Un corpo politico imbarazzante

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di Marco Mancassola

[Questo articolo di Marco Mancassola è apparso nel quotidiano il manifesto, ieri 4 settembre 2009].

Almeno un paio di fili rossi legano il sexgate berlusconiano all’ultima fiammata di omofobia italiana, fiammata che ha visto da un lato le aggressioni omofobe a Roma e altrove, dall’altro gli attacchi mediatici al direttore dell’Avvenire.
Il primo filo rosso è ovviamente il peso politico del sesso. Che la sessualità fosse una delle forze oscure della politica italiana, non era difficile immaginarlo. Il gioco di potere con le gerarchie cattoliche si è sempre giocato sui temi della sessualità; il potere seduttivo delle nuove destre si è costruito anche grazie a un continuo uso di allusioni sessuali; i temi del corpo, tanto quelli che riguardano il sesso quanto quelli, complementari e ancora più imbarazzanti, riguardanti la morte fisica degli individui, sono il grande spavento della coscienza italiana. Era destino allora che fosse proprio la sessualità, infine, a occupare esplicitamente la scena in questa fase dell’agonia nazionale.

Il secondo filo rosso è la miopia di chi al contrario non distingue l’importanza, metaforica e letterale, di questo cortocircuito tra politica e corpo, tra il cosiddetto pubblico e il cosiddetto privato. Anni passati a citare Foucault e a discutere di biopolitica non sembrano aver insegnato molto agli amici intellettuali di sinistra che, negli ultimi mesi, hanno spesso arricciato il naso lamentando che non si doveva parlare di queste cose, e che discuterne equivaleva a fare del volgare gossip. Le saghe erotiche del nostro capo di governo non c’entrano nulla con la politica, era il loro stizzito commento. Non comprendendo che proprio queste imbarazzanti saghe, con la devastante ideologia maschilista che esse sottintendevano, e con la reazione tutt’altro che negativa, anzi solidale e compiaciuta che esse provocavano in gran parte del paese, erano il segno tangibile di un clima. Lo stesso clima che, tra le altre cose, impedisce a questo paese di riconoscere diritti elementari ai propri cittadini omosessuali, e che anzi provoca esplosioni cicliche di omofobia.

Questo peso fatale del corpo e della sessualità sul piano politico, e questo imbarazzo a riconoscerne le implicazioni, possono dirci più di tante dissertazioni sociologiche sull’infinita crisi italiana. Si tende a pensare che gli italiani abbiano perso identità, mentre il problema potrebbe essere persino più fisico e concreto: gli italiani hanno perso la coscienza del loro stesso corpo. Che gran parte di una nazione si identifichi nel corpo ormai poco atletico, chirurgicamente modificato, imbellettato di un signore 73enne non può che fornire un segno sinistro sullo smarrimento di tale nazione.

Il corpo con la sua consapevolezza gioiosa e insieme dolorosa, la sessualità, le implicazioni della dimensione fisica dell’esistenza, temi in bilico tra il piano intimo e quello politico del vivere, hanno trovato spesso, in Italia, come unica risposta culturale la rimozione, l’imbarazzo, o uno snobistico disinteresse. L’imbarazzo del corpo, questo non saper bene cosa fare del proprio corpo, non è solo un retaggio cattolico ma anche di certa sinistra, di quella sinistra astratta e troppo intellettuale e spesso irrisolta, sul piano fisico, quanto un ragazzino dell’oratorio. E non sarà un caso, infine, che femminismo e movimento omosessuale, gli unici due movimenti che abbiano messo al centro delle loro battaglie il corpo, siano oggi movimenti rimossi, emarginati, bersagliati.

In un simile imbarazzato vuoto, le nuove destre non hanno faticato a impadronirsi del corpo, dell’immaginario che sta intorno a esso e del suo universo simbolico. Lo hanno fatto nel loro modo distorto, sciovinista, grottesco. Eppure lo hanno fatto. Da una parte, imponendo il modello di un corpo esibito nei suoi aspetti più narcisisti e mercificabili: fuori e dentro la televisione un’orda di corpi lucidi, patinati, anonimi, ridotti a pura prestazione anatomica, interscambiabili tra loro proprio come i protagonisti di un reality show. Dall’altra parte, imponendo un nuovo codice corporeo in politica: ecco che il corpo del politico populista si fa rampante, bassamente allusivo, colmo di una volgarità inaudita eppure, ahinoi, vivo. L’antico inno leghista alla durezza anatomica era più di una battuta goliardica. Era il richiamo a un nuovo ordine di valori corporei.

Di quello slogan, il nostro attempato capo di governo sembra aver assorbito e aggiornato lo spirito. Un don Giovanni ultrasettantenne, perfetta sintesi di brama sessuale e senilità, allusione vivente alla coppia eros-morte, ci governa e ci rappresenta. Alla faccia di tutti coloro che vorrebbero, semplicemente, vivere in pace con il loro corpo.

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10 Risposte to “Un corpo politico imbarazzante”

  1. Giovanni Cocco Says:

    Grande intervento, Marco.
    Io aggiungerei che negli ultimi anni, poco alla volta, è stata costruita tutta una Fenomenologia del Corpo che ha spostato gli orizzonti delle nuove generazioni verso la ricerca spasmodica della Forma.
    Penso a Studio Aperto, a Lucignolo Bella vita, ai reality sulla chirurgia estetica.
    L’edonismo fine a sè stesso.
    Penso ai servizi ricorrenti sulle code ad ogni apertura della stagione dei Saldi.
    Persino la terminologia è cambiata: Movìda, aperitivo, griffe, SPA, trendy, Mojito.
    Sono cambiati anche i luoghi di vacanza: La Costa Smeralda, per chi può. Per chi non può Milano Marittina, un’ appendice della Costa Smeralda trapiantata in Romagna.
    I calciatori, le veline, il Billionaire, gli yacht, i Briatore, le Naomi, le Noemi, Lele Mora e Fabrizio Corona.
    Simona Ventura ha sostituito Piero Angela. Signorini ha soppiantato Walter Tobagi.
    La camicia bianca. La lampada. La cura del corpo e dei capelli. Le french. Il cellulare di ultima generazione. Lo sballo, lo sdoganamento dell’alcool.

  2. federica sgaggio Says:

    Il corpo vero non esiste, non ha dicibilità pubblica.
    Il corpo tondo, grosso, secco, cadente, piegato, storto, dolorante, moralmente appesantito dalla vita, sbiancato dalla candeggina della vita: questo va nascosto, tutto va nascosto.
    Nessuno ha diritto al proprio corpo. Ognuno ha il dovere di avere il corpo di qualcun altro.

    Dopo aver smesso di fumare ho preso qualche chilo, che ha comportato anche un vago – e per me sostanzialmente impercettibile – aumento del volume del mio seno.
    Ebbene.
    Sul lavoro molti si sono detti certi che io mi fossi fatta la plastica.
    Le dinamiche di un corpo vivo, che ingrassa e dimagrisce, si avvizzisce, si sbianca e si scurisce, vive e poi muore, semplicemente non esistono più; non hanno visibilità, non hanno diritti.

    Tutto quel che è legittimato è il corpo chirurgicamente modificato. È la fuga da sé. È la negazione della femminilità e della mascolinità, che sono condizioni dinamiche, mutevoli e cangianti.
    Tutto quel che è ammesso all’esistenza è il corpo-standard.
    Femminilità parossistiche e mascolinità parossistiche, mai alle prese con la loro mutevolezza e le loro crisi.
    Mai alle prese con la vita.

  3. aparrag aculnaig Says:

    pensavo ad uno dei più bei saggi che abbia mai letto. il corpo. di galimberti.
    ….. .. … … … … …… … ….. … …… Il corpo nel Medioevo. di jacques le goff.
    il corposenzaorgani di artaudiana memoria. il corpo glorioso e quello simbolico. deleuze desiderante e il desiderio lacaniano.
    …la teatralità im-mediatica e lo scorporarsi dell’immagine virtuale dal corpo etero-patriarcale. l’implosione del martirio spettacolare. ma non tra le righe della dis-società del mediale italiana\o.

  4. catalin Says:

    appena visto il film videocracy.
    il primo piano di Lele Mora mentre mostra alla telecamera il suo telefonino pieno di svastiche naziste e inni fascisti è imperdibile.

  5. Nevio Says:

    A me pare che tutto quello a cui stiamo assistendo, nel campo della politica italiana, sia più semplicemente riconducibile a un abbattimento dei valori dell’intera società italiana… Conseguentemente ne deriva un degrado generalizzato dei costumi e della morale sociale.

  6. vibrisse Says:

    Io purtroppo ho il sospetto che parole come “abbattimento dei valori” non siano in grado di significare nulla.
    Noto come spesso chi parla dei “valori” si astiene dal nominarli. Come se esistesse una lista di “valori”, ben nota a tutti e condivisa, e bastasse un riferimento sintetico.

    gm

  7. Giovanni Cocco Says:

    Gianluca, se proprio dobbiamo metterci a fare gli accademici, beh, facciamo gli accademici. E meniamocela un po’.
    Come puoi facilmente riscontrare dall’elenco qui sotto la letteratura sull’argomento “Corpo e Potere” è interminabile.

    Parinetto L., “Marx diversoperverso”, 2002, CUEM, Milano (sintesi di alcuni saggi e del precedente “Corpo e rivoluzione in Marx – morte, diavolo, analità);
    Bloch M., “I re taumaturghi”, 2007, Einaudi (Les rois thaumaturges. Étude sur le caractère surnaturel attribué à la puissance royal particulièrement en France et en Angleterre, Max Leclerc et Cie, Paris 1961);
    Bertelli S., Grottanelli C. “Gli occhi di Alessandro. Potere sovrano e sacralità del corpo da Alessandro Magno a Ceausescu” , 1990, Ponte alle Grazie;
    Boni F., “Il Corpo mediale del leader”, 2002, Meltemi;
    Ernst Kantorowicz. “The King’s Two Bodies. A Study in Mediaeval Political Theology”. Princeton, 1957.
    Quando citi Deleuze non capisco a quale opera ti riferisci, anzi mi viene il dubbio che fai riferimento alla collaborazione con Guattari: bene, in questo caso fai almeno la gentilezza di citare entrambi gli autori. E quando ti riferisci al CsO (Corpo senza organi) di “artaudiana memoria” fai un po’ di confusione visto che se la formula è stata coniata (in un’intervista radiofonica!) da Artaud, il concetto e la tesi viene formulata proprio da Deleuze e Guattari. (cfr. Gilles Deleuze e Felix Guattari “L’Anti-Edipo”, 1972 (vol.I di “Capitalismo e schizofrenia”), tr. Alessandro Fontana (1975) e “Millepiani”, 1980 ( vol.II di “Capitalismo e schizofrenia”), tr. Giorgio Passerone (1987 e 2006).
    E potremmo citare mille altri riferimenti: pensa solo, giusto per fare un esempio, alla polemica su Leni Riefenstahl, e al suo documentario sui giochi olimpici di Berlino nel 1936: la regista preferita da Hitler che immortala il trionfo del nero Jesse Owens, vincitore di quattro medaglie d’oro.

  8. Giovanni Cocco Says:

    Dimenticavo.
    Le Goff sta al Medioevo come Fabio Volo alla Letteratura. 😉

  9. aparrag aculnaig Says:

    grazie giovanni.
    spiego: flusso di nonscrittura, giovanni.
    parvente accademismo, giovanni, solo parvente.
    commento senza pretese. associazione di idee.
    flusso non cerebrale.
    caro giovanni.
    Hai voluto vedere il ,,tuo,, desiderio di fare accademia nel mio tranquillo reverire (da reverie [senza accento -ché, a posta, non ricordo quale delle tre e-]) che non è fare accademia, mi chiedo.
    …accade-tua…
    ricordavo. non dimenticavo. tornavo alla mente schizoanalitica. niente sfida. godimento di scrittura mentre mi rilasso prima di ritornare a barcellona.
    …grazie ancora giovanni…
    …taglio-stacco taglio-resto…
    in divenire.
    ecco: (mi) manca (il manque) a essere il significante cultura del padrone e rapsodia di alice e dello stregatto.
    a proposito: pensi che si possa leggere il paradosso italiano come una specularità del normale oppure il paradosso italiano è (tu cur o tout court) un connettivo logico tra prima e dopo il Martire santo Silvio da Arcore? (e non mi riferisco al santo genet di sartre e a una possibile critica omosessuale dello scrivere come non competizione di cultura e concezione e\o sfida capital-maschilista delle cognizioni.)
    PS e NB:
    stimo la tua capacità di stimolare il mio godimento scrittorio.
    🙂

  10. vbinaghi Says:

    Credo che Giulio abbia ragione. Forse i valori non sono che forme diverse che si danno a quello che lo psichiatra Minkowski (“Il tempo vissuto”, Einaudi) chiamava lo “slancio etico”, cioà la vitalità spirituale che permette al soggetto di slanciarsi oltre il perimetro dell’individuo e dei propri bisogni, cogliendo un significato oggettivo e universale nelle proprie azioni. Famiglia, società civile, nazione o chiesa, idealismo umanitario, non importa: è ciò che ci permette di non naufragare nella nostra propria mortalità come in un’ossessione paralizzante, e che definisce molto più di altre “abilità” il sano dal malato, almeno in senso psichiatrico. Il cosiddetto “crollo dei valori” somiglia molto in effetti ai prodromi di una psicosi collettiva, che riduce la soggettività al gemito di finitudine o a un edonismo convulso e compensatorio.

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