La furia del dileguare condanna la sinistra

by

di Massimo Adinolfi

[Questo articolo è apparso nel blog di Massimo Adinolfi]

C’è una cosa che il partito democratico dovrebbe mettersi bene in testa, ed è che di qui alle elezioni politiche generali mancano la bellezza di tre anni. E i tempi, in politica, sono tutto. Sono il metronomo dell’azione, il ritmo che ne scandisce il passo. In cerca di profili più o meno riformistici, il partito democratico ha finora trascurato di darsi idee e programmi e uomini in ragione dei cicli elettorali che doveva affrontare. Questa negligenza, ancor più che la mancata definizione di una propria identità, è forse il suo vero peccato originale, che sconta ancora adesso, nei risultati di domenica.
Alla sua nascita, il partito democratico ha impresso con Veltroni una forte accelerazione alla crisi del centrosinistra: che abbia o no provocato la fine del governo Prodi, è un fatto che dal battesimo iniziale del partito alla prova delle elezioni passarono, nel 2008, pochi mesi. Troppo pochi per chi voleva, allora, ricominciare daccapo e fare un partito tutto nuovo. È poi stata la volta di Franceschini, alla guida del Pd fino al congresso, ma in sostanza quasi sbalzato di sella già con le europee del 2009, cioè solo pochi mesi dopo la sua nomina a segretario. Anche in quel caso, il progetto e i tempi di realizzazione non erano accordati fra di loro. Ora è la volta di Bersani: per il momento è solo la figlia di Veltroni, su Facebook, che si domanda con candore se non si debba dimettere qualche dirigente del Pd, visto il voto, ma può darsi che prima o poi si facciano vive anche anime meno candide e molto più determinate nel chiedere al segretario di farsi da parte. Hegel la chiamava “furia del dileguare”, e la considerava una malattia tipica di quel democraticismo astratto, incapace di produrre alcuna opera positiva, che risultava paradossalmente non da poca ma da troppa, moralistica virtù.

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