Io so che tu sai che io so

by

di Massimo Adinolfi

[Prelevo questo intervento, pari pari, da Azione parallela, il blog del filosofo Massimo Adinolfi].

Mi piacerebbe scrivere anche questa volta una lunga mail, a proposito degli appunti di Giulio Mozzi (che continuano una discussione nata qui, proseguita qui e per parte mia qui [anche in vibrisse, qui. gm]) ma non ne ho il tempo. Poiché però a un certo punto Giulio domanda: “quella ‘comunità’ che ‘sapeva quali fossero le opere da leggere’, come faceva a saperlo?” pongo la questione:
chi sa (una qualunque cosa) come sa che la sa? Qualunque risposta si dia a questa domanda, si potrà riprodurre la domanda. Ad esempio, uno risponde: lo sa perché sa questo e quest’altro. Replica: ma come sa di sapere questo e quest’altro? Si danno due maniere, credo, di chiudere la discussione. Una di esse dice semplicemente: lo sa e basta. L’altra presuppone invece che si accetti, entrando nella discussione, che sia messa da parte (a un certo punto, in un certo modo) la replica che, però, si può sempre riproporre.

La differenza fra le due maniere non è di ordine logico, ma nel secondo caso quel certo punto, o quel certo modo, è tale perché accettato da una comunità che lo fa proprio (almeno come risposta sufficiente, anche quando non la si condivida, in tutto o in parte). La ‘fuga nei logoi’ non si arresta, in tal caso, perché qualcuno sbotta di brutto, ma perché qualcuno risponde in un certo modo, e quel modo viene ritenuto sufficiente. Ma naturalmente che sia sufficiente non può essere stabilito a priori, e anche la formalizzazione dei criteri relativi non metterebbe al riparo dal riaprirsi della questione (benché vi possano essere comunità che ritengano indispensabile procedere a una simile formalizzazione, e comunità che non lo ritengano, non necessariamente le prime sono da preferire alle seconde).

Tutto ciò non significa che talune comunità di giudizio non siano (per esempio) semplicemente autoreferenziali, che certi ristretti circoli o certe società letterarie non siano troppo strette al punto da apparire soffocanti: è di nuovo cosa disputabile, nel modo che dicevo poc’anzi. Significa però che non è troppo consigliabile buttarla sul piano epistemologico (= come si sa quel che si sa). La comunità di giudizio si riconosce meglio nel modo in cui rende i giudizi su questo o quel libro, che non invece dal modo in cui risponde alla domanda come sa quel che sa.

In ogni caso, e più precisamente, questa seconda questione non è preliminare rispetto alla prima e gerarchicamente superiore ad essa (per gli amanti di Wittgenstein: l’ortografia della parola ortografia non è più importante dell’ortografia di ogni altra parola).

(Direi volentieri pure qualcosa sul resto degli appunti di Giulio, e sul fatto che neanche a me convince la faccenda di Mc Donald’s, ma questa è un’altra storia)

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Una Risposta to “Io so che tu sai che io so”

  1. Marco Says:

    D’altra parte anche la comunita’ dei filosofi che si occupa di quella disciplina nota col nome di Fenomenologia ne fornisce una definizione.

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