“Il mercato letterario? Non è il diavolo”

by

di Federica Manzon

[Questo testo di Federica Manzon, estratto da un articolo apparso in Nuovi argomenti, 49, 2010, è apparso nel supplemento domenicale de Il sole / 24 ore il 7 marzo 2010. L’ho trovato nell’ottimo blog della Biblioteca di Garlasco, qui. Una sintesi della discussione che è seguita si trova in Editing and Publishing, il blog del corso di Editing e tecniche di redazione della facoltà di Scienze umanistiche dell’università La Sapienza di Roma, qui].

Perché quando un romanzo incontra il successo del mercato a spiegare il fenomeno vengono mobilitate molte ragioni e tutte ignobili? Perché la ‘società letteraria italiana’ continua ad accusare il mercato di essere il colpevole della scarsa qualità delle opere in commercio (quando, ad analizzare i dati, il complesso della cosiddetta editoria di qualità vale nel nostro Paese circa un quarto del mercato, il che è decisamente molto)? Perché questo periodico avvistare all’orizzonte orde di barbari, ingordi di bestseller, pronti ad attaccare la cittadella dei buoni lettori? Oltre a un vezzo, un segno di distinzione e di appartenenza alla categoria delle persone per bene, questo atteggiamento non ha forse il proprio fondamento nell’orgoglio di sentirsi parte di una fortezza assediata, nel compiacimento del ‘siamo rimasti in pochi’? Un’élite che vede nel grande pubblico (e quindi nel mercato) un nemico da combattere e va fiera della propria minorità, non certo democratica. Tutti seguaci della grande opposizione adorniana tra cultura di massa e teoria critica. Ridotta ormai a un’opposizione un po’ assertiva tra qualità e quantità. Non certo senza qualche notevole imbarazzo: Umberto Eco dove lo mettiamo? E Stephen King ormai considerato un maestro? E Gomorra di Saviano, che ha parlato a più di due milioni di lettori, è di qualità o no?

In economia, con mercato si intende quello spazio aperto e sempre mutabile dove si incrociano la domanda e l’offerta. Non un’entità astratta che pre-esiste all’uomo e che impone a esso le proprie regole (disumane), quanto piuttosto un luogo che prende corpo nella pluralità di incroci, ibridazioni, e scambi. Troviamo così in questa definizione tecnica qualcosa che suona incredibilmente vicino a un concetto elementare ed essenziale di narrazione, intesa come evoluzione e travestimento, prodotto dell’incrocio di culture e identità, scommessa e rischio. A voler usare il potere delle immagini scopriamo che ‘il mercato’, nella sua definizione più tecnica ma anche più originaria, porta in sé situazioni e linguaggi che molto hanno in comune con il gesto dello scrittore. Proviamo a immaginare: un mercato è fatto di persone, persone che partendo da un punto del mondo iniziano viaggi e avventure per raggiungere piazze lontane e a volte sconosciute. […]

Così il mercato appare prima di qualsiasi altra definizione il luogo in cui si incontrano gli uomini – oriente e occidente esposti senza guerre sulla piazza del mercato ateniese – e lì scambiano, intrecciano legami, mescolano le proprie qualità e le affinano nel confronto continuo. Il mercato quindi, lontano dall’essere una costruzione astratta che viene a imporsi e alterare in negativo l’essenza dell’umano, appare invece legato a quanto all’uomo è di più proprio.

Così possiamo, senza troppi imbarazzi di galateo, pensare che ‘mercato’ non è opposto a ‘letteratura’, a valore letterario. Seguendo infatti l’equazione più semplice per cui il mercato è costituito da persone, da un pubblico di lettori nel caso della produzione libraria (e quindi copie vendute), è evidente come esso non risponda a regole astratte che lo portano a cercare nell’opera letteraria un canone riconosciuto come depositario di bellezza e valore artistico, ma piuttosto a orientare ogni lettore è il bisogno di trovare nel testo scritto qualcosa che gli parli di sé.

L’opposizione mercato e letteratura non è quindi così netta. Il successo di pubblico non è facilmente indice di scarsa qualità letteraria, e si può azzardare tra i due una convergenza anche in negativo. L’alienazione del pubblico avviene infatti molto spesso quando lo scrittore, invece di concentrarsi su ciò che vuole veramente raccontare, si fa catturare da regole e mode, cerca di piegare la propria vocazione autentica ai dettami delle correnti letterarie in voga e delle supposte tendenze di mercato. In poche parole, non è così scontato che il valore economico sia inversamente proporzionale al valore artistico. Alla base, forse, c’è un modo pregiudiziale di intendere la parola mercato all’interno della produzione culturale. […]

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15 Risposte to ““Il mercato letterario? Non è il diavolo””

  1. somniumhannibalis Says:

    Il Mercato malvagio e crasso, l’Arte pura e nobile che sboccia in un vacuum immateriale, il trionfo del pennivendolo sul’Artista senza secondi fini… si potrebbe continuare a lungo con i luoghi comuni in materia. E più sono manichei, più sono duri a morire, trovo…

  2. enpi Says:

    “Il successo di pubblico non è facilmente indice di scarsa qualità letteraria”: non ho mai letto o sentito il contrario, in effetti. mi sembra, in sostanza, piuttosto ovvio.

    invece mi chiedevo, leggendo “ad analizzare i dati, il complesso della cosiddetta editoria di qualità vale nel nostro Paese circa un quarto del mercato”, mi chiedevo: quali dati? [un quarto del mercato = piccole editoria, e piccola editoria = editoria di qualità?]

  3. Alcor Says:

    «Perché quando un romanzo incontra il successo del mercato a spiegare il fenomeno vengono mobilitate molte ragioni e tutte ignobili?»

    davvero? vengono mobilitate molte ragioni tutte ignobili? Nomi di chi le mobilita, please!

    «Oltre a un vezzo, un segno di distinzione e di appartenenza alla categoria delle persone per bene, questo atteggiamento non ha forse il proprio fondamento nell’orgoglio di sentirsi parte di una fortezza assediata, nel compiacimento del ’siamo rimasti in pochi’?

    davvero? un vezzo, un segno di distinzione? e soprattutto il masochistico compiacimento del ‘siamo rimasti in pochi’? ci manca solo che tiri fuori i salotti dei poteri forti, ma da dove viene questa pulsione così leghista a fare dell’intellettuale prima un nemico e poi decisamente un cretino? come qui sotto:

    «Tutti seguaci della grande opposizione adorniana tra cultura di massa e teoria critica. Ridotta ormai a un’opposizione un po’ assertiva tra qualità e quantità. »

    pietà!

    i luoghi comuni sono deprimenti sempre, ma tanto più deprimenti quando cercano di farsi passare come svelatori di altri luoghi comuni.

    [ho letto anche il resto, eh, non mi si dica che poi migliora, ma penso che quanto a esempi ci si possa fermare qua]

  4. vbinaghi Says:

    Sarebbe interessante cominciare a collegare la leggibilità di un testo a una concreta comunità di lettori, che può essere più o meno numerosa e non per questo necessariamente rispettivamente ignobile e nobile.
    Per esempio libri come quelli di Faletti possono essere letti da una comunità ampia (gli appassionati di fiction), mentre è certamente più ristretta quella dei lettori di Manganelli. Ma lo stesso rapporto numerico vale anche per i lettori del “Manifesto” di Marx e del Mein Kampf di Hitler. E non è detto che l’appartenenza a una comunità sia esclusiva. Ad esempio a me piace ogni tanto centellinare una pagina di “Centuria” ma anche divorare un tomone di Stephen King in due giorni.
    Secondo me la cosa diventa interessante quando ci si trova di fronte a due libri che si rivolgono alla medesima comunità, eppure svelano qualità molto diverse. Per esempio, nel secondo Ottocento italiano, il “Marco Visconti” di Tommaso Grossi e “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni si rivolgevano a un pubblico non dissimile, e ignoro quale dei due ai tempi abbia avuto più successo, ma chiunque li abbia letti entrambi non farà fatica a riconoscere dove sta la maggiore qualità letteraria.
    Voglio arrivare a questo: un libro si legge e piace per diversi motivi.
    C’è un primo elemento, più comune, d’identificazione psicologica, culturale, estetica, che potremmo definire comunicativo.
    C’è poi un elemento di autentica rivelazione, per cui l’opera d’arte non si limita a cullare il lettore nel suo sogno abituale, ma esercita su di lui un effetto di risveglio, nel senso che ne ristruttura la consapevolezza, e questo non avviene mai senza un shock percettivo che nella scrittura è a carico del linguaggio. E non si tratta della scelta di un registro o di un gergo a priori: il dialetto milanese come lo usava Carlo Porta era una cosa, i lombardismi presenti in certe pagine di Gadda sono un’altra.
    Infine c’è un terzo elemento, che io definirei simbolico: l’opera non si limita a rinsaldare i legami interni a una comunità di senso nè a mostrarne i limiti, ma celebra per così dire l’universalità dell’umano, e lo fa attingendo a un’immaginazione che non è regionale nè sperimentale ma archetipica. Questo è il modo in cui io mi spiego il successo non solo epocale ma continuo di certe opere, che diventano i “classici” di un’intera cultura. E nessuno, credo, oserà affermare che Omero, Sofocle, Dante o Cervantes, Manzoni o Pirandello sono roba da poco perchè universalmente apprezzati.

  5. andrea barbieri Says:

    Buona questa intuizione: “Così il mercato appare prima di qualsiasi altra definizione il luogo in cui si incontrano gli uomini – oriente e occidente esposti senza guerre sulla piazza del mercato ateniese – e lì scambiano, intrecciano legami, mescolano le proprie qualità e le affinano nel confronto continuo.” Mercato è anche incontro tra persone in carne e ossa.
    Mi ricorda cose che scriveva Igort qualche anno fa a partire dalla produzione industriale dei fumetti in Giappone.

    @ Binaghi, scrivi “celebra per così dire l’universalità dell’umano”.
    Ma ciò che noi consideriamo “l’umano” è oggetto di norme più o meno esplicite, contrattazione, esercizio del potere, lotta per i diritti civili e via di questo passo.
    A te magari sembra che esista un “umano” universale, e che gli archetipi siano la chiave per accedere a questa universalità, per rappresentarla, ricordarla nei momenti peggiori e celebrarla in quelli migliori, ma basta che tu cambi cultura e “l’umano” avrà dei confini diversi.

  6. andrea barbieri Says:

    “Incontro” nel senso appunto di scambio, mescolanza ecc.

  7. vbinaghi Says:

    L’esistenza del “classico” e vorrei dire l’esistenza stessa dell’arte è una dimostrazione che il livello “contrattuaale” di cui tu parli è non dico superficiale ma non esaustivo. E’ lo differenza che Hegel poneva tra “spirito oggettivo” (cui appartengono norme etiche e giuridiche) e “spirito assoluto”, cui appartengono l’arte, la religione e il sapere.

  8. andrea barbieri Says:

    Guarda, la definizione di “umano” non è che opera solo nell’arte, anzi.
    Un piccolissimo esempio, il pensiero che studia il colonialismo deve fare i conti con nozioni di umano che ora giudichiamo razziste, mentre allora erano percepite come assolutamente naturali.
    Ma se anche vogliamo restare nel campo dell’arte, quante sacre famiglie o santi con anomalie cromosomiche tu conosci dipinte dai maestri del rinascimento?
    Una persona con anomalie cromosomiche non poteva essere ‘riconosciuta’ come soggetto sacro. L’idea dell’umano -che nella sua forma ideale era rappresentata dai soggetti sacri- originava una regola di esclusione del ‘non-umano’ (in quel caso spinto nel recinto del patologico) dal linguaggio artistico.
    Affinché il ‘non umano’ di allora potesse accedere al linguaggio artistico, è servita una riappropriazione del linguaggio passata attraverso cambiamenti sociali, cioè anche lotte civili.

    Ho parlato del rinascimento, ma potevo benissimo parlare del lavoro del sudafricano Kentridge.

  9. vbinaghi Says:

    Ho come l’impressione che parliamo di cose diverse.

  10. Alessandra Says:

    Il tempo è un setaccio efficace. Alla fine, le pepite d’oro, restano e sono visibili. Per quanto riguarda i ‘classici’, quelli che ci sono e quelli che verranno, sono d’accordo con Binaghi.

  11. andrea barbieri Says:

    Walter usiamo la stessa parola, come sostantivo, “l’umano”.
    Solo che per te, “l’umano” è qualcosa di pacifico, perché istintivamente accetti le norme scritte e non scritte che nella tua (e mia) cultura ci dicono come stanno le cose per quanto riguarda ciò che è “umano”.

    Per me “l’umano” è invece un “campo”. So che esistono norme che mi dicono come deve essere riempito quel campo, ma non le accetto come definitive, naturali. E questo mi porta a fare domande come per esempio: perché non è mai stato rappresentato nella grande tradizione artistica un Cristo che aveva il patrimonio cromosomico diverso da quello tuo e mio?
    Lo dipinge Laudani nel 2000, che è il grande artista sconosciuto, non certo per sminuirlo lo dico, ma per far capire quanto è difficile forzare la gabbia dell'”umano” come ci viene insegnato.

    Il linguaggio, anche quello artistico, è stato posto a custodia di un’idea dell’umano. Per cambiare occorre riappropriarsi di zone del linguaggio.
    Pensa al ‘mongoloide’ all”handicappato’ che diventano ‘disabile’, poi ‘diversamente abile’.

    Questi movimenti profondi di ricofigurazione dell’Umano hanno una radice sociale, politica e non sono affatto estranei all’arte e al riconoscimento dello status di classico nell’arte.

    Queste sono cose che fuori dal nostro paese, in USA soprattutto, macinano da decenni. Qui se fai un discorso del genere crei sconcerto e forse passi per avanguardista. Ma mica ci tengo a fare l’avanguardista, anzi è una cosa di cui continuo a stupirmi, io vivo in provincia, non ho molti contatti e ormai leggo solo Vibrisse e un po’ Il primo amore 😀

  12. vbinaghi Says:

    Andrea, vivo in provincia anch’io, ma sono comunque parti dell’Impero.
    La differenza che avverto è nella concezione del simbolico. Per te mi pare che il simbolico funzioni nel momento in cui è decodificato o decodificabile, alla luce di un’appropriazione cosciente. Per me è qualcosa che si proietta a partire da un soggetto che è ancora in larga misura inconsapevole di sè, e lo diventa proprio grazie alla provocazione che il simbolico esercita. Il simbolico dà da pensare, provoca interpretazioni, queste stabilizzano norme ma a loro volta non possono fermare quella che Peirce chiamava la “semiosi infinita”. Una teoria scientifica, un assetto giuridico e entro certi limiti anche una filosofia possono divenire “datati”, mentre l’opera d’arte che si sostanzia del livello “simbolico” non lo è mai, perchè evidentemente riguarda ciò che dell’uomo non solo non passa, ma non è ancora completamente accaduto.

  13. andrea barbieri Says:

    Secondo me il ‘simbolico’ è uno strumento retorico, quindi non mi interessa dire che è datato o non datato o eterno, quello che mi interessa è: quale verità racconta?

    Potrei anche farmi portare via dal ‘simbolico’ come ci si fa portare via dalla musica, ma preferirei di no, perché come dici anche tu, il simbolico costruisce la consapevolezza del soggetto, e questa costruzione secondo me non è priva di ideologie su come devono essere le cose.
    Quindi sì: per me ci si appropria del simbolico in modo consapevole cercando di capire prima di tutto come è stato costruito.

    Mozzi, mi pare, ha lo stesso atteggiamento verso il testo. Lo legge chiedendosi come è stato ‘costruito’, per capire quale verità ne scaturisce. Infatti la categoria delle ‘retoriche’ ha grande rilievo in Vibrisse.

  14. andrea barbieri Says:

    “Il simbolico dà da pensare, provoca interpretazioni, queste stabilizzano norme […]” (Binaghi)

    Non esiste solo questo movimento, anzi direi che questa è l’eccezione, il movimento principale è contrario, le norme sociali, giuridiche, religiose ecc. configurano delle possibilità del ‘simbolico’ dentro cui l’artista si muove.
    Certo poi c’è chi le forza. Ma a quel punto resta il problema del ‘riconoscimento’. Può darsi che il suo discorso non sia ‘riconosciuto’, che sia boicottato, depotenziato, eluso, chiuso in una nicchia.
    Anche un ‘nero’ nel regime dell’apartheid sudafricano doveva fare i conti con le norme di ‘riconoscimento’: non era riconosciuto come pienamente ‘umano’. Il tema delle norme di ‘riconoscimento’ è molto importante.

  15. vibrisse Says:

    Molto buono il paragone tra Grossi e Manzoni, Valter. Peraltro, va ricordato che lo stesso Manzoni aveva grande stima di Grossi, al punto di citare nei “Promessi sposi” un verso dal suo poema in ottave “I Lombardi alla prima crociata”, pubblicato nel 1826. Dal quale Verdi ricavò l’omonima opera (libretto di Temistocle Solera) – cosa che è indice, immagino, di una certa popolarità del poema stesso. Wikipedia dice che “con le sue 3500 copie risultò l’opera letteraria con più alta tiratura del tempo” (qui).

    giulio mozzi

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