Moamed Atta nel niente (da Il mio nome è Legione)

by

di Demetrio Paolin

[Per ricordare l’ottavo anniversario dell’11 settembre ho pensato di pubblicare qui due brani del mio romanzo Il mio nome è Legione. In questi due brani si leggono gli appunti che Demetrio, il protagonista, ha preso visitando l’aeroporto di Casale Monferrato, dove si diceva, falsamente, che Moamed Atta avesse preso il brevetto da pilota. dp]

Settembre 2001, 13/14 (a Casale Monferrato)

Casale Monferrato è infossato in una conca. Quando ci arrivi passando da Moncalvo, uno s’accorge di questo fatto. La città non sembra scossa, più che una città è un grosso paese, di quelli concreti e contadini.
L’autunno, in questo settembre, è smagliante.
Presagisce la natura quello che sta per accadere? Sente la natura? Vive la natura? Le colline intorno a Casale e al suo aeroporto – c’ho messo un po’ a trovarlo – sembra siano indifferenti. Eppure qui s’è giocato qualcosa che ha sconvolto il mondo. La natura è indifferente al male o al bene, allo sfacelo o alla gioia.
La natura non sente niente è questo il suo male. Il campo volo di Casale Monferrato non tradisce. È verdissimo il prato, ha intermittenze come se fosse uno specchio e riflettesse.
Moamed Atta potrebbe aver camminato qua.

Io indosso scarpe da ginnastica nere. Sono molto comuni, sono molto comode. Moamed Atta potrebbe avere indossato scarpe simili. Cammina sul campo, su questi fili d’erba, che si piegano appena e per tornare diritti. È con altre persone, Moamed, non sono suoi compaesani: è simpatico, un po’ taciturno, ma simpatico.
Guarda i voli degli altri, e quando è contro sole mette una mano sugli occhi per seguire meglio le evoluzioni, mentre dabbasso l’istruttore gli spiega i movimenti.
Le scarpe da ginnastica nere come le mie ora camminano sulprato verde, ci sarà un momento in cui saranno appoggiate ai pe dali di una cabina di pilotaggio. E poco più su gli occhi di Atta vedranno le torri.

Moamed Atta ha vissuto a Casale, e se non è vero, potrebbe essere verisimile. Dovrei scriverci un articolo, ma l’articolo non si fa col verosimile. Eppure Moamed Atta avrà preso un piccolo appartamento in affitto per qualche mese e qui ha vissuto, chissà quanti anni fa.
Lo vedi camminare per la via del centro e poi fermarsi.
Parla con qualcuno, non vuol dire niente di importante. Semplicemente desidera parlare nella sua lingua, desidera sentire le inflessioni e le aspirate dell’arabo. Come una cantilena.
Possiede solo questa debolezza.
Fermarsi a parlare e dire cose di nessuna importanza. Lui è votato, ha una causa e una ragione.
Quando cammina per strada, in questa strada a cui nessuno fa caso, Moamed Atta decide di provare ’abbigliamento per il suo martirio. Ecco che prima di uscire si avvolge con forza intorno al ventre le bende sacre. Le stringe forte, sa Moamed che il suo corpo, che tutti crederanno disfatto dalla morte violenta, proprio per la violenza di quella morte sarà salvo. Integro. Puro. Risorto. Immediatamente.
Il corpo di Moamed Atta nell’assoluto niente del dopo. Legato con le bende. Sorride. Nel niente.

A Moamed non importava niente delle vergini, si era già svuotato di tutto questo. Si era fatto un vuoto cavo intorno. Le vergini sono un modo per scansare il male. È sgradevole immaginare che un tale prende un aereo e lo lancia contro degli edifici, sapendo che avrà per ricompensa il nulla. Così per consolarci ci inganniamo
dicendoci che quel tale si è ucciso per le vergini. Meglio le vergini del nulla.

Moamed ha capito, qui, nelle colline del Monferrato, che dio non è il dio per cui tutti lo crederanno martire. La natura delle cose che gli stanno davanti è così diversa dai posti in cui è stato o in cui dovrà stare prima del giorno del martirio. Moamed guarda le colline del Monferrato e questa cittadina – una nullità rispetto a tutto a quello che lui ha sempre creduto per vero – entrambe gli sopravviveranno. Un mattino, andando per la trasparenza di questo
cielo sereno, si è reso conto che il suo ultimo atto sarà un atto di fede al nulla, ne ha avuto l’esatta percezione quando ha attraversato la porta scorrevole per entrare in un grande magazzino.

È dentro il grande magazzino. Ha detto le preghiere. Moamed prende la birra e la carne di maiale. Esce e torna a casa. Cuoce la carne, la fa arrostire per bene e poi stappa la birra. Beve e mangia, ma non sente nulla. La sua gola ingoia il veleno, il veleno del peccato, della proibizione assoluta, ma lui, Moamed, è lontano da tutto questo. È già nel cielo siderale. È come un cielo di dicembre, che annotta subito. Il corpo di Atta è una vigna vuota. Un corpo essiccato dopo una combustione.

Settembre 2001, 18 settembre (Torino)

Alla signora i panni sono volati via per un colpo di vento. Li ho visti dondolare un po’, ponevano resistenza. Si gonfiavano e dondolavano come bolle scontrose. Poi di colpo, quasi d’un tratto avessero acquistato un loro peso, sono cascati a capofitto con un tonfo sordo.
La camicia che plana nel cielo mi ha ricordato i corpi che cadono dalle torri. Puoi pensare che si cada diritti e rapidi, ma il corpo trova attrito nell’aria e per alcuni istanti ondeggia come un vestito vuoto consegnato dal vento alla caduta.

Io vorrei saperti, tu che dondoli nel limbo dell’aria. Io vorrei saperti. Hai scelto una morte certa invece dell’altra morte. Altrettanto certa.
Ora sei in quell’oblio altalenante.
Cosa ti ha fatto scegliere? Sei appeso alla finestra e di colpo, decidi di aprire le mani, come per chiedere un pezzo di pane, e lasci la presa.
Non cadi subito. Ma trattenuto ti giri e ti rigiri, la tua schiena, le tue gambe sono sottoposte a torsioni che non credevi di poter sopportare. Ti stupisci di tutto questo?

Il corpo cade come il bucato strappato via dal vento, come il paio di pantaloni che hai visto precipitare.
Il corpo si stupisce – il corpo, non la persona, che è morta – di essere così resistente all’aria.
È questo l’unico bene.
L’unica possibilità di bene è questo corpo che grazie all’aria resiste alla caduta.
L’unica possibilità di bene è il limbo.
Stai col tuo corpo nel limbo.
Io allora descrivo il volo all’infinito, il corpo mai cadrà, starà in quel luogo sospeso che resiste.
Tu che cadi, cadi infinitamente, cadi per sempre, ma non muori.
Chi ti scrive ti fa stare salvo.
Tu che son io sei salvo solo se chi scrive prolunga la tua agonia.

Chi scrive è un carnefice è un torturatore. Il corpo descritto è l’oggetto del sacrificio, l’agnello di dio che toglie i peccati del mondo.

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3 Risposte to “Moamed Atta nel niente (da Il mio nome è Legione)”

  1. cletus Says:

    lette quest’estate, al mare, queste pagine sono state capaci di emozionarmi. La forza di un modo di narrare, che fai fatica a definire “solo” prosa. E’ molto prossima all’idea, personalissima, che ho di poesia.

  2. aparrag aculnaig Says:

    ‘Chi ti scrive ti fa stare salvo.’
    il corpo bianco l’aria agonia il corpo cade cede la vigna vuota.
    il prato riflette il corpo non la persona.
    ‘Ora sei in quell’oblio altalenante.’
    *sono queste cose che mi fanno tornare la voglia di (non)scrivere*

  3. nicoletta Says:

    la natura è al di là del bene e del male.. come un bambino a cui non è stato ancora insegnato nulla, come un pensiero primigenio, un alito di vento irrefrenabile.. Potesse parlare il nostro linguaggio non parlerebbe affatto. Perchè dovrebbe farlo? Solo l’ uomo, amputato, senza colori nè affondi, si pone domande, sceglie non sceglie. La natura ha in sè ogni sentire, credimi-

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