La mia lingua è me.

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di Demetrio Paolin

minidemetrioIn questi mesi estivi ci sono stati alcuni post e questioni che mi hanno fatto riflettere, in particolare mi aveva colpito un articolo di Simone Ghelli e una risposta, che Claudia Boscolo aveva lasciato sul suo blog. Questi due pezzi mi avevano portato a fare alcune considerazioni, che non ero riuscito a concretizzare in uno scritto o intervento. Poi sono arrivati altri due post che io vedo strettamente legati, che sono questa confessione di Patrizia Patelli e questa riflessione di Federica Sgaggio.

Provo a fare alcuni ragionamenti, sarò un po’ lungo, ma se volete seguitemi.

Lo statuto identitario.

Discutendo con Federica, io parlavo dello statuto di scrittore e mi chiedevo cosa, chi e come definisce uno scrittore. Da dove si debba partire per provare a dare una definizione seria e condivisa di questo “ruolo”. Intanto il fatto che io dica che sia un “ruolo” e non un “mestiere” è indicativo: lo scrittore non è solo un combinatore di aggettivi e sostantivi e predicati verbali, ma qualcos’altro. Interviene nel mondo, dice alcune cose, sgradevoli, scomode o anche, perché no, condivisibili, sulla vita o sulla morte etc etc etc. Non voglio qui tirare fuori una lunga discussione sul valore sociale dello scrittore, sul suo impegno civile. So però che quando io scrivo un romanzo, comunico una idea di mondo e ben precisa. Mi colpì molto, durante una presentazione de Il mio nome è legione, l’intervento di un lettore che disse che il mio libro era un libro politico, perché indagava il male del nostro paese attraverso uno sguardo, non di denuncia politica, ma per così dire “teologico”.
Io intendo con la tensione che si respira in Legione definire il mio ruolo di scrittore. Definire il proprio ruolo, però, non basta a certificarne lo statuto, perché a farlo sono gli altri e la società circostante.

Da dove scrivo.

Io scrivo queste righe seduto alla scrivania del mio ufficio,dove ci sono un pc,un telefono, alcune cartelline per i fogli. Faccio un lavoro nuovo in cui compilo documenti, leggo buste paga, istruisco pratiche ascolto e do consigli.
In questi giorni mi è capitata una cosa strana.
Sto alla scrivania e sto compilando i moduli per una signora che so essere una nota giornalista torinese. Faccio le sue pratiche e recito la parte del ragazzo ironico ma preparato. Alla fine sono tenuto a dire alla persona che ho seguito il mio nome e cognome.
Quindi glielo dico. Lei mi guarda perplessa e dice: “Ma sa che conosco un altro Demetrio Paolin, fa lo scrittore. Ho letto il suo ultimo libro”. Io sorrido e le dico che quel Demetrio Paolin e questo Demetrio Paolin sono la stessa persona. La sua risposta è “Ma cosa ci sta a fare qui?”. La mia è stata semplice: “Qui ci lavoro”.

Il problema dell’identità.

Mi pare che questo episodio indichi un problema. Lo stupore della giornalista che mi vede lavorare in un ufficio come impiegato qualsiasi (parole sue) è sincero, un po’ paternalista ma sincero. Lei ha letto un libro e questo libro basta a darmi l’identità di scrittore. Altre persone la pensano così come lei: venerdì prossimo sarò a Firenze a parlare di Legione, nei prossimi mesi farò convegni e altre presentazioni. Esiste un ragionevole numero di persone che pensa che io sia uno scrittore. Questo ragionevole numero di persone rientra però in un ristretto campo di addetti ai lavori. Questo è un problema. Provo a spiegare perché.

La figlia di Patrizia & il Marco di Federica

Nel suo post Patrizia racconta di come la figlia si stupisca del fatto che sua madre vada a lavorare, perché pensa che sua madre faccia la scrittrice. Lo stupore della bimba è simbolo per me di una di una identità che viene confermata dall’esterno.
Lo stesso discorso vale per Marco, il marito di Federica. Nel momento in cui Federica deve decidere su quale occupazione inserire nella nuova carta di identità, il marito compie un atto identificativo: Federica scrive sul giornale, quindi è una giornalista.
Entrambi, la bimba di Patrizia e Marco, non appartengono al ristretto mondo delle lettere.

Da dove vengo.

Io provengo da un paese di campagna. In questo paese più o meno si dice: se tu sei un figlio di un idraulico, il massimo che puoi fare è il ragioniere. I demografi definiscono questa come “ascesa sociale”: la società, in certo senso, impone un passaggio di qualità da una generazione all’altra. Non sono ammessi salti, però. Il sogno “sociale” di un operaio è vedere il proprio figlio impiegato. Ci sono le eccezioni, ma queste non contano ai fini della demografia che è una scienza statistica.
Lo stupore di molte persone del mio paesino quando si seppe che io andavo a studiare Lettere, spendendo i soldi di mio padre in cambio di un futuro incerto, è un’altra affermazione di identità negativa nei miei confronti, ma non spregiativa: semplicemente le mie aspettative erano fuori da quel discorso di ascesa sociale di cui parlavo e risultavano, quindi, incomprensibili.

Un ragionevole dubbio.

E’ normale vista questa esperienza che io nutra dubbi sulla mia identità di ruolo. C’è, anche, un altro dato culturale. Da queste parti, intendo per “queste parti” il torinese, esiste una profonda identificazione tra il proprio lavoro e la propria identità. Il fatto che io sono quel che faccio, quel che produco e quel che produco bene è vista in senso assolutamente positivo. Io sono nato in mezzo a tale sentire che nutre i miei dubbi. Io scrivo dei libri, certo. Il mio lavoro, però, non è scrivere libri. Cosa sono?

Il centauro di Levi.

Primo Levi scrisse uno dei suoi libri più belli, La tregua, il sabato e la domenica. Durante la settimana lavorava e non aveva tempo. Lo stesso Levi ad un certo punto della sua vita, proprio dopo la pubblicazione e l’immenso successo del libro in questione, si domandò quale fosse la sua identità. Parlò di se stesso come di un centauro.
Se io penso me stesso in qualche modo, rispetto al mondo della cultura e al mondo del lavoro, mi penso come un ircocervo, come una qualche bestia selvatica a disagio in entrambi i mondi, eppure di entrambi i mondi bisognoso.

Caelum non animum mutant qui trans mare currunt.

Questa frase di Orazio (citata pure dal buon vecchio Seneca) mi è tornata in mente quando leggevo gli interventi di Simone Ghelli e Claudia Boscolo a proposito della questione del restare o partire.
La questione era: se in Italia fare cultura, produrre libri, scrivere, fare ricerca scientifica è impossibile e soprattutto non produce un sostentamento minimo allora forse è meglio espatriare.
Ora io ragiono su di me e il mio percorso. Ho una laurea con il massimo dei voti, ho pubblicazioni universitarie, ho interventi a convegni. Eppure non sono mai riuscito a entrare nel mondo accademico. La domanda che mi pongo io non è perché non sono entrato nel mondo accademico, ma quale cultura si produce nel mondo accademico? E’ utile per la società letteraria italiana che io vada a Londra a pubblicare saggi in inglese su Giulio Mozzi, Wu Ming, Saviano? O è più utile che io in qualche modo me ne stia qua ed elabori nel mio paese spazi di critica, spazi di gesti e di intervento? Io però non voglio fare l’eroe che resiste e neppure fare mio il vecchio cliché dell’Adelchi: “vivi sii grande e infelice”.

Dove abito.

Rileggo una frase del paragrafo precedente quella che ho scritto quasi senza accorgermene “pubblicare saggi in inglese”. Mi viene da pensare che io in realtà non abito un paese, uno stato o una patria. Io abito una lingua. Abito un lessico e una serie di regole retoriche e di sintassi, che mi permettono di esprimere i miei pensieri. Io non riesco a pensare di scrivere qualcosa in una lingua diversa dalla mia. Forse il mio statuto identitario è la mia lingua, la lingua che uso, il tono della lingua con cui scrivo.
La mia lingua è me.

Alla fine di tutto.

Ecco vi direte alla fine di tutto questo sproloquiare, cosa volevi dirci?
Che alla fine di tutto, non conta molto la mia identità, non conta come gli altri mi percepiscono, non conta niente. Rimane per me centrale una convinzione, e la faccio dire ad un grande critico letterario che è Renato Serra: “E facciamo magari della letteratura. Perché no? Questa letteratura, che io ho sempre amato con tutta la trascuranza e l’ironia che è propria del mio amore, che mi sono vergognato di prendere sul serio al punto di aspettarne o cavarne qualche bene, è forse, fra le tante altre, una delle più degne”.

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50 Risposte to “La mia lingua è me.”

  1. federica sgaggio Says:

    Mi piace che tu riesca a pensare alla tua scrittura come qualcosa che può essere utile alla società letteraria italiana.
    Mi fa pensare che hai fiducia.

    Quel che a me adesso succede è che non ho fiducia nei livelli di interazione sociale superiori a quello delle relazioni individuali.

    Nella «comunità» di uguali non riesco a credere, nel senso di «sentirle» operanti.
    Figuriamoci se riesco a credere nella società letteraria italiana.

    Lo dico nel post che citi, anche.
    L’ho detto nell’intervista a Sul Romanzo: ho un grande senso di estraneità. Non mi vedo prodotto, non mi sento personaggio.

    Tutto ciò in cui credo – sarà una fase, avrò torto: chi lo sa – sono le relazioni di affetto e stima, le correnti positive, i sentimenti con cui ci si accosta gli uni agli altri.
    Credo che ciascuno di noi possa cambiare – un po’, se vuole, con fatica – solo se stesso e i pochi che hanno voglia di lasciarsi toccare.

    Tu hai certamente ragione quando parli della lingua come parametro cruciale dell’identità di chi scrive.
    Ma io su questo non so costruire una fiducia.

  2. mauro mirci Says:

    Demetrio, ho l’impressione che questa riflessione non riguardi tanto “cos’è” uno scrittore, quanto quale sia il tuo ruolo nel mondo. Non credo che definire lo scrittore sia tanto semplice. Dire se quello dello scrittore sia un ruolo, oppure un mestiere, oppure qualcosa d’altro, però, mi pare la cosa meno importante. Mi viene da obiettare che la tua frase “Interviene nel mondo, dice alcune cose, sgradevoli, scomode o anche, perché no, condivisibili, sulla vita o sulla morte etc etc etc.” taglia fuori dalla qualità di scrittore molti che non dicono cose sgradevoli, scomode, condivisibili, sulla vita, sulla morte, etc. etc., e però, mettiamola come si vuole, rimangono scrittori lo stesso, semplicemente perché scrivono e qualcuno legge i loro scritti. Definizione banale e semplicistica, va bene, ma minimo comun denominatore necessario per una definizione del mestiere (o ruolo, o qualità, o quello che vuoi). Ma, ripeto, non è questa la cosa più importante. D’altro canto, come già è capitato in questo blog e altrove, sono convinto che potremmo discuterne per ore e ognuno rimarrebbe della propria idea. Trovo molto più interessante un’altra tua frase. “Da queste parti, intendo per ‘queste parti’ il torinese, esiste una profonda identificazione tra il proprio lavoro e la propria identità.” Non vale solo per il torinese. L’identificazione tra il proprio mestiere (ossia il modo in cui si guadagna il proprio reddito principale, quello che ci permette di fare anche cose che non hanno attinenza col mestiere col quale si viene identificati) e ciò che si è, almeno secondo coloro che ci guardano (e, in qualche modo, ci giudicano) è un meccanismo comune. Dovrebbe lasciarci indifferenti (“si è quel che si è” scriveva Sciascia), in realtà interferisce nei nostri rapporti con gli altri e con la società. Il problema è quel senso di insoddisfazione che nasce dal fare un mestiere che si sente lontano da sé, o comunque diverso da ciò che si vorrebbe realmente fare durante la maggior parte della giornata. Ma il mondo è pieno di cantanti che campano facendo le cassiere, o di scrittori che mantengono la famiglia e sé stessi con lo stipendio da impiegato. Mi sono convinto che ci si può sentire cantanti o scrittori quanto si vuole, e magari esserlo davvero, ma è il riscontro del pubblico (non dico del grande pubblico, ma anche di un pubblico ristretto, che ne so, anche solo della giornalista di cui parli e di pochi altri, ma attenti) che sancisce il “passaggio di ruolo”. Tu sei scrittore. Lo ha deciso chi, letti i tuoi libri, ha concluso che solo uno scrittore, e non un impiegato, poteva scriverli. Rimani scrittore a prescindere dal ruolo che ricopri nel mondo del lavoro, e anche dalla bontà dei tuoi prossimi libri (uno scrittore può anche fare libri brutti, vivaddio). La busta paga, il reddito, l’ipoteca e la bolletta sono problemi di ordine diverso: secondo lavoro, arrotondamenti con attività collaterali, pubblicazioni di libri buoni per il grande pubblico.
    Alla fine della fiera (alla fine di tutto, come scrivi tu) scopro che, più o meno, la vediamo allo stesso modo, e le parole di Serra riassumono il comune sentire molto meglio di quanto abbia potuto fare io in queste righe. Però di queste righe (delle tue e delle mie) avevo bisogno anche io. Certe cose è sempre meglio dirle ad alta voce: dopo si sta meglio.
    Scusa le tante (forse troppe) parentesi.

  3. clobosfera Says:

    Per me, vivendo e operando da anni nel bilinguismo, il rapporto fra lingua e identità è stato nel passato cruciale, e lo è tuttora, anche se un po’ meno. Quando vivevo all’estero, il fatto di trovarmi nell’assoluta impossibilità di esprimermi nella mia lingua materna all’interno del mio quotidiano diveniva gradualmente insostenibile, tanto che è stata proprio l’equivalenza lingua/identità a farmi decidere di tornare indietro. Ora che utilizzo la mia seconda lingua esclusivamente per lavoro, e quindi quell’aspetto invasivo intollerabile è svanito, sento che la lingua madre non è che uno strumento, e che le stesse cose che desidero comunicare, siano esse di natura emotiva o pratica, potrei comunicarle anche nell’altra lingua. Per questo motivo, l’idea di lasciare il paese non mi sconforta più tanto rispetto a qualche anno fa. Ciò che mi sconforta è che il lavoro, intenso come l’attività dignitosa e quotidiana che oltre ad aiutare a mettere insieme pranzo e cena, occupa il tempo in modo produttivo (quell’esercizio di osservazione della realtà nel quale si innesta l’altro esercizio, quello meditativo), e chi lo compie, il lavoratore, in questo paese non sono rispettati. Mi sconforta vedere che molti giovani preferiscono essere percepiti come scrittori piuttosto che come lavoratori, mi sconforta che in questo paese la dignità sia consequenziale all’apparenza, e non alla sostanza. Detto ciò, è solo un bene che molti giovani e meno giovani in questo paese scrivano molto, perché lo scrivere è un’attività dello spirito, è un esercizio di anamnesi, e per come la vedo io si mantiene dignitosa finché non è percepita come professione.

  4. federica sgaggio Says:

    Non so.

    Io non credo, Demetrio, che il problema dell’identità sia secondario come mi sembra di capire dica tu (ma forse capisco male).

    E, Mauro, non sono sicura che il «riconoscimento» di pochi-tanti-pochissimi sia condizione necessaria e sufficiente per modificare in modo ultimativo la nostra identità (peraltro mutevole, ma questo non c’entra).

    Dicendo «non sono sicura» intendo proprio dire che non sono sicura; che mi faccio domande.
    Se – parlo partendo da me, dalla mia esperienza professionale – il riconoscimento è ciò che mi conferisce identità, cosa succede se in quell’identità non mi ci ritrovo più io?

  5. mauro mirci Says:

    Federica, mi chiedi: “Se il riconoscimento è ciò che mi conferisce identità, cosa succede se in quell’identità non mi ci ritrovo più io?”
    In effetti io parlo di quell’identità che altri ci conferiscono (ammesso che, per primi, si abbia un’idea chiara della propria identità). E se non ci si riconosce?, dici. Be’, non succede ogni giorno? A me, almeno, succede. Che si fa? Si litiga, ignora, sbuffa, puntualizza, chiarisce, rettifica, illustra, specifica, sorride, soffre? Di sicuro ci si pongono delle domande. Ritengo che raramente si ottengano delle risposte esaurienti.
    Invece, secondo me, c’entra, e parecchio, che l’identità sia mutevole. E’ una variabile ulteriore in una equazione che contiene già parecchie variabili ed è, anche per questo, decisamente complessa. Equazione. Un’equazione, mi viene di dire, comporta un approccio deterministico alla questione. E mi viene da domandarmi: la questione ammette un approccio deterministico? O ci tocca accontentarci delle domande?

  6. federica sgaggio Says:

    Certo.
    Che l’identità sia mutevole è nodale. E che mi sembrava di star parlando d’altro.
    però sono d’accordo con te.
    Tranne che sulla leggerezza (lo dico pianamente) con cui ti sembra possibile – se in un’identità non ti ci ritrovi – litigare, o discutere…
    A volte la «perdita» di un’identità apre voragini che per chiudersi impiegano tempo, e chiamano più energie di quelle necessarie alla discussione o al litigio.

    Ma questo, forse, non vale per tutti.
    O non per tutte le identità.
    O per le identità «forti» con cui uno ha preteso di definirsi.

  7. Enrico Macioci Says:

    Io sono un insegnante d’italiano e storia in attesa di chiamata – dunque sono un potenziale disperato e m’arrabatto a fare quello che posso; ma “mi sento” uno scrittore. Lo so che suona banale, ma è così. Non m’interessa (più) che me lo riconoscano gli altri (anche se quando accade non guasta); io so che la cosa che mi riesce meglio è scrivere, e che qualsiasi cosa farò resterò sostanzialmente uno scrittore che si occupa d’altro per vivere. Insomma per me la questione, dopo anni di rovello interiore, è risolta. Il che non vuol dire che sia facile accettarla. Un discorso identitario invece, per quanto mi riguarda, è più vasto del problema/scrittura: chi sono non lo so che a tratti, a spizzichi, e forse per intero non lo saprò mai (e non so se la scrittura faciliti questa ricerca, o viceversa la renda via via sempre più tortuosa e ramificata).

  8. demetrio Says:

    per me c’è un problema, che credo nasca da come io sono arrivato alla scrittura. Mi pare di leggere, nelle riflessioni di Mauro, in quella di Enrico e di Federcia una idea.
    Che la scrittura sia qualcosa di intimo e personale.
    A me la scrittura non si è presentata così. Lo racconto nell’intervista nel blog Sul Romanzo. Io ho iniziato a scrivere perché avevo detto ad una persona che scrivevo. Il mio primo atto di scrittura è stato quindi un atto di relazione con quella persona, che non apparteneva al mio mondo.

    Scrivere per me quindi è sempre un rivolgermi ad un tu.
    E penso che la lingua sia il luogo dove “ci si possa incontrare”. Tutti parliamo. Quello è il luogo nella lingua dove io mi incontro. con gli altri.

  9. Felice Muolo Says:

    Io non mi sento di non essere scrittore se non guadagno niente dai romanzi che pubblico con piccoli o medi editori, nonostante abbia abbandonato da tempo la mia attività lavorativa con cui mi sostenevo economicamente, per dedicarmi completamente alla scrittura. Solo quando non riesco a pubblicare l’ultimo romanzo che ho scritto non mi sento uno scrittore. Mi consolo pensando che in passato, del resto, pochi hanno vissuto di arte.

  10. simone battig Says:

    Interessante.
    Sulla questione dell’identità non mi dilungo, me la sono posta nel mio ultimo libro e quindi credo di aver “detto” tutto quello che avevo da dire lì riguardo identità e scrittura. Giulio dovrebbe averlo letto (ma anche no), altri forse tra qualche anno lo leggeranno.
    Mi interessa però, caro Demetrio, la tua ultima affermazione. Che è una di quelle affermazioni chiave sulla letteratura che mi si pongono sempre in testa.
    Fatto salvo che io credo fortemente che lo scrittore scriva e il lettore, se vuole, debba leggere e dall’unione di questi due processi psicocinetici nasca la letteratura (quindi scrittore è essere indissolubilmente legati a coloro che sono i lettori) la mia perplessità sta invece negli scrittori che affermano con convinzione di “scrivere” rivolgendosi ad un tu, tra i quali se ho capito bene dici di rientrare anche tu.
    Ecco, la mia domanda è semplice, proprio perché, partendo io evidentemente da presupposti diversi, non riesco a comprendere una dichiarazione del genere fino in fondo.
    Chi è questo TU? Cosa intendi tu, ma anche tutti gli altri che lo dicono. Intendi che come scrittore scrivi rivolgendoti ad un ipotetico lettore? Ad un tu immaginario? Ad una sorta di musa? Ad un’idea di lettore ipotetico?
    Come si fa a scrivere “immaginandosi” di rivolgersi a qualcuno?
    Non vorrei essere frainteso, la mia è proprio curiosità, penso che ognuno abbia tutte le possibilità del mondo quando si metta a scrivere. Ma non trovi che sia “limitante”, quando ci si mette a scrivere, farsi un’idea indefinita di “qualcuno a cui rivolgersi”? E com’è questo qualcuno? Ogni volta cambia caratteristiche o è un tu immutabile qualsiasi cosa tu ti metta a scrivere? Se tu metabolizzi come scrittore l’idea di rivolgerti ad un tu che in qualche modo definisci nel tuo scrivere non diventa questo motivo di riflessione rispetto al linguaggio in senso restrittivo, nel senso di essere poi portato a cercare per quel tu che ti sei scelto un concetto di “leggibilità” piuttosto artefatto che tende comuque ad un compromesso evidentemente al ribasso. Dico questo perché se io mi immagino un tu penso automaticamente di dover essere il più chiaro possibile se “comunico con lui”…ma come è possibile che io sia chiaro nei confronti di un’idea astratta che definisco io e che non può corrispondere a nessun lettore che leggerà il mio libro? Io penso che, involontariamente, un simile processo mentale potrebbe portare a spogliare ciò che si scrive di tutto ciò che è arduo dal punto di vista comunicativo e a giocare sulla rifinitura verso qualcosa che magari incide poi anche sul nostro stile, sul controllo..insomma sulla nostra stessa voce di scrittori…
    Scusa se sono stato un po’ confuso, ma ecco..mi vengono molte domande quando sento affermazioni antitetiche al mio modo di pensare alla scrittura, e ovviamente anche molta curiosità.

  11. azzurra Says:

    la base della questione è preoccupante (il ruolo dell’artista, dello scrittore e dell’intellettuale- dell’intera cultura nel nostro paese) ma preoccuparsene può renderla oziosa. in situazioni di emergenza il grande artista s’è occupato del suo fare, dell’urgenza delle sue opere, prima che di legittimare se stesso (da Levi a Solzenicyn a tutti gli altri). Certo gli dava dolore e spaccatura il non riconoscimento, ma non è una querelle così centrale- si tratta più di questioni biografiche o sociologiche. Semmai, la dedizione a questioni essenziali e/o contemporaneamente a un’opera che presto o tardi dimostri la sua forza e una parallela non connivenza con le tare del proprio tempo, mi parrebbe più necessaria. Insomma in un momento come questo forse gli scrittori avrebbero altro su cui interrogarsi se non : ma sono uno scrittore perché mi ci sento o mi devono investire del ruolo? Resto in Italia o vado all’estero dove potrò forse sperare in una cattedra di scrittura creativa? Lo sappiamo che è dura stare qui. E’ chiaro che per uno scrittore è sminuente non avere un riconoscimento se non da parte di piccole elite (a cui del resto sono rivolte le riflessioni che propone, tra cui quelle citate nell’articolo e relativi commenti). Pazienza. Ma sarebbe più interessante proporre alla piccola elite qualcosa su cui pensare davvero e un po’ più a fondo, parlare dell’urgenza sottesa al suo lavoro- che è lapalissiano sia un lavoro, anzi se lo scrittore è tale, e se lo è lo sa e basta, è fino un dovere, E il riconoscersi in una lingua più che in un mestiere stipendiato (specie nell’epoca post-post-fordista del precariato) mi pare saggio, salutare, se non ovvio – specie se parliamo, appunto, di scrittori.
    In quanto a chiedersi se la scrittura sia relazione… basta leggere un buon libro, ancora prima -nel caso capitasse- di scriverlo, per rispondersi.

  12. Sul Romanzo Says:

    Quanta carnina interessante al fuoco. Bello, bello, mi dico. Un post che cerchi di indagare, di sezionare, di discernere, a passi perplessi, ma fiduciosi. Non lo so Demetrio, sarà che sono sconfortato da certa “produzione” di cultura, ma mi sembra che la rete produca pezzi stimolanti, come il tuo. Detto questo, voglio porre l’attenzione su un aspetto che coinvolge non solo l’identità dello scrittore: ciò che uno è e ciò che uno rappresenta.
    Ciò che uno è appartiene a quelle autostrade che Federica cita nel suo blog: il casello di entrata, quello di arrivo, i sorpassi, ecc. Noi e la nostra auto che procede. I nostri mondi interiori.
    Ciò che uno rappresenta dipende da molto altro e si integra/scontra/incontra con il primo. Per avere una rappresentazione di noi stessi v’è la necessità di un consenso o dissenso altrui, quindi, dell’altro da sé.
    Sembra filosofica la questione (e lo è di certo in parte), tuttavia giace su un fiume di una concretezza smaccante giacché da esso – il fiume – dipende il tenore di vita per esempio.
    Dipendesse solo da ciò che uno è il mercato del lavoro sarebbe del tutto diverso, interamente sconvolto rispetto a quello che vediamo.

    Credo che l’importanza che diamo alla opinione altrui sia fondamentale, un problema di coscienza.
    Nel tuo caso, Demetrio, hai reagito con la giornalista in modo realistico, sincero. Le reazioni potevano essere assai differenti: dalla vergogna al fastidio.

    Inoltre, il problema della lingua che poni è una tematica su cui Wittgenstein si è spaccato la testa una vita intera, scontrandosi con la sua coscienza, ricordate certamente «i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo» (consiglio di leggere la sua biografia: “Wittgenstein. Il dovere del genio” di Monk Ray, illuminante).
    Chi ha a che fare con la lingua ha una difficoltà enorme da gestire rispetto a chi usa la matematica, per esempio. La lingua la usiamo tutti i giorni e la sua identità confluisce con la vita stessa e con il senso dell’espressione; chi usa la matematica per lavoro scinde di continuo, separando, distinguendo.
    L’identità dello scrittore è una sopravvivenza fra non metodi standard per definire la categoria e una degenerazione ostentata di chi pubblica senza avere né arte né parte.
    La notorietà ti permette di pubblicare un libro e magari vendere milioni di copie e vincere premi; le conoscenze letterarie delle consorterie ti permettono magari di cavalcare l’onda della pubblicità e della televisione con un romanzetto magari mediocre. Provate a chiedere ai fisici o ai chimici di Harvard o Oxford se si sono conquistati quella posizione perché erano noti o perché conoscevano qualcuno? Là ci arrivi forse anche per conoscenze, ma senza merito di pubblicazioni non ti guardano neppure in faccia.

    Chiudo: sai Demetrio perché ti poni il problema dell’identità dello scrittore? Perché ti stai conquistando pezzo dopo pezzo una “autorevolezza” letteraria sul campo, passo dopo passo. Chi se l’è conquistata a botte di conoscenze e scorciatoie alla sera va all’ennesimo luogo da salottari e se ne fotte dei tuoi flussi di pensiero.
    Scusate la lunghezza.

  13. Paul Olden Says:

    Se quando scrivi e quando ti occupi di letteratura sei felice e, al contrario, quando vai in ufficio a guadagnarti la pagnotta obbligatoria lo sei molto meno, allora sei uno scrittore, non un impiegato.
    Dal mio punto di vista noi, interiormente, siamo quello che ci rende felici mentre lo facciamo.
    Non parlo di felicità edonistica, o di godimento fisico: sarebbe riduttivo e sciocco. Parlo di quel senso di compiutezza e di pace con l’universo che ti prende quando fai la cosa che senti, più o meno consciamente, di essere nato per fare.
    Insomma, non siamo quello che facciamo per vivere: siamo quello che facciamo per essere felici.
    Le due cose, a volte, possono coincidere (beato chi è riuscito a farle coincidere!) , ma spesso sono distinte.
    Tuttavia, la condizione di sdoppiamento tra quello che il nostro talento ci condurrebbe a fare e quello che invece dobbiamo fare tutti i giorni per vivere non è assolutamente una distorsione della vita moderna: immagina un villaggio primitivo dove tutti i maschi della tribù vanno a caccia e le femmine raccolgono radici. Alla sera, qualcuno degli uomini suonerà i tamburi, qualcuno dipingerà un bel totem, un altro si trasforma in medicine-man. E tra le donne raccoglitrici ce ne sarà una che sembra nata per danzare, e una che è felicissima quando fa scultura con l’argilla.
    E’ la sempre più precisa suddivisione dei ruoli della nostra società moderna ad aver consentito una specializzazione estrema, nella quale anche chi si dedica a compiti non propriamente produttivi per il sostentamento materiale della comunità ha l’opportunità, a volte, di esercitare questa attività a livello professionale ed esclusivo.
    Tutto questo, dunque, non dovrebbe deprimerci o sconfortarci, poichè fare qualcosa per vivere e qualcos’altro come attività aggiuntiva che da sfogo alle nostre predisposizioni è una condizione naturale e sana.
    Allora perchè ci sentiamo frustrati quando ci troviamo in questo tipo di situazioni?
    Io credo che accada semplicemente perchè, non sentendoci più veramente parte di una comunità, di una sorta di lega del mutuo soccorso con gli altri, non abbiamo più la gratificazione dell’esserci sacrificati per gli altri facendo un lavoro duro e che non ci appassiona.
    Non sentiamo più il petto gonfio del cacciatore che porta a casa la preda e la divide con gli altri della tribù. Anche se cacciare, in fondo, non gli piace per niente e preferirebbe di gran lunga suonare i tamburi tutto il giorno o dipingere totem.
    E poi, insomma, nulla ti vieta, se vuoi, di seguire la tua arte sempre e comunque, fregandotene di come va a finire. La storia della letteratura è piena di scrittori squattrinati che non desideravano far altro che scrivere e non facevano altro, indipendentemente dai risultati economici.
    Se ci pensi bene, tu non vuoi essere solo uno scrittore: vuoi essere uno scrittore che ricava una certa tranquillità economica dalla sua attività.
    Scrittore lo sei già, e mi sembra comunque un bel risultato.
    Scrittore benestante, be’, forse un giorno lo sarai. Oppure no.

  14. nabanassar Says:

    Bel pezzo, forse frutto di un overthinking cerebrale che credo derivi da una ricerca di maggiori visibilita’ e considerazione, piu’ che da un bisogno specifico. Un’ansia di affrancamento, ripagare i soldi spesi nell’investimento.

    Capisco che dire ad uno scrittore della sua trascurabilita’ possa essere traumatizzante, ma la condizione essenziale della scrittura mi pare, oggi, proprio la sua trascurabilita’. Non una posa, non un mascheramento, ma vera e propria irrilevanza.

    E mentre per un poeta questo non lede le gia’ magre aspettative, per un prosatore immagino sia un bel problema.

  15. vibrisse Says:

    Paolin scrive che [lo scrittore] “interviene nel mondo, dice alcune cose, sgradevoli, scomode o anche, perché no, condivisibili, sulla vita o sulla morte etc etc etc.”.

    Mauro Mirci obietta che così Paolin “taglia fuori dalla qualità di scrittore molti che non dicono cose sgradevoli, scomode, condivisibili, sulla vita, sulla morte, etc. etc., e però, mettiamola come si vuole, rimangono scrittori lo stesso, semplicemente perché scrivono e qualcuno legge i loro scritti”.

    L’obiezione mi pare sensata, e osserverei questo:

    – che fintantoché si usano parole come “letteratura” o “scrittore” come se identificassero qualcosa che si distingue per qualità o per gradazione da ciò che gli è simile, si fa un po’ di confusione. Ad esempio si confonde il piano descrittivo con quelli prescrittivo, ottativo, ideale.

    Simone Battig domanda, sensatamente: “Chi è questo TU? Cosa intendi tu, ma anche tutti gli altri che lo dicono. Intendi che come scrittore scrivi rivolgendoti ad un ipotetico lettore? Ad un tu immaginario? Ad una sorta di musa? Ad un’idea di lettore ipotetico? Come si fa a scrivere “immaginandosi” di rivolgersi a qualcuno?”.

    Io direi che non si tratta di scrivere immaginandosi di scrivere a qualcuno, ma di scrivere scrivendo a qualcuno. La mia esperienza personale è questa: il mio scrivere testi poi da altri pubblicati è cominciato dentro una corrispondenza privata (con Laura Pugno). E da lì non si è mosso, finché non abbiamo cominciato tutti a usare questo strumento ancora assai misterioso che è la rete.

    giulio mozzi

  16. vbinaghi Says:

    Vivo la condizione descritta da Paolin, lavorando come insegnante da quasi trent’anni e scrivendo libri (romanzi) da dieci. La mia identità di scrittore è appena conosciuta a scuola, ma anche in Rete, tutto sommato (il mio blog ha contenuti più filosofico pedagogici che letterari). Sono convinto di essere uno scrittore per i (pochi) che mi hanno letto, e anche per me stesso, lo sono solo quando scrivo. Conosco persone che hanno un idea e farebbero uhn uso più raffinato della lingua di quanto io sappia fare, ma non scrivono. Conclusione? Lo scrittore non è un ruolo sociale stabile (a meno di trasferirsi fuori dall’ambito della lettura e diventare personaggio: quello che vince premi letterari, quelle che vende milioni di copie, quello che viaggia con la scorta ecc), e non è nemmeno una lingua peculiare (ci sono personaggi televisivi che ne hanno una, e non sono scrittori), ma è un atto di relazione. Si è scrittori quando si scrive a qualcuno (come dice Giulio), qualcuno corrisponde con una certa attenzione, l’ambito di questa comunicazione è riconosciuto come tale. Personalmente, il non aver trasformato la scrittura nel mestiere che mi dà la pagnotta, lo trovo un vantaggio e una garanzia di libertà, almeno in questo paese. Qui non si arriva a posizioni importanti nell’ambito culturale senza sponsor importanti e vincolanti.

  17. Alcor Says:

    @valter (così litighiamo un po’ qui)

    Cosa vuol dire “Qui non si arriva a posizioni importanti nell’ambito culturale senza sponsor importanti e vincolanti”? o meglio, a chi ti riferisci?

    I primi nomi che mi vengono in mente che non riesco a legare (e scusate se sono nomi di “vecchi”) a sponsor di qualche genere: Scabia, Mari, Siti, Celati, e potrei farla più lunga.

    Una posizione importante nell’ambito culturale io la vedo sempre legata a un lavoro che è stato fatto. Non piacerà il tipo di lavoro, ma è un lavoro ed evidentemente è stato fatto abbastanza bene da essere riconosciuto.

    E lascio perdere il problema dell’identità di scrittore perché è evidente dai commenti che ognuno ha la sua e che è molto legata a come uno scrittore si vede “socialmente”.

  18. vbinaghi Says:

    Il primo sponsor culturale importante è l’ideologia, la legge non scritta che governa il mondo accademico, editoriale, le pagine culturali dei giornali: de sinistra (l’importante non è esserlo ma esserlo stati), anticattolica (l’importante non è dirsi o non dirsi cattolici, ma sparare contro le gerarchie, è l’unica cosa che accomuna Adinolfi, Mozzi, Buttafuoco e i redattori di Nazione Indiana), globalista col preservativo (no al libero mercato delle merci, si all’immigrazione selvaggia, cioè la deregulation del lavoro). Poi vengono le chiesine (Nuovi Argomenti, le pagine culturali di Repubblica, Nazione Indiana, Primo Amore e Carmilla) ecc.
    La prova?
    Ci sono cose che tutti sanno vere e che si ammettono privatamente a cena ma pochissimi sottoscriverebbero in pubblico. Quanti scrittori italiani per esempio sottoscriverebbero questo articolo di Ferdinando Camon?
    http://www.ferdinandocamon.it/articolo_2009_09_17_Pordenone.htm

  19. Alcor Says:

    Non ho la minima idea di quale sia la “posizione importante nell’ ambito culturale” di Adinolfi che non so praticamente chi sia, il nome mi evoca qualcosa, ma dovrei andare in rete. Anche l’importanza di Buttafuoco la vedo a fatica, viene dall’aver fatto un programma televisivo? Mozzi da qual che so è un consulente, cioè sceglie o contribuisce a scegliere autori.
    Il che mi fa pensare che tu per posizione culturale importante (scusa Mozzi, questo non ti tocca come scrittore, ovviamente) non intenda l’eccellenza culturale in sé, ma il lavoro nel mondo editoriale, televisivo, giornalistico.

    Cosa c’entri allora con il tuo scrivere libri non lo capisco. Io dal tuo commento ero partita.

  20. vbinaghi Says:

    Si ma certe volte fai proprio l’indiana.
    I nomi che ho fatto erano solo per rappresentare personaggi culturalmente eterogenei ma accomunati da un certo atteggiamento, che da noi gode di indiscutibile unanimità. Poi se mi chiedi chi sono gli “importanti” neanche ti rispondo, nel senso che non era questo il senso del mio intervento.
    Il senso è che gli ambiti di diffusione della cultura in Italia sono egemonizzati da una sinistra che coincide solo in parte con quella politica ed è in realtà l’erede di pulsioni post-sessantottine, scarsamente aderenti al senso comune degli italiani ma monopolista del “discorso colto”.
    Il che non significa che opere e autori che passano per questo filtro non abbiano dietro di sè “un lavoro” come tu dici, e “un valore”. Significa che possono godere di promozioni incrociate, aspettative, ecc, che ad altri sono precluse. Soignifica anche che certi libri restano sulla scrivania di un editor per un anno, ed altri vengono letti in un mese ecc

  21. mauro mirci Says:

    @ Federica.
    Mi trovo nel bel mezzo di un trasloco e dispongo della rete per poco tempo, quindi forse la necessità di buttare giù le idee in fretta dà l’impressione di una certa leggerezza quando affermo che, vedendomi assegnata un’identità nella quale non mi riconosco, sono prontissimo a litigare, discutere eccetera, e anche a soffrire. La sofferenza, sono convinto, esclude la leggerezza. A prescindere da questo, però, litigare (se necessario) comporta, per come la vedo io, un moto di orgoglio e, insieme, la necessità di affermare l’identità che invece riconosco a me stesso. Fa parte del mio carattere e delle mie convinzioni: difendere ciò in cui credo, anche (anche!, se proprio indispensabile) alzando la voce. Personalmente non sono disponibile a perdere la mia identità, e non credo nemmeno sia oggettivamente possibile. Ribadisco: “si è come si è”. Ma se la mia identità viene messa in discussione, e l’unico modo per metterla fuori discussione è litigare e discutere, be’, litighiamo e discutiamo (uso il “noi”, scusa, ma è giusto per stare appresso al filo dei pensieri), non mi tiro indietro.
    Casomai è il dubbio che può frenarmi: è veramente la mia identità quella per cui sto litigando, o è solo il modo in cui pretendo di presentarmi agli altri?
    Come dici tu, il mio discorso non vale per tutti. Per me sì, certamente. E’ il mio carattere. Che però concorre a definire la mia identità (quella che ritengo sia la mia identità). E quindi torniamo a bomba.

    @ Demetrio.
    Ritengo la scrittura una delle cose più intime e personali che esistano. Non a caso l’atto stesso di scrivere richiede solitudine e concentrazione. E mi pare che molti psicologi consiglino di tenere un diario per contribuire a certe terapie. Azzardo: lo scrittore è colui che riesce a rendere altri partecipi delle sue vicende intime e personali o anche solo di un pensiero che gli è fiorito in mente. Che dici?
    Poi, per capire: ma hai detto che scrivevi ma in realtà non scrivevi? E hai scritto per nascondere la bugia? (sarebbe un caso interessante di sanatoria applicata alla letteratura).
    Più seriamente: non sarebbe più corretto definire la lingua (e il lessico, e i temi) il codice comune tra lettore e scrittore; e il testo il luogo, anche fisico, d’incontro? La tua riflessione sulla lingua/luogo nasce da un pensiero sullo scrivere in inglese. Ma forse la tua ipotetica difficoltà a veicolare a un pubblico anglofono temi propri della letteratura italiana contemporanea sono più attinenti al codice della comunicazione che non alla lingua. O no?

  22. Alcor Says:

    @valter

    hai fatto quell’annotazione in coda a un commento piuttosto autobiografico sulla tua identità di scrittore, cosa ne devo dedurre? che se non fossero al potere quei gruppi (tu sai che io sono in disaccordo su questa tua lettura della situazione italiana, ma prendiamola per buona) tu avresti pubblicato con Stile Libero?
    Devi farmi capire, perché io per esempio so che se scrivessi un romanzo classico (cosa in sé impossibile, ma poniamo) non lo darei mai a Mozzi, perché Mozzi è a quanto so consulente di Stile Libero, che difficilmente sarebbe interessato al romanzo classico di una donna di sessant’anni sconosciuta. Potrebbe andarmi meglio con Einaudi, forse.
    Ma mai mi verrebbe in mente di attribuire il disinteresse di Stile Libero o anche di Einaudi all’ideologia.

    Questa dell’egemonia della sinistra a mio avviso è una tua fissazione. E ti inchioda a un’idea del mondo schematica e davvero ideologica, oltre che dietrologica.

  23. vbinaghi Says:

    @Alcor
    Io parlo di ideologia e di gruppi. Tu dici che questa cosa non esiste o se esiste non conta. Io dico che chiunque frequenti “l’ambiente” potrebbe darmi ragione (non in pubblico certo, ci mancherebbe).
    Su Einaudi potrei raccontare un fatto che mi riguarda personalmente, e un mio libro “strano” che secondo me solo Einaudi (l’editore de I fuochi di Keltia) potrebbe pubblicare, ma siccome coinvolge una persona che mi è cara e non ci fa una gran figura, lascio perdere. Su Stile Libero posso dire che un mio libro è stato lì per un anno e poi mi hanno spiegato che non era il caso d’insistere per farlo leggere.
    Ma credi che sia questo il punto? Che gli editor di Einaudi non vogliono bene a Binaghi? Io ho pubblicato (quasi) tutto quello che ho scritto, e tutto sommato la parte dell’incazzato mi sta bene, ma non fare l’errore di credere che io mi batta per un riconoscimento personale.
    E’ un inquinamento ambientale che detesto e che m’interessa denunciare. Ma scendi dalla brocca (dal ramo), come si dice da noi, e guardati in giro in Rete, sui blog collettivi o su quelli personali (Vibrisse, Lipperatura), dove si prova a fare promozione di libri in una logica che vorrebbe essere “qualitativa” (lo so anch’io che se scrivo un giallazzo ci pensa l’editore a investire sul commerciale) e dimmi che trovi eterogeneità ideologica o culturale nelle scelte.
    (Se vinci ti regalo una Barbie vestita da Babsi Jones)

  24. Alcor Says:

    Sarei curiosa di capire che “ambiente” frequanti, se la gente che te ne parla ha tanta paura di dire quello che pensa, cos’è, li licenziano? gli tagliano la testa? ma glissiamo.

    A me la rete piace, non per nulla ci sto, mi ci sono fatta persino degli amici, ma francamente non vedo in rete “posizioni importanti nell’ambito culturale”.
    Né per numeri (non so quante visite al giorno abbia NI, per es. o Vibrisse, ma sai bene che visite non è uguale a visitatori) né per peso culturale in senso stretto.

    Poi, Vibrisse non mi sembra un sito “di sinistra” francamente. Nè Mozzi un comunista. Qualcuno dovrebbe spiegarmi cosa significa “di sinistra” in questo caos.

    In rete c’è di tutto, la rete è eterogenea, basta rimbalzare di link in link, vedrai che trovi.

    E se vado a guardare i cataloghi editoriali degli ultimi due decenni, anche lì vedo di tutto, ma non schieramenti ideologici come quelli ai quali ti riferisci. Non siamo più negli anni ’70.

    (Ma sto portando tutto OT e mi scuso, Valter, magari continuiamo da un’altra parte)

    PS Regalamela la barbie vestita da babsi Jones, non ne ho mai avuta una in nessun modo vestita, purché tu sia consapevole che non è “di sinistra”. C’è moltissimo di estetica para-fascista in molte scritture viscerali, irrazionali e vitalistiche che si son lette negli ultimi anni. E però bisognerebbe analizzarle con una certa cura.

  25. Alcor Says:

    o più esattamente cripto-fascista

  26. vibrisse Says:

    L’articolo di Camon (che non avevo visto) mi pare da sottoscrivere.

    Ho presentato a Stile Libero anche il romanzo di un ottantaquattrenne sconosciuto.

    “vibrisse” conta in media 1.800 visite (non visitatori: visite) nei giorni feriali (questa è la media all’incirca riferita al 2009).

    Io sono, come noto, uno degli ultimi tre democristiani superstiti.

    g.

  27. Alcor Says:

    Quando sarò diventata così vecchia, se mai trovassi le forze per scrivere un romanzo e sopravvivere, te lo manderò, un vero vecchio magari è più interessante di un mezzo vecchio:-)

  28. Alcor Says:

    Si l’ho letto anch’io, l’articolo di Camon, certo che è condivisibile e non capisco perché qualcuno dovrebbe essere in difficoltà a sottoscriverlo.

    L’altra notte alla tv, che io guardo, qualcuno, un intellettuale occidentale, mi pare di ricordare che fosse, diceva che non possiamo esportare i diritti civili come pacchetto all inclusive, ma cercare di agganciare il pacchetto ai valori positivi che ci sono già in quelle culture, che poi è stato quello che abbiamo fatto in casa nostra con le culture profonde e patriarcali dell’Italia contadina di tanti anni fa. Io non dimentico le nostre campagne, dove le donne portavano i capelli nascosti dal fazzoletto nero e l’uomo era il padrone, né il delitto d’onore. Abbiamo la memoria corta.

    Sempre più OT

  29. Alcor Says:

    Per chi non lo conoscesse: Maria Zef, di Paola Drigo, dal quale ha tratto un film – che bisognerebbe far vedere ai leghisti di casa nostra – Cottafavi.

  30. vbinaghi Says:

    Il bello della Rete è che le cose restano scritte. Uno legge e dice: questo straparla. Un altro legge e dice: però, a pensarci…

  31. Alcor Says:

    Vorrei correggere anche qui, come ho fatto da Binaghi, il mio giudizio positivo sul pezzo di Camon, lo avevo letto in fretta.

    Camon dice :”Uccisa come un animale non da noi, non dalla nostra società, non dal razzismo, ma dal cuore del cuore della cultura di suo padre, che (inutile girarci intorno, e cercare formule attenuanti) si riduce a questo: un musulmano e un cristiano non possono convivere, dove c’è un musulmano il cristiano deve morire. Oppure: se un musulmano, e sia pure una figlia, non la pensa così, va ucciso lui.”

    Se questo vuol dire che il problema è l’Islam, ovviamente non posso che essere in fortissimo disaccordo, se invece Camon, come avevo inteso io, vuol dire che la persona in questione è incolta e feroce perché esprime una società ferocemente patriarcale, arretrata e fragile, che si aggrappa identitariamente alla propria religione e non appena si trova spaesata diventa insicura e può produrre questo, allora sì.
    Ricordando che questo non è un macabro privilegio islamico.
    Né la civiltà cristiana né quella islamica possono impedire un crimine, e in nome di entrambe se ne sono commessi tanti, individuali e collettivi.

    Qua si rischia davvero di scivolare nel razzismo.

  32. Felice Muolo Says:

    L’obiettivo di uno scrittore è pubblicare i propri libri, sia che abbiano successo o meno. Lo scrittore che non si accontenta di questo risultato, a mio parere, è come un ciclista che, raggiunto il traguardo, lo ignora e prosegue la sua corsa verso una destinazione puramente illusoria.

  33. demetrio Says:

    arrivo ora.

    volevo rispondere a Simone. Il mio tu è se vuoi “una metafora” della responsabilità dello scirvere in pubblico.
    Quando mi viene in mente una cosa da scrivere, penso a renderla pubblica. L’esempio è quello di una tragedia negata: quando era ancora un progetto nella mia testa, scrissi a giulio se voleva pubblicare un articolo o una serie di articoli su questo argomento.

    a mauro. Io ho iniziato a scrivere perché avevo detto alla ragazza che scrivevo, ma era una sonora balla.

    d

  34. Giovanni Cocco Says:

    Era tutto un farsi le scarpe a vicenda come nell’Uomo dell’organizzazione o nell‘ Uomo dal vestito grigio, sempre che qualcuno di voi sia abbastanza vecchio da ricordare quegli effimeri best seller, tipo Colin Wilson o l’hula–hoop. Erano tutti assatanati, come un morto di fame di St. Urbain Street che si è giocato anche la camicia su una nuova linea di abbigliamento doposci. Solo che loro andavano in giro a vendere romanzi. Innovativi, come aveva prescritto Ezra Pound prima che lo sbattessero in manicomio. Ma attenzione, a loro mica toccava fare il giro dei grandi magazzini con la valigetta di campioni, affidandosi, per citare Clifford Odets, “a un sorriso e a un paio di scarpe lucidate”. No, loro la mercanzia – comprensivo di busta affrancata per la restituzione – la sbolognavano a redattori di riviste e di case editrici. Tutti a parte Boogie, l’unto di Barney Panofsky.
    Alfred Kazin ha scritto che anche da giovane, quando non se lo filava nessuno, Saul Bellow aveva l’aria di uno destinato a fare grandi cose. Ecco, io pensavo lo stesso di Boogie. Per questo era così magnanimo con gli altri scrittori: perché comunque il migliore era lui.
    Nelle giornate storte Boogie era bravissimo a eludere le domande sul proprio lavoro con qualche buffonata.
    “Prendete me,” disse una volta “ho tutti i difetti di Tolstoj, Dostoevskij e Hemingway messi insieme. Fotterei qualsiasi contadinotta mi capitasse a tiro. Ho il vizio del gioco. Bevo. Ah, e sono antisemita almeno quanto Freddy Roosevelt, anche se nel mio caso forse non conta, essendo al contempo ebreo. Insomma non mi manca niente. Si, giusto una Jasnaja Poljana tutta per me, il riconoscimento del mio prodigioso talento, e i soldi per andare a cena stasera. A meno che qualcuno non mi inviti, vero Barney?”

    M. Richler, “La versione di Barney”

  35. Sandra Says:

    Demetrio, per caso (o non per caso ?) leggo questi tuoi appunti che in piccolissima parte rispecchiano tratti di vita di altre persone, compresa la mia. Anche se non ho dubbi sulla mia identità professionale ( che è quella di una funzioniaria amministrativa) , anche se a me, come a te, capitò all’inizio della mia attività lavorativa la stessa domanda ( conosco una persona con il suo nome. E’ una storica.) alla quale risposi come te, il conflitto ,una tantum emerge, non in me ( che percorro più strade ) ma in chi confonde il mestiere che riguarda la gestione amministrativa di eventi culturali con l’attività creativa.
    L’anno scorso, in uffico. mi sono sentita dire, quasi urlare, perché prima di pagare pretendevo la produzione richiesta ( seppur artistica): da una poetessa non me l’aspettavo!
    Frase che mi offese e ruppe un’amicizia.
    Forse ho scritto banalità…ma quanto ho letto in questo post mi ha colpita per la semplicità con la quale racconti situazioni autentiche e comuni a molti.
    Sandra

  36. federica sgaggio Says:

    Se, come dice Demetrio – e ci penso da giorni (non che questo sia garanzia di pensieri di qualità) – l’identità è nella lingua, ho una domanda e voglio fare un’affermazione.

    La domanda.
    L’identità di chiunque è nella lingua, o solo l’identità di uno scrittore?
    Se (e solo se, intendo) stiamo parlando dell’identità di chiunque non è che rischiamo posizioni «razziste»? Mi rendo conto che l’aggettivo è esagerato, però dire che l’identità è nella lingua – se ho capito bene, ma è possibile di no – sembrerebbe postulare una comunione di identità fra persone che parlano lo stesso idioma, e conseguentemente un’alterità da chi parla un’altra lingua.

    L’affermazione.
    Mi risulta (psicoanaliticamente? Storicamente? Letterariamente? Umanamente?) più chiaro il motivo del mio accanimento nello studiare l’inglese e nel leggere libri e giornali in quella lingua.

    Baci a tutti
    (sempre se posso)

  37. federica sgaggio Says:

    Voglio solo aggiungere che certamente non mi sento né irlandese né inglese né americana, e che la mia curiosità verso quella lingua deriva casomai dal disagio con cui mi capita di confrontarmi nella mia qualità di donna, madre, moglie, giornalista e scrittrice italiana contemporanea.

  38. Giovanni Cocco Says:

    Consapevolezza (di sè, della propria scrittura).
    Riconoscimento (da parte di chi si occupa dello “scrivere”: scrittori e critica, quindi).
    Questi due fattori, a mio avviso, determinano lo “status” di scrittore.
    Poco importa che il Nostro abbia dieci o centomila lettori; che abbia pubblicato o meno. Che appartenga all’Editoria ufficiale o navighi nel sottobosco delle riviste.
    Aggiungerei un terzo fattore, che tuttavia, SEGUE quelli precedenti; ne è condizione complementare e non sufficiente: l’ “urgenza” della scrittura vissuta come condizione irrinunciabile.
    Banalizzando il tutto con una formula post-adolescenziale: “essere” uno scrittore è cosa diversa e distinta dal “fare” lo scrittore.
    Esempio pratico: ho letto una recentissima intervista di Giorgio Vasta nella quale l’autore de “Il tempo materiale” si dichiarava meravigliato del fatto che in concomitanza con l’uscita del libro, i recensori avessero parlato di “nuovo romanzo di Vasta” (si trattava, infatti, dell’esordio per il talentuoso scrittore torinese). Vasta era scrittore ancora prima di avere pubblicato. Era RICONOSCIUTO come scrittore ancora prima di arrivare in libreria.
    I motivi?
    Aveva alle spalle una lunga militanza nell’ambiente editoriale; aveva pubblicato alcuni racconti all’interno di antologie; era riconosciuto dall’ambiente editoriale (colleghi e mondo editoriale) come SCRITTORE.

  39. Giovanni Cocco Says:

    L’intervista a Vasta citata prima la potete trovare a questo link:
    http://www.nazioneindiana.com/2009/06/24/grantorino-giorgio-vasta/

  40. simone battig Says:

    Grazie a Demetrio e Giulio per le loro risposte personali, anche se a dire il vero non mi è ancora chiaro come sia possibile rigenerare continuamente la propria scrittura e la propria consapevolezza verso essa ancorandola all’idea di “renderla pubblica” a qualcuno. Per me è pubblica nel momento in cui la scrivo, nel momento in cui faccio delle cesure in me e le rendo scrittura in forma. Non è certo pubblica perché nella mia contemporaneità ho pubblicato dei libri o ne pubblicherò o la faccio leggere a qualcuno..non so se mi spiego…ma mi rendo conto che l’argomento è un po’ complesso e rischia di essere frainteso in questa sede angusta.

    A Giovanni Cocco invece vorrei dire che sono molto d’accordo con la sua prima affermazione sulla consapevolezza, e per nulla d’accordo con la sua seconda affermazione. Il riconoscimento di altri scrittori verso uno scrittore è pratica assai pericolosa nel mondo editoriale attuale, e oggi come oggi, come accennava binaghi, mi pare che ci sia riconoscimento solo in un solco ben preciso e poco spazio per le idee diverse o le modalità non perpetrate meccanicamente.
    Inoltre questo meccanismo sarebbe un cane che si mangia la coda: da chi sono stati riconosciuti gli scrittori che riconoscono lo scrittore? da altri scrittori che…
    La militanza nell’ambiente editoriale mi sembra semmai un dato di confusione rispetto allo scrittore che prende la parola e scrive, proprio perché la militanza nell’ambiente editoriale, come la chiami tu Giovanni, non significa automaticamente che uno è consapevole o ha ragionato e sofferto 8 o si è divertito) sulla propria scrittura ma più spesso è ormai un mezzo per arrivare a pubblicare comunque, tanto è vero che ultimamente abbiamo assistito persino a libri di editor presentati per validi perché quello era l’editor di tizio e caio..mi pare surreale e poco consapevole…

  41. Giovanni Cocco Says:

    a Simone.
    Ho parlato di “militanza nell’ambiente editoriale” facendo esplicito riferimento al caso PARTICOLARE di Vasta.
    Non l’ho inserita nell’elenco dei fattori determinanti ( a-consapevolezza b-riconoscimento) e nemmeno in quello dei complementari (urgenza della scrittura).
    Riguardo al passo in cui dici “come accennava binaghi, mi pare che ci sia riconoscimento solo in un solco ben preciso e poco spazio per le idee diverse o le modalità non perpetrate meccanicamente”, beh, qui dissento in maniera netta.
    Uno che è bravo e lo è davvero, spazio ne trova. Anzi, credo che il PIANETA Editoria non sia mai stato tanto democratico quanto oggi. Il problema, semmai, è che spesso le scrivanie degli editor che contano, oltre ad essere zeppe di materiale insulso, di libri di gente che già ha dato e che comunque per ragioni di mercato conviene ancora pubblicare, sono PIENE di schifezze.
    Non voglio essere esaustivo e nemmeno enciclopedico (sono di fretta) ma credo che oggi tra case editrici, riviste, agenzie letterarie, scuole di scrittura, corsi, siti web, le STRADE per la pubblicazione si siano moltiplicate in maniera esponenziale. Mi vengono in mente, alla rinfusa: Minimum fax, Sironi, Fernandel, Pequod, Castelvecchi, Transeuropa, Nord, Fernandel, Fazi, Fandango, Guanda, Salani, Bompiani. La Nabu, la ALI, Vicki Satlow. Nuovi Argomenti, Fernandel, Satisfiction, Holden, Carmilla, Nazione Indiana, Vibrisse, ‘Tina. E l’elenco potrebbe essere infinito.
    C’è molta poca umiltà, spesso,da parte degli scrittori. Si lavora molto poco sul testo.
    Riportare il testo al centro di tutto, ecco: questa, secondo me, è la chiave.
    Pensi forse che un bravo editor non sogni di trovare sulla scrivania un bel manoscritto? Sarebbe stupido avere un capolavoro tra le mani e non prenderlo in considerazione, non trovi?
    Professionalità dello scrittore. Scrivere roba buona, certo. Questa è la base, altrimenti uno si dedicherebbe al punto croce.
    Ma anche capacità di sapersi presentare. Capacità di porsi nella maniera giusta. Abilità nell’individuare una direzione. Tenacia nel seguirla. Talento, certamente. Ma anche mestiere, curiosità, voglia di mettersi in gioco.
    TUTTO questo fa parte del gioco. TUTTO questo viene spesso trascurato. TUTTO questo fa parte dell’ “essere scrittore” come dicevo nel post precedente.
    Specie da chi vuole essere pubblicato.
    Diamo spesso per scontato, se ci avvaliamo di un artigiano o di un professionista, che questi debba essere competente nel proprio lavoro. In gamba. Capace.
    Perchè la regola non deve valere anche per gli scrittori?

  42. Simone Ghelli Says:

    Leggo solo ora e con piacere che la discussione è rimbalzata anche qua, pur prendendo altre pieghe… La situazione di Demetrio è la stessa che vivo io da anni, che vivono in molti credo, ed è questo il motivo che mi ha spinto a scrivere quel post ed altri sul blog di Scrittori Precari… la mia riflessione però non era rivolta soltanto agli scrittori, ma in genere a tutto quel precariato che si trova costretto a fare altro rispetto al lavoro per cui ha studiato e si è formato… dai commenti precedenti si capisce che si possono dare innumerevoli definizioni di uno scrittore… da quanto ho scritto nei precedenti interventi si può dedurre che io condivida l’idea di partenza di Demetrio, ovvero che lo scrittore non debba abdicare la valore sociale del suo lavoro, non perché sia persona più intelligente o importante di altre, bensì perché ha il privilegio di potersi rivolgere a una comunità (più o meno ristretta) di lettori…

    Il discorso sulla lingua m’interessa assai… anche per me non può prescindere da un discorso identitario, ma io ho il difetto di assorbire gli idiomi e le cadenze dei luoghi in cui vivo… attualmente la mia identità è frammentata, e non scherzo, proprio perché non so più quale lingua parlo… a Roma mi dicono il toscano (come se ne esistesse uno solo di dialetti toscani), quando torno dai miei dicono invece che parlo ormai in romanesco, e di tutto ciò ne risente la mia lingua, come testimonia l’ultimo romanzetto che ho scritto ormai un anno fa… allora forse un’altra declinazione dello scrivere può essere il lavoro d’invenzione di una lingua, che può servire ad aprire una nuova comunità…

  43. simone battig Says:

    Giovanni, non voglio dare l’impressione di aprire una polemica che ci porterebbe lontanto e fuori dal contesto del post, anche perché di questi discorsi se ne sono fatti anche troppi. Però alcune precisazioni le devo fare.

    Tu dici che Vasta è un caso particolare, in che senso? A me sembra che quasi tutti quelli che “lavorano” nel mondo dell’editoria in qualche maniera pubblichino prima o poi. Anzi, l’andazzo che si è preso è quello che “prima” si lavora nell’ambiente e poi si pubblica. Quindi che caso particolare è? Uguale a quello di Desiati, o Raimo o Lagioia o Vespa o Veltroni o di altri venti o trenta?

    In linea di massima direi che sono d’accordo sul fatto che uno che è bravo spazio lo trova…bisogna vedere quanto tempo ci mette però per come funziona le cose oggi…ti invito a fare una ricerca sui titoli pubblicati ogni anno in Italia e vedere quanto sono “gli stessi autori” che pubblicano anche due o tre libri l’anno in media.

    Capacità di presentarsi e quelle robe lì non so cosa c’entrino con scrivere buoni libri.

    Penso che un bravo editor (che non si sa bene cosa voglia dire) non sogna il capolavoro e forse nemmeno lo riconoscerebbe oggi come oggi preso come è da altre mille cose…al bravo editor (secondo la definizione degli editori che è quella che conta..) mi pare che venga chiesto di tentare l’insensata missione di fare ogni libro per tentare il best seller, o almeno questo è quello che sembrano chiedere gli editori e quello che appare in libreria. Al di là di quello che dice Giulio, se fosse come dici tu, per la qualità dei libri pubblicata da Sironi rispetto alla media italiana, Giulio dovrebbe ancora lavorare per Sironi no? Invece le scelte sono diverse…rispettabilissime, ma diverse.

    Nella tua lista democratica (divertente la tripla citazione democratica di Fernandel dovuta alla fretta..) citi una serie di case editrici, di siti, di riviste cartacee e non che si muovono in maniera variegata su piani molto differenti che nulla hanno a che vedere tra loro rispetto ai lettori. Quindi non capisco come da questa lista tu possa desumere che in Italia viene proposta narrativa nella maniera migliore possibile. A me non sembra proprio conoscendo parecchie di queste realtà che citi da parecchi anni e avendone vissuto o visto le alterne vicende.
    L’elenco dei vulnus della nostra editoria è talmente ampio che è quasi impossibile farne l’elenco anche se più volte si è provato.
    A parte questo io non sto dalla tua parte, non credo affatto che siamo in un sistema pieno di possibilità rispetto ad una volta. Credo anzi che siamo in un imbuto, ma già troppe volte ho spiegato perché quindi non voglio annoiare nessuno. Invito solo a guardare i numeri per chi ne ha voglia. Tutti i numeri, compreso l’analfabetismo di ritorno in Italia che poco coincide con l’idea di un campo culturale vivace, libero e pieno di possibilità. A meno che non stiamo facendo il solito discorso limitato al fatto che questo giudizio positivo è basato su addetti ai lavori che parlano con addetti ai lavori dei lavori degli addetti ai lavori. 😀

  44. Giovanni Cocco Says:

    Simone, ossignùr!
    Io non ho detto che “Vasta è un caso particolare” (?!).
    Ho scritto, semplicemente, che la mia espressione ““militanza nell’ambiente editoriale” era riferita al caso particolare di Vasta (cioè il caso che avevo precedentemente citato). Cercavo, in sostanza, di smarcarmi dal tuo tentativo di attribuirmi una cosa che non avevo scritto nè pensato.
    La citazione di Fernandel è stata tripla per un errore: volevo, in realtà, citarla due volte. La prima come casa editrice e la seconda come rivista.

  45. Waffle Says:

    ciao demi
    credo che cosa sei e cosa fai sono alle volte due cose diverse. se ti senti un scrittore allora lo sei, anche se fai qualcos’altro come lavoro. non credo che questo poi sia vero solo per quanto riguarda i scrittori ma anche gente che fa altri lavori, se resti a casa e ti prendi cura dei figli anche se una volta facevi l’avocato che cosa sei un avocato o casalingo/a, se sei Michael Phelps fra 20 anni quando non nuoti piu cosa sei? poi credo che alle volte sia meglio che la scrittura non sia un lavoro, una cosa che dovresti fare, ma qualcosa che vuoi fare, questo alle volte forse rende la scrittura piu piacevole.
    credo che poi il problema non sia che la scrittura non sia il tuo “lavoro” ma che la scrittura non venga apprezzata monetariamente cosi che non si debba anche preoccuparsi di quello. cosi che alla fine del mese non devi preoccuparti se ci sono soldi nel bank account per pagare tutte le bollete. e potresti scegliere di essere un scrittore e qualcos’altro, invece di essere costretto di essere un scrittore e fare qualcos’altro. credo per questa ragione personalment poi ho deciso di laurerami in qualcos’altro perche non volevo arrivare al giorno che non sapevo cosa era il mio “mestiere” o al giorno di dover prendere un lavoro qualsiasi per pagare le bollete.
    per la lingua ti capisco benissimo. per primo la lingua italiana e’ la piu bella di tutte 🙂 e poi e’ difficile trovare la tua voce in un altra lingua. non credo perche gente in america preferisce cose diverse che in italia (credo che questo sia piu un problema se fai il giornalista che se scrivi libri) ma perche e’ difficile esprimere i sentimenti in un’altra lingua. e’ come se alla fine qualcosa manca.
    trovo interessante che tu non pensi alla scrittura come qualcosa non intima e personale e ancora piu interessante che hai cominciato a scrivere solo quando avevi 17 anni.
    ma alla fine se tu ti credi un scrittore allora lo sei…e allora continui a scrivere malgrado tutto, e se ti va faci leggere 🙂
    ma alla fine io che ne so, ho solo 22 anni. e l’eta e’ anche quella importante.
    un abbraccio
    b.
    ps. per quanto riguarda la giornalista torinese credo che non ti abbia riconosciuto perche eri piu bello dal vivo 😛

  46. Waffle Says:

    pps. hai bisogno di una nuova foto solo rotolare la stesa picture da un lato all’altro non va 😛

  47. vibrisse Says:

    Demetrio è innocente. La foto l’ho messa io. gm

  48. claudia Says:

    Simone (Ghelli),
    è davvero siginificativo che parli di valore sociale del lavoro dello scrittore e non del suo ruolo, e che consideri un privilegio quello di potersi rivolgere a una comunità di lettori. Come ben sai, questi sono due aspetti che, nella mia risposta a te, ritenevo fondamentali nell’atto di fare fronte comune davanti al degrado di questi giorni.

  49. simone battig Says:

    Allora mi scuso Giovanni…è evidente che non avevo capito “il caso particolare” :D.

    Ho l’impressione che siamo più d’accordo di quello che sembra rileggendo quello che hai scritto. Tranne, ripeto, sulla questione del riconoscimento, che messa come la metti tu, lettori no, però letto da scrittori o critici ancor prima di pubblicare etc etc…mi sembra che non sia fondamentale per “essere” scrittore, ma più che altro fondamentale eventualmente per pubblicare. Ma per essere ltto da scrittori e critici senza aver pubblicato bisogna conoscerli personalmente e quindi torniamo al discorso di “essere dentro la macchina editoriale” per essere riconosciuto come scrittore. La qual cosa non mi convince per nulla.

  50. fabrizio scrivano Says:

    Ho letto con molto piacere questa estensione di una certa tipologia di scrittura e racconto – autobiografico, autocentrato, autogrammaticale, non saprei definirlo – che è la tua nota: i loci petrarcheschi, la riflessività agostiniana in un forte inevitabile aggiornamento linguistico (langhe monferrino?). De resto l’uomo è ciò che scrive! un saluto, fabrizo

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