Pubblicare per Berlusconi?

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di Helena Janeczek

[Prelevo questo articolo di Helena Janeczek – che mi sembra interessante e importante – da Nazione indiana (qui). Lo riporto integralmente, anziché rinviare – come faccio di solito – all’originale, perché in Nazione indiana, in calce all’articolo, è nata una discussione lunghissima (289 commenti in questo istante, ore 12.31 del 24 gennaio: e io non li ho certo letti tutti) e in buona parte non solo inutile, ma addirittura fastidiosa. Invito a leggere peraltro gli interventi di Francesco Pecoraro (almeno questo) e di Evelina Santangelo (almeno questo), nonché almeno una delle repliche di Helena Janeczek (questa). E sicuramente ce ne saranno altri di un qualche interesse. Un articolo correlato a questo (forse non si nota a prima vista, ma è così) è quello pubblicato da Tiziano Scarpa in Il primo amore con il titolo La scomparsa dell’alterità. gm ]

Pubblicare per Mondadori, Einaudi o altre case editrici appartenenti al gruppo di cui Berlusconi detiene la maggioranza delle azioni, è sbagliato se un autore non simpatizza col presidente del consiglio? E’ una decisione equiparabile a quella di collaborare alle pagine culturali di quotidiani come il Giornale e Libero – quest’ultimo non di proprietà del premier – o si tratta di una scelta differente? Chi lavora dentro o per quelle case editrici è ancora più stigmatizzabile? Sarebbe il caso di boicottare la produzione di queste aziende per far valere economicamente il proprio dissenso?

Ho visto tornare con insistenza queste domande nelle discussioni che si sono svolte su questo blog [Nazione indiana, ndr], ma anche altrove- in rete soprattutto. Le ho viste rimbalzare sia da sinistra che da destra, lì soprattutto negli articoli apparsi sui sopranominati giornali, dove più volte Evelina Santangelo, membro di Nazione Indiana e insieme editor Einaudi, è stata bersagliata come chi sputa nel piatto dal quale mangia. Dato che faccio press’a poco lo stesso lavoro con posizione analoga – quella del collaboratore a progetto – e come Evelina ho pubblicato con l’editore per il quale presto servizio, mi è venuta spontanea la voglia di rispondere. Quel che avrei voluto ribattere di pancia è un concetto elementare: “ce lo dicano loro se non siamo più gradite per ragioni di dissenso, se siamo a questo punto ci sbattano fuori loro”. Cosa che nel mio caso e pure in quello di Evelina sarebbe, tra l’altro, molto semplice.

Però le cose ovviamente sono più complicate di così e quindi meritano un po’ più di riflessione. Riflessione che credo diventa credibile solo dopo aver chiarito alcuni preliminari personali. Sono quindici anni che lavoro per la casa editrice che ormai è diventata per antonomasia “di Berlusconi”: identificata con la proprietà al punto che c’è persino chi pensa che sia stato il cavaliere ad aver creato la Mondadori.
Ricordo che presentandomi al primo colloquio a Segrate, c’era una di quelle rare nebbie talmente fitte che il palazzo di Niemeyer con le sue arcate ogivali assumeva un aspetto gotico. Non ero entusiasta di finire in quel cattedrale di cemento difficilmente raggiungibile, per giunta espugnata da Berlusconi non da moltissimo. Venivo dall’Adelphi che stava a due passi dal Castello Sforzesco, dalla quale con Renata Colorni ce ne eravamo andate per motivi di dissenso con la linea editoriale. Avevamo ravvisato nella pubblicazione del pamphlet di Léon Bloy Dagli Ebrei la Salvezza una sorta di sdoganamento nobilitante dell’antisemitismo, anche se la posizione dell’autore ultracattolico poteva essere intesa di contorta simpatia per il verminoso popolo biblico attraverso il quale si propaga suo malgrado la redenzione. Cerco di sintetizzare, giusto perché mi pare che la questione con quella che sto per affrontare c’entri qualcosa. Non tanto per darmi credenziali di persona capace di compiere scelte coerenti, ma soprattutto per mostrare un’altra differenza. Una casa editrice come Adelphi aveva una linea editoriale: culturale, e in questo senso anche politica. Linea che non bisognava abbracciare in toto, ma almeno apprezzare e condividere fino a un certo punto. Sennò continuare a relazionarsi al suo direttore editoriale significava rinunciare a far valere le proprie idee, passare sotto silenzio la propria storia, accettare la propria subalternità intellettuale. E’ per questo, soprattutto, che non ho mai messo in discussione la mia scelta di allora.

In Mondadori le cose si presentavano diversamente, anche quando Berlusconi divenne per la prima volta capo del governo. Forse è inutile dire che in quindici anni non l’ho mai visto nemmeno da lontano. Il massimo cui sono arrivata è Bruno Vespa. Con le persone che lì sono diventati i miei interlocutori e diretti superiori, mi sono subito trovata benissimo. Manco uno che avesse- abbia- simpatie per Forza Italia, cosa che varie volte è pure stata sottolineata dai giornali di cui sopra. Come a dire: guardate che bravo Silvio che fa lavorare tutta sta banda di comunisti.
In Mondadori si pubblicava – e si pubblica – dai Meridiani al libro degli Amici di Maria de Filippi. Non esiste linea editoriale perché la produzione è troppa e troppo diversa e la vocazione di fondo è soprattutto commerciale. La casa editrice non si aspetta uguali profitti da ogni collana e continua a mandarne avanti alcune più per prestigio, contando magari pure di rientrare nelle spese con le edizioni economiche. Ma anche chi, come me, si è sempre solo occupata delle collane letterarie, deve misurarsi con il mercato. Nessuno si aspetta che ogni libro diventi un bestseller, ma la regola di fondo è quella del guadagno. Guadagno che non deve essere sempre e solo immediatamente economico, ma contempla pure il ritorno d’immagine o l’investimento su un autore. Gli spazi per scelte di maggiore rischio o per semplicemente fare libri in cui si crede, stanno diventando sempre più ristretti, ma il problema riguarda l’editoria e l’industria culturale nel suo insieme, nemmeno solo quella italiana.

Quel che mi premeva sottolineare è che in Mondadori come altrove vige molto di più l’imposizione del mercato che quella di una linea editoriale “politica”. Non che manchi del tutto questo tipo di interferenza. Difficile immaginare che possa uscire un libro virulentemente contro Berlusconi. Mentre dall’altra parte vengono pubblicati alcuni libri scritti da ministri, giornalisti di una certa parte e pure da qualche “amico” puro e semplice. Ah, vedi! forse direte voi a questo punto. Ma è davvero qualcosa di così rivelativo, di così specifico? Non tocca prima scremare i titoli che possiedono una loro dignità di libro, anche se rispecchiano certe idee – quelli di Tremonti per esempio – da quelli che spiccano soprattutto per zelo militante o, peggio ancora, sono in odor di raccomandazioni? E da altre parti non esistono marchette e mezze marchette, favori e favoritismi, il far passare il libro di qualcuno più per rango ricoperto altrove o affiliazione politica che per merito? Si è mai visto che il gruppo Rizzoli pubblichi un saggio feroce sugli Agnelli o un’indagine sulle malefatte del Corriere della Sera? Non è l’Italia nel suo insieme che funziona così?

Salvo le eccezioni nominate sopra, in Mondadori in questi anni vigeva grosso modo la libertà del liberismo. Perché? Perché non hanno torto quelli di Libero e del Giornale ad affermare che Silvio ci tiene tanto a questo tipo di libertà? E se in questo ambito fosse – o fosse stato- più o meno così, riconoscerlo inficerebbe ogni ragionamento critico su Berlusconi e sul berlusconismo?

Bisogna allargare lo sguardo per capire dove si colloca l’editoria di libri nella strategia di comunicazione e persuasione dell’Italia berlusconiana. Il berlusconismo è stato propagato attraverso altri canali, soprattutto quello che arriva – come l’interessato ripete sempre – nelle case di tutti gli italiani. Non soltanto nelle poche che affiancano all’altare televisivo una libreria usata come tale, tantomeno in quelle dove i libri si espandono dappertutto. Tenendo conto che centomila, duecentomila, trecentomila copie per un libro sono un risultato enorme, mentre sulla scala del consenso di massa si tratta di una cifra trascurabile, non stupisce che come strumento abbia contato molto più il Milan della Mondadori.
Infatti, quel che di prepotentemente “berlusconiano” Mondadori ha prodotto,- da Bruno Vespa al libro di “Amici” ecc,- nasce quasi sempre dal principale calderone che ha cucinato il suo populismo. Il fenomeno dei bestseller televisivi però non è solamente italiano. Pure in Germania – paese che conosco meglio – oggi le classifiche sono invase da libri scritti da comici, conduttrici, giornalisti televisivi ecc. Il nostro specifico non è quantitativo, ma qualitativo anche se alcuni aspetti delle nostra tv “videocratica” non si prestano a diventare libro. Comunque l’equivalente tedesco o francese di Bruno Vespa non è uguale a Bruno Vespa, né come conduttore tv né come autore di libri. Ma tocca al tempo stesso ricordare che Vespa o gli “Amici” di Maria de Filippi, autori premiati dal mercato in seguito alla loro popolarità, non avrebbero difficoltà a trovare un altro editore.

Vorrei tornare ora alla questione di prima. La libertà di Mondadori – di Einaudi a maggior ragione – era in qualche modo proporzionata alla scarsa incidenza sul consenso di massa cercato da Berlusconi. I libri sono prodotti di nicchia o di elite, destinati a un consumatore in genere appartenente allo schieramento politico avversario, minoranza della minoranza. L’azionista poteva guadagnare con le aziende gestite secondo normali criteri di mercato – meno che con altre sue attività – senza rischiare nulla sul piano politico. O almeno l’idea che i libri siano innocui e ininfluenti era un corollario del populismo, in tempi in cui la strategia berlusconiana era soprattutto quella di assicurarsi l’approvazione di una maggioranza.
Poi accade che un esordio come Gomorra stampato in cinquemila copie superi i due milioni, che in più il suo autore acceda anche lui alla tivù, e lì le cose, forse, cominciano a cambiare. Ma a parte questo esempio clamoroso, cambiano i tempi. Cambiano, in modo evidente, con l’ultima legislazione.

Nelle televisioni sia pubbliche che private le trasmissioni critiche sono sempre più ridotte a mo’ di riserve indiane, il resto gestito secondo il criterio che più un programma è popolare, più è richiesto l’allineamento (provare a confrontare il Tg1 di Minzolini a uno di Rai Sat). Dà più fastidio chi è moderato e quindi all’opinione pubblica appare oggettivo come Enrico Mentana che lascia Mediaset che chi è apertamente “da quella parte lì” come Santoro.
Anche per gli scrittori esprimere un dissenso minimo, diventa problematico. Finiscono bersagliati da “Il Giornale” e “Libero”, oltre a Saviano, anche altri autori Einaudi e Mondadori che hanno firmato l’appello in difesa della libertà di stampa di Repubblica: Paolo Giordano, Andrea Camilleri, Margaret Mazzantini, Niccolò Ammanniti, Carlo Lucarelli. Vale a dire: i più popolari. E anche: quelli che contribuiscono di più agli utili aziendali. Ma evidentemente la libertà liberista non è più così scontata.
Il cambiamento che in tivù mostra soprattutto un volto di censura soft (editoriali di Minzolini a parte) – non dare certe notizie, darle male o in fondo – si appalesa invece sui quotidiani in modi molto più aggressivi. Le prime pagine grondano come non mai di titoli e articoli razzisti, omofobi, cattolici integralisti perché tale è, appunto, l’attuale linea del governo Pdl-Lega. In più, quei giornali passano dal rispecchiare posizioni di destra, anche molto di destra, a sparare con ogni mezzo, diffamazione passabile di querela inclusa, contro la parte avversa. Che tale neomaccartismo coinvolga persino redattori di cultura che si affrettano a ritracciare i nemici in sedi marginalissime come il nostro blog, sembra indicativo.

Sembra anzi un indizio non indifferente per mettere in discussione la libertà e neutralità di quelle pagine culturali, in apparenza non dissimile a quella delle case editrici di proprietà del premier. Senz’altro va detto che in origine molti scrittori hanno deciso di mandare recensioni e altri pezzi di cultura a questi giornali, perché quelli maggiori sono inaccessibili e quelli molto a sinistra pagano poco o niente. Non è che un testo sia meno bello perché esce su “Libero”, su “il Giornale” o su ” il Domenicale”, e non è neppure detto che non possa trovare dei lettori in grado di apprezzarlo. Però mi sembra una falsa analogia. Perché anche di fronte alla più profonda disquisizione sul nuovo saggio di Harold Bloom o alla più brillante recensione del nuovo romanzo di Nicola Lagioia, le prime, seconde e terze pagine con i loro contenuti, i loro metodi, e i loro toni non svaniscono nel nulla.
Il discorso su altro – sugli alberi direbbe Bertolt Brecht – che uno scrittore fa su uno di quei giornali, equivale oggi al dichiararsi ininfluenti o indifferenti sotto il profilo politico e persino- direi – sotto quello semplicemente civile. La parte di me cittadino che non è d’accordo con certe leggi, l’attacco a certe istituzioni, la riduzione di date libertà, è completamente scollata dal mio personale contributo di natura solo “culturale”. A me questo pare, prima di tutto, un avallare in prima persona il ruolo di marginalità che viene attribuito alla cultura. Detto in altre parole: dare poco valore al proprio lavoro. Accontentarsi della libertà del giullare che confina con quella del buffone di corte. Con il rischio, in più, che tale libera e spensierata contribuzione possa essere strumentalizzata ai fini politici, come dimostrano, appunto, gli articoli usciti sulla vicenda Paolo Nori. Dove l’aspetto – per me – più sconcertante non era che venissero aditati tutti i comunisti e persino un “commissario politico”, ma che il collaboratore di “Libero” venisse ostentato con fotografia come “il nostro Paolo Nori”.
Aggiungo che l’aver cercato di far passare la discussione di ieri a Roma come un processo stalinista, portando lo stesso Nori a chiarire sul suo blog come è stato organizzato quell’incontro, mi sembra una dimostrazione ulteriore che credere in una neutralità possibile sia illusorio. E’ illusorio cercare di chiamarsi fuori da una linea editoriale che ormai è assai più propagandisticamente pervasiva e aggressiva di una normale linea politica con la quale potersi confrontare: pur dissentendo e ritenendo che la cultura rappresenti davvero uno spazio a parte in qualche modo inviolabile.

Il discorso sull’editoria a mio avviso presenta caratteristiche assai diverse. In primo luogo perché il lettore che va a comprarsi Antonio Moresco o Concita de Gregorio non deve sorbirsi insieme Bruno Vespa o Filippo Facci. L’autore è il solo responsabile del suo testo, inclusi gli eventuali compromessi che è disposto a fare. La sua scelta di pubblicare con una casa editrice “di Berlusconi” non rappresenta un avallo da parte sua della sua marginalità, foss’anche solo perché si tratta di grandi editori.
Non regge neppure l’accusa ribadita continuamente dalla destra che uno scrittore di sinistra pubblicando con Mondadori “si fa pagare da Silvio” o addirittura che sia “uno suo stipendiato” come ha detto recentemente Vittorio Feltri paragonando se stesso a Saviano. Semmai è il contrario. Eppure è un’idea tipica, una concezione padronale dei rapporti di potere, anche e soprattutto aziendali.
La logica normale del capitalismo di mercato vorrebbe che tu azienda mi paghi per il prodotto che ti fornisco e sul quale vorresti ricavarci il tuo guadagno, così come mi retribuisci se ti fornisco una prestazione lavorativa. Il contratto dovrebbe stare in questi termini: senza prevedere fedeltà o gratitudine al padrone, né da parte del dipendente, tantomeno dell’autore, ossia da chi non entra in nessun ruolo subordinato.
L’accusa da parte opposta spesso ripete lo stesso schema. Altre volte, giustamente, lo rovescia. Ossia critica che chi pubblica per la tal casa editrice, contribuisce ad arricchire il suo “padrone”. Questo è indiscutibile. Mentre già più bisognoso di interpretazione è l’idea che una simile scelta lo legittimi. Legittima chi rispetto a che cosa? Legittima il azionista di maggioranza perché l’azienda sforna prodotti di persone che sono con lui in disaccordo politico? Legittima Berlusconi perché non richiedendo dichiarazioni di voto per il Pdl alle persone che lavorano in editoria o che pubblicano con le “sue” case editrici, si dimostra tanto generoso e buono? Com’è possibile che una persona “di sinistra” o anche solo “democratica” avalli un simile ragionamento che rispecchia una visione autoritaria e padronale?

Torno al punto di partenza. Vorrei che fosse l’azienda a dire a me, umile cocopro, o agli autori di cui mi occupo che anche questa nicchia di capitalismo di mercato e dunque liberismo non può più essere considerata tale. Che è preferibile un collaboratore fedele alla linea che uno che sappia fare bene il suo lavoro. Vorrei che mi venisse detto, di modo che fosse evidente a che punto siamo. Se questo invece non avviene, ma diventa comunque chiaro che è richiesta fedeltà e sottomissione padronale, sarò io stessa ad andarmene il prima possibile.
Ma l’idea del boicottaggio di Mondadori o l’invito agli scrittori di abbandonare le case editrici del premier non mi convince, perché non siamo ancora arrivati a questo punto. Perché il catalogo Mondadori, quello dei classici Oscar, di Einaudi, Frassinelli e di altre case editrici continua a rispecchiare molto più il lavoro che autori e “editoriali” hanno fatto nei decenni per i lettori, che qualsiasi altra istanza. Credo che ogni danno inferto peserebbe assai meno sulle tasche e tantomeno sul potere di un certo azionista che sugli assetti della cultura di questo paese. E’ altamente irrealistico che possa esserci qualcosa che somigli a un travaso senza perdite. Se Mondadori si riducesse a una serie di autori stramorti in edizione economica, Bruno Vespa, Filippo Facci, “Amici”, libri di comici e calciatori, rievocazioni più o meno apologetiche del fascismo, ci saremmo epurati noi da soli. E’ questo ciò che vogliamo? Vogliamo anche noi dare un contributo al perfezionamento del modello culturale unico?

Helena Janeczek

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18 Risposte to “Pubblicare per Berlusconi?”

  1. Lucio Angelini Says:

    E io ripropongo il mio intervento: TRADURRE PER BERLUSCONI.

    Per Mondadori adulti e Mondadori ragazzi ho tradotto un sacco di libri, persino un best-seller (“Oggetti di reato”, di Patricia Cornwell), e anche per Einaudi (Peter Partner, I Templari, EINAUDI editore; Tobias Wolff, UN VERO BUGIARDO, Einaudi-Stile Libero)… Che faccio? Restituisco i soldi? Mi dilanio interiormente?

  2. Lucio Angelini Says:

    P.S. In realtà non mi dilanio neanche un po’. La linea della Mondadori è “coprire ogni tipo di domanda”, per cui pubblica sia libri a-ideologici, sia libri più o meno fortemente improntati a svariate ideologie, anche contrapposte. Finché l’azienda non impone la tessera di partito a chi ci lavora, trovo davvero ozioso porsi problemi di coscienza. Altrimenti dovremmo rifiutarci di lavorare o acquistare prodotti di qualunque impresa (tessile, alimentare, edile… ) i cui proprietari non simpatizzino per il Che Guevara.

  3. vbinaghi Says:

    Ci sono due modi di considerare dittatura e monopolio.
    Una è quella di contenuto: Berlusconi, la merda che è, la sottocultura di cui si nutre il suo consenso politico, lo spregio della magistratura che fa ecc.. Chi porta soldi a quest’uomo gli dà mezzi per fare quello che fa, c’è poco da fare. Ma è possibile scrivere e pubblicare senza portare soldi a costui? Il mio più grosso guadagno in editoria finora è un’antologia scolastica pubblicata da Mursia Scuola (che però è un marchio Mondadori).
    L’altra è quella della forma. Chiedete ai librai perchè i libri di piccoli e coraggiosi editori di qualità faticano a stare in libreria più di due mesi: i grandi gruppi editoriali impongono politiche tali che esercitano di fatto un monopolio. Da questo punto di vista la politica industriale del monopolista danneggia la cultura più del comportamento politico del suo proprietario e Mondadori non è peggio di Feltrinelli.
    La Janaczek che fugge dalla pubblicazione antisemita di Adelphi per riparare in Mondadori mi fa un po’ ridere: come donna e intellettuale femminista non lo vede il sessismo becero che diffonde il suo attuale editore tra libri e riviste?
    Sì che l’ho scritto in un commento su NI, ma ovviamente non mi ha risposto.
    E con l’editoria De Benedetti (Espresso e Repubblica) andiamo molto meglio?
    La verità è che l’unica obiezione di coscienza in un sistema del genere sarebbe il silenzio. Se non ce la si sente di star zitti si pubblica dove si può. La potenza (e l’impotenza) di uno scrittore sta nella sua parola, non nel piedistallo da cui prova ad annunciarla o a gridarla. Per quanto riguarda gli editori, una volta avevano la responsabilità di una linea culturale, oggi obbediscono puramente e semplicemente a leggi di mercato. Certo, coi quotidiani è un altro discorso: i quotidiani come Libero e il Giornale sono i bulldozer di Berlusconi, come Repubblica lo è di De Benedetti. Personalmente avrei problemi a scriverci.

  4. marco salvador Says:

    Sarà perché sono uno scrittoruncolo di campagna. Sarà perché sono vecchiotto. Sarà, che so, perché fumo quaranta sigarette al giorno e ho il cervello calginoso. Sarà per quello che vorrete voi, ma non vi capisco. Io non cambio meccanico -bravo e onesto- perchè politicamente la pensa diversamente da me. Non mi frega nulla se faccio ricco il mio idraulico della lega, che si precipita a casa mia alle due di notte perché un tubo perde. Questi, e datemi pure del qualunquista, mi sembrano torcimenti celebrali con qualche spasmo ideologico. Non per nulla, seguendo questa vicenda, mi è parso di essere tornato a Padova a fine anni sessanta. Purtroppo non vicino alla fumante caldaia di Nanetto, il poliparo. A processare uno che non la pensava come me.

  5. enrico gregori Says:

    Tempo fa, nel corso di un’intervista (mi fare fatta da Floris a Ballarò), chiesero a berlusconi se non gli seccasse la satira nei suoi confronti nelle trasmissioni Mediaset. Lui, sostanzialmente, disse che un imprenditore avrebbe poco successo se facesse “prodotti” solo per chi la pensa come lui.
    Che Helena non abbia mai visto Berlusconi in Mondadori non mi stupisce. E’ una casa editrice che deve fare profitto e, se poi il profitto si fa con la cultura, è uguale.
    D’altro canto, trattandosi di una casa editrice immensa, è ovvio che pubblichi di tutto. E quanto a pubblicare “per Berlusconi” se non la si pensa come lui, a me sembra solo un fatto di personale coscienza.
    Credo che un autore, se crede in quello che scrive, voglia che la sua voce venga ascoltata il più possibile. Semmai, quindi, un problema potrebbe essere la censura. Ma il tema non mi sembra questo, per cui aspirare alla massima diffusione non mi pare un delitto.
    Pubblicare un libro per Mondandori non significa pensarla come berlusconi, tanto quanto comprare una macchina Fiat non credo dimostri fedeltà alla famiglia Agnelli.

  6. enpi Says:

    difficile non essere d’accordo con Valter Binaghi: “La verità è che l’unica obiezione di coscienza in un sistema del genere sarebbe il silenzio”.

    il fatto è che nell'(ammirevole) analisi di Helena – come nella gran parte dei discorsi intorno a questa questione – manca una mappatura della celebrata piccola editoria. ovvero una domanda, ch’è [dovrebbe essere]: esistono i “buoni”, nell’editoria italiana, piccola e media? e chi sono? e quanti libri riescono a pubblicare in un anno?
    perché se sono in grado di riconoscere i “cattivi” [per questioni di proprietà, di contenuti, di gestione dei collaboratori e dei dipendenti ecc.], dovrei essere in grado di riconoscere anche i “buoni”, giusto?

    e-

  7. Lucio Angelini Says:

    @ Enpi. Bravissimo. Se Mondadori ed Einaudi sono i cattivi, quali sono i buoni? E, proprio perché buoni, pagano più dei cattivi o addirittura escludono compensi di qualsiasi sorta per gli autori?

  8. andrea barbieri Says:

    “Il discorso su altro – sugli alberi direbbe Bertolt Brecht – che uno scrittore fa su uno di quei giornali, equivale oggi al dichiararsi ininfluenti o indifferenti sotto il profilo politico e persino – direi – sotto quello semplicemente civile. La parte di me cittadino che non è d’accordo con certe leggi, l’attacco a certe istituzioni, la riduzione di date libertà, è completamente scollata dal mio personale contributo di natura solo “culturale”. A me questo pare, prima di tutto, un avallare in prima persona il ruolo di marginalità che viene attribuito alla cultura. Detto in altre parole: dare poco valore al proprio lavoro. Accontentarsi della libertà del giullare che confina con quella del buffone di corte.”

    “Dare poco valore al proprio lavoro” parole sante. Allora proporrei una cosa, che tutte le persone che hanno partecipato al defilippiano dibattito scrivere-su-libero-sì-no sostenendo che ‘no, non è possibile’, si autotassino per arrivare a una somma mensile che consenta a Paolo Nori di pagare l’affitto di casa e il mantenimento della sua piccola. Non so quanto sia la cifra, ma essendo in tanti quelli che dicono ‘no, non è possibile’, la cifra a testa sarà comunque molto bassa. In segno di gratitudine per averlo liberato da Libero e dalle testate che non lo cercano o non lo pagano, consentendogli di tornare a dare valore al proprio lavoro, Paolo Nori potrebbe ringraziare i suoi generosi mecenati nelle sue prossime opere. Non trovate che sia una buona idea?

    Infine posto questo articolo interessante sulla situazione economica delle persone separate. Siccome so che non tutti seguono i link, vi riporto il titolo: “Povertà, Sos divorzi Il 25% dei clochard sono padri separati”
    http://quotidianonet.ilsole24ore.com/cronaca/2009/12/03/267523-poverta_divorzi.shtml

  9. Lucio Angelini Says:

    @Andrea. Non fare discorsi a cavolo. Si sa che di scrittura non si vive, salvo rarissime eccezioni. Sta a Nori preoccuparsi di affiancare all’attività ludica della scrittura un lavoro vero*-°

  10. andrea barbieri Says:

    Nori è un bravissimo scrittore, non è ragionevole dire che la scrittura per lui è “un’attività ludica”. Se non si fosse buttato nella scrittura, dopo aver fatto tanti mestieri, non avrebbe speso i suoi talenti. Certo ci sono artisti che sono riusciti ad affiancare alla scrittura un lavoro che non c’entrava nulla. Ma questa è una qualità che non tutti hanno. Non tutti hanno la capacità di Ives di lavorare in un’assicurazione e comporre musica. Se Nori – come tanti altri, ad esempio Moresco – sente che la scrittura è il suo lavoro, deve scrivere. E poi tu deresponsabilizzi chi dovrebbe portare avanti la cultura sui giornali. Perché quando non lo cercano o non lo pagano, i giornali una responsabilità ce l’hanno. Perché non chiedi conto a loro di questo comportamento?

  11. Lucio Angelini Says:

    Ti ricordo che io – che sono bravissimo! 🙂 – pubblicai sette titoli negli anni 90, prima della FATWA di cui qui:

    http://www.lucioangelini.splinder.com/post/6257856

    Avessi preteso di sopravvivere di soli diritti d’autore, a quest’ora sarei morto da un pezzo. Nori ha il torto di essersi ripetuto un po’ troppo, fino a diventare la parodia di se stesso.

  12. andrea barbieri Says:

    Tra l’altro Lucio quando consigli a Nori di cercare un ‘lavoro vero’ dimostri di non aver capito nulla dell’articolo che cito. Anche leggendo soltanto il titolo si capisce benissimo che a fare la fila alla Caritas ci sono persone che hanno un ‘lavoro vero’ come lo chiami tu, anche pagato discretamente come quello di insegnante, che però dovendo pagare un affitto e un mantenimento si trovano improvvisamente in difficoltà. Io ovviamente non so se questo è il caso di Nori, ma la sensibilità di chiedermelo la devo avere. Invece il dubbio che chissà perché non viene a nessuno. Anzi, ho persino letto nel defilippiano dibattito (nel senso di Maria de Filippi) che 2.000,00 euro al mese sono una cifra normale, abbordabile per il Manifesto.

  13. Lucio Angelini Says:

    @Andrea. Dici “tu deresponsabilizzi chi dovrebbe portare avanti la cultura sui giornali. Perché quando non lo cercano o non lo pagano, i giornali una responsabilità ce l’hanno”.

    Sulla sensibilità (e sulla credibilità culturale) dei giornali mi sono tolto ogni illusione da un pezzo. Leggo oggi in un’intervista a Tiziano Scarpa:

    “Il tuo sogno di felicità?”
    “Già sono fortunato, perché POSSO SVOLGERE L’ATTIVITA’ CHE HO SEMPRE DESIDERATO. NON VORREI DUNQUE IRRITARE GLI DEI CHIEDENDO ALTRO PER ME”.

    (Gazzettino di Venezia di oggi)

    Insomma vivere dell’attività che più soddisfa è un vero “dono degli dei”, indubiamente negato a migliaia di altri, non solo a Nori. Che ci vuoi fare? Gli Dei fanno come piace a loro. Ad alcuni mandano persino il terremoto, per dire. Accontentiamoci.

  14. Lucio Angelini Says:

    P.S. Quanto all’articolo che citi, ti ricordo che mi sono separato tre anni fa e conosco bene certe realtà.

  15. andrea barbieri Says:

    Allora provo a rispiegare.
    Ieri l’altro ho visto in tv un insegnante (quanto guadagna un insegnante, più di mille euro no?) che dovendo pagare il mantenimento non aveva più i soldi per pagare l’affitto, così viveva per un anno in una stanza messa a disposizione dal Comune, i soldi venivano da un progetto annuale. Finito il progetto tornava in strada. Ripeto, sto parlando di un insegnante (mi pare fosse di scuola superiore).
    Quindi una persona con un lavoro normale – nessun ‘dono degli dei’ – passa a uno stato di povertà molto facilmente.
    Allora che tizio scriva per un giornale di destra o faccia l’insegnante, dal punto di vista economico non fa differenza, solo che l’insegnante, tizio non riesce a farlo, mentre sul giornale di destra riesce scrivere retribuito.

    Mi rendo conto che il giornale di destra fa quell’offerta perché ritiene che tizio resterà politicamente innocuo, e in più si toglie la soddisfazione di dare una lezione di lungimiranza al giornale di sinistra.
    E so anche che si può essere un super-eroe e andare a fare il muratore pur di non scrivere per il giornale di destra.

    Però in cuor mio so che sarei il primo a non essere un super-eroe, in più io non dovrei nemmeno rinunciare ad alcun talento, e allora non mi permetto di dire a Nori che non sa far valere il suo lavoro.
    Visto quello che in tanti scrivono a Paolo Nori, dovrei pensare che loro sì sono dei super-eroi, mai un compromesso. Un cielo letterario-intellettuale pieno di sfreccianti creature… evviva!

  16. andrea barbieri Says:

    Vorrei anche far capire che l’articolo di Helena è astratto quando parla di Nori o comunque di una situazione come quella di Nori. Mentre quando parla di lei espone e fa valere ogni particolare. Sono due metodi diversi.

    Poi l’articolo dove parla di lei è anche molto bello, ha una grande capacità di capirsi e di esporsi. Questo non lo discuto, Helena è molto brava.

  17. helena Says:

    Valter, forse il tuo commento nello specifico mi è sfuggito, ma credo di aver risposto altrove alla tua domanda. Io da quando lavoro per Mondadori non ho mai dovuto leggere un libro sessista, e non ho mai dovuto fingere di trovare meraviglioso un libro sessista. Tu mi dirai: però altri là dentro fanno libri sessisti. D’accordo, francamente a me non ne vengono in mente di così immondi, mi viene in mente solo Chi, il settimanale.
    Quel che comunque non ho mai preteso è dare lezioni di coerenza totale, ma volevo soltanto sottolineare la differenza di un contesto dove puoi continuare a fare la tua parte di lavoro senza dover sposare un tutto (incarnato dalla persona alla quale ti relazioni).
    Poi sarà pure che “intellettuale femminista” è una definizione in cui mi sento stretta…

    Andrea, capisco cosa vuoi dire e in parte ti do’ ragione. Certo, è auspicabile che uno scrittore possa/voglia vivere della sua scrittura. Poi però non so: so soltanto che Nori non ha mai detto: cazzo, quelli mi PAGANO e così fra una cosa e l’altra io CAMPO! magari perché, purtroppo, signora mia, parlare di soldi è tabu. Cosa che tra l’altro mi pare assai poco di sinistra, se proprio, proprio.
    Comunque fatico un po’ a credere che i non molti soldi che Libero paga per una recensione una tantum, facciano davvero la differenza nel bilancio per sbarcare il lunario di Nori. Credo piuttosto alle cose che lui stesso ha scritto o detto sull’argomento, ossia alla sua libertà di dialogare ecc., di non sentirsi definito dalla sua collaborazione con quel giornale più di quanto si senta definito dal fatto che va abitualmente in bicicletta. Ed è su questo che non sono d’accordo. Non in assoluto, non perché è un giornale di destra: ma per come si presenta OGGI

  18. Lucio Angelini Says:

    @Andrea. Sono anni che giudici e avvocati matrimonialisti per primi mettono in guardia dalla separazione, suggerendo essi stessi – dove possibile – la soluzione del “separati in casa”, per non andare incontro a due povertà quasi certe. La coabitazione (due stipendi) consente se non altro di sbarcare il lunario (affitto e bollette). E sono il primo a indignarmi di fronte a questa realtà, per cui anche una banale separazione è diventata una faccenda per ricchi. Ti basti sapere che il MIO avvocato pretese, per aver seguito l’iter di separazione, una parcella di ben 22.000 euro!!! Quanto a Nori, per me può fare quello che vuole. Fermo restando che ha avuto le sue fortune: pubblicare fin da giovanissimo con grossi editori (Einaudi, Feltrinelli… ), una possibilità che alla maggior parte degli autori è negata. Si sa, purtroppo, che oggi gli editori abbandonano per strada (= si separano anche loro) gli autori che non abbiano assicurato 10-15.000 copie vendute per titolo. Si può essere dei nuovi Kafka, ma la ricerca della qualità fine a se stessa (separata dalla commerciabilità) pare non interessi più nessuno. Certo, che tempo e che more! (traducendo dal latino in modo maccheronico), ma per quanto mi riguarda la Janeczeck poteva tranquillamente restare a lavorare anche con Calasso (altra fortuna non da poco!, negata a tantissimi editor). Per concludere, la vita è quasi sempre una dura lotta, e non mi stupisco che molti intellettuali di sinistra rispolverino il vecchio “ARMIAMOCI E PARTITE!” *-°

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