Quanto (ci) costa l’editoria accademica?

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Le riviste accademiche costano sempre di più, immotivatamente di più. E i fondi delle università sono sempre di meno. Bisogna cominciare a leggere attentamente i prezzi delle riviste a cui molte università, in Italia e all’estero, si abbonano ‘in automatico’. E bisogna iniziare a usare la rete di più e meglio di come stiamo facendo. Qui analizzo un caso molto interessante e faccio alcune proposte sul da farsi. Se vi piace e siete convinti, fate girare: sono soldi pubblici, riguarda tutti.

Un’interessantissima inchiesta di Claudio Giunta. Si può prelevarla in pdf qui. Consiglio a tutti di visitare in lungo e in largo il suo sito. gm

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11 Risposte to “Quanto (ci) costa l’editoria accademica?”

  1. Andrea D'Onofrio Says:

    Ha un modo di scrivere chiarissimo e appassionante. Secondo me il curriculum mente, nessun professore universitario si spiega così e così bene.
    Nel dubbio rimandiamolo in America, questo qui rovina la categoria.

  2. Alessandra Says:

    Sono assolutamente d’accordo con Giunta, soprattutto quando dice:

    “Le riviste accademiche proliferano perché proliferano gli studiosi, le discipline, le cattedre, i dipartimenti, le università, e anche perché a una vita accademica di tipo diciamo carismatico (tre vecchi ordinari di filologia romanza o di storia del diritto fondano una rivista di filologia romanza o di storia del diritto che fa testo e autorità per tutti) se ne è sostituita una di tipo diciamo democratico (ogni dottorando, ricercatore, associato, ordinario di filologia romanza o di storia del diritto fonda una sua rivista di filologia romanza o di storia del diritto)”.

    E con questo non perché penso che la proliferazione di studi e studiosi sia da avversare, ma perché l’autoreferenzialità della casta accademica “…ha come unico oggetto la perpetrazione di sé stessa, e come unica funzione l’autoriproduzione di sterili élite-e così l’università diventa setta”. (cfr. Muriel Barbery, L’eleganza del riccio, e/o 2007).

  3. ezio Says:

    L’avevo letto. Molto interessante soprattutto perché, oltre ad altri aspetti interessanti, mette in luce una sistemica miopia e/o impreparazione degli editori italiani. Non c’è solo il caso dell’editore Serra: anche altri soggetti, ben più noti e presenti sul mercato, come il Mulino o il gruppo DeAgostini – ora acquisito dalla multinazionale Wolters Kluwer – non riescono per esempio a fare una decente politica di accessi online, sparando prezzi assurdi, fuori mercato – e sì che il mercato delle riviste internazionali HA dei prezzi assurdi – perché vivono nel terrore di perdere qualche abbonamento qua e là.

    Mi sembra però importante segnalare a chi non si occupa dal di dentro di questi problemi, come nel finale il prof. Giunta prende uno svarione metodologico: pubblicare i propri articoli sul proprio sito web è pratica altamente sconsigliata, perché i siti Web sono volatili e non catalogabili. La strada maestra è quella di costituire all’interno delle università depositi ad accesso libero strutturati, interoperabili (cioè interrogabili da sistemi esterni) facilmente raggiungibili dall’universo mondo perché adottano standard descrittivi comuni.

  4. Alessandra Says:

    Ma perché gli editori non dovrebbero sparare prezzi assurdi se tanto poi ci pensano biblioteche e univ, con i ‘fondi’ (soldi pubblici) a comprare qualsiasi merce? C’è un proverbio ebraico adatto all’occasione: chi chiede poco non avrà nulla, chi chiede molto avrà poco. Rifiuteremmo una somma ingente di denaro o qualsiasi altra cosa farebbe piacere ci venisse regalata? Non credo. E quei soldi per gli editori, sono gentilmente offerti. Da noi: i contribuenti. Continuo ad essere d’accordo con Giunta quando dice che dovrebbero essere i docenti che acquistano per le univ. a pagare di tasca propria le riviste che scelgono. Io dico che si sprecherebbe meno. E che forse ci sarebbe più concorrenza, più selezione, più qualità.

  5. EF Says:

    Ezio ha ragione. La comunità bibliotecaria internazionale si batte da anni per incoraggiare le politiche dell’accesso aperto (OA – Open Access).

    In estrema sintesi, sono due le strategie di pubblicazione OA che andrebbero incoraggiate :
    1. Autoarchiviazione in archivi aperti: archivi digitali a carattere istituzionale o disciplinare, vi si deposita il pre-print o il post print dell’articolo in accordo con le politiche di copyright dell’editore.
    2. Pubblicazione su riviste ad accesso aperto, che garantiscono la peer review ma adottano un diverso modello economico: nessun pagamento richiesto per accedere ai testi, i costi di pubblicazione sono coperti da una quota versata dall’autore o dalla sua istituzione (la tendenza è di contenere i costi di pubblicazione nel budget iniziale stanziato per la ricerca).

    Per chi fosse interessato ad approfondire l’argomento, rinvio ai seguenti siti:
    Wikisull’OA in Italia: http://wiki.openarchives.it/index.php/Pagina_principale
    PLEIADI – Portale per la letteratura scientifica italiana su archivi aperti e depositi istituzionali: http://www.openarchives.it/pleiadi
    DOAJ – Directory of open access journals: http://www.doaj.org

    Grazie per aver aperto questa discussione.

  6. EF Says:

    Chiedo scusa, non ho firmato il mio commento.
    EF sta per Elena Franchini.

  7. ezio Says:

    Grazie ad Elena per aver completato la mia osservazione con dati fondamentali.
    Il problema è che, come dice lei stessa, è la “comunità bibliotecaria internazionale” a battersi da anni in favore dell’Open Access. Tranne lodevoli e rare eccezioni i docenti, cioè i più interessati, ne hanno paura. (paura di perdere prestigio, finanziamenti ecc.)
    Ezio

  8. chik67 Says:

    In campo scientifico, in particolare matematica e fisica, una directory open access esiste già e funziona da circa 15 anni. Si tratta dei cosiddetti arXive
    (si veda arxive.org) ed in alcuni settori di ricerca gran parte del materiale che verrà pubblicato passa prima di là. La dimostrazione della congettura di Poincaré da parte di Perelman, argomento di matematica che per qualche giorno ha conquistato anche le pagine dei quotidiani, è stata messa solo su quel sito e mai pubblicata.
    Però non è vero che questo da solo risolva il problema. Non sempre i preprint sugli arxive sono corretti (perché quando un lavoro viene accettato da una rivista nella cessione del copyright è compreso che non si possano modificare le versioni già messe in rete). Inoltre i preprint migliori sono confusi in mezzo a tanta robaccia. Lo scopo di una rivista resta anche quello di ordinare e “qualificare” il materiale. Il costo di mantenimento, inoltre, di un archivio del genere non è del tutto irrilevante.
    La comunità matematica sta, da anni, lavorando anche sul piano delle riviste secondo vari metodi:
    – l’intero comitato editoriale di “Topology”, una rivista molto prestigiosa si è dimesso dopo che Elsevier si era rifiutata di abbassare i prezzi.
    – varie riviste sono passate da editori profit (nel mio campo essenzialmente Springer ed Elsevier) ad editori non profit, cioè le società scientifiche (la American Mathematical Society trae la maggior parte dei suoi guadagni dalle riviste scientifiche – costano un 30% meno di quelle Springer – e reinveste i guadagni in convegni e borse di studio. La European Mathematical Society sta cercando di seguire la stessa linea).
    – alcune biblioteche hanno disdetto abbonamenti anche di riviste prestigiose; il problema più grosso resta la vendita a pacchetti.
    – alcuni autori prestigiosi hanno dichiarato che non pubblicheranno più per editori profit.
    E’ una strada difficile e tortuosa; ma i docenti, o almeno una loro parte, sono intenzionati a provare a percorrerla.

    Mi lascia invece molti dubbi la strada degli editori che si fanno pagare dagli autori. Una rivista in cattive acque economiche ha tutto l’interesse ad accettare più articoli possibile, abbassando il livello. Un autore mediocre ha tutto l’interesse a usare soldi pubblici per pubblicare su queste riviste. Le riviste di questo tipo in campo scientifico, con pochissime eccezioni, sono di livello mediocre. Appena migliorano un po’ arriva Springer e le compra…

  9. Elena Franchini Says:

    Tutto vero, Ezio. I docenti hanno paura – o forse, molto più semplicemente, sono troppo miopi e troppo pigri per trovare la forza di invertire una rotta che sta rapidamente portando le biblioteche universitarie al collasso.

    Invito alla lettura di un saggio di Jean-Claude Guédon pubblicato di recente in traduzione italiana da ETS: “Open Access: contro gli oligopoli nel sapere”.
    Il testo è liberamente scaricabile sul sito dell’editore: http://www.edizioniets.com/Scheda.asp?N=9788846725172

    Elena

  10. Elena Franchini Says:

    Per dimostrare che una via di uscita esiste e che le cose possono davvero funzionare diversamente, guardate cosa sono riusciti a fare i francesi: http://www.persee.fr

    Persée è uno splendido portale creato dal Ministero francese dell’educazione, dell’università e della ricerca che consente l’accesso a riviste specializzate nelle discipline delle scienze umane e sociali.
    Attraverso il portale sono accessibili in rete, gratuitamente, le annate retrospettive di numerose riviste di grande rilevanza scientifica. Come si legge nella pagina di presentazione, “la diffusion élargie de ce riche patrimoine scientifique permettra une meilleure valorisation de la recherche française, dans une logique d’accès public et gratuit”.

    Perché in Italia manca la volontà politica di realizzare progetti analoghi?

  11. Bibliotecario Says:

    L’articolo di Giunta ha un grande merito: quello aver scoperchiato il pentolone in una stanzetta piccola e senza finestre, quella dell’accademia italiana, in particolare dell’ambito socio-umanistico.
    In effetti, come scrivono Elena, Ezio e chik67, il problema è ben noto e alcune soluzioni si stanno sperimentando, e non da ieri.

    La comunità dei fisici, con ArXive, l’archivio aperto più antico e più grande del mondo, ancora oggi, è stata sempre all’avanguardia; così gli economisti, con una rete internazionale che si chiama Repec, o i matematici, che da sempre credono in una distribuzione dell’informazione libera e ripulita da tornaconti economici e commerciali (se vi interessa, insieme a Guédon che suggeriva Elena, leggete anche questo intervento di Figà Talamanca a un convegno di matematici).

    Letterati, giuristi, sociologi e così via stanno un po’ indietro, ma stanno recuperando. Non in Italia, ovviamente, dove la sensibilità per il tema è ancora davvero debole. Anche Giunta, in fondo, scrive che l’open access (che lui confonde con l’open source, ma poco male…) è una buona soluzione; i suoi scritti nell’archivio aperto della sua Università, tuttavia, non ce li mette!

    È un problema di qualità della nostra (umanistica) produzione scientifica, fatta soprattutto di monografie (i “libri”) piuttosto che di riviste, innanzitutto. Moltissime pubblicazioni sono completamente pagate dall’autore, senza che l’editore faccia alcun controllo o emetta un qualche giudizio: l’editore -anche illustre- diventa uno stampatore, che non dà alcuna garanzia sul contenuto intellettuale dell’opera pubblicata, anche se comunque si appropria dei diritti d’autore…
    Se un ricercatore, in vista di un concorso, scrive e stampa un “libro” destinato solo a comparire sul suo curriculum come fonte di punteggio, è difficile che poi voglia renderlo pubblico e accessibilissimo (online gratis, sull’archivio della sua università) e esporlo al possibile pubblico ludibrio…
    E questo è un fatto di cui tenere conto: la mancanza di meritocrazia nelle nostre Università. Anche se le generalizzazioni sono sempre sbagliate, ognuno può valutare sulla sua personale esperienza…
    Nel caso degli autori di qualità, tuttavia, il problema cambia forma ma non si risolve: per essere “autori di qualità” si deve pubblicare per “editori di qualità” e bisogna accettare qualche compromesso, soprattutto in tema di cessione dei diritti d’autore.

    Dall’altra parte, il mercato delle riviste, che poi è il tema dell’articolo, è un mercato anelastico: la fortissima concentrazione editoriale che ha reso alcuni gruppi dei distributori quasi esclusivi rende il mercato decisamente oligopolistico. Quindi il problema in questo caso diventa che gli autori, per pubblicare sulle poche riviste che “hanno i numeri giusti” (l’impact factor, di cui si diceva) sono disposti a cedere tutti i loro diritti e ad accettare diversi compromessi.

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