Corpo morto e corpo vivo / Anticipazione 4

by

di giuliomozzi

[Queste sono le prime pagine del libello Corpo morto e corpo vivo: Eluana Englaro e Silvio Berlusconi, in uscita il 4 novembre per le edizioni Transeuropa].

I due corpi di Eluana Englaro e Silvio Berlusconi

Io sottoscritto Giulio Mozzi, di anni cinquanta, scrittore di finzioni, consulente editoriale, cristiano cattolico tentato – come tutti – dal protestantismo, scrivendo nell’estate del 2009 in una località presso Roma, ma collegata a Roma solo da un trenino umorale e bizzarro quanto agli orari, e decisamente scomodo per il resto, mi sento di avanzare una proposta. Avanzo la proposta nella forma della lettera aperta rivolta alle autorità della chiesa terrena italiana: il popolo, la gerarchia, le organizzazioni che stanno tra il popolo e la gerarchia (le associazioni, i giornali ecc.) e il sommo della gerarchia, Joseph Ratzinger, papa Benedetto XVI.
La proposta è: provvedere al più presto a dichiarare beata, e poi santa, la povera ragazza Eluana Englaro uccisa, dopo diciassette anni di vita indescrivibile, e dopo lunga battaglia legale, dal padre Beppino Englaro; e prepararsi alla morte e fasulla resurrezione di Silvio Berlusconi, attuale presidente del consiglio dei ministri, negli ultimi mesi documentatamente accusato da certa stampa italiana, con il concorso di molta e prestigiosa stampa estera, di essere, né più né meno, un puttaniere, un utilizzatore di persone umane – e in grandi quantitativi – come fossero cose; prossimo alla morte politica e già avviato, peraltro, alla fasulla resurrezione come Grande Vittima e come Agnello Redentore dell’Italia: resurrezione che avverrà, se non sarà già avvenuta quando questa lettera riuscirà a essere pubblicata, sotto la pretesa egida di Padre Pio da Pietrelcina, come annunciato da Silvio Berlusconi stesso, e allo scopo precipuo di far fuori la chiesa cristiana cattolica terrena.

Da dove sto parlando

Intendiamoci: non voglio essere iscritto tra quei cristiani cattolici (e terrò sempre unite queste due parole, perché si ricordi che essere «cattolici», cioè – alla lettera – «universali», è, per quanto paradossale suoni, solo uno dei modi storicamente dati di essere cristiani) che si sono dati tanto da fare, poco meno di un anno fa, affinché la povera ragazza Eluana Englaro fosse lasciata vivere la sua vita indescrivibile per un tempo indeterminato, potenzialmente infinito, e che attraverso pubbliche dichiarazioni negli organi di stampa hanno emesso un giudizio preciso sul conto del padre Beppino Englaro e di chi col padre Beppino Englaro ha collaborato all’uccisione della figlia Eluana: «assassino» lui, e «complici» quelli. Non voglio essere iscritto tra questi, perché non sono mai stato tra questi.

L’8 febbraio del 2009, il giorno prima che la povera ragazza Eluana Englaro fosse fatta morire, mentre il governo tentava di interrompere con un decreto legge la procedura – autorizzata e stabilita dalla corte di Cassazione – che la stava portando alla morte, pubblicai in vibrisse – un «bollettino di letture e scritture» che pubblico in rete dal 6 agosto del 2000 – un breve articolo intitolato: «Il diverso valore di un’Eluana viva e di un’Eluana morta»:

Non ne ho le prove, ma immagino che al nostro governo non importi nulla della vita di Eluana Englaro. Il decreto tentato venerdì poteva essere tentato anche la settimana scorsa, o in un qualunque momento successivo all’ultima sentenza [del 13 novembre 2008] che ha dichiarato non contrario alla legge quanto Beppino Englaro dichiarava di voler fare. Idem per la legge. Si potrebbe azzardare, addirittura, che il governo abbia deciso di agire in questo momento perché solo agendo in questo momento avrebbe avuta la certezza di fallire.
Un’Eluana viva, infatti, è di scarso valore. Non è – per dire – come un’operatrice umanitaria salvata dalle mani dei rapitori. Non può scendere dalla scaletta di un aeroplano e abbracciare il padre e il presidente del consiglio dei ministri. Non può fare, raggiante di felicità, una conferenza stampa. Non può apparire in televisione tra un padre anch’egli raggiante di felicità e un presidente del consiglio dei ministri fiero del suo operato. Ahimè: no. Un’Eluana viva non può che starsene lì, nel suo letto. E c’è sempre il problema di questo padre, che anche lui sta sempre lì, come una spina nel fianco.
Un’Eluana morta, invece, può avere grande valore. Si può dire: abbiamo fatto tutto quello che si poteva fare. Si può dire: vedete quanto sono cattivi i nostri avversari, che contro la legge e contro tutti hanno ammazzato questa ragazza? Si può dire: il padre è un assassino. Si può dire: d’ora in poi non succederà mai più. Certo: per poter dire questo, è necessario dare l’impressione che sia vero.
È vero che questo governo ha fatto tutto quello che poteva fare per impedire la morte di Eluana? No: il decreto e/o la legge potevano essere tentati ancora settimane fa (o almeno il giorno prima, tanto da non dover far passare sabato e domenica prima di convocare il Parlamento…). Ma è questo il punto: proprio l’agire all’ultimo momento, proprio la drammatizzazione estrema che si produce agendo all’ultimo momento (fatevi il film, immaginate un montaggio alternato: mentre Eluana lentamente muore, a Roma tutti si battono alacremente per tentar di impedirne la morte; le immagini della stanza di Eluana, immersa nella penombra – una discreta musica d’organo in sottofondo, lei immobile nel letto –, si alternano a quelle del concitato e rumoroso agire di governanti, parlamentari e prelati…) può dare l’impressione che davvero il governo abbia fatto tutto quello che poteva fare. Ed è importante definire bene quali sono i cattivi (il padre «assassino», il presidente della Repubblica che ha una «cultura della morte», la Costituzione «scritta dai comunisti»…) e quali sono i buoni (il governo, la chiesa cristiana cattolica…).
E un’Eluana morta renderà molto di più di un’Eluana viva. Avrà un funerale, ad esempio. Immagino che Beppino Englaro tenterà di fare un funerale in forma privata. Ma i funerali, si sa, sono molto televisivi. Immaginate uno stuolo di autorità, di prelati, di persone comuni, che si presenti al funerale di Eluana. Immaginate – osate questa immaginazione! – un presidente del consiglio dei ministri che concede a Eluana i funerali di Stato. Immaginate una folla enorme. Immaginate un grido che percorre la folla: «Mai più! Mai più!». Immaginate un uomo che per farsi vedere e sentire si arrampica sul predellino di un’automobile, e grida: «Se volete che non accada più, datemi il potere! Datemi tutto il potere!».
Un’Eluana morta, dunque, sarà utile strumento per tentare un cambiamento della Costituzione in senso autoritario: perché al presidente del consiglio dei ministri interessa conquistare il potere di governare per decreti legge, con un parlamento bue che li approvi senza nemmeno discuterli. Tutto qui.
Bene ha detto, in questi giorni, il presidente del consiglio dei ministri: «Non voglio la responsabilità di questa morte»; che è cosa diversa dal dire: «Non voglio questa morte». Io non ho prove, ma immagino che questa morte egli la voglia: purché la responsabilità sia di un altro. E Beppino Englaro che – mi pare – non ha mai cercato di togliersi di dosso responsabilità, è perfetto per essere questo altro.

Così scrivevo allora. Il 27 febbraio del 2008 avevo pubblicato, sempre in vibrisse, il mio «testamento biologico». Il testamento aveva una premessa:

Si parla molto, oggi, del «caso» di Eluana Englaro e di suo padre Beppino. Io non ho alcuna opinione su questo «caso». Ma ho delle opinioni su di me, e le scrivo qui sotto in forma di «testamento biologico». Mi piacerebbe se altre persone, magari più autorevoli di me, decidessero di rendere pubblico il loro «testamento biologico». Magari scrivendolo, come io ho fatto, in maniera problematica; ma ben consapevoli che, se domani si ritrovassero nelle stesse condizioni di Eluana Englaro, le loro pubbliche e pubblicate parole non sarebbero prive di conseguenze.

Il testamento è questo:

Ho quarantott’anni e, sinceramente, spero di arrivare alla morte in condizioni decenti. Il dizionario di Tullio De Mauro, alla voce «decenza», dice: «Convenienza, decoro, pudore rispetto alle esigenze etiche della collettività». Quando penso alla decenza, invece, io penso alle «esigenze etiche» mie proprie. Quali siano queste mie «esigenze etiche», io solo lo so: e non lo so ora per allora (un «allora» futuro), ma lo so in ciascun momento per quel momento. È possibile, peraltro, che io mi possa trovare, in un certo momento della mia vita, nell’incapacità di stabilire quali siano le mie «esigenze etiche» in quel preciso momento. Perciò – è questo il mio testamento – dico e dichiaro, qui e pubblicamente, che desidero che in quel certo momento le persone che mi amano possano decidere, abbiano il diritto e il dovere di decidere, in mio nome, quali siano le mie «esigenze etiche».
Sospetto che «le persone che mi amano» non sia una definizione precisa – dal punto di vista giuridico. Credo che questa difficoltà sia inevitabile. Credo che la legge possa dire solo cose del tipo: che decida in mio nome la persona a me unita in matrimonio (o in altro tipo di unione), il parente più stretto, eccetera. Non mi dispiacerebbe però se, piuttosto che la legge, la consuetudine o la giurisprudenza conducessero a individuare la persona, o le persone, che possa o possano decidere, in quel certo momento, quali siano le mie «esigenze etiche». Peraltro, sarei portato a pensare che il diritto e il dovere di decidere quali siano le mie «esigenze etiche» spetti semplicemente a chi scelga di prendersi la responsabilità di decidere quali siano le mie «esigenze etiche». Credo che il fatto stesso che una persona sia disponibile ad addossarsi tale responsabilità (con tutti i rischi legali, sociali, morali eccetera che ciò comporta) basti a identificare questa persona come persona che mi ama.
Non sono sicuro di tutto questo, e non sono sicuro di averlo detto bene. Prendete le parole del secondo capoverso come un tentativo provvisorio. Se qualcuno vuole e può aiutarmi a formulare con più giustizia e più precisione, lo ringrazio.
Ho detto prima che quando penso alla «decenza» penso alle «esigenze etiche» mie proprie. Difatto, per ora, è così. Ho il sospetto, tuttavia, che se penso solo alle «esigenze etiche» mie proprie forse penso solo a metà. Non sono solo al mondo. Tutta la mia vita è intrecciata a tante altre vite. Mi domando: le «esigenze etiche» mie, e quelle delle persone alla cui vita è intrecciata la mia vita, in che maniera si intrecciano? In che modo diventano «esigenze etiche» condivise?
La parola «esigenze», poi, mi convince poco: come se l’etica fosse un fatto di esigenze («esigenza»: «ciò che si richiede a tutela di un diritto o di un interesse o per propria convenienza» – sempre il De Mauro), e non invece (o almeno: anche; e piuttosto: soprattutto) un fatto di desideri («desiderio»: «intenso moto dell’animo che spinge a voler ottenere o realizzare qualcosa che si considera un bene»).
Mi piacerebbe, ecco, anzi: desidero morire in modo da ottenere o realizzare un bene. E se in quel momento io fossi incapace di agire, decidere o parlare, mi piacerebbe se, nell’accompagnarmi alla morte, le persone che mi amano fossero guidate dal desiderio di ottenere o realizzare un bene.
Vorrei morire come una creatura.
Il mio testamento è questo: credo che chiunque deciderà per me, deciderà per amore; e sarà responsabile della sua decisione. («Decidere per amore» e «essere responsabili»: due modi, mi pare, di dire la stessa cosa).

Nel pubblicare questo mio «testamento biologico» invitavo chi lo leggesse a scrivere il proprio «testamento biologico» e a inviarmelo; mi impegnavo a pubblicarli tutti in vibrisse. «Sono convinto», scrivevo, «che un modo per discutere seriamente di certe faccende sia quello di non domandarsi che cosa sarebbe giusto in generale, ma domandarsi piuttosto che cosa si vorrebbe per sé, che cosa si riterrebbe giusto per sé». L’iniziativa fu condivisa da un’altra pubblicazione in rete, Il primo amore, espressione di un gruppo di scrittori e intellettuali, tra i quali Antonio Moresco che scrisse: «Ci sembra che su questo tema – enfatizzato ma anche deformato e falsato dalla presenza di tecnologie che sono in grado di prolungare enormemente condizioni di vita sottratte a ogni partecipazione umana dell’individuo – si stiano fronteggiando, anche in modo minaccioso e ideologico, posizioni generali e preconcetti di diverso tipo. È venuto il momento, in mezzo a queste contrapposizioni spossessanti di ragioni e di incubi, di far sentire le voci più importanti: quelle delle singole vite. Di spostare il baricentro dalle generalizzazioni delle idee alle ragioni e alle proiezioni irriducibili e inermi delle singole vite». Pubblicammo qualche decina di «testamenti biologici». Assai pochi, a mio giudizio, rispetto alle centinaia di articoli e interventi contenenti «posizioni generali e preconcetti di diverso tipo».

Ho riportati questi testi affinché sia chiaro, il più possibile, qual è il luogo dal quale parlo. Non sono in grado di condividere il pensiero di chi sostiene che quello di darsi la morte è un diritto come gli altri, e che se si è materialmente impediti a darsela da sé si ha l’ulteriore diritto di delegare un’altra persona, e addirittura di obbligarla, a compiere l’atto. Non sono in grado di condividere il pensiero di chi sostiene che uccidere una persona, se ciò avviene su richiesta (inequivocabile, espressa in forme burocraticamente ineccepibili ecc.) della persona stessa, sia un atto che non dà luogo a responsabilità. Non sono in grado di condividere il pensiero di chi sostiene che i medici devono eseguire la volontà del paziente, qualunque essa sia, e stop. Non sono in grado di condividere il pensiero di chi sostiene che la libertà è nella totale autodeterminazione. Non sono in grado di condividere il pensiero di chi ha sempre in mente l’individuo, e non ha mai in mente l’individuo immerso nella rete delle relazioni. Non sono in grado di condividere il pensiero di chi sostiene che non ha senso distinguere tra la «vita biologica» e la «vita degna di essere vissuta», e che la «vita umana» va difesa sempre e comunque, in quanto dono del dio. Non sono in grado di condividere il pensiero di chi sostiene che la vita è indisponibile per l’essere umano.

Mi scuso per questo accumulo di premesse. Ma già temo che non saranno sufficienti. Qualunque discorso concernente la povera ragazza Eluana Englaro – così come qualunque discorso concernente Silvio Berlusconi – è a rischio di distorsione immediata. Ho compilate queste premesse sperando di diminuire tale rischio; e in verità con poca speranza. Allora comincio.

[fine dell’anticipazione numero 2]

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2 Risposte to “Corpo morto e corpo vivo / Anticipazione 4”

  1. roberto bugliani Says:

    Ma se Lui risorge perdavvero o ce lo fa credere, tanto ormai tra percezione del reale e reale stesso non c’è più differenza, la responsabilità chi se la prende, tu?

  2. vibrisse Says:

    Una persona ha inserito qui un commento, firmandolo con un indirizzo fasullo. Riporto qui il commento (lo inserisco io, così evito di dare a questa persona un accesso automatico ai commenti). gm

    “Io mi chiedo, ma quando Lui morirà, perchè morirà come tutti noi, Voi che vivete, scrivete di Lui e contro di Lui su tutto quello che vi capita a tiro, praticamente respirate di Lui, a voi chiedo:
    quando morirà senza risorgere cosa farete? Cosa scriverete sui vostri blog, sui giornali, su facebbok, sula carta igienica?

    e mi rispondo anche:
    troverete qualcun’altro o qualcos’altro sui cui scrivere e di cui parlare fino allo sfinimento.. di cui appassionarvi, perchè in fondo di questo si tratta, di seguire la vostra grande passione di essere sempre contro corrente.. peccato che abbiate sempre bisogno di una corrente a cui andare contro.”

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