Un senso a questo servizio

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Federica Sgaggio riflette sul senso del servizio dedicato da Canale 5 al magistrato Raimondo Mesiano, qui.

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5 Risposte to “Un senso a questo servizio”

  1. ruben Says:

    l’ossessione del vedere, del guardare, del real living…tutto spiaccicato nella prospettiva finta del teleschermo. Adesso il giudice è come Berlusconi. Esposto. Esponibile.

  2. ezio Says:

    Non ho ben capito come ci si “logga” sul blog di Federica Sgaggio, per cui faccio qui la richiesta che avrei fatto lì.
    Di tutta la faccenda a me incuriosisce molto il ruolo svolto dalla giovane giornalista autrice del pezzo. E sono molto interessato a conoscere le opinioni di professioniste, come F. Sgaggio, in merito.

    Esiste un grado di responsabilità individuale perseguibile? E se sì, qual è? e se no, perché? Mi rendo conto che nella pubblicazione di un articolo la “responsabilità” è della direzione (passando attraverso una gerarchia intermedia – laddove esista), che mette al riparo il giornalista sul piano “politico-editoriale”.
    Ma una responsabilità individuale per ciò che si pensa, si scrive, si fa, deve essere valutata?
    Che ruolo svolge una giornalista precaria (perché mi pare che di questo si parli) in un gioco sporco come questo? Che tipo di intimidazioni implicite ha dovuto sopportare? quanto è stata connivente? Quanto è direttamente “autore” delle imbecillità contenute nel servizio, e quanto del portato politico-mediatico del servizio stesso? Avrebbe potuto ribellarsi? avrebbe potuto dire: d’accordo direttore, ho fatto quello che mi ha chiesto, lo abbiamo pedinato ma non ne uscito un bel niente, questo tizio qua va avanti e indietro davanti al barbiere e si mette i calzini turchesi, io sto servizio qui non lo firmo, se vuoi, direttore, lo firmi te. Non lo ha fatto perché non è “libera”, perché un giornalista precario non è libero, o per cosa?
    E la sua palese insufficienza giornalistica (avvalorata anche dalla patetica, imbarazzante poca conoscenza dell’inglese che mette in mostra nella pagina pubblica di Linkedin, dove si autodefinisce “television giornalist”), non va considerata? in relazione – penso – alle capacità nascoste, represse, inespresse di tanti ragazzi come lei che non hanno la stessa fortuna professionale?
    Insomma, dobbiamo considerarla una vittima di un sistema, o corresponsabile? E se è vittima, vogliamo parlarne? e se è corresponsabile è “giusto” lapidarla (mediaticamente, come comunque sta avvenendo sulla rete) o no?

    Ezio Tarantino

  3. vibrisse Says:

    Si può essere vittime e corresponsabili. Tutt’e due le cose contemporaneamente.

    g.

  4. federica sgaggio Says:

    Questa cosa che è difficile loggarsi al mio blog devo approfondirla. Me lo dite in troppi, e ppure continua a loggarsi gente nuova. Boh.
    Chiusa la parentesi.

    Il grado di responsabilità individuale, tecnicamente, esiste eccome, nel senso che chiunque abbia scritto/redatto un pezzo è penalmente, civilmente e deontologicamente (quasi nessuno sa che un cittadino qualunque può liberamente rivolgersi all’ordine dei giornalisti segnalando un giornalista che ritiene essersi comportato in modo contrario alla deontologia, e l’ordine è tenuto a verificare le ragioni dell’esposto) perseguibile a termini di legge: per diffamazione, intendo; per calunnia o per altre cose che hanno dato luogo all’insorgere di un danno; ma anche perché – lo dicevo sopra – perché ha avuto un comportamento deontologicamente scorretto.

    La collega che ha fatto il servizio avrebbe potuto certamente ribellarsi, sì.
    Però la mia è una risposta strettamente personale e non riflette affatto il livello delle garanzie che sono riconosciute ai giornalisti.
    I giornalisti possono essere intimiditi in molti modi (non sto dicendo che sia questo il caso), possono essere esclusi, mobbizzati, feriti ed esclusi dalla produzione dei notiziari.
    Possono essere minacciati.
    Isolati.
    Silenziati.
    Diffamati.

    Ma non c’è alcuna relazione – io penso – fra la situazione di precariato e il tasso di ricattabilità di un giornalista, e questa è in effetti una cosa che ho scritto varie volte sul mio dannato blog su cui – porca miseria – è così difficile loggarsi (magari poi si scopre che è una leggenda metropolitana come i coccodrilli nei cessi di New York!|).

    Cioè.
    La dignità o ce l’hai o non ce l’hai.
    Dice: eh, ma devi mantenere una famiglia.
    Va bene. Allora non firmare il pezzo.
    Si può.
    Questo si può fare eccome, per esempio.
    Oppure lascia trasparire qua e là un tuo anche tiepido scetticismo sull’operazione che ti stanno facendo fare (ripeto che non sto parlando del caso specifico perché non ne so niente).

    Ma si dà anche un altro caso; anzi, altri due.
    Può essere che un giornalista condivida lo spirito, il senso e gli obiettivi di quel che viene chiamato a realizzare, e perciò non sia né un venduto né una persona poco coraggiosa, ma semplicemente uno che la pensa in modo diverso – che so – da me.

    O può anche essere che un giornalista si autocondizioni al punto da autocensurarsi.
    Succede.
    Succede spessissimo.

    Infine, come giustamente tu, Enzo, noti, c’è il caso del giornalista stupido, poco dotato, poco intelligente, incapace di leggere la realtà.
    Qui ho solo da dire che sappiamo più o meno tutti come operano i meccanismi di selezione nelle organizzazioni, di qualunque genere.

    Infine.
    Posto che non so se lei sia vittima o corresponsabile; e posto pure che si può essere tutte e due le cose contemporaneamente, come dice Giulio; io aggiungo solo che secondo me non è giusto darle la croce addosso, per via delle linee gerarchiche di cui parli anche tu.
    Cioè, così come nessuno punta la pistola alla tempia di nessuno per fargli fare un pezzo, allo stesso modo nessun giornalista può proporre un pezzo e un «taglio» senza che una linea gerarchica superiore lo approvi.

    A noi lettori/ascoltatori resta però integra ogni possibilità di farci un giudizio su qualunque giornalista.
    Possiamo perfino – ripeto – denunciarlo penalmente o civilmente, o rivolgerci all’ordine.

    Spero di averti risposto.
    Ciao

  5. federica sgaggio Says:

    Ho messo troppi infini.
    A volte mi sembra di aver finito e invece poi mi viene in mente un’altra cosa.
    È qua che esce l’inferiorità femminile.
    😉
    STO SCHERZANDO

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