Non potete dire: non lo sapevamo

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di Giovanni Accardo

G. Accardo

G. Accardo

Lo confesso: non sono un gran frequentatore dei blog letterari, un po’ perché ce ne sono troppi e il tempo a disposizione è poco, un po’ perché non si sa chi siano tutti questi critici letterari che affollano ogni angolo della rete, di quali strumenti tecnici e intellettuali dispongano, quali siano le loro finalità, quale la loro Weltanschauung. Per cui sto seguendo il dibattito che va avanti da qualche mese su vibrisse, a proposito della narrativa italiana e del suo rapporto con la realtà, passando dall’indifferenza allo sconcerto, dalla rabbia alla disperazione. La domanda è sempre la medesima: gli scrittori italiani contemporanei raccontano solo di sé? I loro romanzi sono soltanto una sterile navigazione attorno al proprio ombelico? Cosa sa del mondo chi si occupa di finzioni letterarie? Come interviene sulle dinamiche sociali e politiche della quotidianità? Dove vive lo scrittore?

Le domande, però, il più delle volte sono veri e propri atti d’accusa che qualcuno lancia non si sa bene a che titolo e contro quale colpevole. Ma, soprattutto, dopo aver letto l’infinito dibattito suscitato su Nazione Indiana dall’intervento di Gilda Policastro, mi è parso evidentissimo che non si tratta di un dibattito letterario o culturale o politico, ma di un semplice scambio d’accuse che subitaneamente si è trasformato in insulto, sino ad arrivare a delle vere e proprie minacce. Tutto ciò a che fare con la letteratura e la critica letteraria, col dibattito culturale o il confronto di idee? A me pare una trasposizione nel mondo della cultura e della letteratura dello scadimento dell’attività politica iniziato nei primi anni ‘90 con l’ingresso sulla scena politica della Lega e poi affermatosi (irreversibilmente?) con l’arrivo di Berlusconi. La Lega ha rappresentato il passaggio della psicologia nella politica, dove al ragionamento e all’analisi si sono sostituite le pulsioni. Non più proposte politiche ma insulti, desiderio di vendetta, resa dei conti. Non più ascolto dell’altro, confronto, mediazione, ma aggressione, distruzione dell’altro. Non più democrazia ma autoritarismo, culto della personalità. Insomma, il trionfo dell’Io e la sparizione dell’altro, come se io potessi esistere soltanto a condizione di far fuori l’altro.

E allora di cosa parliamo quando parliamo di letteratura e mondo? Come fa lo scrittore a intervenire sul mondo, a rappresentarlo, a criticarlo e forse a modificarlo?

Naturalmente non ho una risposta, e anche se l’avessi sarebbe la mia risposta, perciò parziale, soggettiva. Però, una cosa voglio dirla con certezza: l’intervento più importante, quello su cui vi invito a dedicare il vostro tempo e le vostre riflessioni, intervenendo non solo in rete, ma nella pratica quotidiana, è quello di Giuseppe Caliceti sulla distruzione della scuola italiana.

Non c’è molto d’aggiungere alla perfetta analisi fatta da Giuseppe, che quotidianamente si sporca le mani col duro, faticoso, frustrante mestiere di insegnante. Si potrebbe parlare anche di quanto questo mestiere possa essere appassionante ed entusiasmante, ma di questo magari parleremo un’altra volta.

Ora vorrei attirare l’attenzione degli scrittori italiani contemporanei, dei critici letterari della rete, dei lettori, sulla morte della scuola, che non è solo la morte della scuola, non è soltanto il licenziamento di migliaia di insegnanti, ma è la fine della democrazia. Qualcuno tra di voi forse è un insegnante, molti tra di voi hanno amici insegnanti, molti tra di voi hanno figli o nipoti che vanno a scuola, e amici, fratelli, sorelle, cugini, vicini di casa che sono genitori di bambini e ragazzi che vanno a scuola. Ebbene, sappiate, e ditelo a costoro, che la scuola pubblica, da sempre unicamente un capitolo nel bilancio dello Stato e non un luogo di formazione e istruzione di futuri adulti, rischia la chiusura. Resteranno soltanto le scuole private a pagamento e le televisioni.

Dal prossimo anno la legge Gelmini-Tremonti prevede l’obbligo che tutte le prime classi siano composte da 30 alunni (con la prospettiva di arrivare a 34): potete immaginare cosa significa? Potete immaginare come e cosa può insegnare un maestro o un professore quando tra questi 30 (o 34) alunni ci sono (come normalmente accade nella scuola elementare e media) stranieri che devono apprendere la lingua italiana, portatori di handicap che hanno bisogno di assistenti, dislessici che necessitano del sostegno, iperattivi da contenere, ecc.? Vi immaginate quanto grandi dovranno essere le aule per contenere 34 alunni? Avete idea, invece, di quanto sono piccole e talvolta fatiscenti? Come faremo a non perdere gli alunni bravi e motivati, dovendo contemporaneamente seguire quelli che restano indietro? Sarà il caos? Molto probabilmente l’unica cosa che potremo fare, sarà di far loro da baby-sitter, ci limiteremo ad accudirli, ad impedire che si facciano del male, mentre i loro genitori sono al lavoro. Forse, non avendo aule per 34 studenti, li metteremo in aula magna a gruppi di 100, gli faremo vedere un film, o un documentario o la televisione.

Nella mia scuola, già dal prossimo anno, per effetto di questa riforma, perderemo 5 classi. Io, che sono il coordinatore di 14 insegnanti di italiano e storia, il direttore della biblioteca scolastica, colui che organizza varie e numerose attività culturali, che invita gli scrittori a incontrare gli studenti, poiché sono il più giovane nella graduatoria d’istituto, probabilmente perderò il mio posto; non verrò licenziato, perché ho un contratto a tempo indeterminato, ma sarò trasferito in un’altra scuola, forse in un’altra città della provincia. Vi sembra che tutto ciò abbia un qualche significato pedagogico o che nasca da preoccupazioni didattiche? Sappiatelo: io non perderò il posto di lavoro, ma i vostri figli o i figli dei vostri amici, cosa perderanno?

E allora, visto che la politica non se ne occupa, visto che il sindacato aspetta e balbetta, ecco che tocca a ciascuno di noi, a ciascuno di voi, fare la propria parte, assumersi il proprio pezzetto di responsabilità; e mi rivolgo soprattutto a coloro che quotidianamente, per mestiere o per passione, si occupano di cultura e di letteratura. Vi invito a prendere consapevolezza di quello che ci aspetta, di quello che vi aspetta. Vi invito ad agire nella quotidianità, con tutti i mezzi e gli strumenti a vostra disposizione, per impedire che tutto ciò accada. Ma non fate finta di nulla, non giratevi dall’altra parte, non tergiversate. Non potete dire: non lo sapevamo.

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12 Risposte to “Non potete dire: non lo sapevamo”

  1. Alcor Says:

    ” la scuola pubblica, da sempre unicamente un capitolo nel bilancio dello Stato e non un luogo di formazione e istruzione di futuri adulti, rischia la chiusura.”

    Se è così, verrebbe da dire, che chiuda.

    La scuola non è mai entrata nel dibattito culturale, o solo per bocca di alcune persone lungimiranti che raramente sono stati scrittori, anche in passato. Un po’ mi irrita questa chiamata al dibattito fuori tempo massimo, salva ovviamente la solidarietà per chi ci lavora. Ci voleva la Gelmini?

  2. Barbara Gozzi Says:

    A me irrita ferocemente questo continuare a ragionare per ‘finestre’. Scuola, chiudi finestra. Cultura, chiudi finestra. Precariato, chiudi finestra. Licenziamenti, chiudi finestra. Istruzione, chiudi finestra. Libri, chiudi finestra. …
    La verità è che in pochi sono disposti a mettersi in gioco nudi assumendosi responsabilità. E che ognuno, nel proprio vivere, debba far i conti con impegni presi, scadenze, economie durissime e galleggiamenti faticosi: tutto questo non è né novità, né diritto esclusivo dell’ombelico soggettivo. Come pure l’avere talenti, capacità, passioni, esperienze che cozzano, crollano entro quel vivere di cui sopra.
    La verità è che ormai accettiamo di tutto ‘pur di far venire sera’. Neanche ‘proviamo’ qualcosa, leggendo o vedendo o dibattendo.
    La verità (e tutte ‘le verità’ qui scritte sono le mie, dunque soggettive, imperfette, parziali) è che in larga misura non ci va di infilare ancora dita, gomiti, mento nella merda. Neanche per i nostri figli. Neanche per ‘noi’, per l’egoismo che è natura umana. Senza che tutto questo sia una certezza assoluta, ma di molti (sempre secondo me) si, assolutamente si.

  3. Alcor Says:

    Per chi di scuola non ha esperienza, un piccolo panorama lo offre un capitolo della storia d’Italia Einaudi, nel volume 18 c’è un breve saggio di Giuseppe Ricuperati che si intitola La scuola nell’Italia unita. Non è molto, e ha i suoi anni, ma per chi non ne sa nulla può essere un inizio per cominciare a inquadrare il problema della nostra scuola nel problema più grande dello sviluppo sociale del nostro paese. Non sono neppure molte pagine, si può leggere.

  4. Jacopo Noio Says:

    Fa fico citarla, la parola: ma “Weltanschaung” si scrive Weltanschaaung

  5. vbinaghi Says:

    Premessa: sono un insegnante.
    Informo che, oltre e forse prima della perdita di posti di lavoro (unica questione cui i sindacati si sono dedicati ossessivamente negli ultimi trent’anni, riducendo la scuola a un parcheggio per laureati e contribuendo di molto al suo svilimento culturale), la scuola italiana sta saltando per aria perchè sono state eliminate le cosiddette “ore a disposizione”, quelle che cioè permettevano di sostituire colleghi assenti per periodi troppo brevi da ammettere incarichi di supplenza. Il risultato: classi scoperte dalle elementari alle superiori per intere mattinate, che produrranno il caos negli istituti e (spero) un forte allarme tra i genitori (che magari si sveglieranno e capiranno quale classe politica hanno mandato al governo).
    Quanto a letterati, critici e ricercatori, gli interventi della Policastro su Nazione Indiana mi hanno convinto che il denaro pubblico si potrebbe spendere meglio che non avallare percorsi intellettuali onanistici, che nulla fanno per mediare tra letteratura e masse (nulla di pedagogico intendo) e invece chiedono la libertà di approfondire il proprio interesse per tendenze e correnti cui aderiscono fideisticamente, come a una chiesa o a un partito. Cioè uno dovrebbe essere pagato perchè esiste e per continuare a leggere quello che gli piace.
    E io che mi sono pure beccato del satiro e o del sessista perchè ho scritto che almeno in foto è carina….

  6. Giuseppe D'Emilio Says:

    Ferma restando la mia solidarietà ai precari (penso in particolare a quelli “storici” e a quelli più preparati e motivati di non pochi docenti di ruolo, me compreso), concordo con le osservazioni del collega Binaghi sulla scuola-parcheggio.

    Il problema di un precariato di queste dimensioni e che esiste da decenni non è mai stato affrontato perché fa comodo a molti: ad inutili facoltà “deboli” che promuovono tutti pur di avere iscritti (e aumentando di conseguenza il numero dei disoccupati aspiranti ad una cattedra…), a molti sindacati (i precari hanno bisogno di assistenza), ai politici del debito pubblico e delle clientele, a chi ha lavorato nelle Scuole di Specializzazione, a chi organizza costosi corsi farsa che danno punteggio, alle scuole private che sfruttano i precari in cambio di punteggio…

    Invito insegnanti e genitori a verificare anche che le aule nelle quali si stiperanno classi di 30 e più studenti rispettino i parametri previsti delle norme sulla sicurezza (rapporto cubatura/persone, vie di fuga eccetera).

    A causa della eliminazione delle “ore a disposizione” ricordata da Binaghi, potrebbero inoltre aumentare le difficoltà, peraltro già spesso riscontratesi in passato, per l’attivazione dell’ora alternativa all’insegnamento della religione cattolica; anche su questo aspetto è necessario vigilare.

  7. vibrisse Says:

    Ho corretto. Un grazie a Jacopo Noio. gm

  8. Giordano Says:

    Weltanschauung è la parola corretta, Giulio. Un saluto.

  9. vibrisse Says:

    Dovevo studiare il tedesco, lo sapevo. gm

  10. Giovanni Accardo Says:

    Giulio,
    Weltanschauung è la grafia giusta, nella versione originale è saltata una U, mi cospargo il capo di cenere.
    Mi pareva, però, di non avere scritto soltanto Weltanschauung nel testo in questione, ma questo conferma il mio sospetto: gran parte dei commenti nei blog letterari non sono animati dal ragionamento, ma dall’astio. Cioè, non si preoccupano di entrare nel merito delle questioni sollevate, ascoltanto, riflettendo e replicando, quanto piuttosto di demolire tutto senza argomentazioni, ricoprendo l’altro con la propria bile. Guarda che ti ho visto, parlavi di Hegel, volevi fare il figo citando il più complesso tra i filosofi moderni e intanto ti mettevi le dita nel naso; ti abbiamo scoperto, hai anche tu le tue debolezze, o i tuoi peccati, proprio come Berlusconi e il direttore dell’Avvenire; siete tutti uguali, pieni di difetti e volete invitarci a ragionare!
    Che sia diventato Vittorio Feltri l’intellettuale più amato dagli italiani?

  11. Jacopo Noio Says:

    In mero ordine cronologico sono stato il primo a segnalare il refuso; e se l´ho fatto un po’ è perché temo che essi siano spesso sintomi di qualcos’altro, e un po´ perché mi danno personalmente fastidio. Weltanschaaung poi è uno dei termini citati piú a sproposito…

    La stizza con cui Accardo ha risposto è del tutto fuori bersaglio; e francamente scivola nel comico, prima che nel farnetico, avendo egli stesso esordito dubitando dei mezzi degli interlocutori ospitati nei vari blog. Si rallegri invece che ci siano ancora amici/maniaci della lingua: è già un buon inizio.

  12. andrea barbieri Says:

    Volevo far notare che se una persona scrive: “Lo confesso: non sono un gran frequentatore dei blog letterari”, poi non può scrivere credibilmente: “gran parte dei commenti nei blog letterari non sono animati dal ragionamento, ma dall’astio.” appunto perché non conosce i blog letterari.

    Poi non si può esordire scrivendo: “un po’ perché non si sa chi siano tutti questi critici letterari che affollano ogni angolo della rete […]”, perché si pone una pregiudiziale abbastanza antipatica nei confronti degli interlocutori.

    Cioè la rete produce tanta spazzatura, però ci sono anche persone con cui vale la pena comunicare al meglio, senza mettere davanti un pregiudizio (anche se ammetterlo è già qualcosa). Così il senso degli articoli può arrivare senza attraversare il diaframma* di qualche scontro/polemica.

    Detto questo l’articolo di Accardo mi sembra importante. (E se non era così, col chicco** che Mozzi lo pubblicava).

    *Mi sa che qusta parola mi è restata dalla lettura di Moresco 🙂
    ** Questa invece da Paolo Nori.

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