Articolo con dicitura abusiva (e correzione)

by

di giuliomozzi

[Questo articolo è apparso domenica 21 marzo nel Domenicale, supplemento del quotidiano Il sole / 24 ore. Nel Domenicale, in calce all’articolo appare la dicitura “© Riproduzione riservata”. Tale dicitura è abusiva. Il giornale non ha acquistato il mio articolo (non me l’ha nemmeno chiesto: l’ho mandato io spontaneamente) né lo acquisterà (ovvero: non sarà pagato, e se cercheranno di pagarmelo rifiuterò); quindi non ha alcun diritto di trattarlo come una cosa di sua proprietà].

[Il 28 marzo il Domenicale ha avvisati i lettori del proprio errore. Ringrazio per la correttezza. gm].

Il mio mestiere è: leggere romanzi e racconti in dattiloscritto, e segnalare quelli che mi sembrano interessanti all’editore che mi paga lo stipendio. Ricevo due o tre plichi al giorno, e due o tre giorni la settimana mi metto lì, leggo, sfoglio – ho deciso che a tutti sono dovute la lettura di trenta pagine e una sfogliata – e, il più delle volte, butto via. Sui mille e passa dattiloscritti che leggo ogni anno, mediamente una decina scarsa sono interessanti (il che non significa: pubblicabili). Gli altri no. Gli altri sono spesso ingenui, spesso brutti, spesso velleitari, non di rado orrendi.

Detto questo – e l’ho detto per chiarire che so che cosa è la produzione letteraria non pubblicata – ho avuto un senso di fastidio leggendo, nel Domenicale del 14 marzo, i pezzi di Filippo Tuena, Diego Marani e Paolo Albani. Mi dà fastidio, in generale, l’ironia esercitata da chi sta dentro nei confronti di chi sta fuori; e mi dà ancor più fastidio il manicheismo.

L’articolo di Marani [leggibile qui] è tutto costruito su contrapposizioni: «Accanto ai romanzi che segnano un’epoca e che hanno sempre qualcosa da dire si vendono quelli che si consumano in un pomeriggio»; «Quel che fa la differenza sta nella capacità del lettore di distinguere un’opera letteraria di valore universale da un divertimento superficiale ed effimero»; il «lavoro che richiede la scrittura di un’opera letteraria» non ha nulla che fare, «nulla di paragonabile», con «un bel romanzo giallo, spigliato e accattivante». E così via. Certo, si concede che, per ricrearsi, il lettore possa consumare anche «scrittura popolare» accanto a quella «elevata»: ma, per carità, riconoscendone il «diverso valore». Scrivere un’opera letteraria, stando a Marani, è una cosa tremenda: «C’è di mezzo il sentire, il calarsi a scavare nel pozzo del proprio animo e ritornare in superficie un attimo prima di soffocare per l’angoscia ma stringendo fra le mani la parola che ci mancava»; peccato che una frase come questa, con le sue immagini cliché, abbia proprio il sapore – sarò schizzinoso – della cattiva letteratura.

Tuena è più fine: suggerisce all’aspirante scrittore la lettura sistematica nei «libri brutti», il «tuffo a capofitto nell’inferno dei mediocri», il «disprezzo per chi scrive e per le opere che vengono pubblicate», fino a «provare veramente disgusto per la scrittura, per l’oggetto libro così lontano dall’immagine idealizzata» e a liberarsi dalla «scimmia sulla schiena», a dimenticare il «figlio lontano dagli occhi» (il romanzo nel cassetto). L’effetto terapeutico – si tratta di una terapia paradossale, nello stile di Watzlawick o del nostro Nardone – è quasi garantito: «Un giorno, in un momento d’ozio o di distrazione, ti tornerà alla mente una frase che ti ronza in capo da tempo – una battuta di una tragedia di Shakespeare o una terzina di Dante – e riapparirà il nitore perfetto d’una pagina scritta, l’aria fresca di primavera, il canto degli uccelli che tornano trascorso l’inverno, la passeggiata serale delle adolescenti sul lungomare, il gioco del pallone, l’andare in motocicletta, la penombra di una camera da letto dove una donna è distesa in attesa dell’amante, il silenzio di una via innevata, lo sguardo di un bambino da dietro la finestra che osserva di notte la neve scendere su quella strada, il passante che l’attraversa lasciando impronte scure e che nasconde un segreto innominabile»: ma, dico, c’è proprio bisogno di attraversare l’«inferno della mediocrità» e tornare a Shakespeare e Dante, per approdare a questa paccottiglia sentimentale? Corrado Govoni scrisse all’inizio del Novecento Le cose che fanno la domenica, Tuena sembra essersi esercitato oggi sul tema Le cose che fanno la letteratura.

Quanto al decalogo di Albani, si potrebbe riassumerlo in un solo comandamento: «Sii snob».

La vitalità di una letteratura è fatta, al contrario di quel che sembrano pensare Marani, Tuena e Albani – ciascuno dice il suo pensiero in modo diverso, ma mi pare che sia un unico pensiero – di tutta la produzione letteraria. Il conte Alessandro Manzoni non sarebbe sceso da cavallo, abbandonando inni e tragedie, per scrivere un romanzo, se il romanzo, questo genere letterario così disprezzato, così corruttivo, così popolare, così di basso livello da essere considerato roba per le donne, non si fosse nel frattempo imposto nel consumo dei lettori dell’epoca. Ripeto: nel consumo.

Certo: sono altri tempi, i nostri. Certo, oggi esiste un’industria editoriale, oggi esiste la televisione, eccetera. E sarebbe stupido confondere le diversità – di specie e di valore – e parlare della produzione letteraria (o, se vi piace: editoriale) come di un ammasso indistinto dove tutto vale ugualmente. Ma mi pare altrettanto stupido tentar di costruire muraglie e torri attorno a un’ipotetica cittadella della vera letteratura, e di rifilare agli aspiranti scrittori un’idea di vera letteratura che era già scaduta, a occhio e croce, ai tempi della belle époque.

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38 Risposte to “Articolo con dicitura abusiva (e correzione)”

  1. guidoq Says:

    Ottimo articolo. A Marani, Tuena e Albani consiglio di rileggersi Wisława Szymborska e le sue Letture facoltative.

    Guido

  2. Giacomo Brunoro Says:

    Io questa storia della “riproduzione riservata” la trovo irritante, fastidiosa e pretenziosa: parliamo di giornalisti che spesso copincollano comunicati stampa o lanci di agenzia, assemblano in malo modo pagine di wikipedia, traducono (male) notizie lette su siti o blog americani e poi ci scrivono sopra riproduzione riservata. Il tutto senza citare mai le fonti: la policy di Corriere.it e di tutti i siti rcs è addirittura quella di non linkare mai siti esterni: ma ci rendiamo conto? Prendono i video da youtube, li scaricano e li rimontano nel loro server, ci attaccano sopra la scritta corriere tv e poi ti costringono anche a vedere la pubblicità prima (ma è lo stesso per repubblica.it o per altri siti di informazione). Insomma, è una vergogna…

  3. Marco Crestani Says:

    A questo punto penso non ci si possa più permettere di essere superficiali o troppo sbrigativi.

  4. vbinaghi Says:

    Nel merito dell’articolo, Giulio, sono contento di leggerlo e di leggerlo da te. Come scrittore nessuno può rimproverarti di aver cercato soluzioni “facili”, e quindi risulti credibile in quello che dici e io sostengo con forza. La scarsa pregnanza di molta della nostra letteratura è legata proprio ad atteggiamenti che gli scrittori ereditano direttamente dai critici, facendoli propri in modo sbagliato. La cittadella della vera letteratura è quanto di più italiota si conosca (qui da noi si è praticata fino a due secoli fa) con risultati storicamente catastrofici: separtazione fra scrittori e popolo, totale incapacità della scrittura di influire sul costume diffuso ecc. Riproposta dal marxismo egemonico del secolo scorso in termini non più stilistici ma sociologici (L’impegnato e il non impegnato, dove impegnato significava arruolato), oggi ritorna in termini vetusti, con il primato dello “stile” sulla “fiction” ( due entità che separate non sono mai esistite, come il vuoto e il pieno della brocca heideggeriana). Magari a qualcuno sembrerà che i redattori di “Nuovi Argomenti” producano grandi romanzi. Ma io credo che se in Italia mancano i Murakami, i Sabato, i Bolano, la colpa sia proprio di questo ibrido imbarazzante per la maggior parte dei lettori, cioè l’autore geneticamente modificato, la contaminazione tra visione poetica e astrazione stilistica e scolastica, che quasi mai produce narrazione, tutt’al più maniera.

  5. antonio latrippa Says:

    A volte mi chiedo che cosa sia la “sciatteria”.
    Non ho mai ricavato una risposta formalizzata e inequivocabile.
    Eppure non ho dubbi nell’associare l’attributo “sciatto” a molte delle pagine che leggo.
    In realta’ molte narrazioni mi sembrano (ed e’ una sensazione immediata) irrimediabilmente “sciatte”.
    Perche’ (nella mia esperienza ed opinione) cio’ accade con frequenza molto piu’ elevata (anche se non esclusivamente) nei libri cosiddetti “di genere” rispetto agli altri?

  6. vbinaghi Says:

    Forse perchè la disponibilità di stereotipi largamente riconoscibili e facilmente assimilabili (il profilo criminale e investigativo, il ritmo della sceneggiatura televisiva o cinematografica, la truculenza dei gesti e degli ambienti) dà già quel minimo di supporto all’identificazione del lettore che rende (apparentemente) pleonastica l’originalità e l’accuratezza della scrittura. E’ come una foto sfocata: non è una bella foto, ma se è la foto di un tizio o di una tizia che conosci già bene te ne accorgi di meno. E’ ovvio che questo implica un discorso critico. La mimesi naturalistica è il livello più basso dell’arte, come a suo modo aveva già riconosciuto Platone.

  7. federica sgaggio Says:

    Io sarò estremamente tranchant, e anche se mi viene da chiederne scusa resto cionondimeno consapevole che a volte bisogna scende al piano terra.

    Ma perché è così importante stabilire cosa sia «di qualità» e cosa no?
    Che informazioni ci rende, questo giudizio, sulla cosa giudicata?

    Certamente ce ne rende sul milieu del giudicante, e sui suoi obiettivi, e probabilmente – azzardo, lo so – perfino sulla sua familiarità con i basics della psicoanalisi, volgarmente riassumibili nella dicotomia «ce l’ho più lungo io»/«no, che cazzo dici? Ce l’ho più lungo io».
    Ma al di fuori di questo ambiente, in che modo una valutazione «qualitativa» può essere considerata informativa?

    Cioè: se un tipo che non stimo mi dice che il tal libro è spaziale, io quel libro temo che non l’acquisterò mai.
    Se un consiglio mi arriva invece da qualcuno che stimo, da qualcuno le cui categorie interpretative tendo a condividere, è più facile che sia indotta a confrontarmi col testo consigliato.

    Ora.
    Ammettiamo che io sia una perfetta imbecille (è un’ipotesi che francamente non mi sento di escludere).
    Vorrà solo dir che mi fido delle persone sbagliate e – limitandoci al contesto presente – che leggo libri brutti.

    Perciò, ripeto: che senso ha affannarsi per rinchiudere i recinti all’interno dei quali far stare al calduccio ciò che riteniamo di qualità?
    Nel nostro recinto ci sentiamo i meglio fichi del bigoncio.
    Fuori, magari, ci considerano perfetti imbecilli!

    Rimango della mia idea che il problema è il pre-giudizio. È figo il lavoro di Tizio perché mi è amico, è dei miei, mi sostiene, mi dice che ce l’ho più lungo io e io gli devo un favore…

    Terra terra?
    Sì.
    Decisamente.

  8. federica sgaggio Says:

    E su «riproduzione vietata», sì, sono completamente d’accordo.
    Così d’accordo che lo riproduco anch’io appena posso.

  9. gianni biondillo Says:

    Giulio, hai scritto un articolo bello e condivisibile.

  10. vbinaghi Says:

    @Federica
    Il problema che ti sta più a cuore (la qualità implica una comunanza di esperienze e di giudizio per essere riconosciuta e comunicata) non annulla l’altro: la qualità esiste. Semmai si tratta di allargare il campo del giudizio di qualità all’ambito del lettore forte (quello che legge parecchio e può confrontare, non quello che legge un Moccia all’anno e morta lì) togliendolo a conventicole critiche e ideologiche che tendono a promuovere una scuola, una poetica o peggio un’appartenenza che con la qualità letteraria c’entra poco.

  11. federica sgaggio Says:

    Non solo, Valter.
    Credo che il problema sia il pre-giudizio.
    E in parte pure l’inutilità sostanziale della gerarchizzazione socializzata della qualità.
    Ha un’utilità di studio, formale, negoziale, contingente, storiografica; ma non necessariamente informativa.

    La qualità esiste, ma in sé è in-significante.
    Ha il senso che le diamo noi.
    E quando il senso glielo si dà in anticipo, preventivamente, a fini esclusivi preconcetti, mi pare che l’utilità sia principalmente psicologica.
    Mi va bene, non ho niente in contrario.
    Non vado predicando la neutralità e nemmeno l’oggettività.
    Mi basterebbe che si riconoscesse l’uso che del bollino blu viene fatto.

    (Che poi, in realtà: fase di autocoscienza nichlisteggiante…
    Neanche di quello m’interesserebbe veramente veramente, se ci penso bene).

  12. igor Says:

    che bello quel passaggio di Giulio quando dice di detestare l’ironia esercitata da chi sta dentro nei confronti di chi sta fuori… Meditate, gente, meditate

  13. Enrico Macioci Says:

    “Ma io credo che se in Italia mancano i Murakami, i Sabato, i Bolano, la colpa sia proprio di questo ibrido imbarazzante per la maggior parte dei lettori, cioè l’autore geneticamente modificato, la contaminazione tra visione poetica e astrazione stilistica e scolastica, che quasi mai produce narrazione, tutt’al più maniera.”
    Non so se i Sabato e i Bolano manchino davvero del tutto in Italia, ma questa frase di Binaghi la trovo di grande lucidità nel mettere a fuoco un problema che esiste.

  14. Andrea B. Says:

    Ho letto l’articolo domenica e le parole di Sgaggio adesso. E sono felice che comunque due scrittori così (si pongano e) discutano la questione.
    A noi lettori giovinastri fanno bene questi spunti anche solo per poi rifletterci su, magari in libreria…e penso (come al solito): che figo è leggervi?

  15. cletus Says:

    Non è la prima volta che dalle colonne del domenicale del sole24ore partono strali su chi esercita il mestiere di scrivere. Qualche mese fa è stata la volta di Eli Gottlieb che riportava, con dubbio senso del gusto devo dire, frasi di invidia attribuite, oltretutto, a chi non c’è più e non può smentire (Rocco Carbone) intorno ai compensi di cui godrebbero gli scrittori in USA, rispetto a quanti calcano il patrio suolo.

    Saluto questa tendenza come quella di occupare uno spazio, che in Italia è vuoto. Quella di dare voce a gente del mestiere, che distilla perle di saggezza con nonchalance, dando in pasto a noi, comuni lettori o aspiranti scrittori, dritte di portata universale.

    Giulio, ti aspetti una replica ?

  16. Lucio Angelini Says:

    Ricordo quando ti inviai un mio romanzo e tu lo smarristi. Mi devi 30 pagine e una sfogliata*-°

  17. Gianni Says:

    Per quel che vale il mio parere, appoggio e sottoscrivo la tesi del post:

    “La vitalità di una letteratura è fatta […] di tutta la produzione letteraria. Il conte Alessandro Manzoni non sarebbe sceso da cavallo, abbandonando inni e tragedie, per scrivere un romanzo, se il romanzo, questo genere letterario così disprezzato, così corruttivo, così popolare, così di basso livello da essere considerato roba per le donne, non si fosse nel frattempo imposto nel consumo dei lettori dell’epoca. Ripeto: nel consumo.”

  18. Roberto Plevano Says:

    Condivido le osservazioni di Mozzi, che mi pare siano provocati da una consapevole etica del lavoro (“mestiere”, “stipendio”…) e di responsabilità di scrittore e consulente editoriale quasi calvinistica (e Agostino insisteva sulla gratuità del lavoro intellettuale).
    Non ho letto gli articoli in esame. Tuttavia, dai passi citati, sembra che essi siano scritti su un registro un po’ diverso da quello prevalente nell’articolo di Mozzi, e cioè quello del salotto e della chiacchiera mondana, che è antico quanto la letteratura.
    O altrimenti, è credibile un critico letterario che scriva calarsi a scavare nel pozzo del proprio animo e l’aria fresca di primavera, il canto degli uccelli che tornano trascorso l’inverno, la passeggiata serale senza fare l’occhiolino? Non è nemmeno ironia, è canzonatura.
    Ecco, credo che il pezzo di Mozzi sia su un piano un po’ diverso rispetto a quello di Tuena-Marani-Albani.
    Detto questo, e d’accordo sulla considerazione che la letteratura è l’universo letterario, il problema torna a essere quello della mancanza oggi, in questo paese, di un canone accettabilmente condiviso di letterarietà, di criteri ragionati (e non di fatturato) di selezione, di critica, e di critica del gusto.
    Le difficoltà di promuovere attività di valorizzazione del non-valorizzato discendono anche dalla mancanza di gusto (in questo senso, nel senso che in letteratura non è bello ciò che piace).

  19. mimmo Says:

    La letteratura esiste perché c’è chi ha ancora voglia di scrivere e c’è ancora chi ha voglia di leggere. Affianco a questo semplice fenomeno esiste un’industria che pubblica e cerca di fare proventi come in ogni altro settore delle attività umane. Inoltre a completare il quadro ci sono persone che parlano e scrivono della gente che scrive e della gente che legge, così come esistono quelli che parlano e scrivono di chi gioca a calcio, di chi fa il parlamentare di chi cerca di portare a casa il pane lavorando in un pronto soccorso o ai mercati generali…..
    A me personalmente l’andare in libreria resta uno dei momenti migliori dell’altrimenti non proprio felice vita e accanto al feticistico piacere dell’odore dei libri nuovi e delle sensazioni tattitili che mi dà la carta, mi rendo conto che forse si pubblica troppo. Si pubblica troppo se si vuole fare una serie di considerazioni che passano da una parte sull’effettiva coerenza economica di una singola operazione editoriale e d’altra parte sull’effettiva qualità degli scritti e dei contenuti. Ma sono portato a credere che comunque gli eventuali libri scritti “male” o insulsi, non facciano poi più di tanto male a nessuno. Sono contento invece di vedere tutto e di più nelle varie pubblicazioni e mi dà ancora più piacere quando mi capita di leggere le classifiche dei top ten scoprire che forse uno, ma più spesso nessuno dei titoli in oggetto, fanno parte dei dieci ultimi testi che ho letto. Se riguardo la mia biblioteca, vedo storie che mi hanno soddisfatto, fatto sognare, insegnato qulacosa o anche più semplicemente accompagnato con un sorriso senza alcuna altra pretesa. E sono nomi che non incontro nelle segnalazioni o nelle classifiche dei successi editoriali, ciononostante sono contento che esistano e sono ancor più contento che abbiano attraversato le mia vita.
    Quando vado in libreria inoltre mi rendo conto di quante storie non riuscirò mai a leggere sia per mencanza di tempo che per mancanza di fondi. Eppure ogni volta se avessi soldi, tempo e concentrazione a disposizione non meno di quattro o cinque testi finirebbero sui miei scaffali in attesa di essere letti. La letteratura credo sia ancora viva e produce ancora storie che vale la pena di ascoltare, perché originali e ben raccontate. Chi invece ha voglia di strapparsi i capelli per la mancanza di letteratura “di qualità” faccia pure, vale sempre l’antico detto “sol lucet omnibus” , intanto dia un’occhiata al panorama che offrono le arti figurative e la musica per fare dei paragoni. Che non siano anni fervidi non lo scopriamo oggi, ma periodicamente succede… ……….

  20. Luca Massaro Says:

    Con ritardo, ti segnalo questo mio post fatto domenica scorsa, proprio dopo lettura su cartaceo del tuo ottimo articolo vituperato dalla cosidetta ©

  21. Luca Massaro Says:

    Con ritardo, ti segnalo questo mio post fatto domenica scorsa, proprio dopo lettura su cartaceo del tuo ottimo articolo vituperato dalla cosidetta ©

    http://www.alterlucas.com/2010/03/gratta-scrivi-un-best-seller.html

  22. Marco Says:

    Si’, pero’ Giulio, non capisco proprio perche’ criticare Tuena, Marani e Albani affermando che a questi tre autori gli riesca solo “di rifilare agli aspiranti scrittori un’idea di vera letteratura che era già scaduta, a occhio e croce, ai tempi della belle époque” quando poco prima si afferma: “La vitalità di una letteratura è fatta […] di tutta la produzione letteraria”. Se la vitalita’ della letteratura e’ fatta di tutta la produzione letteraria, allora e’ fatta anche dalla produzione letteraria di Tuena, Marani e Albani e dunque anche Tuena, Marani e Albani con la loro idea “di vera letteratura che era già scaduta, a occhio e croce, ai tempi della belle époque” “fanno” la “vitalita’” della letteratura.

    Anche quando scrivi: “E sarebbe stupido confondere le diversità – di specie e di valore – e parlare della produzione letteraria (o, se vi piace: editoriale) come di un ammasso indistinto dove tutto vale ugualmente”, non capisco che cosa vuoi esattamente distinguere ora visto che proprio due righe sopra hai scritto “La vitalità di una letteratura è fatta […] di tutta la produzione letteraria”. Se “la vitalita’ di una letteratura e’ fatta di tutta la produzione letteraria” allora “tutto vale ugualmente” ai fini di “fare” la sua “vitalita’”. E’ logico no? Se e’ “tutta” allora togli “una cosa” e la “vitalita’” viene meno, non c’e’ piu’, nemmeno diminuisce, ma scompare tutta.

  23. paolocacciolati Says:

    Quindi, facendo due conti, c’è un editore che ti paga affinchè tu mediamente legga trentamila pagine l’anno di cui solo l’uno per cento scarso è interessante (il che non significa pubblicabile). Dimmi se non è un sadico questo editore.
    Sarebbe poi interessante capire com’è cambiato nel corso degli anni il 99 per cento medio di manoscritti non interessanti. Quelli “spesso ingenui, spesso brutti, spesso velleitari, non di rado orrendi.” Sono, anno dopo anno, tutti ingenui, brutti, velleitari, non di rado orrendi alla stessa maniera?

  24. Lucio Angelini Says:

    Prova. Voglio verificare se davvero mi hai bannato.

  25. demetrio Says:

    la cosa interessante sarebbe capire ad esempio come si raggiunge questa benedetta qualità delle opere letterarie.
    Una ipotesi, che in una chiacchiera con giulio era uscita fuori, è quella di studiare lo stile di quelli autori che sono di qualità. Di fare una vera e propria analisiti stilistica, l’uso degli aggettivi, la costruzione delle frasi, la metrica con cui i periodi sono scritti etc etc… si prendono autori la cui produzione è assodata come di qualità: penso Pavese, penso Busi, penso Volponi, penso Bassani etc etc… e si predono due tre pagine del suo romanzo più imporante e lo si analizza stilisticamente.
    questo potrebbe dare una idea o quanto meno fare entrare chi legge nei meccanismi dello scrivere di alcuni autori.

    @paolo
    giulio un po’ di tempo fa scrisse questo interessante articolo
    http://www.nazioneindiana.com/2004/10/14/attuali-tendenze-della-narrativa-italiana-viste-dal-buco-della-serratura/

    credo che sia quello che tu chiedi.

    d.

  26. vibrisse Says:

    Marco: Tuena ha scritto almeno un libro che mi pare proprio bello (Ultimo parallelo, Rizzoli). Di Paolo Albani ammiro molto “Mirabiblia” (Zanichelli), un catalogo di libri introvabili (perché inesistenti). Non ho letto libri di Diego Marani.
    Ho criticato un atteggiamento che ho trovato espresso in quei tre articoli. Non certo l’opera di Tuena, Albani e Marani. E, certamente, l’espressione di quell’atteggiamento, e la discussione tra me e Tuena, Albani e Marani, vanno a costituire un minimo momento della vitalità della nostra letteratura.
    (Anche il mio tumore osseo è espressione della vitalità della mia biologia. Non per questo lo apprezzo).

    La vitalità di una letteratura è fatta di tutta la produzione letteraria. Ma non tutto ciò che si produce è bello. C’è una differenza tra “I promessi sposi” e la produzione romanzesca contemporanea: che “I promessi sposi” è (per consenso quasi universale) un romanzo molto bello, mentre quasi tutta la produzione romanzesca contemporanea è (per consenso quasi universale) assai brutta. Tuttavia, come ho scritto, il conte Manzoni decise di scrivere un romanzo proprio perché esisteva una produzione romanzesca abbondante e popolare.

    gm, dall’internet point

  27. Bernardo Monti Says:

    Gentile Giulio Mozzi,

    non condivido affatto la sua visione della letteratura e credo che se oggi poche persone sono in grado di affrontare letture elevate sia in gran parte per colpa di chi ragiona come lei. E’ una questione di civiltà saper distinguere fra un’opera letteraria di spessore e una lettura di intrattenimento.

    Esistono, e le avrà sicuramente incontrate anche lei, le pagine che toccano sempre il cuore e che sanno dire cose nuove ogni volta che le si rilegge. A seguire il suo ragionamento, butteremmo nell’immondizia tutta la nostra poesia.

    Ben vengano le letture facili e svelte. Hanno anche loro la loro ragione di esistere e servono una funzione culturale oltre che di mercato. Ma ci risparmi l’ipocrisia che è il mercato a doverci dire che cosa vale e che cosa no. Esiste ancora il gusto, l’intelligenza e il discernimento dell’uomo colto. Quello, appunto, che si nutre di letture elevate, non di giornaletti e che conserva la capacità di pensare.

    Distinti saluti

    Bernardo Monti

  28. Lucio Angelini Says:

    Ah. Dunque ero solo in moderazione…

  29. Giorgio Betti Says:

    Caro Mozzi,
    forse lo snob è lei che vuole dettarci il suo gusto e mescola senza discernimento lo scrivere e la letteratura. Se tutto quel che si vende molto avesse valore solo per questo, droga e prostituzione dovrebbero essere i nostri valori. A proposito, i suoi libri quanto vendono? Non è che li comprano solo i suoi amici? Capita anche ai migliori scrittori.

    G.B.

  30. vibrisse Says:

    Signor Monti: se rilegge il mio articolo con un po’ d’attenzione, si accorgerà che l’opinione che lei mi attribuisce (“è il mercato a doverci dire che cosa vale e che cosa no”) non è una mia opinione, e non è scritta nell’articolo.

    Signor Betti: vedo che condivide l’Ip con il signor Monti.

    gm, dall’internet point (e se ne va).

  31. alcor Says:

    “Una ipotesi, che in una chiacchiera con giulio era uscita fuori, è quella di studiare lo stile di quelli autori che sono di qualità.”

    allora esistono!

    perciò il vero problema è come sceglierli e da chi farselo dire, Mengaldo, per fare un esempio, val la pena leggerlo? o visto che non è un campione di umiltà ed è molto tranchant ed escludente non va letto?

    il problema di alcuni commentatori, (tanto per capire) è sfuggire al vincolo che si è costituito nella catena di lettori considerati (nel loro mondo di studiosi e anche in quello un pò più vasto dei lettori che a quel mondo fanno riferimento) per formazione e letture eccellenti (e poco importa che si sia in tutto o in parte d’accordo con le loro singole valutazioni)?
    Contini ad esempio non andrebbe più letto, visto che apprezzava in modo sconsiderato Pizzuto?
    La lettura di questi autori e di tutti gli altri con i quali sono in colloquio e anche in contrasto, contribuisce, anche e forse soprattutto dove non prendono in considerazione autori contemporanei, a creare quelle categorie che qui vengono viste con sfavore e che portano però anche a dare giudizi proprio sui contemporanei o a stendere su alcuni di loro il silenzio.

    Ho citato solo alcuni maledetti vecchiacci elitisti ed escludentissimi e non i giovani perché è la postura che mi interessa.
    Il lettore che magari anche scrive, non vuol davvero più sentirsi dire dai grandi lettori (grandi anche per la grandissima mole di letture ed esperienza del testo) questo autore non vale niente (brutalizzo)?
    Ha un pregiudizio sfavorevole verso il giudizio di persone competenti per profondità e quantità di letture critiche?

    Perché, se ce l’ha, io non credo che si possa illudere che il suo giudizio e il suo pregiudizio siano originali, sono anche loro dipendenti dalle esperienze che ha fatto, e allora, perché è così diffidente da chi le ha maggiori delle sue (almeno per quantità e dedizione)?
    Bastano davvero le ragioni ideologiche per non leggere alcuni autori?
    Basta davvero la propensione caratteriale a considerare odiosi gli “arroganti”?
    Non sarebbe meglio essere comunque criticamente curiosi e andare a vedere come si formulano, su che basi e ragioni, i giudizi?

  32. guidoq Says:

    Signor Monti,

    dalle sue osservazioni mi sembra di capire che l’uomo colto sia antropologicamente superiore all’uomo non colto, che legge giornaletti e perciò non conserva la sua capacità di pensare. Non c’è niente da fare, l’idea romantica del letterato e dell’intellettuale come vate è dura a morire. Sicuramente c’è del vero in quello che lei dice, sicuramente ci sono opere che toccano il cuore e opere che non lo toccano, ma l’idea che questa distinzione debba essere fissata una volta per tutte dall’uomo colto mi sa di totalitarismo, ed è francamente ridicola. Mi dica, le novelle delle Mille e una notte sono un’opera letteraria di spessore o una lettura di intrattenimento? E come dovevano giudicarla gli uomini colti dell’epoca in cui furono composte? A me, personalmente, è capitato di essere toccato al cuore da un volumetto di Dylan Dog o da una commedia romantica di second’ordine; sono un uomo privo di gusto, intelligenza e discernimento? Se le letture elevate (che anch’io credo vadano incoraggiate) hanno come unico scopo quello di farci sentire superiori al vulgo sciocco, in che senso esse sono di beneficio per l’umanità intera?

    Guido

  33. vbinaghi Says:

    @Alcor
    Non ho una formazione letteraria, ma non per questo escludo in linea di principio l’importanza della critica letteraria di ieri e di oggi. Ci sono dei critici (del passato soprattutto) che hanno cambiato la mia percezione di un autore e di un testo (ad esempio Bachtin rispetto a Dostoevskij o Girard rispetto a Stendhal). Tuttavia, si trattava di testi che già conoscevo e mi avevano fortemente attratto di per sè. Quello che la critica aggiunge è uno sguardo di secondo livello, che fa dell’opera un oggetto di studio per lo più astraendo dal concreto del testo elementi come lo stile e magari innamorandosene a prescindere. Ora, io considero questa operazione del tutto legittima e perfino indispensabile per un certo livello di lettura e un certo tipo di lettori, ma del tutto pleonastica e perfino dannosa per la categoria del lettore in quanto tale. Quando comprai e lessi “Signorina Rosina” e lo trovai lezioso e noioso, dovetti sentirmi un deficente per un po’, finchè cominciaia a dubitare dell’identità tra bontà dell’opera e interesse critico che essa suscita. Per fare un paragone azzardato, ci sono argomenti che per ragioni varie appassionano i teologi, ma che restano del tutto estranei ai semplici credenti, e va da sè che nessuno è mai stato salvato dalla teologia in quanto tale. Fuor di metafora, ci vuole un supplemento d’anima per cogliere la bellezza, ed è esattamente quello che solitamente manca all’intellettuale di professione il quale, se non s’innamora di pure astrazioni come la forma distinta dal contenuto, è molto preso dall’elaborazione di un canone o addirittura dalla difesa di un’ideologia del poetico. Non so quale sia lo stato attuale della critica in Italia o all’estero, ma certi interventi che ho letto in giro di recente non mi fanno desiderare di approfondire la questione. La mia amico Lidia, invece, che fa la libraia, mi ha fatto scoprire “Revolutionary road” di Richard Yates e “Kafka sulla spiaggia” di Murakami Haruki, Dio che meraviglia!
    Magari c’è qualche critico a cui piace Bolano. L’avete letto il primo dei cinque romanzi che compongono 2066? Avete notato la grazia con cui mostra quanto l’autore idolatrato dalla congrega dei critici sia in realtà un puro pretesto per investarsi un ruolo culturale e dare un nome all’oscuro oggetto del desiderio (che ovviamente poi conduce alla gnocca)?

  34. alcor Says:

    caro Valter, di fronte all’intellettuale senz’anima, passo e chiudo.

  35. Marco Says:

    Sulla sostanza sono comunque d’accordo.

  36. Alessandro Forlani Says:

    Ho avuto modo di leggere l’articolo sul “Sole24Ore”. Bravo, è una schietta siluratina. Bravo.

  37. Filippo Tuena Says:

    Come ho spiegato in una mail a Mozzi, il mio pezzo – che è un capitolo del mio ‘Manualetto pratico a uso dello scrittore ignorante’ (Mattioli1885) – non voleva insegnare a nessuno a scrivere. Il mio libro è un libro autobiografico. Racconta le ansie di un signore che ha deciso di scrivere un romanzo, l’ha spedito a destra e a manca e aspetta un giudizio – se mai arriverà. E’ ambientato nel tempo delle attese e chi conosce quel tempo sa che è fatto di ansie, paure, sgomenti. Ho pensato che andasse esorcizzato scrivendone e sorridendone.

  38. cletus Says:

    “SCUSATE, MOZZI E’ LIBERO”.

    Con questa curiosa titolazione il Sole24 ha pubblicato ieri, nell’inserto della Domenica, un piccolo trafiletto con il quale ha corretto la dicitura apparsa nel numero precedente e che ha dato il via al post, scusandosi per il disguido.

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