luce non è azzurro ma bordeaux – il grande inganno della notte, io sono cb.
Però cb guardava nella direzione sbagliata e ciò comportò un rallentamento del flusso, dato che, in base al teorema dei decorsi non segnalati, qualsiasi corrente materiale modifica il proprio moto in base al grado d’attenzione che ciascuno voglia porvi, come a dire che cb si era girato e intanto quelli continuavano ad uscire e quando ha riguardato quelli erano già un pezzo avanti, stanno fuggendo stanno fuggendo, il rumore dello schiaffo sulla guancia è stato più forte del male, l’hanno sentito tutti mentre il male l’ha sentito solo lui e la maggioranza si sa fa opinione, non stanno fuggendo cretino, ho detto io di liberarli tutti, cb non credeva alle proprie orecchie.
Là dentro non c’era mai stato, nemmeno di sua spontanea volontà, nemmeno spinto dai venti o dalle correnti né nascosto dentro a giganteschi ventri di pesce né nelle marmitte dei camion immensi che trasportano container né spiaccicato su possibili carte d’identità, né inscatolato con wurstel danesi né sovrapposto a mille altre copertine né nascosto tra le patate o le melanzane, tanti modi per essere dentro e non riuscire a trovarne nemmeno uno, nessuno me lo ha mai offerto, gridava alla fila, che rideva tutta.
Si sistemava la maglia, cb. Erano ore che stava lì davanti il sole sulla testa sulle spalle, tutti quelli in fila ormai slabbrati, spazio e tempo tra di loro le carni i corpi disuniti e quelle enormi mura accaldate semicircolari le sbarre delle finestre piccole, scottavano. cb si avvicinò lenta-mente e si mise di buona lena ad aspettare il suo turno per l’acquisto del biglietto, polizia ai cancelli dentro all’ombra, come quella volta che pioveva e tutti a spingere a sollevarsi oltre il bordo di ferro aggrappati dappertutto bagnati più piccoli del solito e sapere all’improvviso che bisogna fermare tutto il flusso, perché quel piede, eh già! bisogna toglierlo dallo spunzone di ferro nascosto bastardo nella transenna, allora a spingere indietro con la schi-na e il culo senza alcun ritegno e poi il piede è venuto via e tutti di là i biglietti strappati via di corsa, fermi sulla destra, per quanto tempo cb avrà pensato di non farcela, due secondi? ma adesso era lì al sole e la fila era piccina anzi non c’era neppure, accarezzata da quell’altra lunga che per ore aveva strusciato nella sua testa, decisamente poco seria futile nera di lacca sparsa e dispersa, poi in grossi cumuli che voglio vedere chi poi riconosce la sua, un cellulare vola nel cielo si confonde con il sole brilla è felice, poi torna giù e si spacca per terra, cb capisce che non avrebbe dovuto essere lì quel giorno e perlomeno giammai prendere le parti di un cellulare, perché sono già in molti a circondarlo e forse salendo un po’, mettendosi un po’ più in alto del gruppo tutto si vede in un altro modo, sono già vicino e ridono, cb sentiva il pericolo ma non capiva da dove stava arrivando, un attimo di trattativa parole giusto per calmare il cuore, che scenda un po’ più giù, miodio! in gola da fastidio, e poi decidere che lì ci passava e partire e correre oltre ogni possibile impiego muscolare gambe che si alternano a piantare i piedi per terra e spingerlo avanti ancora più avanti ogni passo sempre più distante da quelli dietro e il fruscio dell’erba che non avrebbe potuto fermarlo mai, yeppyyyy!!, cb era un treno slanciato senza fatica, il tempo di pensarlo che il fiato si spezza dentro non entra ed esce più se ne rimane lì accucciato nei polmoni a gridare io non vengo più su, e toccava fermarsi ma ormai la strada era stata tanta e fatta con tale forza che erano tutti diventati amici. Quella giornata è finita lì, perché poi la stessa scena si è ripetuta tante di quelle volte che cb si è lasciato addormentare felice.

Ho iniziato a scrivere queste cose che era mattina e adesso è ancora mattina, la stessa. La storia di cb è l’unica cosa di cui posso parlare in questo momento perché ho bisogno di vedermelo davanti di imbottire un po’ quello che mi rimane di lui, gli scarti dell’apparire sono pupazzi dai volti simpatici ma un po’ flosci, io immagino la sua storia e lui mi ricambia con un po’ di cotone.

cb affogava per caso, ogni martedì. Avvolto in lunghe fusciacche colorate, tagliuzzava con cura centinaia e centinaia di stuzzicadenti per farcene barilotti d’odio da cucirsi addosso, da oggi non affogherò più il galleggia-mento è assicurato, come no! litri di colla speciale odorosa che tranquilli si raddensano in forme mai viste a tenere insieme i legnetti e l’aria fra di loro, cb col sorriso sulle labbra le mani appiccicose pulite ogni tanto in qualcosa che sapesse di stoffa, e s’è carta ti s’attacca tutta addosso. Non si era mai sentito così solo come davanti a quella distesa d’acqua azzurra e chiaro che lì doveva finire, non è questione di destino ma di forza di gravità, sfida fra masse disposte in orizzontale in attesa di farsi verticali, l’immersione il galleggiamento gli spostamenti il bruciore agli occhi il vento che gela, la lotta sarebbe stata dura e venti barilotti di stuzzicadenti avrebbero fatto al caso suo, ecco così diceva con sé cb seduto sulla sabbia bagnata e la marea che viene su da sotto, maledetta, non la fermi mai, stai tranquillo.

Vedendo la mia immagine allo specchio penso sempre a quanto ciò che è liscio possa venirci così spesso in aiuto, e così voglio fare, stendere cb su quante più superfici possa, passandoci sopra le mani con calma carezze forzute sempre più liscio sempre più utile. Perché questa è una chiave del mondo e ciò che è utile spesso è buono e così via, i valori sono il legno dietro allo specchio e i tarli si riflettono piuttosto l’uno nell’altro e me lo dicevi, me lo ricordo, non farti troppi problemi, cb è solo una proiezione delle tue paure e io bravino a stendere strisciare appiattire ordinare in verticale orizzontale cartelline box blue, ma non ci credevo, cb ha bisogno di qualcosa in cui specchiarsi e io sono qui a costruire la sua vita, finché ce la faccio.

cb si ritrasse a malincuore dalle pieghe della gonna dell’hostess, bei tempi quelli d’attesa, un rinforzo tira l’altro, sia piadina o un po’ di trucco. cb non avrebbe voluto comportarsi male stretto appeso alla maniglia della borsetta maniglia grossa di plastica pelle finta cucitura punto preciso e filettino che lascia immaginare le manine che l’hanno cucito, cb resta appeso fra un massaggio e l’altro, occhioni indimenticabili e piadina fra i denti, le discrezione di una lingua che spazzola le spaccature, si lascia deformare insiste e pulisce, ruvida. Lasciarsi scivolare fra la saliva, parte di un tutto rapido e saltelli e non venire a dirmelo, renditi conto che a me non puoi venire a dirlo, e giù lamette ritorni determinazioni colpi assenze vicino pezzetti che sfrecciano qua e là, srotolare che è un piacere e morsi di frase e sorrisi, dimmelo invece cosa aspetti, cb rotola giù si fa male che sono le cinque, cinque e un quarto.
Troppo presto per dirlo, la mano si pianta nel mento e piano va su lo schiaccia dentro lo arrotola nelle radici e poi d’un lampo torna uguale sorriso perfetto a molla, un ricordo di fiato rametti denti, dimmi pure, svolano i fogli e sì che rassomiglia a mariolino, passa svelto e la testa è troppo fina, che sicurezza quando chiamavano le cose com’erano, ciccione testone culone bestiale, che nostalgia cb!, raggi di odio freddo dagli occhi, non chiamarla mai con quel nome o ti faccio male, io sto zitto che è un piacere e penso un po’ di più a me stesso, figurati! io che faccio queste cose, la mano è sul ginocchio dondola e comincia a credere un po’ meno a se stessa, si sfoca la percezione, sabato, parla parla tanto io non capisco niente io ho da fare con cb cosa credi?
cb non sa più scherzare, la lascio che ride e verifica con il polpastrello se l’unghia è ben bene liscia. cb all’epoca era fuori di casa da molti anni.

Per adesso allora smetto. La storia di cb ha dispiegato e sprecato forze non pienamente mie e sarebbe imbarazzante continuare su questo registro quando una cosa finisce. Io spero che basti, finire.

2004

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87 Risposte to ““Tagliole per cb”, di Vittorio Ondedei”

  1. marzia Says:

    Ho cominciato a leggerlo e…. siccome mi era difficile capire…mi son detta…devo resistere vado avanti, possibile che con l’ età, la mia poca compresione si sia definitivamente esaurita? Beh io ero, una grande lettrice…una volta…sono andata avanti… in due tempi… continuando a fatica a concentrarmi, non vi sono riuscita, non ce l’ ho fatta… e senza ombra di polemica…ho ammesso… non ce la faccio…poi con tutto il rispetto per l’ autore e per il curatore, mi son detta senza nemmeno una briciola di superiorità…se Questo è Bello… ecco perché il mio lavoro non viene compreso…ci riproverò… a rileggerlo.. ma, per quello che vale il mio giudizio… non mi è piaciuto o forse non mi ha preso…di sicuro non mi si è fatto capire…giuro lo rileggerò.

  2. danielemuriano Says:

    Quasi Faulkner.

  3. Annalisa Says:

    Io lo stampo, per leggerlo con calma, perché mi è piaciuto assai assai quello che ho letto e mi ricorda il gruppo Nori-Colagrande-ecc., ma con un altro registro, che ha dispiegato forze non sue, dice l’autore e io ci credo, anche se per crederci sono andata a leggere la fine che è cosa che non faccio mai, mai, proprio, tranne questa prima volta
    🙂

  4. Livio Romano Says:

    Caspita! Davvero molto bello.

  5. thechick Says:

    no, non mi è piaciuto. adesso dovrei dire anche il perché, pare brutto non dare una spiegazione, eppure non mi viene. Tanto per fare un tentativo posso dire che non mi piace neanche il “lamento di Portnoy” di Roth

  6. Alessandro Says:

    Non so cosa dire se non che non mi è piaciuto nemmeno un po’, mi sa che è scritto in una lingua diversa, con sintassi diversa. Quando avrò a disposizione un vocabolario e una grammatica adatti forse riuscirò ad andare oltre le prine venti righe.

  7. Morgana Says:

    “Allora, buona volontà, questo è l’inizio della storia di cb: se sarò bravo abbastanza se la racconterò tutta potrò controllare le sue apparizioni e guarire dalla mia malattia. dai.”

    Al narratore appare cb. Il narratore soffre di una malattia mentale. Per poter controllare le apparizioni di cb, per poter guarire dalla sua malattia, deve narrare tutta la storia di cb.

    Il racconto è interessante. Psicoanalisi e narrazione.

  8. Elena Says:

    Immagino esistano delle chiavi di lettura, dei codici interpretativi per poter essere in grado in primo luogo di leggere e successivamente di formulare un giudizio su uno scritto del genere. Io non sono in possesso di queste chiavi e sarei grata a chi mi suggerisse come e dove recuperarle. Per il momento non sono riuscita a concludere la lettura.

  9. Anna Maria Ercilli Says:

    Una ventata di curiosità, ogni scrittura ha la sua bellezza. Stampo e leggo.

  10. Ipanema Says:

    Mi associo ai commenti di chi ha cercato, con tutta la buona volontà possibile, di continuare a leggere e di arrivare fino in fondo senza riuscirvi. Il commento di Milvia potrei averlo scritto io. Probabilmente esiste una chiave di lettura che non mi appartiene. E purtroppo per me, non sono momenti questi molto propizi per tentare di trovarla o recuperarla. Il tempo mi manca. Comunque plaudo all’iniziativa e mi felicito con l’autore che per primo ha inaugurato questa bellissima cosa.
    Ipanema/adc

  11. Antonio La Malfa Says:

    Ho letto ieri e riletto oggi. Non mi è piaciuto, e non sono purtroppo in grado di dire, in modo costruttivo, il perché. So solo che sono rimasto distante dallo scrittore e da cb per tutta la narrazione.

  12. Alberto Says:

    mi è arrivata la mail, finalmente si legge qualcosa, mi fiondo ad aprire la pagina e comincio la lettura:
    Lascio la testa intingo il cervello in un mare di fiume che danza nel cielo e vedo il soffitto che corre e non solo volevo capire dov’era ma arriva un amico mi dice fanculo si siede in piedi e la faccia mi schizza nel muro io batto sul chiodo il quadro si storce e forse la mano mi tocca e sorrido.

    Vado a fare 9 aeroplanini di carta in formato A4 con sopra stampate una miriade di paroline, almeno mio figlio sarà contento.

  13. Morgana Says:

    Elena, forse non hai letto il mio commento.

  14. Elena Says:

    Morgana: il tuo commento mi è “apparso” dopo che avevo inviato il mio. Grazie.

  15. Nicole Says:

    Intravedere. Credo che il verbo sia appropriato per questo racconto che nulla e tutto racconta. Si, perché dell’autore intravediamo la padronanza del dire qualcosa nascondendolo tra le righe; una vita – quella di cb – che potrebbe essere la vita di ognuno; la maestria dell’autore nel fare il giocoliere di parole, tempi, esperienze che estrapola probabilmente dalla propria vita e da quelle altrui, lasciando sulla carta i riflessi che può cogliere solo chi ha provato o svelato quelle sensazioni o alcune di esse; perché alla fine e nonostanze le differenze di ogni cb del mondo ogni vita é fatta di un insieme di superfici che cerchiamo di rendere il più levigate possibile.

  16. vibrisse Says:

    Ricordo che chi inserisce un commento in vibrisse per la prima volta, viene messo in attesa; e l’inserimento del commento dev’essere approvato manualmente (da me). E’ una misura antispam. Per questo può succedere che un commento “appaia” con qualche minuto o qualche ora di ritardo. giulio

  17. thechick Says:

    ok, mi par di capire che i lettori si sono divisi in 2 gruppi: quelli a cui non è piaciuto e quelli che non hanno avuto il coraggio di dirlo….

  18. cletus Says:

    È troppo comodo sparare sul pianista. Mi ricorda la Corrida…e va dato atto a Mozzi del coraggio di esporre ai giudizi (spesso impietosi) dei lettori, questi scritti in gettoneria. Ai due gruppi però sarebbe da aggiungerne un altro: quello di coloro che l’hanno letto, non l’hanno capito, pur apprezzandone la costruzione, o meglio il ritmo, ma che hanno trovato criptico il senso. E magari hanno deciso di tenerlo per se. (come il sottoscritto, prima di decidere di inserire questo banalissimo commento).

  19. Stefano Says:

    “Mi spiace, cerco di essere sincero ma faccio quello che posso, quello che mi viene più che altro. Io posso scrivere di cb. Ma non so bene cosa. Mi ricordo di cos’è vivere a cavallo di scariche elettriche discontinue, quanto sia difficile fare la doccia senza sapere quando l’acqua calda diventerà improvvisamente gelata e tu sotto senza pietà ad aspettare quello che non vuoi che arrivi, ma arriva.
    Sono sei giorni che sto chiuso qui dentro a sagomare di parole il corpo intermittente di cb, metto tagliole tolgo tagliole, cercando di non farmi troppo male.”

    Questo passaggio mi piace molto.

  20. thechick Says:

    un’opinione negativa non è sparare sul pianista.
    ognuno spero sia libero di leggere e dire cosa ne pensa.
    anzi, adesso ho capito perché non mi è piaciuto: perché non sono riuscito a leggerlo! ma potrebbe benissimo essere un mio limite. Un altro libro che non sono ad esempio mai riuscito a leggere (nonostante innumerevoli tentativi): Sulla strada di Kerouak

  21. Alessandra Says:

    Questo autore ha la capacità di ‘fluire’. Non so se il suo flusso sia pilotato o spontaneo, fatto sta che salverò il racconto e lo leggerò e rileggerò perché questa scrittura ha qualcosa da dare non solo a chi legge ma anche a chi scrive. In maniera meno disinvolta, mi piacerebbe scrivere qualche passaggio in questo modo.

  22. Livio Romano Says:

    Chiavi di lettura. Aeroplanini. Lingua, mygod, DIVERSA. Ma avete mai provato a leggere Gadda? Per esempio qui: http://www.gadda.ed.ac.uk/Pages/resources/walks/subwalks/bizze/ville.php

  23. danielemuriano Says:

    Ecco un’altra occasione per registrare quanto spesso all’incomprensione di un testo narrativo che, al contrario di un saggio, non si sa perché, deve potere essere compreso da tutti, altrimenti diventa subito intersoggettivamente brutto, segue un moto di rabbia che si riversa analogicamente sui tasti. E vale anche per i critici e per i lettori avvertiti, non è un fatto di ingenuità. E’ proprio l’animale umano a possedere questo istinto primordiale. Animale umano stricto sensu, ovviamente, che nessuno si offenda.

  24. federica sgaggio Says:

    Io in genere mi arrabbio di più se non capisco un saggio.
    Ci sono saggi con pagine accartocciate per rabbia, nella mia libreria.
    Uno su tutti, Derrida.
    Se non capisco un testo narrativo tendo ad abbandonarlo e basta.

    (Vittorio, ti leggerò con un po’ di concentrazione).

  25. federica sgaggio Says:

    Nel senso, Vittorio, che ho scaricato il pdf ed è lì che mi aspetta.

  26. danielemuriano Says:

    No be’, sfogare il senso di incomprensione (o l’amore) con l’oggetto libro è una cosa fin troppo raffinata. Sfogarlo prendendo ad aggettivi l’autore mi pare di cattivo gusto (attaccare l’opera è attaccare l’autore – criticare non significa attaccare, ovviamente, anche se spesso l’intelligente non intellige la differenza, o… la differance?!?)

  27. Annalisa Says:

    # thechick Dice:

    ok, mi par di capire che i lettori si sono divisi in 2 gruppi: quelli a cui non è piaciuto e quelli che non hanno avuto il coraggio di dirlo…

    Io sarei quindi una di quei vigliacchi ai quali il testo non è piaciuto ma non ho avuto il coraggio di dirlo?
    Chiedo per saperlo, eh, e ringrazio chi ha saputo leggermi nella mente meglio di quanto abbia saputo fare io stessa.

  28. vibrisse Says:

    Il post con il racconto di Vittorio Ondedei è stato aperto finora 829 volte. Il testo in pdf è stato prelevato 56 volte. gm

  29. andrea barbieri Says:

    A me pare una scrittura interessante. Non c’è nemmeno bisogno di spremersi tanto nel motivare il giudizio, tutto è già detto lucidamente dall’autore:
    “Scrivo molto, soprattutto per lavoro: questo mi fa frequentare le parole ed i modi in cui si legano fra loro e, dato che c’è di mezzo il lavoro, anche che cosa corrisponde ad esse nel mondo. Anche se ormai non sto lì a distinguere più di tanto”

    Cioè una persona che ha consapevolezza della scrittura, a volte disposto a farla corrispondere a qualcosa nella realtà (sono certo che ne è capace, non saprei però se gli interessa), a volte propenso a allentare un po’ – o molto – la referenzialità delle parole, magari – come secondo me accade qui – facendoci pensare a un codice che permetterebbe di decifrare tutto.

    Per un premio letterario in due anni diversi sono arrivati lavori scritti come questo racconto. Erano romanzi, e questo tipo di scrittura secondo me per cento-duecento pagine non funziona. Ma per un racconto va bene, va bene sperimentare, anche ‘tarantuleggiando’ (penso a ‘Tarantula’ di Bob Dylan, uno strano romanzo-poema del ’66).
    Il paragone con Gadda mi sembra un po’ forzato. Gadda artiglia la realtà con ogni parola. Certo per lui la realtà è uno scenario complessissimo per cui affrontarlo significa predisporre una struttura di linguaggio molto altrettanto complessa.
    Due cose. So che il mio giudizio dipende da un ‘mio’ punto di vista, e non è detto sia quello buono. C’è qualche concettone astratto, purtroppo per essere semplici bisogna conoscere le cose molto bene. Non è il mio caso.

  30. andrea barbieri Says:

    Volevo anche aggiungere che alla ricerca di un codice per decifrare il testo, per portarlo su un piano referenziale, ho pensato alla ‘malattia’ (perché è difficile fare una cosa normale) nel leggere questo:
    “Mi ricordo di cos’è vivere a cavallo di scariche elettriche discontinue, quanto sia difficile fare la doccia senza sapere quando l’acqua calda diventerà improvvisamente gelata e tu sotto senza pietà ad aspettare quello che non vuoi che arrivi, ma arriva.”
    Ma è una suggestione.

  31. Alberto Says:

    gli aeroplanini poi alla fine volavano bene e se Gadda è così mio caro Livio, mi sa che non fa per me. Il racconto di Vittorio per alcuni, ma non per molti potrà anche risultare interessante, ma a mio avviso è stata una provocazione, come lo erano i miei aeroplanini. La selezione di un testo così difficile da leggere, questa carta vetrata letteraria, ha naturalmente fatto scatenare un dibattito, se fosse stato scelto un testo tutto scritto per benino si sarebbero sprecati i complimentoni……….complimenti a Giulio

  32. thechick Says:

    @annalisa: “non avere coraggio di” e “vigliacco” non sono perfetti sinonimi. Esistono sfumature nelle parole, sennò cosa ci stiamo a fare tutti noi in questo posto

    che esista gente che sa leggerti la mente meglio di come sappia fare tu stessa è normale. la chiamano psicanalisi

  33. ludeangeli Says:

    allora. il racconto di per sè mi pare decisamente non necessario, non mi sa da niente. Detto questo, lui però è bravo.

  34. andrea barbieri Says:

    A me non sembra che il testo sia ‘difficile da leggere’, mi sembra difficile attribuirgli un significato. Mentre Gadda è difficile da leggere, ma una volta armati di vocabolario e pazienza è facile attribuirgli un significato.

    ps Lu De Angeli, Carlo Dalcielo e Vittorio Ondedei invidio i vostri cognomi, vorrei chiamarmi almeno Andrea Spazio.

  35. vibrisse Says:

    La persona che si firma “thechick” è invitata a evitare l’insolenza nei confronti degli altri commentatori.

    giulio mozzi

  36. antonella Says:

    Io ho stampato, letto e riletto. Non penso di essere il lettore modello di questo signor Vittorio Ondedei.
    Riconosco un grande valore nel suo lavoro, nel ritmo di scrittura, nella forma. I contenuti mi sembrano poco accessibili alla mia mente “semplice”. Ho pensato per un attimo a un lager nazista. Ho provato molta angoscia nel leggerlo, non interesse a portare avanti la lettura. Mi sono forzata a farlo. Sembra una galoppata di parole verso un ostacolo da saltare che mai arriva.

  37. Lilli Says:

    Più che una nuova grammatica, io avrei bisogno di un nuovo manuale di comunicazione. Condivido in toto le perplessità di Marzia ma al contrario di lei mi avvalgo della facoltà di non riprovarci.
    Con tutto il rispetto, ma non fa per me. Persino il semplice “piaciuto, non piaciuto” mi pare fuori luogo. Detto da me, infatti, che intendo narrativa e arte più in generale come capacità di comunicare con i propri simili a un livello altissimo, sarebbe come se un arbitro di tennis fosse chiamato ad arbitrare una gara di baseball.
    Ci sono delle regole che non conosco, qui, degli intenti che non conosco e che non sono certamente comunicare, perché i codici usati non sono condivisi.
    La verità è che sono arrivata a tre quarti circa, costringendomi con la forza, senza capire assolutamente nulla e a quel punto ho mollato.
    Ho letto con molta attenzione i post di tutti, in particolare di coloro che lo hanno amato: ma non trovo in questo testo né Gadda né Faulkner, e nemmeno la psicoanalisi, che è più che mai comunicazione.

  38. Livio Romano Says:

    Non mi sarei mai sognato di paragonare questo testo ai capolavori di Gadda. Era soltanto per dire che non per forza la lingua dev’essere piana, con la sintassi la punteggiatura l’utilizzo di figure retoriche ordinati secondo canoni comuni. Senò non esisterebbe la letteratura -dico banalità sconcertanti ma alcuni commenti mi pare rivendichino proprio questo: la comunicativa spiccia.

    Incollo un pezzo a caso: “E certo che non avrei trovato nient’altro di più accogliente, una rete verde taglio medio sprofondata nella terra ad accogliere rinchiudere uno strano obelisco di cemento senza porte aperture finestre contatore inutile incontrollabile, forse radioattivo, come me lì sprofondato nella rete sagomata sulla mia schiena curva giovane, eravamo in due ma il peso era tutto il mio”.

    Lo si può provare a spianare. “E figurarsi se mi poteva capitare qualcosa di più di più accogliente! Planai invece su questa rete verde, un po’ sgangherata, la quale faceva da recinto a un inquietante obelisco di cemento senza porte né finestre. Sfrofondammo contro la rete in due, ma solo la mia schiena sagomò l’intreccio. Osservai l’obelisco: non pareva esser dotato di un contatore, del resto inutile, e sembrava radioattivo così come radioattivo in quel momento percepivo me stesso”. Suona meno inquietante? Forse sì. Ma anche molto meno mimetico, icastico, compenetrato nel flusso dei pensieri dell’io narrante.

    Adoro gli aeroplani di carta, ne so fare di diversi tipi e spesso provo anch’io a insegnare alle mie figlie a modellarne di molto veloci.

  39. Livio Romano Says:

    C’è un “di più” in più, gasp!

  40. Annalisa Says:

    Mi è piaciuto la trasposizione qui sopra; la “spianatura”. E’ un bellissimo esercizio (sono insegnante, quindi vedo subito il lato utilitaristico delle cose, la loro spendibilità in aula).
    Ma sono d’accordo che in questo modo il testo perde qualcosa della sua unicità.
    Insomma, a me continua a piacere così com’è.

  41. Marco Says:

    Ah, vedi che Livio Romano mi sta simpatico a ragione…

  42. Tommaso Says:

    Mi è sembrato un buon racconto, anche se penso che lasci perplesso il lettore non tanto per la difficoltà di ciò che narra (la disabilità intellettiva e il suo tentativo di essere relatore del mondo), quanto per la caratterizzazione troppo forte di questa minorazione psichica che resta separata da quella nostra incapacità di relazionarci quando diventiamo irragionevoli come la realtà che ci assimila. Ecco, avrei voluto la malattia di cb più contagiosa, capace di sfumare le differenze di chi si sente in salvo solo perché convinto della sua naturale attitudine ad intellegire col mondo.

  43. Carlo Capone Says:

    Va a capire che lavoro faccia.
    Niente, si siede alla tastiera, innesca i pensieri intorno a un nucleo originario e parte, mescolando in un pasticcio infernale l’io di Ondedei, l’io narrante e l’io di cb.
    L’abilità, indiscutibile ( e però non equipariamo il falsario col vero autore), la bravura sta nel quagliare quanto percepito in dettatura. Col risultato di una roba che non significa niente e però ci azzecca (in senso dipietresco).

  44. Lilli Says:

    @ Livio Romano: non vorrei essere fraintesa. In narrativa – preferisco questo termine al più pomposo letteratura – l’ultima cosa che cerco è la comunicazione spiccia. Detesto i romanzi scritti con quei cento vocaboli che tutti conoscono, per intenderci, e non amo per niente nemmeno quelli zeppi di dialoghi che paiono le fiction di mediaset.
    Al contrario, sono incuriosita e ammiro chi riesce a variare i codici condivisi, creandone di nuovi. La lingua non è qualcosa di statico.
    ma non è che basti provarci, per riuscire. C’è un limite, per me: mi deve saper coinvolgere, farmi concentrare e quindi capire, mollare il mondo per seguire l’autore.
    Questo racconto non ci è riuscito, per quel che mi riguarda.

  45. francesco Says:

    a prima lettura mi viene da dire: boh , poi mi chiedo : ma c’è necssariamente qualcosa da capire in quello che qualcuno scrive.
    Un racconto, una storia necessariamente deve avere un senso ?
    La vita ne ha sempre uno ?

  46. Denis Smaniotto Says:

    Trovo sia molto bello. A me ricorda anche «Quello che è strano, via» di Beckett, che però non trovo più, chissà dov’è finito, e non posso confrontarlo.
    Un bel racconto.

  47. vibrisse Says:

    Il post con il racconto di Vittorio Ondedei è stato aperto finora 1.258 volte. Il testo in pdf è stato prelevato 81 volte. Ieri vibrisse è stato visitato 2.555 volte.

    Scrivo questi dati come risposta a chi mi ha domandato: “Ma a che serve pubblicare un proprio testo in vibrisse?. La risposta è: serve a far sì che venga letto da un certo numero di persone. gm

  48. Felice Muolo Says:

    Uno ci mette una vita per impare a scrivere in italiano, poi incontra sempre qualcuno che giustamente gli dice che ha sbagliato: doveva imparare a scrivere in cinese.
    Cotinuiamo a farci del male.

  49. monica Says:

    moh, chi lo sa cosa dire.
    io l’ho letto ieri una prima volta velocemente tra un lavoro e un altro e non ho capito niente. avevo in mente il commento di qualcuno che aveva citato Faulkner e leggevo pensando a come avevo letto L’urlo e il furore però in qualche modo non ha funzionato allo stesso modo. Sono rimasta un po’ triste. Di sera a casa ho letto di nuovo. Fino a pagina quattro, o poco prima, o poco dopo, quando mi sono stancata, perché mi stanco in fretta e quando mi stanco in fretta e controvoglia poi mi viene fretta di smettere la cosa che sto facendo che mi ha messo stanchezza controvoglia – mi viene una specie di rabbia, o rancore, verso la cosa -, be’, prima che succedesse questo io leggevo e c’erano dei momenti in cui provavo piacere, era il suono che da fuori (ma leggevo in silenzio, a bocca chiusa) entrava nelle orecchie. E iniziare a vedere la rete, o il palo (e pensavo pensavo pensavo alla prima scena del ragazzo scemo di Faulkner quando guarda i bambini giocare a palla e io non sapevo ancora che lui fosse un bambino scemo e che stavo leggendo la sua voce e insieme al palo di cb vedevo il palo del bambino scemo ed è stato bello. Per quel po’ che è durato.

  50. Lea Says:

    Questo racconto è scritto bene ma si fa leggere con difficoltà, l’attenzione si smarrisce spesso, forse perché questa è una non storia a cui si può tentare di dare un non giudizio. Posso soltanto dire che, per quanto stimabile, un non libro così non lo leggerei…

  51. lorella Says:

    Lo invidio, semplicemente.
    Invidio questo signore così sicuro della fedelta delle parole, lo invidio perchè le pone prima di se stesso, e lo invidio perchè ha fiducia in loro, facendone ciò che vuole.
    anch’io vorrei saperle torturare così,ma sono una persona di buon cuore, e prima di usarlLe preferisco chiedere : potreste aiutarmi, per favore.

  52. Gattaca Says:

    Scrivere è una delle forme attraverso le quali comunicare. Ogni parola è una goccia, un filo, un petalo, che sommata ad altre parole produce uno scroscio di pioggia, una sciarpa, un fiore.
    Deve arrivare al lettore una sensazione compatta, riconoscibile. Poco male se passa attraverso “situazioni” ermetiche o, semplicemente, di difficile codifica.
    Quanti amori vivono di sentimenti contrastanti, eppure si possono definire tali? Tutti, credo.
    Del racconto di Vittorio mi è arrivato, presumo, ciò che avrebbe voluto esprimere: un flusso di pensieri così come li vive cb; l’unico flusso possibile, poichè è quello che gli appartiene, quello che conosce.
    E’ arrivato cb stesso, come nessuno dei lettori abituati a riconoscersi in ‘schemi letterari definiti’ avrebbe voluto.
    Ci ha spiazzati, messi a disagio. Ha creato tensione (ci ha tesi verso), oppure rifiuto e, ancora, domande e dibattiti.
    Credo non succederebbe niente di diverso se avessimo la possibilità di trascorrere del tempo con una persona affetta – generalizzando – da turbe della psiche.
    Ci ritroveremmo persi, giacchè la strada sulla quale viaggerebbero i suoi pensieri sarebbe inedita alla nostra idea di strada.
    Obiettivo centrato, dal mio punto di vista.
    Ecco chi è cb: una vittima di qualcosa che lo domina. Noi spettatori impotenti di un disagio scomodo.

    … I “gusti”, poi, non si discutono. Anch’io ne ho di diversi. Forse un intero romanzo proiettato in un caos che non mi appartiene potrebbe affaticarmi fino al punto di sfinirmi.
    Mi chiedo se si tratti di una debolezza – poco allenamento – oppure di incapacità.

    Grazie a Vittorio per aver scritto, a Giulio per aver diffuso.

    F.

  53. Gabriele Says:

    Caro Vittorio,
    sono certo che hai scritto questo brano (scusami ma non riesco a chiamarlo racconto) con impegno. Ho colto il ritmo, amo la musica ed il ritmo mi riesce facile sentirlo, questo tuo scritto ha il ritmo del free jazz degli anni ’60, tante note solo apparentemente messe a casaccio. Quelli sembravano non saper suonare eppure erano fior di musicisti. Credo che per te sia lo stesso.
    Non credo tuttavia di potermi annoverare tra i tuoi lettori soddisfatti. A me piacciono ancora le storie, le situazioni, gli sprazzi di poesia (come “l’erba schiacciata parallela alle nubi”, lì ho avuto un sussulto, infatti).
    Circa un centinaio d’anni orsono Joyce inventò il flusso di coscienza: ne è passato di tempo.
    Poco prima Oscar Wilde (se ben ricordo) ebbe a dire ” la più grande paura dei geni è di non essere incompresi”.

  54. il pavone Says:

    il secondo gettone verrà pubblicato il primo giugno, o anche prima?

  55. Francesco Venturini Says:

    Il flusso di coscienza era una novità letterariamente sconvolgente (un po’) all’apparire dell’Ulisse. Dopo una novantina d’anni rischia di essere una litania, o diciamo rapsodia, di cose poco interessanti in forma facilmente automatica.

  56. francesco Says:

    si molto in stile Beckett, tipo Molloy
    E allora , chapeau, signor Vittorio Ondedei
    Certo un po’ spiazzante per quelli che ( come me) hanno , come ha detto qualcuno qui, imparato a scrivere in italiano
    Tipo ….. era all’interno di un labirinto, senza un Minotauro da uccidere, senza un filo pronto a salvarlo … bla bla bla
    D’altra parte sapere scrivere in italiano ( o in qualunque altra lingua) non vuol dire necessariamente sapere scrivere

  57. Felice Muolo Says:

    La cosa che più mi sorprende: sono un ammiratore dello stile di scrittura chiaro netto e limpido di Giulio e lui cosa fa? mi sottopone un testo astruso, poetico fin che vuoi ma non coerente con le aspettative che mi aspetto da lui. Ho il sospetto che mi stia prendendo in giro. Naturalmente, c’è sotto un piano o quanto meno delle scelte precise. Trovare il modo di alimentare al massimo la discussione, per esempio. Il giovanotto non è nato ieri.

  58. vibrisse Says:

    Il post con il racconto di Vittorio Ondedei è stato aperto finora 1.631 volte. Il testo in pdf è stato prelevato 89 volte. Ieri vibrisse è stato visitato 2.177 volte.

    Scrive Gabriele (qui): “Circa un centinaio d’anni orsono Joyce inventò il flusso di coscienza: ne è passato di tempo”. E’ curioso, peraltro, che un procedimento artistico vecchio di cento anni sembri ancora a molti (basta dare un’occhiata ai commenti) spiazzzante, semincomprensibile, difficile, e così via.

    giulio mozzi

  59. Livio Romano Says:

    Giulio, ma WordPress ti dice anche CHI è entrato a vedere? Quasi quasi mi ci trasferisco. Splinder, per il mio bloghetto fesso, mi comunica solo quanti visitatori “fino a oggi” e, al limite, l’ID del pc che ha lasciato un commento.

  60. vibrisse Says:

    No, Livio. WordPress non viola l’intimità dei visitatori di vibrisse. Si limita a contare le visite e le operazioni (molto più dettagliatamente di Splinder). g.

  61. il pavone Says:

    ah, era uno stream of consciousness… come quello di molly bloom in quelle 50 pagine finali dell’Ulisse, quelle che non ha mai letto nessuno. neanche Joyce secondo me….

  62. Fabio Carpina Says:

    (Giulio) “E’ curioso, peraltro, che un procedimento artistico vecchio di cento anni sembri ancora a molti (basta dare un’occhiata ai commenti) spiazzzante, semincomprensibile, difficile, e così via.”

    E’ quello che ho pensato anch’io, e poi mi sono detto che c’era qualcosa da approfondire in questo discorso.
    Perché non c’è stato solo lo “stream of consciousness” in questi cento anni: sono stati anni in cui c’è stato “un po’ di tutto” dal punto di vista della, per così dire, sperimentazione letteraria (nonché artistica in generale, va da sé); sono stati cento anni in cui si è scritto in molti modi diversi (diversi tra loro, e diversi da quello che c’era stato prima), e in cui si è moltissimo teorizzato su questa diversità, su questa varietà , sul rapporto tra classico e moderno, sul post moderno e sulla sua natura (ciclica, per alcuni, per esempio) , e via e via di teorie, scontri, rivoluzioni, restaurazioni, eccetera eccetera.
    Insomma, uno come me, che di tutto questo si è nutrito (da dilettante, si badi), che si immaginava che tutto intorno a lui gli altri lettori, pur con le inevitabili differenze di inclinazioni, gusti, cultura, fossero quantomeno abituati a vedersi passare tra le mani testi i più diversi – per poi se il caso scartarli, eh, mica dico il contrario – uno come me insomma legge questa colonna di commenti e si chiede se per caso è lui ad essere vissuto in un universo (letterario) parallelo, o se invece non esista tutta una fetta del mondo dei lettori che di tutto questo scrivere e teorizzare da un secolo (un secolo, dico) a questa parte non si è neanche accorto.
    E la cosa mi dà da pensare non tanto perché sia vitale dare il giusto nome tecnico alle cose (lo “stream of consciousness” peraltro se non sbaglio Joyce l’ha usato ma non l’ha “inventato”, altri sono i suoi contributi originali alla babele dei linguaggi letterari del novecento) ma perché mi ero convinto che (come credo fosse l’aspirazione di molti dei protagonisti di tali “rivoluzioni”) le tecniche, le innovazioni stilistiche, gli esperimenti fossero entrati gradualmente ma irrevocabilmente entro il modello di scrittura “piana”, “classica” che ci troviamo di fronte in gran parte dei testi, letterari e non, che si pubblicano oggi. Cioè le cose sono due: o questo è falso, e mi sto sbagliando, e con me tutti coloro che hanno scritto e teorizzato, oppure c’è una grande quantità di libri in cui , magari sottotraccia, persi nel discorso, confusi tra le righe “piane” e normali, compaiono esempi di tecniche letterarie “d’avanguardia”, e ci sono centinaia di migliaia di lettori che non sono in grado neanche di rendersene conto.

  63. vibrisse Says:

    Ovviamente non è vero che “nessuno” abbia mai letto l’ultimo capitolo dell’Ulisse. Di questo sono certo.

    Ed è vero invece, mi pare, come dice Fabio, che molte cose inventate da J. Joyce (e da altri) sono diventate nel frattempo moneta corrente, e si trovano anche nella letteratura di consumo.

    gm

  64. federica sgaggio Says:

    Ma che bisogno c’è di essere così taglienti con una persona che scrive? Ma perché?
    Perché ci si scatena con tutta la durezza che si legge in qualcuno dei commenti?
    A me questa cosa non piace tanto.

  65. cletus Says:

    Non siamo dalle Orsoline, Federica…

  66. danielemuriano Says:

    Perché anche il lettore è un inventore di mondi. Ci vuol talento per leggere come per scrivere, cioè almeno come per. Non capire un’opera equivale a vedersi negato questo talento. C’è chi si rattrista, chi se la prende con la giuria.

  67. federica sgaggio Says:

    Cletus, non fare così: non è questione di Orsoline.
    Sono sicura che hai capito cosa intendo.
    A volte Internet mi sembra un posto inutilmente crudele in cui assumiamo identità-scorciatoia, o identità alternative.
    Come se fra quel che realmente siamo e ciò che mostriamo di noi sul web ci fosse lo stesso rapporto che intercorre fra un articolo di giornale, per dire, e il titolo: che è sempre più forzato, tirato, teso.
    Se noi nella vita quotidiana incontrassimo una persona che ha scritto qualcosa che non ci piace non diremmo mai cose molto sgradevoli: taceremmo, o cercheremmo – credo – vie più morbide per esprimere i nostri giudizi.
    È questo che non mi piace.
    E poi – magari mi sbaglio, e in questo caso mi scuso – nessuno di noi è un critico professionista, di quelli che per statuto a volte si divertono a far sfoggio di splendidi livori.
    Ovvio che è normale che le cose possano non piacere. Non è questo che mi stupisce.
    È il modo.

  68. federica sgaggio Says:

    «È questo che non mi piace» nel senso che non mi piace che su Internet facciamo cose che «dal vivo» non faremmo.

  69. vibrisse Says:

    Il post con il racconto di Vittorio Ondedei è stato aperto finora 1.936 volte. Il testo in pdf è stato prelevato 93 volte. Ieri vibrisse è stato visitato 1.869 volte. gm

  70. il pavone Says:

    @federica: io se incontrassi Ondedei gli direi le stesse cose che ho scritto qui, senza problemi. E lo stesso potrebbe valere per gli altri commentatori, visto che nessuno è stato offensivo (è neanche particolarmente tagliente secondo me, ma questa è questione di sensibilità personale)

    e mi piacerebbe che la si smettesse con questo falso problema dell'”identità” su internet. Io sono il pavone e valgo per quello che qui scrivo.

    Se tu mi incontrassi di persona di me potresti conoscere il nome anagrafico, la faccia e quello che ti direi e basta. Invece se qui scrivessi il mio nome anagrafico tu, grazie a Goggle, di me potresti sapere molte altre cose che a me non va in questo momento di farti sapere. anche perchè potresti finire nelle pagine di un mio omonimo….

  71. vibrisse Says:

    Ci stai dicendo che la tua coda di pavone è di paglia? 🙂

    Ovviamente, se io ti incontrassi di persona, e conoscessi così il tuo nome anagrafico, mi sarebbe impossibile fare poi un controllo in Google. Vero?

    Suvvia, un po’ logica.

    giulio mozzi

  72. il pavone Says:

    1. ma non mentre stiamo parlando!

    2. cercandomi su goggle con il mio nome anagrafico non troverai i miei commenti su vibrisse

    queste erano le logiche….

  73. lurker Says:

    giusta la critica «logica» a Pavone, ma sono d’accordo con lui che ci sono buoni motivi per rimanere anonimi.

    basta invertire il suo punto.

    io sono molto contento del fatto che se si scrivono i miei nome e cognome su google, di mio non esca niente*. se li mettessi qua firmandomi, qualcuno (che conosco di persona o no, oppure che non conosco) potrebbe googlarmi, sapere che accedo a questo sito, a quale giorno e quale ora, leggere quello che ho scritto.
    qualcuna di queste sono un po’ le ragioni per cui si oscurano le targhe alle macchine.

    * buffo invece che se si mettono quelli di mio nonno (n 1895), qualcosa salta fuori :)))

  74. federica sgaggio Says:

    Non ho la curiosità di conoscere i nomi autentici per spirito documentario.
    Solo che non penso che l’identità sia un falso problema.
    Né su Internet né in qualunque altro posto.
    È solo un’opinione, ma io penso che «utilizzare» la propria identità sia un modo per assumere su di sé la responsabilità di ciò che si scrive (e si è).
    Il nome è un diritto, ma per come la vedo io è pure un dovere.

  75. cletus Says:

    ognuno adotta la policy che crede, ma se qui mi chiamo Cletus e nella realtà no, non vedo perchè presupporre che già solo questo altererebbe la validità delle mie affermazioni.

  76. il pavone Says:

    @federica: la responsabilità civile e penale è fatta salva dalla rintracciabilità do ognuno di noi attraverso l’indirizzo IP.

    per altri tipi di responsabilità sono d’accordo con cletus.

    però stiamo andando OT….

  77. Manuela Says:

    L’ho letto e riletto. Conoscendo Giulio, non mi sono affatto stupita che abbia scelto questo racconto per inaugurare la Gettoniera. Mi ha ricordato la scelta de “L’Organigramma” di Andrea Comotti come primo libro di vibrisselibri. In entrambi i casi ho dovuto chiamare a raccolta tutte le mie energie intellettuali per entrare nel testo. L’ho preso come un metamessaggio: “Su, abbandona la pigrizia e sforzati. La vita (dunque la letteratura) non è una passeggiata come qualcuno vuole far credere”.
    Il racconto di Ondedei, più che “flusso di coscienza” in stile Joyce, a me è suonato come una lunga poesia. “cb contava le bolle e i corpi/soffiava fra gli alberi/ con la forza di un fiato infinito/ tutte le foglie per aria/ l’erba schiacciata parallela alle nubi/è iniziato tutto da qui/dalle nubi inclinate come l’erba/. Il brano del viaggio tra le montagne di burro è poeticamente superbo.
    E però. Nonostante alcuni passaggi vividi e alcuni tuffi realistici nel tunnel della malattia mentale, alla fine non ho vibrato. E’ mancato qualcosa, come mi pare abbia già osservato qualcuno: quel senso di appagamento che, al termine di una lettura, può farmi sentire non dico migliore, ma più ricca.

  78. vibrisse Says:

    Premessa: qui in vibrisse è possibile intervenire conservando l’anonimato (per i lettori). Potrei impedirlo: non mi costerebbe fatica. Non lo impedisco. E questa è una presa di posizione chiara, mi pare.

    Poi: mi rendo conto che possono esserci vari motivi per agire nell’anonimato. Personalmente non li condivido. Ad esempio non capisco perché lo faccia Cletus (che conosco personalmente): ma sono fatti suoi. E gradisco e apprezzo i suoi interventi, serii o scherzosi che siano.

    Quello che m’importa è che l’anonimato non venga usato per inserire qui in vibrisse sciocchezze o ingiurie.

    giulio mozzi

  79. federica sgaggio Says:

    Non parlavo di responsabilità civile o penale; né sostengo che la credibilità delle affermazioni anonime sia minore.

    Dico solo che per me il nome è un diritto ma anche un dovere. E ripeto che secondo la mia opinione – opinione, appunto – l’«uso» della propria identità è un modo per assumere su di sé la responsabilità di ciò che si scrive e si è.

    Chiunque sa perché si firma in un modo diverso, e non sono affari miei. Ma io so perché io mi firmo col mio nome.

    Continuo però a credere che – fatti salvi i casi come quello di pavone, delle cui parole non dubito – ci rivolgiamo molto raramente a persone in carne e ossa con la stessa assenza di sfumature che a volte usiamo sul web.

    I codici comunicativi sono diversi e c’è un perché, non lo nego.
    Solo che – in termini astratti – non mi piace la parcellizzazione dell’identità, che tendo a considerare necessaria all’interazione sociale più in chiave difensiva che in chiave offensiva.

  80. Lilli Luini Says:

    Torno qui dopo giorni, e vedo che Federica ha sollevato una obiezione sui commenti anonimi e negativi. Non volevo restare anonima, è che mi vien spontaneo firmarmi solo Lilli. Come vedete, provvedo, perché – con tutto il rispetto per chi rimane anonimo . io ho fatto una scelta ben diversa e modero un forum con nome, cognome e fotografia.
    Riguardo al commento negativo, sinceramente non ritengo di essere stata cattiva, Tra l’altro, considerati i molti commenti positivi, l’ho riletto con calma, ma il risultato è rimasto il medesimo: non ho vibrato, esattamente come Manuela e per le stesse ragioni. Ma questo ha un mero valore individuale.

  81. vibrisse Says:

    Il post con il racconto di Vittorio Ondedei è stato aperto finora 2.367 volte. Il testo in pdf è stato prelevato 101 volte. Fine degli aggiornamenti. gm

  82. Bettina Says:

    Ho stampato il pdf e letto d’un fiato il racconto.

    Mi sono lasciata condurre dall’armonia generata del testo e dall’uso davvero singolare delle parole. Ne è risultata una piacevole melodia che mi ha condotto, estasiata, fino alla fine del racconto.

    Peccato per il contenuto. io non l’ho colto. Per me solo musica, non parole.

  83. federica sgaggio Says:

    Lilli, ciao.
    Parlavo in termini generali della durezza che Internet sembra consentire ad alcuni, grazie alla «deresponsabilizzazione» generata dall’anonimato.
    Ma non sollevo obiezioni: dico che ognuno sa perché rinuncia al proprio nome quando interviene, e aggiungo che le opinioni espresse in anonimato non è che siano meno credibili.

  84. Anna Maria Ercilli Says:

    Non ho stamapto il racconto, ma sono ritornata alla lettura. La scrittura e il ritmo mi piacciono, catturano l’attenzione, accompagnano cb…e aspetto l’evolversi della situazione. Promette bene, ne sono convinta.

  85. vittorio ondedei Says:

    eh, sono tornato qui dopo mesi e mesi a rileggere a caso i commenti su e giù. ho scoperto di non essere più quello di quel tempo lì.
    avevo risposto ai commenti in una forma strutturata, che adesso non mi sovviene e che ricordo avere prodotto come in apnea, con i pensieri e le parole che transitavano per un piccolo forellino al centro della fronte….fili che andavano ad annodarsi ai polpastrelli e già fitti sulla tastiera e poi lì, nelle caselline specifiche e nella lettura.
    adesso respiro con più ampiezza. in qualche modo questa storia mi ha cambiato.
    non quella di cb. proprio la storia della pubblicazione e di tutto il resto. ne sono contento. e vi ringrazio, per quel che in qualche modo, ciascuno ciascuna, ha fatto. e poi Giulio, certo.

  86. manu Says:

    – Farebbe restare senza fiato San Tommaso, questa ragazza, disse Oliveira.
    – Perchè San Tommaso? – disse La Maga. – Quello scemo che voleva vedere per credere?
    – Si, cara – disse Oliveira, pensando che in fondo La Maga aveva azzeccato il santo giusto. Felice per lei che poteva credere senza vedere, che faceva corpo unico con la durata, la continuità della vita. Felice per lei che stava nella stanza, che aveva diritto di cittadinanza in tutto ciò che toccava e con cui conviveva, pesce nel fiume, foglia sull’albero, nuvola nel cielo, immagine nella poesia. Pesce, foglia, nuvola, immagine; esattamente questo, a meno che…

    Julio Cortazar
    Rayuela ( Il gioco del mondo)

    complimenti Ondedei, l’ho letto d’un fiato.

    frasi che ho amato:

    ‘di te mi piace il pollice l’occhio destro’
    ‘era gentile, senza pietà’
    ‘decisamente poco seria futile nera di lacca sparsa e dispersa’
    ‘se ne rimane lì accucciato nei polmoni’

  87. vittorio Says:

    grazie manu, ogni tanto mi dimentico di cb, ma non delle tagliole!
    conserverò con cura tutto quel fiato usato per leggere!!!

    vittorio

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