Irretiti dalla rete

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di Gilda Policastro

[Questo articolo è apparso nel quotidiano il manifesto il 20 gennaio 2010. g.]

Se si accende la radio o si guarda la televisione capita sempre più spesso di sentirsi rinviare non soltanto, come accade da anni, al sito internet della trasmissione tale o talaltra, ma anche, dato invece molto più recente e meno acquisito, al «profilo Facebook» (in gergo semplicemente Fb), di singole rubriche o conduttori. Il rinvio a Fb, tra l’altro, è ormai esperienza pressoché quotidiana e non c’è conversazione orecchiata in autobus o in coda alle poste che non preveda un riferimento allo «status», alle «foto», all’«amico» di Fb. Dalla rete di contatti prevista dal suo ideatore Zuckerberg per i colleghi studenti americani si è passati, nel volgere di pochi anni, a un mezzo di comunicazione capillarmente diffuso, che di recente ha festeggiato i 350 milioni di utenti: un successo dovuto alla innegabile immediatezza del sistema, che consente di raggruppare in un’unica interfaccia le principali funzioni della rete (comunicazione, archivio, commento, posta, forum, blog, chat), in quasi totale libertà e autonomia.

Profili dispersi

Su quel quasi torneremo tra un momento. Intanto non stupisce che a fiutare le enormi potenzialità pubblicitarie del mezzo siano stati, da noi, soprattutto gli operatori culturali, editori, redattori, giornalisti, che utilizzano lo spazio del social network alla stessa stregua della posta elettronica o del telefono cellulare, ma anche gli scrittori, che ne tentano un uso più creativo, considerandolo un prolungamento o un ampliamento della loro attività. Valutarne portata e modi d’uso può servire da un lato a sondare le possibilità di interazione tra vecchie e nuove figure (o linguaggi) del campo culturale, dall’altro a considerare più seriamente il diffuso allarme sull’illusoria democraticità del mezzo: si accede a Fb (anzi, vi si entra) convinti che possa diventare uno spazio autogestito (come se si decidesse, mettiamo, di aprire periodicamente una stanza della propria casa a visitatori scelti) e si è in realtà diventati insieme fruitori e giocattoli del più grande luna park virtuale esistente, sapientemente amministrato da un perfido quanto inarrivabile giostraio.

Step by step, allora. Il primo, per entrare nel social network, è registrarsi coi propri dati anagrafici, il che sembrerebbe operazione banale, se non comportasse due livelli diversi e quasi opposti di concezione della privacy: da un lato i dati immessi possono con tutta evidenza essere fittizi (a parte l’ovvia opzione di molti utenti in favore di un nick, il fatto che lo scrittore Aldo Nove, ad esempio, registrato come tale su Fb, sia iscritto all’anagrafe come Antonello Satta Centanin, non impensierisce il gestore, e nemmeno che Thoma de Hohtt sia il nom de plume scelto per Fb da Tommaso Ottonieri che è a sua volta il nom de plume di Tommaso Pomilio). D’altra parte i dati immessi rimangono archiviati nella memoria del sistema, così se l’utente provvede all’autorimozione dal server, i suoi dati vi rimangono comunque. Ne fa (in)felice esperienza chi avesse, magari in un raptus, deciso di uscirne per sempre e, ravvedutosi, abbia poi fatto richiesta del medesimo account, ricavandone l’accogliente sensazione del ritorno a casa da un viaggio: nulla si è perso del profilo (la pagina personale dell’utente), foto, note, link e i famigerati amici (i contatti via via stabiliti con altri utenti, che per i più attivi si aggirano facilmente attorno ai mille) sono proprio lì, dove li avevamo lasciati. A meno che, però, non sia il gestore, per le più varie e imperscrutabili ragioni, a decidere la rimozione del profilo, nel qual caso l’utente perde ogni diritto a recuperare il contenuto del proprio spazio personale, che gli viene cassato da un momento all’altro, senza alcun preavviso.

Procedendo, si acquisisce facilmente la modalità di relazione caratteristica del social network di Fb, ossia la possibilità di chiedere/accettare amicizia: non sorprende più di tanto che sia lo stesso Fb a proporre via via degli amici, nello spazio deputato alle cosiddette persone che potresti conoscere, il cui numero aumenta in modo proporzionale all’incremento dei propri contatti. Quello che invece sorprende (e, a dirla tutta, inquieta anche un po’), è che Fb si sia posto il problema di monitorare le attività degli utenti, anche le più innocue, come quella di scrivere un saluto in bacheca (modello cartolina), arrivando a suggerire attività che vadano in direzione del recupero di un contatto trascurato (spingendosi all’ammonitorio: «è tanto che non senti xy: mandagli un messaggio!»).

Infine, l’attività più praticata su Fb è semplicemente quella di esserci: se non sempre, molto spesso, tutte le volte che si può, ovvero commentare tutto o molto di quel che vengono postando o linkando gli amici. Tra l’altro anche su Fb si replica quel meccanismo in nome del quale a Leopardi pareva di poter osservare come le grandi città dopo un po’ somigliassero alle piccole, per l’abitudine a ritagliarsi all’interno di esse un ambito ristretto di luoghi e rapporti privilegiati: si ha qui l’impressione di un circuito chiuso, sebbene estensibile ad libitum, in cui sono sempre gli stessi personaggi (e tali paiono essere, piuttosto che persone, gli utenti di Fb), a lanciare gli spunti di discussione, e altri, che si alternano ma più o meno sono una ventina dei soliti, a replicare. Come nei blog, peraltro.

Accade così di poter, citando fior da fiore: aderire a gruppi che sostengano l’abolizione del «paradossalmente» e del «piuttosto che non avversativo»; diventare fan di Giorgio Agamben, di Louise Bourgeois, dell’Ovomaltina o della canzone tradizionale napoletana; partecipare a una discussione sull’allegoria in Benjamin o sull’improbabile grammatica (nonché verace filosofia) di Elsa Murru, aspirante concorrente del Grande Fratello («inutile venire a gonna, a tacchi, a spacco. Io vengo come sono: me stessa»). Se lo spazio dei commenti che si può aprire sotto qualunque contenuto (da intendersi, il termine, nell’accezione invalsa nella cultura mediale), ciò che di nuovo rende la logica comunicativa del social network parente stretta di quella dei blog, l’elemento peculiare di Fb è però lo status, ovvero lo spazio deputato alla trascrizione del proprio «stato», appunto, o condizione attuale, che ogni utente ha a disposizione accanto al nome. Qui si viene a scrivere, mi pare ormai chiaro, il proprio diario in pubblico, probabilmente per quella impossibilità pressoché generale a parlarsi fuori, de visu, col necessario investimento di tempo e di energie. Difatti i ventenni, a quanto pare, usano di più le chat (di gmail o di messenger, perché tra l’altro la chat di Fb è lenta, si inceppa e oltretutto ti espone all’immediato assedio di tutti i tuoi contatti in linea): si danno appuntamenti col mezzo virtuale, ne fanno cioè un supporto per la vita reale. I loro fratelli maggiori, cresciuti a reality-show e siti internet, si lasciano letteralmente irretire. A parte quei pochi che provano a sfruttare il mezzo in modo meno casuale e insensato, non accontentandosi di stare su facebook, ma rimanendovi per contaminarlo, sporcarlo, cioè per uscirne: uscire dalle sue logiche costrittive, a partire dalla maggiore «contraint», ovvero lo status.

La delazione degli amici

«Aldo Nove, dopo il sesto bannaggio, timidamente azzarda: “La vagina, attraverso la quale i popoli giungono alla vita materiale, può offrire gioie a soddisfazioni a chi la detiene e a chi, previa opportuna autorizzazione della possidente, può usufruirne per amene attività ricreative tra adulti consenzienti”. Secondo me questa potrebbe non essere bannata». Quello che abbiamo trascritto è appunto uno status di Fb. Lo firma Aldo Nove, scrittore che sin dai suoi esordi narrativi, con la raccolta Woobinda, ha raccontato il presente alla maniera tipica delle avanguardie, cioè eleggendo il linguaggio a via d’accesso privilegiata: lo straniamento è così la premessa e l’effetto principale di tale narrazione, con un’impronta particolarmente rilevata di quel che il linguista Giuseppe Antonelli definì qualche anno fa (e proprio in relazione alle forme di «lingua ipermedia» dei narratori cosiddetti cannibali, tra cui lo stesso Nove) un «piùccheparlato». Nel primo libro in prosa di Aldo Nove, dunque, con un linguaggio straniato e piùccheparlato, si raccontavano gli anni Novanta dei supermarket, della televisione e, molto precocemente, del cellulare: all’interno dell’immaginario neocapitalista trovava naturale ricetto la pornografia, uno dei temi più cari all’autore, in chiave tutt’altro che pruriginosa e, invece, partecipata e creaturale. Quindici anni dopo Aldo Nove sperimenta una nuova forma di narrazione del presente: lo status di Fb. È anche qui che Aldo Nove racconta delle «storie»: il suo più battuto leit-motiv recente, da Mi chiamo Roberta, il libro-inchiesta sul precariato del 2006, all’ultimo prezioso libretto Si parla troppo di silenzio, dialogo immaginario tra Carver e Hopper, il cui motivo guida è ancora «lo stupore continuo dei fatti».

Aldo Nove racconta oggi negli status di Fb altre storie, attraverso intensissimi confronti, contrasti, polemiche sul mondo che ci circonda, nessun’area esclusa: la politica, la letteratura, il costume, l’attualità, il sesso. E, con stupefacente periodicità, come le piogge o i cicli naturali, Aldo Nove viene bannato. Da un giorno all’altro la sua pagina Fb non esiste più: nessuno lo preavvisa, come del resto da contratto stipulato alla creazione dell’account, in cui i gestori si riservano il diritto di rimuovere l’utente quando questo violi i principi cui si ispira il social network, in particolare attraverso la pubblicazione di contenuti contrari (con terminologia che si pensava sepolta da decenni di evoluzione del pensiero e delle sue forme espressive) al «comune senso del pudore» (nell’ultimo status incriminato Aldo Nove dichiarava polemicamente di voler «cagare in testa a Capezzone»). Solitamente si viene bannati in seguito a una delazione, una segnalazione cioè dell’infrazione da parte dei propri amici (e qui tornerebbe utile rileggersi tutta una serie di passi, da Cicerone a Proust, sul valore specifico del termine, tanto per correggere il tiro e tornare, magari, a chiamarli più semplicemente contatti). Ad ogni buon conto, il lavoro su Fb cui Aldo Nove ha atteso negli scorsi mesi è perduto: per lui, logicamente – perché, dicevamo, dalla memoria del server non sparirà mai. Ma perché per Aldo Nove è così importante rimanere nel social network, perché ci ritorna sette-otto volte?

«Il flash la tagliola lo scatto il fogliame, brillare d’occhi nel fitto, gli spari nel buio la gigantografia dello strappo, e flauto d’urla di Pan nel sottobosco»: chi posta lo status stavolta è Thoma de Hohtt, pseudonimo Fb, come dicevamo, del già pseudonimo Tommaso Ottonieri. Thoma utilizza il social network soprattutto come deposito di microsequenze liriche, poetiche o narrative, di nuovo affidate agli status: è qui che lo spazio obbligato stimola la fantasia visionaria di uno scrittore che, dalle ormai trentennali Memorie di un piccolo ipertrofico al più recente Le strade che portano al Fucino, come Aldo Nove (e del resto l’origine comune è quella del postneoavanguardistico RicercaRe), ha fatto del linguaggio a tutti i livelli, dal lessico alla sintassi, il terreno privilegiato della sperimentazione letteraria. Su Fb Ottonieri mutatosi in Thoma, diventa qualcosa di ancora diverso da Ottonieri (già costantemente e pigramente rubricato tra gli «illeggibili»): i suoi passaggi di status sono del tutto irrelati o coesi solo attraverso la nuova dizione della rete, quell’irretimento che riproduce narrazioni in direzioni molteplici e con un andamento franto, come nella realtà sempre più immateriale in cui si viene abitando.

Frantumi di iperrealtà

Infine, Luigi Socci, il poeta di Freddo da palco, plaquette uscita l’anno scorso per le edizioni d’if. Freddure sono in effetti gli status di Luigi, che, ad esempio, reduce dal laboratorio letterario di RicercaBo (dove il suffisso Bo sta per Bologna, oltre che per lo pseudofuturo della ricerca che vi si compie), sardonicamente annota: Luigi Socci torna da ricercaSANLA dove era andato per incontrare persone così da farsele poi amiche su fb. Ma è solo uno dei suoi raggelati frantumi di iperrealtà, fino all’esemplare è vivo Pippo Baudo.
Tre scrittori, tre modi di interpretare il nuovo medium, al di là del primitivo uso della rete di rinnovati contatti tra vecchi amici e del neomoderno promozionale di se stessi o di un gruppo omogeneo (l’uso più frequente che ne fanno altri scrittori). Che si voglia entrarci o uscirne, al momento la via maestra pare quella di trovarcisi di passaggio, com’è inevitabile nella globalizzazione delle esperienze e dei linguaggi: «avvenenza e poppe mischiate a saper leggere saper scrivere, lo zapping della rete e del pensiero, il delirio della forma dove non si trova la sostanza. Qui tutto si può, perché niente è veramente possibile»: parola (anzi, status) di Thoma de Hohtt.

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4 Risposte to “Irretiti dalla rete”

  1. guerreronegro Says:

    Bell’articolo.
    La cosa divertente è che lo ho scoperto proprio perché citato (da uno dei miei “amici”) nel più grande luna park virtuale esistente 🙂

  2. marino magliani Says:

    Un tempo sui moli di un porto olandese, c’erano un centinaio di lavoratori, rifugiati politici di ogni angolo della terra e vagabondi, ma anche indigeni, che faticavano in nero nelle barche frigo a trenta gradi sottozero. La paga era ottima, cento fiorini al giorno e possibilità di straordinario, e il mattino le banchine si riempivano di cileni e russi e
    nigeriani ( anche italiani in esilio ). Ogni tanto passava la polizia, che naturalmente sapeva. L’importante era non avere con sé documenti e allora i lavoratori si inventavano anche loro un nome de plume. All’appello il luogotenente, col suo accento nordico, chiamava: Richard
    Burton, Indio Perdido, Nicola Di Bari, Aristoteles ecc. C’era anche un Che Guevara, piccolo, perucho, e c’era un altro peruviano, certo Athahualpa, che scendeva dalle navi solennementente e serio, la testa leggermente inclinata, la pioggia marcia dei moli.

  3. dm Says:

    Riflessione che non coinvolge i succitati scrittori sperimentatori della rete.

    Buffo che su facebook, diversamente da quanto accadeva nei blog, abbia valore molto prima del testo pubblicato l’aura autoriale di chi pubblica (1 è noto sulla carta stampata, 2 è stato additato/taggato da qualche eminenza della rete). Certi “status”, sperimentati magari anni prima nei blog per ragazze anoressiche, diventano in un battibaleno geniali, fondamentali, a volte imprescindibili, non appena l’intellettuale Mida del momento – talvolta un uomo vicino al “genio” – ci posa le mani sopra. A poche ore da che l’importanza del post, o del personaggio, viene pubblicamente “dichiarata”, la bacheca del genio ecco è subito occupata da commenti e carezze; è nata una nuova stella.

    In rete (alla fine di questo processo di concessioni reciproche di autorialità, carezze, giudizi positivi tra pochi consenzienti) accade una fantastica distorsione: autori mediocri sono spacciati per migliori-scrittori-viventi, libri belli di retoriche vecchie e ricalcate vengono -finalmente- riconosciuti, e per di più “ufficialmente”.

    Suppongo che tutto questo sia implicito nell’articolo. Oppure che non sia rilevato o rilevante in una analisi veramente oggettiva. Magari gli irretiti sono tanti, e molti dei quali lettori…

    Auto-obiezione: accade in rete esattamente quel che accade sulla carta, le stroncature personali e il baratto di recensioni, solo che gli attori non sono più gli stessi. Chi lo sa, la differenza è che nel virtuale, e soprattutto su facebook, dove molte delle comunicazioni tra utenti sono pubbliche, il meccanismo diventa curiosamente visibile, e riconoscibile.

  4. troubledsleeper Says:

    dopo un primo periodo di entusiasmo Fb mi ha stufato e quasi non ci vado più. Problema: i miei 400 amici mi continuano a mandare cose e visto e quando li incontro nella vita reale lamentano il mancato feedback.

    la gente non sa usare FB: propone gruppi osceni, foto al limite dell’indecenza e poi si lamenta se qualcuno li giudica. Allora mi chiedo: perchè non fate queste cose anche nella vita reale. Risposta: perchè ci vergogneremmo, ma il web ci sdogana da inibizioni e imbarazzo.
    Di tutto questo mi sono stufata piuttosto in fretta…

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