Madri d’Italia

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di Valter Binaghi

[Valter Binaghi, nel sottoscrivere l’appello Io non considero normale (anche in vibrisse, qui), aggiunge qualche considerazione. Prendo il testo da qui. gm]

I tempi sono cambiati da quando le madri cartaginesi accettavano di offrire un neonato ogni tanto di una prole troppo numerosa a Moloch, il demone a forma di caldaro che esigeva sacrifici d’infanti per tutelare la città. La civiltà ha fatto i suoi bravi passi in avanti, e adesso i sacrifici umani restano nell’immaginario collettivo come relitti antiquari, il mito delle origini inchiodato nelle menti psicotiche di satanisti della domenica.
Oggi la liturgia del potere si celebra in forme meno cruente. Le madri d’Italia sospingono avanti le figliole meglio tornite, implorando per loro la vetrina del Reality Show o meglio ancora l’addestramento d’anca della Letterina, sperando che gli capiti quel che capita alle più fortunate, cioè fungere da contorno o da dessert in una di queste cene tra potenti dove la fica è rimasta l’unica moneta sonante in un business ormai declinato in valuta virtuale. Qualcuna delle madri d’Italia ha urlato slogan femministi nei Settanta e oggi non ama ricordarlo, ma dopotutto in qualche maniera bisognava sdoganare la gnocca dal pudore e dal sussiego della censura democristiana. E la promessa della fica per tutti resta l’unica vera seduzione del potere, oggi troppo mercantile per pretendere gloria imperitura. Dal consiglio comunale di un borgo remoto alle convention di multinazionali farmaceutiche, su su, fino alle residenze barocche del Presidente geniale e puttaniere, c’è bisogno di pietanza popputa e sorridente per insaporire un rituale sempre più prevedibile e svirilizzato. Se nessuno più crede di poter raggiungere presso i posteri la statura monumentale di virtuosi come Cincinnato o Sandro Pertini, bisognerà pure garantirgli il massimo comfort in questo mondo, o perchè se no sporcarsi le mani in politica?
Madri d’Italia, uteri facilmente benedetti dalla prossimità vaticana, datevi da fare! lo scenografo imperiale lo implora, il prodotto interno lordo lo esige.

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6 Risposte to “Madri d’Italia”

  1. federica sgaggio Says:

    E’ anche per questo, Valter e Giulio, che l’appello mi lascia perplessa: per il fatto che siamo noi, le donne, a percepirci arbitre delle nostre (e altrui, ma non alludo a quelle dei figli intesi come semplice progenie) fortune e dei nostri (e altrui) destini.

    Che senso ha – mi domando – chiedere un impegno del genere ai candidati quando noi per prime andiamo in cerca di ciò che l’utilizzo del nostro corpo standard ci può garantire?
    Che senso ha, quando al referendum per l’ignobile legge sulla procreazione assistita le donne preferirono non andare a votare?
    Che senso ha tirarsene fuori? Ci siamo dentro.
    La merda in cui siamo è questa.
    O costruiamo da giù, nemmeno dai piani terra, ma dai sotterranei, come pazienti oscuri muratori che tiran su impostine di piccoli muri, o ogni firma, ogni impegno, ogni petizione (di principio o no), continuerà a servire più a sentirci attivi che a modificare – per quanto poco – comportamenti e pensieri.

  2. vbinaghi Says:

    Federica, con tutto che ho parlato alle madri (in realtà alle famiglie) io credo veramente che il livello del problema sia prima di tutto culturale e politico. Non vorrei mai che fossero le donne o le ragazze a colpevolizzarsi per prime, quando tutto intorno a loro le invita ad un’unica, ossessiva missione. Vorrei, questo si, che le donne s’incazzassero per prime, e per chi svolge professioni intellettuali o artistiche (giornaliste, scrittrici, insegnanti, gente di spettacolo) ci fosse un impegno deciso, a costo di apparire sgradevoli, ad evitare certe complicità. Giusto chiedere ai politici (di destra o sinistra, secondo me, perchè è questione di civiltà) di sottoscrivere l’appello di cui sopra. Ma allora perchè non chiedere anche a chi scrive di protestare contro lo sbandieramento di tette e culi sulla stessa rivista che propone i propri “alti” contenuti?

  3. silvana rigobon Says:

    federica (ciao!): non sono sicura di aver capito cosa intendi, quando dici “noi per prime andiamo in cerca di ciò che l’utilizzo del nostro corpo standard ci può garantire”.

    giulio (ciao!) – quasi OT:
    ma il link a “il corpo delle donne” c’era anche ieri? se c’era non me n’ero accorta..
    e sono contenta che tu abbia parlato anche di corpo di uomini, ieri.

  4. federica sgaggio Says:

    Ciao, Silvana!
    Dico che se veramente le donne rappresentassero dal punto di vista sostanziale e non soltanto formale il cinquanta per cento e più dell’elettorato, così come sostiene l’appello, di quella «femminilità» e di quel senso di sé ci sarebbe traccia non soltanto in calce agli appelli – che peraltro non radunano il 50% delle elettrici, ma questa è completamente un’altra storia – ma anche nella vita quotidiana e normale.
    L’esempio che mi veniva più ovvio, appunto, era quello del referendum abrogativo della legge 40, per il quale andò a votare un numero ridicolo di elettori e di elettrici.

    Come dice Valter, siamo noi – non tu e io, e nemmeno chissà quante altre – a utilizzare il nostro corpo come un modo per negoziare contropartite.
    E allora il mio punto è che non possiamo fingere che noi donne siamo tutte dalla stessa parte, purtroppo.
    Secondo me, per rimanere nell’esempio della legge 40 che mi sembra francamente clamoroso, anche le donne di destra avrebbero dovuto capire che aveva un senso opporsi a una norma che annullava la loro facoltà di scelta.
    Non l’hanno fatto.
    E questo a me continua a dire qualcosa. Ovviamente, qualcosa che non mi piace affatto.

    @ Valter: infatti, è questo che mi fa incazzare. Che chiediamo ai candidati e non a noi stessi!!!
    Mio figlio è in quinta elementare; quel che vedo nelle dinamiche del gruppo della sua classe mi rende molto chiaro che il problema, appunto, è culturale.
    Una petizione consola, fa star meglio, ci fa sentire attivi/e, ci illude di stare in comunità; ma non sono capace di vedere cosa costruisca.

  5. vbinaghi Says:

    Federica, mia figlia ha diciannove anni e non sto nemmeno a dirti quanto mi metta in ansia il mondo cge l’aspetta. Invece ti dico che lei è anche più schifata di noi di quel modo d’intendere la femminilità, e che l’educazione funziona, purchè non sia fatta solo di divieti ma anche di esperienze di ciò che concretamente vale.
    Sono convinto che il peggio sia passato: quel che vediamo oggi è il frutto di un trentennio di accettazione passiva dello strapotere televisivo. Se posso far leva sulla mia esperienza di insegnante, ragazzi attuali mi sembrano già oltre questo.

  6. federica sgaggio Says:

    L’esperienza che vivo io è diversa, però mi fido di quel che mi dici, Valter.
    L’educazione funziona, per ora, anche con mio figlio. Ma mio figlio non è – e grazie a dio, da un certo punto di vista – misura del mondo.

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