La mamma è andata a fare un giro / I racconti del terremoto, 10

by

di Enrico Macioci

[Enrico Macioci abita a L’Aquila. Attualmente è ospite di parenti nella Marsica. Questo racconto è l’ultimo di una serie di dieci. Se vuoi, puoi prelevare il testo in pdf].

«E quando torna, papà?»

«Presto.»

«E noi?»

«Cosa.»

«Quando torniamo noi?»

«Anche.»

«Cosa.»

«Presto. Anche noi torniamo presto.»

«Ma casa non c’è più.»

«Lo so.»

Padre e figlia tacquero in grembo a un raggio di sole. Il vento portò loro un goccio della pineta di Roio. Il mattino sembrava un vaso incrinato e la vita uno scivolo.

«Ti fa male la ferita, papà?» chiese la figlia.

«Sì.»

«Quale ti fa male?»

«Tutt’e due.»

«Più quella sulla testa o più quella sulla gamba?»

«Tutt’e due.»

Tacquero ancora, e sbucarono su Viale Corrado IV. Il Viale era un fiume gonfio di macchine, volanti della polizia, camion dei pompieri e persone a piedi. Questo fiume si dirigeva al contempo in entrambe le direzioni, senza una logica evidente. Le luci di Piazza d’Armi erano accese, nonostante fosse giorno da un paio d’ore, e incidevano bruciature tonde sul cielo pallido, cui pareva mancasse il coraggio di prendere colore, di gettarsi in un nuovo giorno, quel giorno. L’uomo girò a sinistra. La torretta del Max Weber pendeva diroccata, e i piani terra di alcuni palazzi erano sventrati. Dentro le crepe – che in alcuni casi consistevano nel fatto che intere pareti erano venute giù – si vedevano i mobili, le carte da parati e tutto il resto. Tutto tranne gli inquilini. I palazzi sembravano disabitati da due minuti e da sempre, ed emanavano una curiosa sensazione d’abbandono veloce e al tempo medesimo definitivo. Come se attendessero una cosa del genere dall’eternità, illudendosi di non incontrarla mai. Il Motel Agip drizzava i suoi sei piani su un’aria cinerina, satura di pulviscolo, una specie di ferita sanguinante in cui non si riesca a trovare il taglio anche cercandolo all’infinito, poiché il taglio è ovunque. L’uomo notò una signora cinese, sola, coi capelli neri uniti in una crocchia sbilenca, vestita d’un pigiama giallo con elefantini neri stampati sulle gambe e d’una giacca corta anch’essa nera. Ai piedi calzava scarpe invernali nere. I capelli a crocchia, gli elefantini, la giacca e le scarpe stonavano paurosamente benché fossero del medesimo colore, e conferivano alla donna una sfumatura nevrastenica. La donna marciava con totale concentrazione verso di loro, guardando fisso davanti a sé e muovendo le braccia come pistoni, su e giù, su e giù. Li sfiorò senza nemmeno un cenno del capo, che teneva rigido al pari delle labbra, serrate in una smorfia a forma di linea retta. Anche gli occhi erano due linee rette, e il suo volto somigliava a una lavagna al neon con tre brevi segni sopra.

«Cosa ha fatto quella donna, papà?» domandò la figlia.

«Non lo so.»

«Ma sta bene?»

«Penso di no.»

«Hai visto che faccia?»

«Sì.»

«Ha paura?»

L’uomo rifletté un istante. «Forse» rispose.

«E la mamma?

«Cosa.»

«Ha paura?»

«Non penso.» L’uomo fece una smorfia.

«E tu? Tu hai paura, papà?» La bimba si volse per guardarlo bene. I suoi occhi azzurri erano minuscole pause blu nell’inferno polveroso all’intorno.

«No, piccola. Non ho paura.»

La figlia tacque. L’uomo pregò dentro di sé che avesse terminato le domande, ma ella chiese: «Sta bene?»

«Chi?»

«La mamma.»

«Penso di sì.»

«Allora perché non è con noi?»

«Te l’ho spiegato, è andata a fare un giro.»

«E noi la stiamo cercando?»

L’uomo stavolta fu obbligato a ragionare con attenzione, anche se sapeva di non potersi concedere di ragionare troppo. La figlia era svelta a capire. «No. Ma potremmo anche incontrarla.»

«Perché?»

«Perché anche noi stiamo facendo un giro.» L’uomo riprese fiato.

«E se non la incontriamo?»

«La troveremo a casa.»

«Ma casa non c’è più.»

«Lo so. La troveremo sotto casa.» La voce dell’uomo si ruppe, e subito la figlia volse la testa in su a controllarlo. I capelli biondi della figlia scintillarono nel sole e l’uomo dovette fare uno sforzo enorme per aggiungere, tranquillo: «La troveremo presso casa, davanti a quel che ne resta. Questo intendevo dire per sotto, piccola.»

«Ah.» La figlia tremava, benché non facesse freddo. L’uomo sentiva nella propria la manina della figlia vibrare ben oltre lo spavento che la figlia mostrava, a se stessa e agli altri. L’uomo pensò che sua figlia fosse una bambina coraggiosa, e che sarebbe diventata una donna in gamba esattamente come la madre. Represse un altro moto di pianto, ma la figlia per fortuna non se ne accorse. I capelli biondi spettinati della bimba brillavano in modo eccessivo per l’uomo.

Le sirene della polizia e dei vigili del fuoco fendevano quel fiume di gente dal duplice senso ma dall’unico sentimento, un fiume intontito, demente. Un signore di mezza età camminava avvolto nel lenzuolo in cui con ogni probabilità stava dormendo al momento dell’accaduto. Il lenzuolo, poiché il signore era molto alto, lo copriva dal torace fino a metà polpaccio. I polpacci del signore erano glabri e bianchi, e le spalle del signore strette e ossute e anch’esse glabre e bianche, e gli occhi spalancati in un’espressione assorta, e nel complesso il signore sembrava un gigantesco merluzzo infagottato nella carta stagnola e pronto per la padella. Il signore di mezza età camminava sull’asfalto sparso di schegge di vetro e calcinacci a piedi scalzi, e i lunghissimi piedi candidi e sottili si lasciavano dietro una scia bruna di sangue, larga quanto una linea di mezzeria. La bambina se ne avvide e cominciò a piangere, piano, sussultando e tirando su col naso.

«Sccc» sussurrò il padre, coprendole il volto con una mano. «Sccc.»

«Ma quel signore…»

«L’ho visto. Si è fatto male.»

«Io lo so che si è fatto male» disse la bambina fra i singhiozzi. «E’ lui che non lo sa.»

Il padre si stupì ancora dell’acutezza della figlia, e la maledisse. «Lo sa, piccola.»

«Ma se lo sa, perché cammina in quel modo?»

«Quale modo?» chiese il padre, rimproverandosi di non riuscire a prevedere le domande della figlia, dove volevano arrivare. Le domande della figlia rimbalzavano nella mente del padre come certe palline dall’effetto impazzito.

«Con quegli occhi. Quello sguardo. E quel sangue.» La bambina, con la mano del padre sul viso, singhiozzava forte, avvolta nella tutina fucsia dell’anno prima, che ora le andava corta. Sembrava un piccolo fantasma benigno e fucsia.

«E’ perché ha fame» ribatté il padre.

La figlia smise come per magia gli scossoni, e del pianto non rimase che qualche lacrima. Il padre le tolse la mano dal viso, dato che il signore di mezza età non si vedeva più, e ringraziò Dio. Subito dopo si domandò come poteva ringraziare Dio proprio quella mattina, proprio dopo quella notte, e dopo quel mucchio che se ne stava là ad attenderlo con quanto c’era sotto. Non presso. Sotto. E subito dopo ancora l’uomo realizzò che c’è sempre qualcosa per cui ringraziare Dio, e tale pensiero egli capì subito si sarebbe rivelato di formidabile importanza nel prosieguo della vita. Formidabile.

«Anche io ho fame» disse al padre la figlia.

«Davvero?» lui le domandò, felice. Riusciva ad essere già felice. Ciò lo fece sentire un verme, ma anche incredibilmente forte. Un verme forte e felice, seppure per qualche attimo soltanto.

La figlia si voltò a guardarlo con rimprovero: «Sei contento?»

Al padre scappò da ridere. «Di cosa.»

«Che ho fame.»

«No.»

«Invece sì. Tu ridi!» L’indignazione della bimba sbocciò come un fiore nell’istupidimento generale.

«No, non rido mica. E’ che me n’ero scordato.»

«Di che?»

Il padre decise di non mentirle: «Della fame. M’ero scordato della fame.»

«In che senso t’eri scordato della fame, papà?»

«In un senso un po’ complicato per te. E poi è un modo di dire. M’ero scordato del concetto della fame, piccola. Capisci? Del concetto

«No.»

L’uomo si riebbe. «E’ giusto così. Andiamo al Barbarossa.»

«Potremmo trovarci la mamma?»

«Potremmo, ma anche no.»

«Va bene. Allora mangiamo, e se la mamma non c’è torniamo a casa. Dove c’era casa, cioè.»

«Va bene.»

Il tetto in metallo sopra le pompe di benzina era crollato, ma non il casotto del bar del benzinaio, davanti al quale s’ammassava la gente. L’uomo non ci fece caso, e proseguirono. Giunti innanzi al Barbarossa trovarono il proprietario, un tizio abbastanza giovane coi capelli chiari e il pizzetto, che piangeva e si piegava in due e si rialzava e si piegava in due. L’uomo sentì che la figlia gli stringeva la mano più forte. Poi vide che il soffitto del Barbarossa era precipitato sui tavoli e sul bancone. Del Barbarossa non rimanevano, in definitiva, che il pavimento e il soffitto; ciò che stava in mezzo era sparito.

Il proprietario si voltò verso l’uomo. «Avevo rilevato l’attività da pochi mesi!» urlò con gli occhi rossi e una smorfia sghemba, una specie di saetta che gli deformava la faccia.

La bambina schiacciò il visetto contro la gamba dell’uomo, e l’uomo ebbe voglia di sfasciare la faccia sghemba al tizio. «Mi dispiace» disse invece. «Ma lo riparerete.»

«E con quali soldi?» berciò il proprietario. «Siamo già in debito, siamo indebitati fino al collo!»

«Non lo so. Mi dispiace. In qualche modo farete.»

«E’ facile parlare!» gemette il proprietario, con la saetta fra la bocca e le sopracciglia. «Ma guardi che disastro! Guardi che disastro!» Il proprietario si piegò a metà per la disperazione, si rialzò e si ripiegò.

L’uomo scoccò al proprietario uno sguardo indefinibile. Dentro c’erano rabbia, preghiera e una tristezza illimitata. Il proprietario smise di piangere, si diede un’aggiustata ai pantaloni e osservò meglio la bimba. La saetta dileguò dalla sua faccia, che si distese. Si schiarì la voce e disse con delicatezza all’uomo: «Lei ha ragione. Deve scusarmi. Vi aspetto presto qui da me, lei e la bimba. Vi aspetto presto. Vi farò una colazione coi fiocchi. Cornetti al cioccolato e caffellatte. Offro io.»

«Verrà anche la mamma!» disse la bimba con voce malferma, di nuovo sull’orlo del pianto. Il padre non sapeva che fare, a parte ammirare il coraggio della figlia, il suo equilibrismo sulla disperazione; e aveva ripreso a maledirsi nei modi più orrendi.

«Certo! Tu porta chi vuoi, piccolina. La mamma e chi vuoi tu. Colazione per tutti!» replicò il proprietario, sforzandosi di sorridere e apparire lieto. Ora la sua faccia distesa era quasi gradevole.

Anche la bambina sorrise. Aveva vinto la gara d’equilibrismo. Il minuscolo sorriso parve rischiarare l’intera facciata del Motel Agip, più giù, e la valle e le pinete della Crocetta che assistevano sgomente, nella diffusa opacità della cenere dietro cui il sole respirava a fatica. La catastrofe giaceva nell’aria, adesso. Dalle viscere della terra s’era trasferita nell’aria, un’aria pesante e malvagia.

«Arrivederci» disse l’uomo al proprietario del Barbarossa.

«Arrivederci.»

Padre e figlia tornarono indietro. Ripassando davanti al casotto del bar del benzinaio, l’uomo capì perché c’era così tanta gente. Il bar era aperto. Era ora di fare colazione, e la gente affluiva all’unico bar aperto di quella parte della città. La gente è tenace. Non è facile distogliere la gente dalle proprie abitudini. L’uomo pensò che forse non si smette mai di rimanere bambini. Poi pensò che non si smette mai di crescere. Poi non seppe conciliare fra loro questi due pensieri in apparenza antitetici, e smise di tentare di conciliarli.

«Potremmo prendere qualcosa da mangiare qui» propose alla figlia.

«Va bene. Io ho sempre fame, papà.»

«Va bene.»

S’avvicinarono. Una donna indossava una sofisticata pelliccia di visone sotto la quale era nuda; i grossi candidi seni ad ogni movimento venivano fuori dalla pelliccia, ma lei pareva non badarci. Un ragazzo stava in mutande e scarpe da tennis; le sue scapole sporgevano come piccole ali sulla schiena magra e foruncolosa. Un vecchio portava una canottiera sopra pantaloni femminili larghissimi, e un rivo di muco gli colava dalla narice destra, giallo e fermo. Una ragazza si teneva una maglietta a mo’ di pareo sui fianchi, e una seconda maglietta rivoltata e strappata le copriva il busto. Un’altra ragazza avanzava a tentoni perché aveva perduto gli occhiali e non aveva avuto il tempo di mettere le lenti a contatto; sbandava tenendo avanti le mani e chiamava ad alta voce i genitori, che non le rispondevano; forse non c’erano. Un tipo sui cinquant’anni ghignava senza far rumore, rivolto a nessuno in particolare; ogni paio di minuti faceva riposare un attimo i muscoli facciali e poi ricominciava a ghignare in silenzio. La maggior parte delle persone era in pigiama e in pantofole. Una sinfonia di pigiami e pantofole d’ogni foggia e colore, felpata e vagamente nauseante. Le persone parlavano a scatti, alzando e abbassando la voce, oppure stavano in silenzio, perse in qualche riflessione. Guardavano smarrite verso il centro cittadino ma distoglievano subito gli occhi, che parevano di vetro, immobili, lucenti e vacui. Qualcuno bestemmiava, qualcun altro piangeva o si lamentava, ma la maggior parte tacevano pensosi, con quegli occhi di vetro.

«Papà, mi sa che la fila è bella lunga.»

«Va bene. Aspettiamo.»

«Sicuro?»

«Non avevi fame?»

«Sì.»

«Ti andrebbe una zeppola?»

«Sì.»

«Con un bel po’ di zucchero sopra?»

«Sì.»

«E magari un succo di frutta?»

«Sì.»

«Gusto?»

«Albicocca.»

Il padre le accarezzò i capelli. «Come ti senti, piccola?»

«Ho fame.»

«A parte la fame, intendo.»

«Bene. Ma ho fame, e vorrei vedere la mamma.»

«Allora aspettiamo.»

La figlia non replicò, perplessa.

«Che c’è?» le domandò il padre dopo un po’, non appena le lacrime furono ricacciate indietro.

«La mamma. Forse ha finito di fare il suo giro e ci sta aspettando» disse la figlia.

«Non credo.» L’uomo aveva imparato a non esitare più.

«Perché?»

«Perché è ancora presto e lei doveva fare un lungo, lungo giro.»

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