Tutti i genitori italiani dovrebbero leggere

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di Giuseppe Caliceti

G. Caliceti

G. Caliceti

Tutti i genitori italiani dovrebbero leggere Il rosso e il blu, cuori ed errori nella scuola italiana (Einaudi), dove lo scrittore e professore delle periferie romane Marco Lodoli, raccogliendo in gran parte una selezione dei suoi articoli pubblicati in questi anni su Repubblica, racconta di come sta progressivamente scadendo la qualità della scuola superiore italiana, di come sia sempre più in difficoltà di fronte un Paese che rema in modo contrario al buon senso e alla buona educazione, di come appaiano sempre più spesso i giovani studenti italiani, sempre più maciullati e anniettati dall’ideologia consumistica dominante, dalla prepotente cultura dell’immagine che la sorregge, da anni di tv spazzatura. Viene da pensare che, anche senza nominare Gelmini e la sua Riformaccia – che ne rappresentano l’esito finale – anche quando al governo non ci sarà più Berlusconi e il berlusconismo, ci vorranno almeno un paio di decenni per liberare le giovani generazioni dal male che è stato fatto loro, in particolare al loro immaginario. Ma andiamo con ordine.

Professori

Lodoli racconta come, dopo le prime giovanili titubanze, si sia affezionato al proprio lavoro di professore delle periferie romane perché fare il prof “mette in contatto con la verità del giorno: è come raccogliere uova appena fatte, ancora calde, magari con il guscio un po’ sporco. Gli storici interrogano i secoli, ma in una classe di una qualsiasi periferia italiana si ascolta il battere dei secondi”. E’ docente da trent’anni. Parla dei ragazzi dell’estrema periferia romana, dove “le scuole sono incastonate in quartieri sempre più tristi e violenti” e “pare cessato quel virtuoso meccanismo per cui il figlio cercava di migliorare la condizione culturale e sociale del padre”. Ci racconta di tutto il teatrino che ha animato la scuola nell’ultimo decennio: colleghi docenti, orari scolastici, zaini, gite scolastiche a Venezia, YuoTube, telecomandi, telefonini, piercing, tatuaggi, crociate contro gli insegnanti fannulloni, autonomie scolastiche, offerte formative, esami di maturità, tesine, grembiuli e grembiulini, supplenti, eccetera. Ma il suo sguardo d’autore e di educatore riesce a restare fisso soprattutto sullo sguardo degli studenti che anno scolastico dopo anno scolastico gli passano davanti alla cattedra. E attraverso i loro occhi, specchiati nei loro occhi, vede meglio di altri quella “società dei consumi sempre più furba e aggressiva” che “azzanna dolcemente i giovani alla giugulare e gli versa dentro il veleno del desiderio”. Fino a dire: “Ha vinto il consumismo più becero, la cultura dell’ immagine”. Chi sono questi studenti? Studenti smarriti. Adolescenti “che si imbevono dell’acqua limpida e sudicia del presente”. Che hanno difficoltà sempre più grandi a scrivere in italiano leggibili, se non proprio corretto. Che, imitando i personaggi tv, esibiscono “sincerità e spontaneismo come scorciatoie per evitare ogni forma di pensiero”. Che fanno uso di spontaneità e sincerità “come gargarismo per sciacquarsi la gola”, come narcisismo sciocco e inutile. Ma Lodoli, più che vederli come “stupidi”, li vede come “vittime” sacrificate sull’altare della cultura dell’immagin e di uno Stato sempre più latitante, di una scuola italiana a metà strada “tra naftalina e rassegnazione”. E ci ricorda la diffusa pedagogia sociale contemporanea oggi sovrana in Italia: “se spendi esisti, il Paese va avanti, il resto sono chiacchiere inconsistenti, inconsapevolmente sovversive, comunque inutili”.

Studenti, tv e mutande

Se la tv in cameretta è la triste educatrice dell’infanzia nazionale, a un professore può allora capitare di imbattersi in una studentessa di quindici anni che, di buon mattino, arrivata a scuola, gli racconta di volersi comprare un paio di mutande di Dolce & Gabbana. Il professor Lodoli le obietta che lungo la Tuscolana ci sono decine di ragazze che alla sera sono vestite così, rinunciando alla loro personalità. Risponde prontamente la quindicenne: “Professore, ma non ha capito che oggi solo pochissimi possono permettersi di avere una personalità? I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in tv. Loro esistono veramente e fanno quello che vogliono, ma tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l’ho capita fin da quando ero piccola. La nostra sarà una vita inutile. Noi possiamo solo comprarci mutande uguali a quelle di tutti gli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci. Noi siamo la massa informe”. Lodoli mette ben in luce la desolazione che sta dietro a queste parole. La disperazione. Insomma, a quindici anni ci si può già sentire falliti, puri consumatori di merci perché non c’è alcuna possibilità di essere protagonisti della propria vita. C’è infatti, secondo questi ragazzi, chi ha la possibilità di avere una vita vera e chi è condannato e essere spettatore e razzolare per sempre nel nulla. C’è qualcosa, per un educatore, ma anche per un genitore o per un politico, di più triste? C’è qualcosa di più tragico? Cosa possono fare allora i docenti di fronte a questo sfascio nazionale e generazionale? Intanto provare a non mollare, sembra dirci Lodoli. Anche se “lavorare nella scuola – istruire, educare, – è sempre più difficile e sembra quasi di lavorare fuori dal mondo”. Perché il pomeriggio degli adolescenti italiani “è una prateria arida e sconfinata dove regna una tv sempre accesa”. Perchè se ormai il mondo degli adulti tende a rivolgersi agli adolescenti solo come “consumatori di merci”, bisogna ammettere che li abbiamo immersi in “una sottocultura consumista”. Questa infatti è la specificità, secondo Lodoli, del giovane italiano, rispetto ai coetanei del nord Europa o degli Stati Uniti: “non ha in tasca abbastanza soldi per diventare adulto e andare ad abitare da solo, ma ne ha a sufficienza per togliersi un po’ di sfizi inutili e prolungare il suo stato di adolescente dipendente dalla famiglia: merci”.

Scuola dei consumatori

Leggere “Il rosso e il blu, cuori ed errori nella scuola italiana” fa tornare in mente uno degli ultimo libri dell’insegnante elementare Mario Lodi in cui raccontava di aver preso la decisione di togliere da casa sua la televisione e di come questo “elettrodomestico” sia sempre più pericoloso per i bambini e i ragazzi d’oggi: più di una stufa, di un fornello del gas. Ma soprattutto il libro di Lucio Russo “Segmenti e bastoncini: dove sta andando la scuola italiana?” pubblicato nel 1998 per Feltrinelli, in cui si parlava del pericolo di una scuola italiana che educa solo a diventare “consumatori passivi”, oltre che a contribuenti e elettori. Una scuola pubblica democratizzata e americanizzata ma di serie B, che ha come suo scopo principale il “contenimento sociale”. Una scuola che deve fornire soprattutto indicazioni stradali, sanitarie, sessuali, alimentari, fiscali e così via. Una scuola da istruzioni- per-l’uso che tende a bandire pensiero, ragionamento, sforzi intellettuali considerati “faticosi, superflui e forse pericolosi”. E’ proprio contro questo “modello” oggi imperante che viene adesso riproposto da Gelmini, che Lodoli, quasi epicamente, si contrappone. Contro “la cancellazione della memoria come strumento di ricerca e la dittatura del presente”. Per esempio con la poesia che a scuola, secondo Lodoli, “può arrivare dove la narrativa, la saggistica e il giornale non arrivano; per brividi, palpiti, intuizioni volanti”; perché è rapida, moderna, perché colpisce al cuore degli studenti”. Contro chi ha irrimediabilmente minato “quel triangolo virtuoso, composto da insegnanti, genitori, studenti, in cui tutti collaboravano per portare a casa il migliore risultato possibile, ossia un buon voto, una buona preparazione”, che si è frantumato miseramente. Contro quella stessa Sinistra che nelle elezioniscolastiche “è allo sbando, assente o troppo rilassata”, mentre “cresce ogni giorno la falange dei giovani fascisti, che non sanno nulla di cosa è stato il Fascismo”. E’ difficile riuscire a essere propositivi e ottimisti dopo un ritratto della scuola e della società italiana come quelli che ne escono da questo suo libro, ma Lodoli ci riesce dando un consiglio a se stesso e contemporaneamente ai docenti e ai genitori degli studenti, – insomma, ai tanti adulti per bene che ancora ci sono in questo nostro povero Paese: “Bisogna aver fiducia, insistere, ricominciare, anche se a volte sembra che non ci sia più niente da fare, che la partita sia perduta, che ogni forma di consapevolezza sia stata persa. La scuola deve tornare quanto prima il luogo dove lo studio e il confronto sono i valori dominanti. O si ingrosserà sempre più la schiera dei pupazzi travestiti da adulti, da cantanti, da fotomodelli: un circo senza nessuna allegria”.

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8 Risposte to “Tutti i genitori italiani dovrebbero leggere”

  1. Luca Says:

    “Professore, ma non ha capito che oggi solo pochissimi possono permettersi di avere una personalità? I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in tv”
    anche la risposta che la ragazza dà al professore è stereotipata e copiata dalla canzone dei baustelle “a vita bassa”:

    “Professore lei non sa
    dice oggi Monica
    che la personalità
    se la può permettere
    se la può concedere
    solo una piccola elite: il cantante, l’attore, eccetera, eccetera…
    E l’antidoto che ho al futuro anonimo
    è la scritta Calvin Klein, è la firma D&G tatuata sugli slip
    sopra la vita dei jeans che quest’anno va bassa, va bassa”

  2. Carlo Capone Says:

    Mia moglie insegna in una piccola scuola media piemontese, a Fontaneto D’Agogna. Coordina un gruppo di docenti e allievi allo scopo di redigere un giornale scolastico interattivo, che funzioni da ponte tra la realtà locale e quella esterna.
    Quest’anno il lavoro di ragazzi e insegnanti è stato premiato per la seconda volta in un triennio con l’invito a partecipare alla fase finale del Global Junior Challenge.

    Il Global Junior Challenge è un concorso internazionale la cui fase finale si svolge a Roma, bandito dalla Fondazione Mondo Digitale, presieduta dal Prof. Tullio De Mauro. E’ sostenuto dal Comune di Roma, gode dell’Alto Patrocinio della Presidenza della Repubblica e si rivolge a scuole e enti non governativi, invitati a presentare progetti che, attraverso l’uso delle nuove tecnologie, promuovano attività e iniziative volte al progresso sociale e culturale del territorio e all’inclusione di determinate realtà a rischio emarginativo. Quest’anno, dopo una selezione su 2000 candidati, sono stati ammessi alla fase finale 112 progetti, provenienti da scuole italiane e straniere e da enti non governativi.
    Tra i 12 vincitori è bello ricordare che il Premio speciale del Presidente della Repubblica è stato assegnato al progetto “Sono a casa ma sono a scuola: una webcam per partecipare”, del 126° Circolo Didattico di Roma.
    In questa scuola è stato attivato un percorso “inclusivo” per un alunno affetto da distrofia muscolare spinale grazie al quale il bambino, pur costretto a lunghi periodi di degenza a casa, può partecipare attivamente alle lezioni e interagire con i propri compagni.
    Desidero inoltre riportare alcuni stralci del discorso tenuto da Tullio De Mauro al termine di una tre giorni, direi fieristica, densa di incontri e scambi di esperienza ( ogni scuola aveva il suo stand ,nel quale i ragazzi illustravano ai numerosi visitatori il lavoro svolto e i traguardi conseguiti) perchè penso che integrino l’articolo di Caliceti nel percorso di individuazione delle numerose ombre nel tessuto scolastico e sociale ma anche di piccole luci di vedetta. Da esso si può desumere, non senza stupore, che sono le piccole realtà scolastiche appartate oppure quelle nelle periferie degradate delle metropoli a fornire gli spunti più originali, incoraggianti e innovativi. Cosa vorrà dire?

    Discorso di chiusura del Prof. Tullio De Mauro
    (Presidente della Fondazione Mondo Digitale,
    http://www.mondodigitale.org/):

    “Fontaneto D’Agogna, Pulsano, Trebisacce, PIancavallo, Ferrandina, Cassola, Faloppa, Gemona, Monselice, Cremasco, Gorgonzola, Dona, Montebelluna. Alla quinta edizione del Global Junior Challenge, la maggior parte dei progetti italiani,finalisti, proviene da questi piccoli centri. Chi sa se riusciamo a colpo sicuro ad associare ad ogni luogo la nota sigla di una provincia italiana? eppure questa singolare geografia del GJC ci aiuta a capire che anche lontano dai grandi centri abitati, dal capoluogo di regione, c’è una scuola che funziona, viva, attiva. Una micro società che opera a livello più profondo, fa rete, è solidale, attenta. ……Una piccola scuola di Pulsano, in provincia di Taranto, coordina un social network scolastico tra 33 scuole diverse, a partire dagli Stati Uniti all’Uganda. C’è un Istituto tecnico di Vicenza, che ha formato generazioni di tecnici e imprenditori veneti: i suoi ex alunni hanno creato una fondazione per sostenere la cultura tecnica nei paesi in via di sviluppo e con la connessione satellitare insegnano prevenzione e sicurezza in Burundi. Ecco c’è una scuola italiana inclusiva che, grazie alle nuove tecnologie e alle innovazioni didattiche, sa cercare alleanze e dialogare con interlocutori diversi, per portare istruzione e conoscenza ovunque e a tutti. Eppure questa scuola rimane appartata, lontana dai riflettori, è in periferia non solo geograficamente. L’OCSE, nel suo ultimo rapporto, bacchetta il nostro Paese perchè rileva che in Italia gli insegnanti ‘sono lasciati da soli’, senza nessuno che valuti le loro prestazioni e i rendimenti. Ci fa piacere sapere, per noi della Fondazione che lo abbiamo ideato e realizzato, che il GJC non è solo un concorso. E’ diventato una sorta di forum telematico, ma anche uno spazio fisico di confronto, una reta di sotegno che non lascia gli insegnati soli. E’ anche, ci piace crederlo, un appuntamento tra amici, tra persone che hanno valori e ideali comuni, convinte che solo investendo in cultura e istruzione si possa costruire una società più accogliente, capace di rispondere ai bisogni di ognuno e di tutti.”

  3. Marco Says:

    “Risponde prontamente la quindicenne: “Professore, ma non ha capito che oggi solo pochissimi possono permettersi di avere una personalità? I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in tv. Loro esistono veramente e fanno quello che vogliono, ma tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l’ho capita fin da quando ero piccola. La nostra sarà una vita inutile. Noi possiamo solo comprarci mutande uguali a quelle di tutti gli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci. Noi siamo la massa informe”.

    Ma poi quella quindicenne maturera’ e capira’ che i valori sono altri oppure che si puo’ avere una vita bella, con viaggi, buon cibo, allegria, spensieratezza, anche senza dover diventare per forza cantanti, star politiche o cuochi famosi (come Bissani). Senza scordarsi, Prof. Lodoli, che a tutti, al fin della fine, ci aspetta La livella.

  4. vbinaghi Says:

    Il pezzo è bello, l’indignazione più che condivisibile.
    Lascerei perdere la Gelmini che fa solo tagli di spesa mascherati, però.
    Qui il problema è più antico: da un lato l’imbarbarimento indotto dalla comunicazione televisiva (ma anche Internet, in mano ai teen ager, scordatevi che sia Vibrisse), dall’altro la totale insipienza con cui destra e sinistra hanno completamente disatteso l’appello che veniva già dai McLuhan cinquant’anni fa, a occuparsi di una ridefinizione di linguaggi, programmi e metodi didattici se si voleva che la scuola facesse da argine e memoria salvifica al Diluvio incipiente. Dalle coglionate delle nuove vestali dei media tipo Maragliano (il computer e internet sono la salvezza, alè con gli acquisti di materiale informatico) all’immobilismo sdegnoso di chi si ostina a propinare sillogi di autori barocchi a gente che legge a malapena Moccia, a nessuno è venuto in mente di investire qualcosa su quella che è la sostanza dell’atto educativo, cioè l’insegnamento.

  5. m.luisa scarante Says:

    da ex insegnante,sono d’accordo con il prof.De Mauro e con binaghi

  6. laura omero Says:

    Non leggo più, da molti anni, nulla che possa farmi ricordare la scuola e il mio lavoro di insegnante. Mi è rimasto dentro, accovacciato in un angolo – come uno di quegli alunni mandati in castigo dietro alla lavagna e dimenticati – un dolore sordo, ottuso e silenzioso che leggendo il post è risalito quasi sentisse il bisogno di riemergere dopo un’apnea troppo lunga. Un’immagine mi si è materializzata davanti agli occhi: era l’ultima ora di lezione e la classe era troppo annoiata anche per disturbare. Qualcuno sbadigliava, altri già preparavano lo zaino controllando con insistenza l’orologio. Io, alla lavagna, stavo finendo di svolgere un esercizio. Ero stanca, mi era svegliata di primo mattino per preparare le lezioni, avevo spiegato per tutta la mattinata e … continuavo a incolonnare numeri. La sentii ridere, parlare ad alta voce, andare alla finestra spalancandola per poi voltarsi, dopo che l’avevo invitata a tornare al proprio posto e a copiare l’esercizio, indolente e indisponente,
    chiedendomi:”Perché?” Era un’alunna difficile, provocatoria. “Perché ti servirà per fare i compiti a casa; all’esame di maturità è stata sorteggiata Economia aziendale come seconda prova scritta…” Per farla breve lei concluse dicendomi:”Si sa che all’esame di maturità si copia allegramente, promuovono tutti e il diploma non serve a nulla…” Dopo un attimo di esitazione concluse dicendo:”Che futuro ho? Bene che mi vada, diventerò una fallita come lei!” Poi, mi capitò d’incontrarla. Si era diplomata con il minimo dei voti. Si scusò con me, si giustificò dicendomi che ero stata una delle poche insegnante dell’ultimo anno scolastico che avesse stimato e che per questo motivo mi aveva aggredita. Concluse aggiungendo: “La scuola è un pachiderma in agonia, se ne vada prima che la schiacci”. Non fu il suo consiglio a indurmi a presentare la domanda di pensionamento, furono la sua apatia disperata , che ogni anno contagiava un numero maggiore di ragazzi, e il senso della mia inutilità, quella deriva familiare che intuivo nelle facce stanche delle madri lavoratrici che incontravo ai colloqui, il disinteresse, gli occhi di alcuni alunni, troppo imbambolati per essere frutto soltanto di stanchezza.
    A questo insegnante così coraggioso e combattivo va quindi tutta la mia stima perché di questo coraggio e di questa tenacia la scuola ha estremo bisogno. Gli insegnanto oggi sono veramente in trincea a svolgere un lavoro importantissimo ma oscuro, poco pagato, non riconosciuto se non osteggiato dalle famiglie, in un rimbalzo di responsabilità educative che nessuno sembra più disposto ad assumersi.
    Finché in questo Paese non verrà dato il peso che merita all’istruzione
    coinvolgendo le famiglie, aprendo le scuole al pomeriggio, offrendo alternative ai pomeriggi trascorsi a rimbambirsi con la Tv… la situazione potrà solo peggiorare.
    Complimenti per il blog!

  7. marco milozzi Says:

    Caro Caliceti,
    ho letto Italiani per esempio ed ora sto approcciando i tuoi altri testi che non conoscevo.
    mi occupo da diversi anni di politiche giovanili e intercultura presso il Comune di Monte Urano (FM) nelle Marche.
    Mi piacerebbe avere uno scambio di idee. Ho fatto anche un film girato con i bambini delle quinte due anni fa (dura due ore!).
    Avrei piacere di poter scambiare idee, opinioni, progetti.
    E’ possibile avere un tuo recapito email?

    Grazie
    Marco Milozzi
    centro Icaro
    Comune di Monte Urano (FM)

  8. Teuta Says:

    Complimenti professore!!! Ho letto sul’ultimo libro. Avrei bisogno di contattarla. Sono una giornalista albanese.
    aspetto sue notizie
    Grazie

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